Archivio Febbraio 2015

‘Amerai il tuo prossimo e odierai chi è

Tuo nemico’; ma io vi dico: amate

I vostri nemici e pregate per

Chi vi perseguiterà, perché siate

I figli del Padre Vostro Celeste

Che col sole le cose ha illuminate

Sulle teste malvagie e sulle teste

Dei buoni e fa piovere sugli ingiusti

E sui giusti! Quale merito avreste

Infatti voi ad ammirar gli augusti,

che a volta lor vi fanno belli e sani?

Provatevi a lodare gli invenusti!

Se fate come fanno i pubblicani,

che ossequiano i parenti diretti

soltanto, il vanto qual è? I pagani

fan lo stesso! Siate dunque perfetti

com’è perfetto il Padre mio celeste!

Queste son parole incluse tra i detti

che leggonsi nei giorni delle feste!

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 Dal Capitolo 5  del Vangelo di Luca

VV 27-32

Vocazione di Matteo Levi

 

-         “ Perché mangia e beve con pubblicani

E peccatori?”  – chiese un Fariseo

Ai discepoli di Gesù, chè  strani

Commensali, pel costume giudeo,

s’erano adunati insieme a mangiare

un giorno a casa di Levi Matteo!

Al mattino Gesù, a passeggiare

Di buon’ora era uscito lungo il lago!

Era il Maestro intento ad insegnare

A una gran  folla di seguaci! – “ Pago

Sei già, Levi, di tributi e gabelle,

quindi seguimi, figlio di Alfeo!”- Sago

fu nella scelta e svelto! Così quelle

schiere di seguaci, come già detto,

si ritrovarono a casa sua! Nelle

more del pranzo, il finto prediletto,

pose ai discenti il predetto quesito.

Così, Gesù, avendolo percetto,

rispose: – “ Non colui che è già guarito

abbisogna di medico e di cure!”-

Disse ancora, rivolto al redarguito

Gesù: – “ Non pei giusti son le premure

Mie, ma sono qui per i peccatori!”-

Ma orienti il  lettore le sue letture

ai testi originali assai migliori.

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Ho letto l’interessante libro di Augias e Vannini  che dà il titolo al presente post, edito recentemente  da Rizzoli.

La sua interessante lettura mi ha riportato indietro nel tempo ai miei studi di filosofia, antropologia e storia delle religioni, condotti  invero da appassionato autodidatta, con particolare riferimento su autori come Sant’Agostino, B. Pascal,  E. Fromm, L. Feurbach, J.J. Bachofen e tanti altri illustri studiosi. Nel libro dei due autori italiani ne vengono citati anche altri e più di quanti  non abbia avuto la fortuna di studiare; ma, ripeto, iosono soltanto un autodidatta che ha studiato in maniera disorganica, spinto dalla passione e dalla ricerca della Verità.

Devo confessare che  in materia di fede io mi accontento delle verità semplici, non solo perchè sento mie certe rivelazioni della Bibbia e del Nuovo Testamento in particolare, ma soprattutto perchè le vivo nel mio animo come gioiose e vere.

Ciò non mi ha impedito pur tuttavia di trovare affascinanti certi passaggi del libro; per esempio laddove si rinvengono nelle dee madri, in Artemide, in Era e in altre figure della mitologia mediterranea, le antesignane di Maria, la Madre di Gesù, da noi venerata come Vergine e Santa. Oppure quando i due coautori ripercorrono l’evoluzione della figura materna di Maria, dalle origini ai nostri giorni, all’interno di un percorso le cui tappe sono i concilii di Nicea e di Efeso, congiuntamente alle Encicliche di vari Papi ed altri fondamentali scritti teologici.

Insomma una lettura che non offende i sentimenti di devozione che albergano nei cuori dei Cristiani,  anche se non sfugge che dietro i toni garbati di Augias e le  dotte esposizioni di Vannini si celano da un lato, l’incredulità del laico inveterato e dall’altro,  la scettica riserva mentale di chi è convinto di essere troppo colto per credere in ciò che credono le anime semplici dei devoti che Maria ha saputo attrarre in tutto il mondo, cattolico e non cattolico, tra i cristiani e i seguaci di tante altre religioni nel mondo intero.

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Dal Vangelo secondo Marco

Capitolo 1  VV 40-fine

Gesù guarisce un lebbroso

 

Allora venne a Gesù un lebbroso

-         “ Se vuoi puoi guarirmi, Rabbì” – diceva

supplicandoLo chino e lacrimoso!

Con pietà Gesù la mano tendeva

E toccatolo gli disse: “Lo voglio!

Guarisci!” Il tono non ammetteva

Né niuna replica  nè niuno scoglio.

La lebbra scomparve ed egli guarì!

Lo rimandò ammonendo : “Ti  invoglio

  

A non  parlar di questa storia qui!

Dal sacerdote presentati.  Và

e offri ciò che Mosè stabilì,

 

a ricordo della tua libertà!”

Ma quegli cominciò a proclamare

A quanti incontrava  la verità,

al punto che non riusciva ad entrare

in alcuna città e se ne stava

in luoghi deserti per aspettare

la folla che d’affluir non cessava!

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Tutti coloro che hanno figli, prima o poi, si trovano in fila per i colloqui con i professori. Non è un bel vivere, si sa, ai colloqui. Per tale motivo, a volte, si intavolano dei discorsi cogli altri genitori.

Agli ultimi recenti colloqui, nella scuola di mia figlia, mentre ero in attesa, ho preso a discutere con una mamma che si trovava in fila insieme a me.

All’inizio il nostro dialogo si è nutrito  delle solite frasi fatte: “Ma come sono difficili questi nostri giovani!”, “Il mondo attuale è pieno di trappole e di pericoli!”, “Credono di essere grandi, ma sono ancora bambini!”,  ” E’ un’età veramente difficile!”e così via banalizzando.

