Archivio Luglio 2015

Vorrei poter sentire

quelle canzoni d’amore

che non si sentono mai

chiuse dentro ai cassetti

inespresse nei cuori incompresi

Vorrei palpitare

per quelle carezze

mai date e mai avute

per quei sospiri

che scuotono l’anima

come le onde

mai quiete del mare

Vorrei poter coprire la terra

come dal cielo quando pare avvolta

ed asciugare d’ogni angustia il pianto

ogni dolore e sofferenza.

Vorrei poter sentire

e sento

che Dio da qualche parte

ascolta e prende parte

a questo gran tormento

che ci ha regalato

con la vita.

i.s.b.

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Breve profilo storico dei sistemi elettorali con qualche particolare riferimento al Senato della Repubblica

La prima legge elettorale del dopoguerra (1948 – 1953) prevedeva una ripartizione dei seggi entro ciascuna regione in senso proporzionale: di fatto si trattava di un sistema uninominale proporzionale puro.

La prima legge elettorale del Senato (legge 6 febbraio 1948, n. 29) prevedeva infatti che il territorio di ogni Regione fosse diviso in tanti collegi uninominali quanti senatori le spettavano.

1953: La parentesi del premio di maggioranza (la c.d.legge truffa)

Nel 1953 l’allora presidente del Consiglio De Gasperi volle introdurre una riforma elettorale in senso maggioritario per ridurre l’instabilità dei Governi di coalizione quadripartita della prima legislatura e nel mese di marzo fu approvata quella che l’opposizione definì la legge truffa (n. 148 del 1953), che assegnava un premio di maggioranza, costituito dal 65 per cento dei seggi parlamentari, ai partiti apparentati che avessero superato il 50 per cento più uno dei voti validi. Alle elezioni del 7 giugno 1953 la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Democratico Italiano, il Partito Liberale e il Partito Repubblicano (in Sardegna anche il Partito Sardo d’Azione e in Trentino-Alto Adige anche la Südtiroler Volkspartei), tra loro apparentati, ottennero però solo il 49,8 per cento dei voti e quindi il premio di maggioranza non scattò. La legge venne abrogata l’anno successivo.

Dal 1954 al 1992. Il ritorno al proporzionale.

Le successive 9 tornate elettorali dal 25 maggio 1958 al 5 aprile 1992 si svolsero dunque con il sistema proporzionale già descritto.

Dopo le elezioni del 1992, su iniziativa di un comitato promotore guidato da Mario Segni, Augusto Barbera, Marco Pannella, Antonio Baslini  (cui si aggiunsero Franco Bassanini, Peppino Calderisi, Massimo Teodori, Mas- simo Severo Giannini ed altri) ci fu  una consultazione referendaria  sulla preferenza unica alla Camera, sulla legge elettorale del Senato e sull’ordinamento relativo ai Comuni. Per quanto riguarda l’elezione diretta del sindaco il Parlamento approvò la legge n. 81 del 1993, mentre il referendum abrogò la preferenza multipla alla Camera e la legge elettorale del Senato.

La riforma del 1993: il sistema misto a prevalenza maggioritaria (c.d. Mattarellum)

A seguito della consultazione referendaria furono approvate la leggi n. 276 e 277 del 1993, fondate su un sistema misto per l’elezione dei membri delle due Camere (soprannominato Mattarellum), che assegnava il 75 per cento dei seggi col metodo maggioritario e il 25 per cento dei seggi col metodo proporzionale.

Con il Mattarellum si svolsero tre elezioni, il 27 marzo 1994, il 21 aprile 1996 e il 13 maggio 2001.

Il sistema elettorale Mattarellum era veramente complicato e venne abbandonato nel 2005 per lasciare spazio a quello introdotto con la legge  21 dicembre 2005, n. 270 noto come il Porcellum.

