Archivio Giugno 2017

Ci sono  dei momenti, nella vita di ciascuno di noi, in cui ci sentiamo sospinti da una forza invisibile che, come una corrente misteriosa, ci conduce da qualche parte, non importa dove. E non importa neppure dove noi vogliano andare. E’ la forza misteriosa che ci spinge; è lei che sa dove noi dobbiamo andare.

Di questi momenti nella mia vita ne ho vissuti di diversi. Per esempio nel 1968, quando la protesta studentesca mi trascinò, piano, piano, anno dopo anno, fin sulle  sulle barricate di una rivolta epocale, tremenda, cieca che voleva distruggere tutto e finì col distruggere gli aspiranti distruttori (mi fermò soltanto la mia idiosincrisa per ogni forma di violenza e di potere, il mio pacifismo convinto e idealista, il mio desiderio di conoscenza; lo stesso che mi spinse a Londra, al tramonto della rivoluzione, quando un’altra forza mi afferrò e mi spinse nelle lande nebbiose di Albione; ma di questo parlerò più avanti).

Nel 1965, al momento di scegliere la scuola media, fu ancora una forza misteriosa a spingermi verso Arborea.

Quell’anno, i neo-licenziati maschi  della quinta elementare del mio paese, scelsero di iscirversi al collegio che i Salesiani, con tanto onore, tenevano ad Arborea (la vecchia colonia fondata dai Veneti, chiamata prima Mussolinia, ed allora, come oggi, ridente ed attiva cittadina dell’oristanese, molto attiva nella produzione lattiero-casearia). Lì, i valenti sacerdoti di San Giovanni Bosco, formavano i futuri sacerdoti del clero sardo, prima attraverso un’adeguata istruzione nella scuola media unificata e, successivamente, per i più dotati e pervicaci, attraverso il ginnasio e il liceo classico.

In questa corrente, che di mistico e di religioso, come poi i fatti dimostrarono, non aveva molto,  io mi immisi di buon grado, complice il desiderio di mia madre di vedere almeno uno dei figli maschire con la tonsura e la tonaca nera da prete (mia mamma non ne faceva alcun mistero; anzi, a voce alta invocava il buon Dio perché le facesse la grazia di un figlio prete; ma, poveretta, fallì con me, come aveva fallito prima con un fratello maggiore e come fallì qualche anno dopo con uno dei fratelli minori!).

Così, senza una grande vocazione,  mi ritrovai nel Seminario di Arborea. occorre dire che ancora in quegli anni sessanta era molto vivo quel movimento, iniziato subito dopo la guerra, che spingeva i giovani in Seminario anche senza vocazione. Le famiglie sapevano che in quei luoghi di studio e di meditazione, venivano assicurate, in cambio di una modesta retta mensile (che per i più bisognosi veniva coperta dagli stessi Salesiani), una cultura ed un’istruzione adeguate, congiuntamente a un vitto e  a un alloggio decosrosi (che non tutte le famiglie potevano assicurare ai numerosi figli che la Provvidenza e la mancanza della televisione mandavano alle coppie precoci e fertili di allora).

La maggior parte di questi aspiranti sacerdoti lasciavano il seminario alla viglia dei voti e si ritrovavano sul mercato del lavoro con un diploma di laurea che, quantomeno, spianava la strada all’insegnamento nelle discipline umanistiche.

Mia madre, appoggiata da mio padre che, seppure anticlericale viscerale,  non voleva ostacolare le sue aspirazioni  celesti, mi dotò di un ricco e copioso corredo e così iniziò la mia carriera ecclesiastica (che, come il paziente potrà dappresso appurare, non fu invero molto lunga).

Arrivai qualche giorno prima dell’inizio dell’anno scolastico, a fine settembre (in quegli anni l’anno scolastico iniziava ancora ad ottobre).

Del primo giorno, oltre all’odore delle saponette,  della cancelleria e dei libri di testo, freschi di stampa, mi ricordo “il passo volante”.

