Capitolo Secondo

Quando l’hidalgo Pedro Domingo Mendoza Martinez si accommiatò dal suo ospite, il vice-legato Pasini-Frassoni, si sentiva di buonumore.

Il buon cibo e i vini dispensati generosamente alla mensa del prelato erano stati il giusto complemento al suo stato d’animo, ma non ne costituivano le ragioni più profonde.

Se ne era reso conto durante i dialoghi conviviali intrattenuti con il vice-legato e gli altri ospiti convitati (la solita ristretta cerchia di sempre, comunque già troppo numerosa per il suo carattere schivo e riservato), ma più che sufficiente per stimolarlo a fare il punto della situazione delle sue indagini.

Senza sbilanciarsi più di tanto, come era suo solito, l’emissario dell’Inquisizione Spagnola, rassicurò i due interlocutori italiani che presto il De Regis avrebbe confessato le sue colpe e gli sarebbe stato consegnato per subire la giusta punizione.

E lui se ne sarebbe potuto finalmente andare via da Ferrara.

Adesso, mentre la  carrozza lo riconduceva a quella che un tempo era stata l’osteria del Buon Samaritano, dove egli aveva eletto la sua base operativa sin dal suo primo arrivo in città, la sua mente riandava agli ultimi avvenimenti.

E,  complici il grato silenzio del suo accompagnatore  (il buon Gesuita, con le mani giunte raccolte nel suo grembo,  recitava con un movimento impercettibile delle labbra le orazioni ignaziane della sera),  e il buio profondo di una notte senza luna, animata soltanto dal frinito delle cicale,  appena percettibile, in lontananza,  sul rumore della carrozza che filava nel sentiero lungo  la campagna di Bellaria, prese a vagare oltre, finalmente libera dagli assilli e dagli impegni quotidiani.

L’hidalgo si ripeté di essere davvero soddisfatto dei risultati della sua indagine. Dopo gli incombenti di rito e gli inevitabili commiati,  si sarebbe recato a Roma, per relazionare al suo ambasciatore e poi finalmente avrebbe potuto fare rientro in Spagna.

Era stanco dell’Italia e degli  italiani: troppo divisi e così intrisi di pazzia che neppure i loro sprazzi di genialità riuscivano a farglieli  accettare.

Molto meglio la solida compattezza della sua patria! Stando lì, anche la geografia gli dava un senso di protezione, con solo l’oceano dietro le sue spalle e tutto il resto del mondo davanti. E come sarebbe stato più  bello e vivibile il mondo se la Spagna avesse potuto estendere il suo potere diretto su tutta la penisola, almeno sino a comprendere tutti quegli inutili e ridicoli ducati, dalla Sicilia spagnola sino alle Alpi e anche oltre! Compresa naturalmente la dannata, ribelle Repubblica di Venezia! Così sì che Sua maestà il Re avrebbe potuto ridimensionare la Francia di Luigi XIII e quell’intrigante del cardinale Richelieu!

Una volta sottomessa la Francia il mondo sarebbe stato interamente  spagnolo e tutto veramente cattolico! Non appartenevano gli altri territori europei ai cugini del re Felipe? E non erano forse anch’essi cattolici?

Sarebbe stato così molto più facile, estirpare la mala pianta dell’eresia. Allora sì che si sarebbe potuto gridare,  ad alta voce e senza tema di smentita, ”Dio è Spagnolo!”

20. continua…

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