Questa legge (che è stata emendata dalla Corte Costituzionale nel dicembre 2013, dando luogo al Consultellum) prevedeva un sistema elettorale di tipo proporzionale con l’eventuale attribuzione di un premio in ambito regionale, caratterizzato dai seguenti elementi:

• attribuzione dei seggi, in ogni Regione, con sistema proporzionale alle coalizioni di liste e alle liste che abbiano superato, in ambito regionale, le soglie di sbarramento previste dalla legge;

• attribuzione, nell’ambito di ciascuna Regione, di un “premio di coalizione regionale” alla coalizione di liste o alla lista più votata, qualora tale coalizione o lista non abbia già conseguito almeno il 55 per cento dei seggi assegnati alla Regione;

• fa eccezione la Regione Molise: per l’assegnazione dei due seggi ad essa spettanti a termini di Costituzione, non è prevista l’attribuzione di un premio di coalizione (D.Lgs. 533/1993, art. 17-bis);

• fanno altresì eccezione la Regione Valle d’Aosta, che è costituita in un unico collegio uninominale, e la Regione Trentino-Alto Adige, per la quale si prevede l’attribuzione di sei seggi con metodo maggioritario nell’ambito di altrettanti collegi uninominali e l’attribuzione del restante seggio con metodo del recupero proporzionale (D.Lgs. 533/1993, art.1, commi 3 e 4).

Come già detto questa legge è stata oggetto di una parziale abrogazione da parte della Corte Costituzionale.

Il 4 dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato infatti  l’incostituzionalità di alcune parti del Porcellum, formalmente annullate il 16 gennaio 2014. Le parti annullate riguardano l’assegnazione dei premi di maggioranza, poiché indipendenti dal raggiungimento di una soglia minima di voti alle liste (o coalizioni), e l’impossibilità per l’elettore di dare una preferenza. Nello specifico della sentenza, “la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.

Il Consultellum cos’è, ovvero ciò che rimane del Porcellum…

Ne risulta, appunto, quello che oggi, sottraendo al Porcellum le parti cassate, viene definito, nella pubblicistica attuale, il Consultellum e cioè un sistema proporzionale semi-puro, paradossalmente molto simile a quello della I Repubblica, dato che – una volta cassato il premio (davvero abnorme) di maggioranza che il Porcellum attribuiva alla prima lista o liste sia alla Camera che al Senato, su base regionale, e una volta introdotta una o più (dovrebbe deciderlo il legislatore) preferenze, anche se l’indicazione di massima della Consulta pare optare per la preferenza unica – rimane in piedi un sistema che, sia pure all’interno del ginepraio di diverse e complesse soglie di sbarramento presenti nel Porcellum (e non toccate dalla Consulta) che resterebbero tali, per la Camera come per il Senato, è un proporzionale semi-puro, sia pure, appunto, con soglie di sbarramento molto più alte di quelle previste nel sistema proporzionale della Prima Repubblica. Un eterno gioco dell’Oca, dunque, quello che appena visto e che, attraverso ben quattro leggi elettorali diverse approvate e modificate in pochi anni, ci riporterebbe, con il Consultellum, ove l’Italicum non trovasse una sua definitiva e finale approvazione, ai tempi della Prima  Repubblica in cui si votava, appunto, con il proporzionale…

P.S. Nel frattempo la nuova legge elettorale per l’elezione della Camera dei Deputati è stata approvata. Ma resta ancora da approvare la complessa riforma del Senato; si tratta di una riforma di rango costituzionale e che quindi segue un iter legislativo assai più complesso di quello che è stato necessario seguire per l’Italicum. Ovviamente il lettore arguisce da sé che qualora la riforma del Senato non andasse in porto, in Italia, alle prossime elezioni politiche (previste per il 2018) si voterebbe con l’Italicum per il rinnovo della Camera e con il Consultellum per il rinnovo del Senato. Non oso immaginare il pasticcio che ne verrebbe fuori e le discrasie inevitabili tra le composizioni dei due rami del Parlamento. Chi vivrà, vedrà!