Il passo volante era una specie di giostra, posizionata al centro dello sterminato  cortile che fungeva da parco giochi per le ore di ricreazione (indispensabili in ogni collegio dei Salesiani che si rispetti); la giostra era composta da un palo centrale al culmine del quale  ruotava  una corona dentata da cui si dipartivano delle catene che terminavano in altrettanti seggiolini di legno;   il giocatore, seduto a cavalcioni, spingeva con le gambe correndo attorno all’asse e, presa la rincorsa, spiccava il volo per poi atterrare, una volta esauritasi la spinta.

Mi cimentai in quel gioco in modo così azzardato che, ricordo ancora oggi, al termine di una corsa particolarmente spericolata, mi si avvicinò un sacerdote il qualche mi chiese se mi sentissi bene.

In effetti io stavo benissimo; almeno finchè si giocava al passo volante; mi piacevano  anche il calcio, la dama e la pallamano. Come hobby culturale, tra il traforo e la legatura  dei libri, scelsi la legatoria; una passione per i libri cartacei che ancora mi porto appresso.

A onor del vero mi piaceva molto anche studiare. Ricordo che Don Mancini, il direttore, che insegnava latino, per mostrarmi il suo apprezzamento, visto che i miei compiti erano sempre tra i migliori, mi assegnò il compito di rivedere i compiti dei miei compagni, per aiutarlo a identificare gli errori più vistosi. Anche in francese ero alquanto bravo. Occorreva memorizzare i verbi irregolari ed io, grazie all’esercizio della memoria che avevo sviluppato con lo studio delle tabelline, delle poesie e delle provincie italiane nelle scuole elementari,  me la cavavo alla grande. In  matematica non eccellevo ma, come diceva don Perucatti (si trattava di un diacono e non di un sacerdote, in quanto non aveva preso ancora i voti; ma vestiva come un prete e so che in seguito è divenuto un ottimo Salesiano) la sufficienza me la mettevo in tasca ben prima degli scrutini trimestrali.

Grazie alla mia voce squillante, ed alla buona intonazione, inoltre, venni inserito da Don Atzori (anche lui, come don Peruccati, era uno studente di teologia che non aveva preso definitivamente i voti, ma era sulla buona strada) nei Cantores (il gruppo base che cantava alle Messe) e, addirittura, nei SuperCantores (un gruppo ristretto, formato da dodici persone, che intonava i canti più difficili e solenni, nei momenti topici della funzione e che lo attorniava mentre lui suonava l’organo a canne). Quand non cantavo, ero adibito alla lettura della seconda lettura (di solito una delle lettere di San Paolo, oppure dei   Santi Apostoli Pietro, Giacomo, Giuda Taddeo o Giovanni Evangelista) per cui, nei giorni festivi, mi succedeva di presenziare a due e anche più Messe.

Eppure,nonostante questo mio agevole e variegato  inserimento, qualcosa non funzionò.

Ma di questo vorrei scrivere nella prossima puntata.

 

6. continua…

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Con l’esame di quinta elementare si chiuse quel primo ciclo di studi iniziato con quei segni sui quaderni dalla copertina nera, vergati col pennino intriso nell’inchiostro nero, proseguito con le tabelline imparate a memoria sino a quella del nove (erano riportate sull’ultima pagina di ogni mio quaderno, insieme a formulette geometriche e, qualche volta, a facili esercizi di aritmetica); e poi ancora, lungo le pagine di vecchi sussidiari e di antologie d’altri tempi, con le prime poesie mandate giù a memoria, quasi sempre tristi (L’albero a cui tendevi la pargoletta, incipit carducciano strafamoso; oppure quel verso finale di Pascoli: “urla e biancheggia il mar” tratto dalla poesia San Martino, chi non li ricorda?) e Garibaldi con le sue camicie rosse, molto più affascinanti di Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele II messi assieme!

Dell’esame ricordo vagamente una lieve emozione, un problema di matematica fatto di spese al mercato, di chili di frutta o di verdura, di pesi netti e tare, un’interrogazione sulle regioni d’Italia (odierne mangiasoldi , allora presenti soltanto sulle carte geografiche colorate, con i capoluoghi di regione e di provincia da mandar giù, anche quelli, a memoria) e sulle tre guerre d’indipendenza, preludio all’Unità d’Italia!

