A ottobre iniziai la mia terza media. Oltre a dottor Floris, l’insegnante di religione che ho citato nell’episidio precedente, c’erano un certo prof. Decio, insegnante di disegno, un dandy elegante sicuramente bravo nella sua disciplina.

Io ero negato in disegno ma lui mostrò dì apprezzare l’uso che io facevo dei colori. Una professoressa che apprezzavamo in particolare noi ragazzi era una giovane insegnante, forse di Scienze Naturali o di Geografia (ora non ricordo). Quel che ricordo di sicuro era che a noi faceva impazzire quel modo speciale che aveva lei,  di accavallare quelle sue gambe fasciate di naylon,  dove si intavvedevano delle giarrettiere e  dove il nostro occhio cercava di scrutare l’inscrutabile. I più sfacciati di noi buttavano per terra delle penne o dei quaderni, per avere l’opportunità di chinarsi sin sotto la cattedra, a   scrutare meglio quel paradiso di sogni proibiti.

Poi ricordo la prof di italiano; era la vedova di un professorone, un certo Mossa, grande studioso di cultura sarda e non solo. Era una tipa magra, piccola e nervosa che fumava una sigaretta dietro l’altra (mi pare di ricordare fumasse le Muratti Ambassador, ma sulla marca non ci giurerei).

Era in gamba e mi fece amare l’epica dei classici Greci, ed in particolare L’Iliade e l’Odissea,  che insegnava con passione.

Ricordo ancora l’insegnante di matematica, un certo Gennaro di Villacidro di cui preferisco non fare il cognome.

Non mi sopportava, e come il lettore avrà già intuito, io non ero uno studente  che si sforzasse di farsi sopportare. Tutt’altro.

Ai colloqui mia madre scoprì che questo insegnante era un mancato cliente del negozio che aveva preso a gestire per aiutare mio padre.

Il mio buon vecchio  regolarmente stazionava nella succursale che aveva aperto in un paese limitrofo, più popoloso e redditizio del nostro paese di residenza.

Raccontò mia madre che questo professor Gennaro,  si era presentato in negozio per comprare una sveglia a rate (ma mia madre non sospettava certo fosse un mio professore; altrimenti, coinfessò candidamente, non gli avrebbe certo negato quanto chiedeva).

A quel tempo si usava ancora tale tipo di vendita ma mio padre l’aveva bandita perché si era stancato di perdere soldi e clienti.

Mio padre raccontava infatti che quando gestiva il  precedente esercizio commerciale  nel distretto minerario di provenienza della famiglia di mia madre, aveva accumulato due    valigioni  stracolmi di cambiali, firmate da clienti che  erano dovuti emigrare in Belgio, in Francia e in Germania, quando le miniere sarde erano entrate in crisi.

Nelle curve che da Guspini lo portavano verso Gonnosfanadiga (e poi a Villacidro e infine al paese dove io poi nacqui, nel 1954)  aveva sparso fuori dal finestrino dell’automobile tutte quelle cambiali inesigibili, giurando a se stesso che mai più avrebbe venduto della merce a rate.

Secondo mia madre Gennaro mi rimandò in matematica perché si era alquanto indispettito per quel diniego inconsapevole che lei gli aveva opposto.

Io, con l’esperienza di oggi,  sono più propenso ad ad accollarmi la responsabilità di quel fallimento scolastico. anche se, ad esser sincero, io ricordo ancora qualche lezione di quel professore, in particolare sui monomi e sui binomi che, in qualche occasione, egli accompagnava con le sue filippiche contro la Televisione di stato (l’unica all’epoca esistente), rea, a suo dire, della più becera censura, in quanto a lui sembrava assurdo, che si obbligassero le gemelle Kessler (due fate tedesche che il sabato sera allietavano le serate dei maschi italiani con dei balli perfetti su delle gambe altrettanto snelle e perfette) ad indossare delle calzamaglie scure. A sentir sempre lui le cose sconcie erano altre e quella censura era frutto dell’ipocrisia dei bigotti clericali. Beh, almeno sulle gambe delle gemelle Kessler potevamo dirci d’accordo anche col prof. Gennaro di Villacidro.

In quell’anno scolastico 1967-1968 tante cose accadevano anche fuori dalla scuola, anche se i canali di informazione di allora erano alquanto limitati.

Non tutti, in effetti,  fummo informati del barbaro omicidio di Che Guevara (che poi sarebbe divenuto un idolo per tanti giovani sessantottini e per i loro epigoni degli anni settanta), avvenuto ad ottobre sui monti boliviani.

Ma tutti, perfino noi, nel nostro remoto paese della Sardegna venimmo a conoscenza della nuova, grande frontiera che la scienza medica e la chirurgia andavano percorrendo: un certo professor Christian Barnard, in un Paese a me conosciuto soltanto per il lancio delle navicelle spaziali (di lì a due anni, in effetti, l’uomo avrebbe messo il piede per la prima volta in un astro celeste, fosse anche solo il piccolo satellite terrestre chiamato Luna), aveva trapiantato un cuore nuovo ad un cardiopatico, regalandogli una nuova vita.

Quanti sogni e quanto ammirazione provai per quel professore appena conosciuto! Nella mia ingenua adolescenza il mondo prese così a dividersi in due parti nettamente distinte: una bianca e l’altra nera. Nella parte bianca includevo  Christian Barnard, le gemelle Kessller, gli astronauti e gli scienziati che sondavano il cosmo alla ricerca di forme di vita nuove con cui migliorare il mondo, i gruppi rock e quelli psichedelici, con le bionde slavate e discinte, affamate di esperienze e di sesso (magari da consumare con noi giovani e scalpitanti studenti sardi), Marthin Luther King e John Kennedy, Gandhi me i disegnatori di fumetti. Nella parte nera c’erano i retrogradi e  i matusa (che impedivano alle donne di mostrarsi disponibili), i preti e il clero (che che vietavano il sesso ai giovani, incutendogli la paura dell’inferno e condizionando le donne psicologicamente),  i ricchi egoisti, i fascisti e i democristiani.

Il papa Paolo VI (che mio padre, anticlericale e nostalgico del Papa Buono, Giovanni XXIII, morto prematuramente, aveva soprannominato Volpe Sesta) emanò  un’Enciclica, intitolata, mi pare di ricordare, Humanae Vitae, in cui condannava  ogni forma di contraccezione e forse, nella mia visione immatura e distorta, perfino  i rapporti sessuali prematrimoniali. Indi per cui anche lui fu messo nella parte nera (povero Paolo VI, un uomo dal cuore d’oro, che aveva regalato la sua cospicua eredità agli operai disoccuppati della sua Milano, quando lì era ancora Arcivescovo, mai riconosciuto nella sua grandezza, se non in questi ultimi anni, almeno dalla sua stessa Chiesa).

11. continua…

 

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