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Premessa

Lo studente ricorderà che il Senato durante il Regno d’Italia (1861-1946) non aveva carattere elettivo e i senatori venivano scelti dal Sovrano.

Dal 1948, cioè dalla entrata in vigore della  Costituzione Italiana, è stato previsto che il Senato della Repubblica sia elettivo.

L’elezione avviene su  base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero. Il numero dei senatori, eletti tra i cittadini italiani che abbiano compiuto i 40 anni d’età, è di 315.

Di questi,   309 sono eletti nelle 20 regioni italiane, mentre 6 sono eletti nella circoscrizione Estero.

Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a 7, eccetto il Molise che ne ha due e la Valle d’Aosta uno (art.57).

La carica di senatore è elettiva e termina con la fine della legislatura, tuttavia fanno parte del Senato anche alcuni senatori a vita e senatori di diritto e a vita, in numero variabile (attualmente quattro nominati e due di diritto: Mario Monti, Renzo Piano, Elena Cattaneo e Carlo Rubbia più i due ex Presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi ).

Per l’articolo 57 della Costituzione, il Senato della Repubblica è eletto su base regionale; per l’articolo 58 i senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età. Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.

I seggi vengono divisi tra le regioni in base alla popolazione corrispondente risultante dall’ultimo censimento generale, prevedendo che alla Valle d’Aosta spetti 1 senatore, al Molise 2, e a ciascuna delle restanti regioni un numero non inferiore a 7. Per la Circoscrizione Estero (nella quale sono iscritti i cittadini residenti all’estero) sono riservati 6 seggi.

1. continua…

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La nuova legge elettorale per la Camera dei Deputati

Rappresentanza o governabilità?

Approvata il 4 maggio 2015 in via definitiva la nuova legge elettorale, il c.d. Italicum.

Sarà applicata a partire dalle elezioni successive al 1° luglio 2016 e riguarda l’elezione della sola Camera dei Deputati.

Le principali caratteristiche del nuovo sistema sono:

-         il territorio nazionale viene suddiviso in 20 circoscrizioni regionali, ciascuna delle quali a sua volta è suddivisa in collegi plurinominali per un totale di 100 collegi; il numero dei seggi assegnati da ogni collegio varierà tra un minimo di 3 seggi ed un massimo di 9 seggi;

-       in ogni circoscrizione concorrono più liste di candidati. In ciascuna lista i candidati saranno presentati in ordine alternato in base al sesso, e i capilista dello stesso sesso non possono eccedere il 60% del totale in ogni circoscrizione;

-        ciascun elettore, oltre al voto alla lista, potrà esprimere due preferenze (una maschile e una femminile) tra i candidati presentati dalla lista all’interno del proprio collegio;

-        nel caso in cui la lista che ha conseguito la maggioranza delle preferenze non raggiunga il 40% dei voti, si procede ad un secondo turno di ballottaggio tra le due liste che hanno ottenuto il maggior numero di voti validi;

-         l’attribuzione dei seggi si svolge su base nazionale e proporzionale, con una soglia di sbarramento al 3% e un premio di maggioranza alla lista vincitrice, che in ogni caso non potrà avere più di di 340 seggi (pari al 54% del totale);

-        la legge elettorale riguarda la sola Camera dei Deputati, in previsione dell’approvazione della riforma Costituzionale che dispone il superamento dell’attuale sistema di bicameralismo perfetto e la permanenza di un’unica camera elettiva;

-         grazie alla nuova legge elettorale, potranno finalmente votare anche i cittadini temporaneamente residenti all’estero per ragioni di cure mediche, lavoro o studio (ad esempio gli studenti in Erasmus) per un periodo di almeno tre mesi.