Quanti ricordi ormai lontani!!!

L’agognata bici (trasformata dalla mia cara mamma, oggi novantenne), con mio sommo rammarico, in un elegante abitino da Cresima (oggi capisco quanto fosse giusta la scelta di mia madre, ma allora ne soffrii così tanto da costituire uno dei motivi per cui, nel prosieguo, mi distaccai dalla frequenza in chiesa); i litigi all’uscita di scuola, a colpi di borsa e, talvolta, a is trumpas (una specie di lotta greco-romana in salsa sarda); i primi calzoni lunghi, le fughe al fiume, le interminabili estati a bighellonare per le campagne assolate; le prime ingenue e inconsapevoli ricerche del piacere fisico solitario che allora dava soltanto un piacevole solletico!

E infine la scelta della scuola media!

Io che seguivo i miei compagni che numerosi scelsero il Collegio dei Salesiani di Arborea, spinto con entusiasmo da mia mamma che sognava di fare di me un prete!

Ma questo fa già parte di un’altra storia!

5. continua…

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L’anno successivo, nel 1965, frequentavo la quinta elementare: finalmente l’agognato fiocco rosso, che segnava la fine delle Scuole Elementari.

Non so perchè, quell ‘anno fummo riportati alla scuola del vecchio Convento dei Cappuccini. La quarta Elementare l’avevo frequentata con la maestra Soro nel nuovo edificio di via Vitale Matta, ma per la quinta ci riportarono nelle vecchie scuole dove avevo già frequentato la prima e la terza elementare.

Forse il boom economico aveva fatto crescere oltre il prevedibile il numero degli scolari. In effetti ricordo che in quegli anni le famiglie erano composte da un minimo di quattro figli con punte che arrivavano sino a 18 figli.

I figli unici erano delle specie di extraterrestri, privilegiati perché potevano godere di tutte le attenzione dei genitori, ma nello stesso fragili, quasi frangibili, da proteggere come una razza esile, in via d’estinzione, mentre noi (io ero il sesto di undici figli), quelli delle famiglie numerose potevano andare allo sbaraglio, nelle strade, scalzi e nei fiumi, dove si imparava a nuotare per non affogare sotto la pressione dei compagni più grandi.

Mi ricordo che certe mattine marinavamo la scuola proprio per andare a nuotare, in una specie di torrente (sa cascadedda o su su sifoi, qualcosa del genere) non distante dal Convento dei Cappuccino che ospitava la nostra quinta.

I nostri genitori non erano certo d’accordo.

Un giorno il padre di Gigi, un proprietario terriero che possedeva terreni coltivabili anche in   quella zona, ci colse in flagranza di reato.

Intimò al figlio di prendere i suoi vestiti e, nudo come la mamma lo aveva fatto (allora non si indossava il costume da bagno, quantomeno non al fiume) lo ricondusse al Paese a suon di cinghiate, lui dietro e il povero Gigi davanti, attento non solo a scansare i violenti colpi del genitore, ma anche a non ferirsi i piedi nel sentiero che dal fiume riportava al Paese.

Così ritornammo a concentrarci di nuovo sul nostro sussidiario onde prepararci al meglio per il nostro esame finale.

Di quell’anno mi rimangono impressi certi quaderni finalmente colorati che sul retro riportavano le gesta degli eroi del Risorgimento italiano: Enrico Totti che lanciava la stampella contro gli Austriaci; Pietro Micca che saltava in aria con gli odiati nemici; Ciro Menotti che incitava  i suoi aguzzini, i quali gli avevano promesso di salvargli  La vita, a patto che divenisse una spia austriaca, a procedere verso il patibolo con la celebre frase “Tirem innanz”!

Il nostro nuovo precettore era  il maestro Lai. Di lui ho un ricordo vago ma positivo.

