Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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