 

Italicum: pro e contro della nuova legge elettorale

Si è discusso tantissimo dell’Italicum e dei suoi mille limiti, va però detto che, rispetto al Porcellum, si tratta di un consistente passo avanti. Innanzitutto perché, con il premio di maggioranza e il doppio turno, si ha la certezza di chi sarà il vincitore. Non saranno più possibili cambi di schema dell’ultimo minuto come avvenuto nel 2013, dal momento che la lista che vince ha la maggioranza. Certo, quella lista si può sempre spaccare e far venire meno la maggioranza assoluta, a quel punto torna in campo il meccanismo parlamentare della nostra Repubblica e nulla impedisce che risorgano le larghe intese, che questa avvenga, però, è sicuramente più difficile. Se vince una lista di sinistra, governa; se vince una lista di destra, idem. Lo schema insomma sarà molto più chiaro.

Altro problema è quello delle preferenze, che ci sono, ma vengono dopo i capilista bloccati. Una scelta che fa storcere il naso, ma che è comunque un passo avanti rispetto alla lista interamente bloccata che c’era nel Porcellum.

Si sarebbe potuto optare per i collegi uninominali (ogni partito candida un suo uomo in piccoli collegi, chi arriva primo va in Parlamento e ha la responsabilità di essere il rappresentante di una porzione di territorio che lo ha eletto), ma purtroppo la cosa non è davvero mai entrata nella discussione.

Il difetto principale è quello delle candidature plurime: i capilista potranno candidarsi fino in dieci collegi. Una stortura a cui siamo abituati ma che è il “male necessario” per salvaguardare i partiti più piccoli. Se il leader di partito sbagliasse collegio in cui candidarsi rischierebbe di restare fuori dal Parlamento. Niente di male dal punto di vista democratico, ma è una sorta di psicodramma per i leader dei partitini.

C’è poi il nodo dell’affluenza. Come si è fatto notare, oggi come oggi andrebbe al voto realisticamente il 60% degli italiani. Nel caso di un secondo turno, si parla del 40%. La lista che governerà, quindi, potrebbe essere stata eletto dal 20% circa del corpo elettorale. Ma un discorso simile può valere per ogni legge elettorale che vuole garantire la governabilità attraverso un premio di maggioranza.

Nel complesso, una legge elettorale con alcuni limiti e difetti; ma che  rappresenta sicuramente un passo avanti che andava fatto rispetto al Porcellum, che negli ultimi dieci anni ha garantito solo ingovernabilità, un Senato eletto in con risultati a rischio disomogeneità, rispetto alla Camera e le grandi intese fatte nelle stanze del potere e senza che i cittadini godessero della necessaria trasparenza.

3. continua…

 

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Isaia

Cap.- 10

vv 5-19

“Assiria, verga del mio furore,

ti mando contro una nazione indegna

per distruggerla!” E quando il Signore

avrà terminato contro chi regna

su Gerusalemme e Siòn, sarà

il tuo turno a ritrovarti l’insegna

sporca nel fango! Infatti Dio ha

detto: ” Con la forza della mia mano

ho agito con la sapienza che dà

la mia intelligenza. Ogni sovrano

ho deposto, saccheggiando tesori

e spostando confini! Un insano

morbo manderò contro gli invasori,

la luce d’ Israele diverrà

un fuoco, divorando tra i bagliori

ogni cosa, e quel che resterà,

d’alberi e rovi, potrà enumerarlo

persino un bimbo con facilità!

Questo farò per voi e vorrò farlo.

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Breve profilo storico

 

 

La legislazione elettorale del Regno di Sardegna, che caratterizzò – con alcune limitate modifiche il primo ventennio dell’Italia unita – fu definita quasi contestualmente all’emanazione dello Statuto albertino (4 marzo 1848), con il Regio editto sulla legge elettorale 17 marzo 1848, n. 680.

 

La normativa elettorale del 1848 era sostanzialmente censitaria e riservava il diritto di voto ai soli cittadini di sesso maschile di età superiore ai 25 anni che possedessero il requisito dell’alfabetismo e pagassero un’imposta diretta complessiva (censo) di almeno 20 lire per i residenti del continente. Per gli elettori residenti in Sardegna e per alcune categorie (artigiani, industriali, commercianti) il requisito del censo era sostituito da forme di accertamento induttivo della ricchezza, basati sul valore locativo dei beni immobili da essi posseduti.