Mi ricordo che in classe eravamo in tanti; molti erano i ripetenti; ricordo certi giangalloni grandi e grossi; con noi erano solidali ed il bullismo, almeno a scuola,  era inesistente. Forse quei ragazzoni avevano bisogno di noi per i suggerimenti e ci rispettavano.

I ragazzi più grandi, maliziosamente, avevano inventato che siccome  aveva perennemente le mani in tasca, soprattutto quando passava in mezzo ai banchi,  il maestro doveva avere le tasche bucate, così da potersi strusciare con le mani nelle parti intime. E anzi, per rincarare la dose, a volte lanciavano accuse a voce alta contro l’imbranato di turno, dicendo. ” Signor maestro, Tizio si sta toccando!”

Ma secondo me erano tutte fantasie della nostra pruriginosa adolescenza!

4. continua…

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Nell’anno 1962, al mio paese, c’era stata l’alluvione. Il fiume Mannu (o forse un suo affluente) aveva esondato. La mia casa, che allora era fatta di mattoni crudi (su ladiri, o ladri, nell’idioma locale, in pratica dei mattoni crudi impastati con paglia, la cui manifattura è stata soppiantata dai mattoni cotti e dai blocchetti) venne giù, insieme a tutte le case del mio vicinato, costruite nel quartiere c.d. della Stazione, costruita a valle del fiume.

Ricordo ancora la notte che le acque del fiume invasero la parte bassa del paese: una fila interminabile di ombre, più che di persone, di ogni età, una dietro l’altra, si recavano in processione verso la parte alta del paese; la notte avremmo trovato rifugio nell’asilo comunale di via Renzo Cocco (magistrato e  illustre compaesano); io ero con mia madre, che aveva in braccio mio fratello Alessio e che forse era già incinta di Gioachino (con Pina sarebbero stati gli ultimi tre figli di una catena di undici anelli, nati nell’arco temporale di 22 anni); gli sfollati invocavano San Biagio (il santo patrono del paese), ma anche Santa Barbara e  San Giacomo (protettori, in coppia, delle genti sotto la tempesta) qualcun altro  sant’Isidoro; mia madre era devota della Madonna ed alle sue cure si affidava con fiducia e devozione anche in quell’occasione, come tante altre nella vita (comprese le ultime tre maternità, severamente sconsigliate dai medici ma da lei volute con assoluta convinzione).

Per alleviare le famiglie colpite dal disastro ambientale i bambini di seconda elementare furono avviati in una sorta di colonia invernale organizzata a Giorgino dalle ACLI. Fu lì che conobbi il maestro Aventino Serra.

Il maestro Serra ci voleva bene. Era un vecchio maestro, di quelli di una volta.

Quando ci dava i temi da svolgere (roba semplice, da bambini di seconda elementare) soleva premiare il migliore con una caramella di menta o d’anice. Erano delle caramelle strette e lunghe, avvolte in una carta verde e plasticata. Le ho riviste da poco, ma ovviamente non hanno lo stesso sapore di un tempo.

Il maestro Serra ci insegnava anche la bella grafia. Una volta mi portò in giro per le altre classi a mostrare come io vergassi la lettera “f”. Più che una “f”, la mia lettera minuscola della parola “fieno” pareva una vespa dal ventre gonfio; il maestro Aventino era così sorpreso dalla mostruosità di questa mia lettera che forse, portandomi in giro per le altre classi, voleva scoraggiare gli altri scolari dal commettere lo stesso abnorme errore. Forse. Non saprei dire neanche oggi. In qualche modo mi fece sentire  protagonista: nel bene o nel male non saprei davvero.

A Giorgino tornai ancora in vacanza due anni dopo.

Fu lì, a Giorgino, in quella seconda occasione estiva, che partecipai alla mia prima gara canora, cantando “Una rotonda sul mare” di Fred Buongusto.

Arrivai soltanto secondo. Mi scalzò dal podio più alto una tale che cantava “La pappa col pomodoro”, allora resa assai più celebre da uno sceneggiato televisivo in bianco e nero.

La passione per il canto mi è rimasta nel tempo.

Per la terza elementare noi sfollati ritornammo al paese.