 

Si derogava al requisito del censo per nove categorie di elettori (magistrati, notai,  professori delle università e delle scuole regie e provinciali, ufficiali e liberi professionisti) ammessi nelle liste elettorali sulla base di un criterio di capacità intellettuale.

 

 

Il sistema durò sino al 1882, esteso e adeguato alle porzioni di territorio che il Regno di Sardegna, trasformandosi in Regno d’Italia, andava via, via acquisendo negli anni 1859-1861.

 

 

 

Al termine di un complesso iter parlamentare il sistema elettorale del Regno d’Italia fu interessato da una complessiva riforma, con la legge 22 gennaio 1882, n. 593, relativa soprattutto ai requisiti per l’elettorato attivo, la legge 7 maggio 1882, n. 725, relativa all’introduzione dello scrutinio di lista, ed e il r.d 13 giugno 1882, n. 796, che ridefinì la mappa dei collegi.

La nuova normativa fu poi trasfusa nel Testo unico approvato con r.d. 24 settembre 1882, n. 999.

La riforma elettorale del 1882, strettamente connessa al passaggio del timone del paese dalla Destra alla Sinistra storica, realizzò diverse importanti innovazioni.

 

Sul piano del diritto all’elettorato attivo, il limite di età previsto dalla previgente legislazione fu abbassato da 25 a 21, mentre fu mantenuto il requisito dell’alfabetismo. Il criterio del censo non costituì più il titolo principale per l’elettorato attivo, perché questo fu concesso, indipendentemente dal censo, a tutti gli alfabeti che avessero superato le prove del corso elementare obbligatorio (o equivalenti), o fossero in possesso del titolo di studio superiore, agli impiegati pubblici (tranne gli uscieri e gli operai), a coloro che avessero tenuto per un anno l’ufficio di consigliere comunale o provinciale, di giudice conciliatore, di presidente o direttore di società commerciali, agli ufficiali e sottufficiali in servizio o in congedo. In tal modo, la platea degli elettori crebbe da 621.896 a 2.049.461.

 

In base alla nuova normativa il Regno fu diviso, accorpando i collegi esistenti, in 135 collegi plurinominali, che eleggevano 508 deputati.

 

 

 

Già nel corso degli anni ’80 del XIX secolo furono discussi diversi progetti per l’abolizione dello scrutinio di lista, criticato da più parti per non aver realizzato una reale dinamica competitiva tra partiti.

 

Con la legge 5 maggio 1891, n. 210, fu, dunque, stabilito il ritorno al collegio uninominale, aprendo la strada ad una nuova tabella dei collegi (approvata con r.d. 14 giugno 1891, n. 280).

 

Un anno dopo, la legge 28 giugno 1892, n. 315, modificò le norme sul ballottaggio, stabilendo che fosse eletto al primo turno il candidato che avesse ottenuto più di 1/6 dei voti degli elettori del collegio ed almeno la metà dei suffragi validamente espressi (al netto delle schede nulle).

 

Con la riforma del 1891-1892, la legislazione elettorale dell’età liberale trovò la sua sistemazione definitiva, grazie anche alla sedimentazione dei dibattiti politici ed accademici degli anni precedenti, nel senso dell’affermazione di un sistema uninominale maggioritario a doppio turno, sulla linea di quello costruito già all’avvio del regime rappresentativo nel 1848.

 

Con l’attivarsi, all’inizio del Novecento, di più complesse dinamiche politiche negli anni della prima evoluzione industriale dell’Italia, maturò nella classe dirigente liberale la scelta di intervenire nuovamente sul sistema elettorale.

 

Anche se con la riforma elettorale del 1913 non viene superato del tutto l’ostacolo del censo per il riconoscimento dell’elettorato attivo, furono introdotte non di meno  importanti novità come il  rimborso spese e l’indennità per i deputati, formalmente esclusa dallo Statuto albertino.

 

Fu invece rinviata, con l’approvazione di un ordine del giorno nel dibattito del 2 maggio 1912, la discussione sull’introduzione del suffragio femminile.

 

 

 

Preparata da una intensa discussione parlamentare, la legge 15 agosto 1919, n. 1401, successivamente rifluita nel Testo unico 2 settembre 1919, n. 1495, introdusse il sistema proporzionale nella legislazione elettorale italiana, dopo che la legge 16 dicembre 1918, n. 1495, aveva introdotto il suffragio universale maschile, dichiarando elettori tutti i cittadini maschi di almeno 21 anni di età.

 

La riforma elettorale proporzionale, affermatasi con larga maggioranza sia alla Camera che al Senato, corrispondeva ad una profonda evoluzione del quadro politico, con l’ormai avvenuta affermazione dei grandi partiti di massa (socialisti e cattolici) all’indomani della Prima guerra mondiale.

 

In base alla nuova legge elettorale, l’elettore era chiamato ad esprimere la propria preferenza di lista su schede a stampa obbligatorie che riportavano i contrassegni dei partiti, presentate, in ogni collegio da un numero di elettori variabile tra i 300 ed i 500.

 

L’elettore poteva esprimere da uno a quattro voti di preferenza per i candidati della lista votata .

 

Ai fini della formazione della rappresentanza, il territorio del Regno d’Italia fu diviso (r.d. 10 settembre 1919, n. 1576) in 54 collegi.

 

 

Dopo aver ripartito i seggi spettanti a ciascuna lista nell’ambito del collegio, i seggi venivano assegnati, nell’ambito delle liste, ai candidati che avevano la cifra individuale più alta, risultante dalla somma dei voti di lista con i voti di preferenza.

 

La nuova legge elettorale proporzionale fu applicata per la prima volta nelle consultazioni elettorali del 16 novembre 1919, che segnarono il ridimensionamento delle forze politiche di area liberale e l’affermazione del Partito socialista e del Partito popolare.

 

Strettamente connessa alla nuova legislazione elettorale fu una profonda modifica del Regolamento della Camera (1920-1922), con la previsione dei gruppi parlamentari e del sistema delle commissioni permanenti, composte di membri designati proporzionalmente dei gruppi, che, all’interno del processo legislativo, sostituì il vecchio sistema degli uffici.

 

 

All’indomani della marcia su Roma, fu varata una profonda revisione della legislazione elettorale, sfruttando le persistenti divisioni tra i partiti proporzionalisti ed i nostalgici del collegio uninominale. Al termine di un complesso iter parlamentare si giunse così all’approvazione della c.d. “legge Acerbo” (legge 18 dicembre 1923, n. 2444), in seguito rifluita nel Testo Unico 13 dicembre 1923, n. 2694. La nuova legge elettorale conteneva due importanti innovazioni rispetto alla legge elettorale proporzionale in vigore dal 1919: la creazione di un collegio unico nazionale, diviso in sei circoscrizioni, e, soprattutto, l’attribuzione alla lista vincitrice di un di un assai cospicuo premio di maggioranza.

 

La nuova legge prevedeva in sostanza l’adozione del sistema maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale.

 

 

Tra le innovazioni più rilevanti della legislazione elettorale del 1923 si segnala l’abbassamento dell’età per l’elettorato passivo alla Camera da 30 a 25 anni.

 

La “legge Acerbo” fu applicata nella sola tornata elettorale del 6 aprile del 1924, che segnarono la decisiva affermazione delle liste del Partito Fascista (64,9% dei voti), grazie anche alla confluenza nella Lista Nazionale (c.d. “Listone”) promossa da Mussolini, di esponenti della Destra liberale e cattolica, ed alla incapacità delle altre forze politiche a costruire un cartello elettorale alternativo.