Oltre al  fiocco giallo , in quell’anno ricordo un maestro siciliano assai severo.

Il maestro Camerini (che in realtà era un professore abilitato all’insegnamento nelle scuole medie) non amava che i ragazzi parlassero in dialetto sardo (oggi giustamente considerata alla stregua di una lingua). Con una bacchetta di legno, che fungeva anche da righello, picchiava sulle mani coloro che trasgredivano. Forse aveva paura che la parlata sarda fungesse da strumento di incomprensibili prese in giro a suo danno (dato che già molti lo canzonavano per la sua pronuncia, non propriamente toscana, per  cui  la risposta alla buffa domanda su  quanto ammontasse  l’addizione di “quaccio più quaccio”, seguiva un’altrettanto e buffa canzonatoria risposta di “occio!”

Era comunque un ottimo insegnante (pronuncia palermitana a parte). Infatti, tra le innumerevoli iniziative da ascriversi a suo merito, egli  contribuì ad avviare  la biblioteca comunale. Fu lì che presi i miei primi libri in prestito: Il piccolo Lord; Il principe e il povero; L’uomo invisibile; e tanti altri ancora che ora non ricordo.

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

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Alzi la mano chi non ricorda con gioia un suo ultimo giorno di scuola!!! Magari soltanto uno particolare, alle elementari, alle scuole medie oppure alle scuole superiori, che si chiudevano con il famigerato, temuto esame di maturità (oggi si chiama esame di stato, ma sempre quello è).

Come studente io ne ricordo diversi. Tutti sono ammantati da un velo di malinconia. In fondo a scuola ci stavo bene. I maestri (ma un anno ho avuto anche una maestra, in quarta elementare, si chiamava maestra Soro) mi volevano bene; in seconda media  ho cambiato tre  scuole; il mio anno si concluse in una scuola siciliana; il mio compagno di banco, un ragazzone di nome Armando figlio di emigrati  rientrati dall’Argentina, si sorprese nel vedere nei tabelloni, non tanto il suo nome tra i bocciati, quanto piuttosto il mio tra i promossi.

Ci avevano sistemato all’ultimo banco: io dalla Sardegna, lui dall’Argentina; in qualche modo eravamo entrambi di ritorno: io, figlio di un siciliano nostalgico, lui figlio di siciliani forse stanchi di parlare castigliano in quelle sterminate pampas americane.

A quel tempo recuperi e svantaggi non erano presi in considerazione. Chi seguiva bene, chi non seguiva veniva bocciato. Ma io ero troppo orgoglioso per farmi bocciare. Avevo le mie mosse segrete, i miei guizzi, le mie intuizioni, il mio spirito di sopravvivenza che mi guidava,  a scuola,  come fuori; per loro ero “u sardignolu” anche se portavo un cognome siciliano; e il mio accento ed il mio orgoglio erano palesemente sardi, pur se il mio DNA era avvolto anche in spire normanne, o forse arabe, o chissà, persino spagnole o napoletane. Non credo faccia molta differenza sul piano biologico.

Mi rendo conto di aver divagato, sulle ali della memoria; forse sto invecchiando.

Quest’anno sto per restituire il mio trentesimo registro del professore (più o meno; il conto preciso degli anni di insegnamento preferisco farlo in prossimità della pensione; traguardo che la riforma Fornero, sembra avere spostato irrimediabilmente in avanti; staremo a vedere).

Certamente rilevo una fondamentale differenza tra l’ultimo giorno di scuola da studente e quello da insegnante.

Nel primo caso, come dicevo, prevaleva la malinconia, lo smarrimento, la prospettiva dei giorni estivi, lunghi e solitari (ma perché da adolescenti non si capisce il grande valore del tempo? Naturalmente sto parlando solo per me); l’ultimo giorno di scuola da insegnante, insieme ad un senso di liberazione della fatica dell’orario di cattedra, fatto di spiegazioni ed interrogazioni che si susseguono in un turbine di eventi, ha anche il sapore degli scrutini e degli esami di maturità. E l’estate, adesso, dura troppo poco.

1. continua…

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