 

 

 

 

 

 

Pochi mesi dopo le elezioni del 1924, fu promossa una nuova riforma elettorale, con la legge 15 febbraio 1925, n. 122, poi recepita nel Testo unico 17 gennaio 1926, n. 118, che reintrodusse il collegio uninominale.

 

La riforma elettorale non ebbe però applicazione perché, con il consolidarsi del regime fascista, maturarono altri modelli di rappresentanza, che, ormai, escludevano una reale competizione tra partiti contrapposti. Con la legge 17 maggio 1928 n. 1029 ed il Testo Unico 2 settembre 1928, n. 1993, fu dunque introdotto un nuovo sistema elettorale di tipo plebiscitario, come già allora lo si definì.

 

 

Con legge 19 gennaio 1939 n. 129, il Fascismo abbandonò del tutto il principio dell’elettività dei membri della Camera, sostituendo alla Camera la Camera dei fasci e delle corporazioni, composta da membri di diritto, in quanto titolari di cariche nel partito o in enti statali o corporativi, che decadevano allo spirare della carica rivestita.

 

 

 

  • Nella fase della transizione costituzionale, fu istituita un’assemblea provvisoria, in attesa della possibilità di indire regolari elezioni politiche: la Consulta nazionale.
    Il decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, n. 146, assegnava alla Consulta il compito di formulare pareri su questioni generali e sui provvedimenti legislativi del governo, che era obbligato a sentire il parere della Consulta su alcune materie quali bilancio, imposte e leggi elettorali.
    La composizione della Consulta fu stabilita con decreto legislativo luogotenenziale 30 aprile 1945, n.168. I consultori, inizialmente nel numero di 304, non erano elettivi ed erano espressivi dei partiti del CLN, di organizzazioni sindacali e professionali, della classe politica prefascista

 

 

Le elezioni dell’Assemblea costituente si svolsero a suffragio universale, dopo che, con decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23, fu concesso il voto alle donne. Il decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74, stabilì che le elezioni avvenissero sulla base di un sistema proporzionale, fondato su collegi plurinominali a liste concorrenti.

 

 

  • Proporzionale (1946-1993)

 

  • Il sistema elettorale che caratterizzò buona parte della storia repubblicana fu stabilito, per la Camera, con la legge 7 ottobre 1947, n. 1058, che introdusse un sistema elettorale proporzionale (giocato su circoscrizioni plurinominali concepite come sezioni del Collegio unico nazionale) a liste concorrenti, con la possibilità di esprimere tre o quattro preferenze, secondo l’ampiezza dei collegi. La Camera dei deputati fu eletta in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila.

 

 

 

 

 

Dopo un primo referendum per la riduzione delle preferenze esprimibili per l’elezione dei deputati e la possibilità di esprimere la preferenza con indicazione del numero di lista, svoltosi con esito positivo il 9 giugno 1991, il 18 aprile 1993 si svolse, con esito positivo, il referendum per l’abrogazione di alcune disposizioni della legge elettorale del Senato (legge n. 29 del 1948 e successive modificazioni) per sopprimere la norma che prevedeva l’elezione nel collegio uninominale solo previo conseguimento di un elevato quorum del 65% dei voti, determinandosi altrimenti la ripartizione dei voti su base proporzionale. Il risultato della consultazione referendaria indusse il Parlamento all’approvazione della legge 4 agosto 1993, n. 276 (relativa al Senato) e della legge 4 agosto 1993, n. 277 (relativa alla Camera), che introducevano sia per il Senato sia per la Camera, un sistema elettorale misto.

 

Il sistema era caratterizzato dall’elezione di tre quarti dei deputati e tre quarti dei senatori con sistema maggioritario a turno unico nell’ambito di collegi uninominali. I restanti seggi venivano attribuiti con il sistema proporzionale: alla Camera ripartendoli, nelle 26 circoscrizioni, tra le liste concorrenti che avessero superato la soglia del 4 per cento dei voti in ambito nazionale; al Senato, ripartendoli tra gruppi di candidati in proporzione ai voti conseguiti nei collegi di ciascuna regione dai candidati non eletti.

 

In particolare, con la legge 4 agosto 1993, n. 277, le norme per l’elezione della Camera dei deputati furono fortemente modificate introducendo un sistema misto in luogo di quello interamente proporzionale fino ad allora in vigore. La nuova disciplina portava ad eleggere 475 deputati con il sistema maggioritario in altrettanti collegi uninominali; 155 erano invece eletti con il sistema proporzionale, ripartendoli cioè in proporzione ai voti ottenuti dalle liste concorrenti presentate nelle 26 circoscrizioni.

 

Per la parte maggioritaria in ciascun collegio era senz’altro proclamato eletto il candidato nel collegio che aveva ottenuto il maggior numero dei voti.

Tecnicamente assai complessa era invece l’attribuzione dei 155 seggi per la quota proporzionale. La distribuzione dei seggi fra le liste avveniva a livello nazionale, in base alla somma dei voti ottenuti nelle circoscrizioni. Stabilito il numero dei seggi che spettavano alle diverse liste, l’accertamento dei candidati di ciascuna lista che risultavano eletti avveniva nelle circoscrizioni. Non tutte le liste erano ammesse alla ripartizione proporzionale, ma solo quelle che avevano ottenuto nell’intero territorio nazionale almeno il 4% dei voti validi (così detta “clausola di sbarramento”).

 

Due leggi di revisione costituzionale (17 gennaio 2000, n. 1, e 23 gennaio 2001, n. 1) hanno in seguito attribuito ai cittadini italiani residenti all’estero il diritto di eleggere, nell’ambito di una circoscrizione Estero, sei senatori e dodici deputati. Essendo rimasto invariato il numero complessivo dei componenti le due Camere, il numero dei seggi da distribuire nelle circoscrizioni nazionali – detratti quelli da assegnare nella circoscrizione Estero – si è quindi ridotto a 618 per la Camera ed a 309 per il Senato. La legge 27 dicembre 2001, n. 459, ha attuato la previsione costituzionale disciplinando l’esercizio del voto (per corrispondenza) e l’attribuzione (con sistema proporzionale) dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

 

 

La legge 21 dicembre 2005, n. 270 ha introdotto un sistema per l’elezione della Camera dei deputati di tipo interamente proporzionale, con l’eventuale attribuzione di un premio di maggioranza in ambito nazionale, che sostituisce il sistema misto precedentemente in vigore.

617 deputati sono eletti nel territorio nazionale in proporzione ai voti ottenuti dalle liste concorrenti presentate nelle 26 circoscrizioni; un deputato viene eletto con metodo maggioritario nel collegio uninominale della Valle d’Aosta; i restanti 12 deputati sono eletti nella circoscrizione Estero secondo le modalità stabilite dalla legge 27 dicembre 2001, n. 459, e dal relativo regolamento di attuazione (D.P.R. n. 104 del 2003).

I seggi erano ripartiti proporzionalmente in ambito nazionale tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento previste dalla legge. Sono ammesse alle ripartizione dei seggi soltanto le coalizioni che abbiano raggiunto almeno il 10% del totale dei voti validi e, al loro interno, le liste che abbiano ottenuto il 2% dei voti, le liste rappresentative di minoranze linguistiche con almeno il 20% dei voti della circoscrizione e la lista che abbia conquistato più voti tra quelle che non hanno conseguito il 2% dei voti. Partecipano inoltre alla ripartizione dei seggi le liste che non fanno parte di alcuna coalizione, a condizione che abbiano avuto almeno il 4% dei voti a livello nazionale.

Alla coalizione di liste (o alla lista non coalizzata) più votata, qualora non abbia già conseguito almeno 340 seggi, veniva attribuito un premio di maggioranza tale da farle raggiungere il numero di seggi in questione.

(2) continua…

 

 

 

 

 

 

 

 

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