Dopo un po’ ho chiesto alla signora: – “Ma perchè le fonti non ci hanno tramandato alcuna testimonianza della difficile e problematica età adolescenziale?”

la signora mi ha risposto: ” In effetti mi pare di poter dire che nei tempi andati l’autorità degli adulti surclassasse in blocco ogni questione della complessa tematica adolescenziale…”

- ” O magari”- ho interloquito – “il periodo adolescenziale veniva assorbito nella precocità di un’età adulta prematura! Sto pensando” – ho chiosato” – “all’età romana, quando i futuri legionari si arruolavano a 15 anni, le donne andavano in ispose subito dopo la  pubertà e più in generale si lasciava la casa paterna appena si poteva.”

- ” Eh, già!” – ha esclamato la signora, convenendo – ” I nostri giovani, prima dei trent’anni, mica se ne vanno da casa!”

- ” Se mi permette, signora” – ho poi aggiunto – ” vorrei aggiungere qualcosa che forse non c’entra niente… mi è venuta in mente mentre parlavamo…

- ” Dica pure” – ha acconsentito la genitrice incuriosita.

- ” Nei tempi andati, siano essi quelli di ambientazione greco-romana, oppure  quelli della Bibbia o degli altri mondi a noi più lontani, solo i bambini più forti sopravvivevano alla forte mortalità infantile; mentre oggi, per fortuna, il progresso in campo medico e scientifico ha consentito alla nostra società di fare sopravvivere anche le creature più deboli; è logico quindi che la soglia di resistenza degli esseri umani si sia piegata verso il basso, evidenziando le fragilità emotive e fisiche in quella  maniera che tanto ci sgomente e ci affligge…

La signora ha annuito.

Ripensandoci non sono però sicuro di avere pensato un cosa giusta.

Resta comunque la domanda: ” Ma perchè il problema del periodo adolescenziale, con le sue tremende e complesse problematiche si è sviluppato e dibattuto soltanto adesso?”

Che sia un altro regalo della tanto osannata rivoluzione del ’68?

 

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Nelle foibe del Carso

Se trovate in quei burroni profondi

Che in vita chiamavo foibe,

uno scheletro legato con il fil di ferro

 ad un altro scheletro,

 legato ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello son’ io.

Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

 in quei recessi contorti

che si  chiamano foibe.

Avvolgetemi, ve ne prego,

 in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.

Non odio nessuno e  perdono tutti.

Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

                                                           Cagliari 10 febbraio 2005

http://www.vitobiolchini.it/2013/02/08/le-foibe-le-strumentalizzazioni-della-destra-una-riflessione-di-magris-lunedi-11-a-cagliari-una-iniziativa-dellanpi/

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Ritorno degli Apostoli

VV 30-33 del Capitolo 6

del Vangelo secondo Marco

 

I discepoli s’adunano intorno

A Gesù e Gli riferiscon tutto

Ciò che aveano fatto, giorno per giorno,

e degli insegnamenti il loro frutto.

Gesù gli dice: – “ Venite in disparte,

mangiate e riposate, soprattutto!”

Erano in molti, infatti, da ogni parte,

a giungere e non avevano neanche

 tempo per mangiare. In barca, ad arte,

scelsero un posto ove le menti stanche

riposare, ma furono veduti,

e tanti  la loro direzione anche

poterono intuire e preceduti

furono via terra da ogni nazione!

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Gli avvocati di una volta, utilizzavano,  nell’ambito dell’insegnamento da trasmettere ai praticanti che frequentavano il loro studio per avviarsi alla nobile professione forense (un tempo era tale; oggi non saprei dire se lo sia ancora;), tutta una serie di proverbi, brocardi, adagi e motti professionali tra i quali ricordo quello che dà il titolo al presente post “Nemico in fuga, ponti d’oro”.

Suggerisco ai giovani avvocati di non sottovalutare nè la portata, nè il significato di questo adagio.

Esso si ispira alla tradizione bellica degli antichi condottieri  Romani e, intuitivamente, vuole mettere in evidenza l’opportunità di concedere all’avversario un’agevole via di fuga agli avversari che decidano di ritirarsi dal campo di battaglia, senza più colpo ferire.

Nel cosrso della mia carriera di avvocato ho avuto modo di constatare quanto l’antico brocardo dei nostri bellicosi (e saggi) antenati, si attagli alla professione forense, nell’ipotesi in cui, coloro che abbiano intrapreso un giudizio , decidano di rinunciare agli atti di causa.

Sia che si tratti di attori (nel senso di colui o coloro che abbiano avviato la causa), sia che si tratti di convenuti (e cioè di colui o di coloro che resistono in giudizio contro gli attori), è bene non frapporre troppe difficoltà alla loro rinuncia agli atti, scegliendo, a nostra volta, di rinunciare a qualcosa, pur di chiudere la controversia ( fosse anche in nome di quell’altro adagio che recita “causa conciliata, causa vinta).

I motivi per i quali una parte decide di abbandonare la causa,  possono essere molteplici e l’altra parte commetterebbe un madornale errore, a cercare le motivazioni ad essa favorevoli, o peggio ancora, a ritenere che sia stata la paura a suggerire l’abbandono delle posizioni processuali già faticosamente  (e costosamente) conquistate .

Ai tanti motivi (stanchezza, paura, amore per la pace, sovraccarico nervoso, mancanza di tempo, eccessiva emotività, ecc.), oggi si aggiunge la durata infinita dei processi che scoraggia non poco i contendenti, non solo a continuare, ma perfino  ad intraprendere un processo.

Qualunque sia il motivo che spinge la parte ad abbandonare il processo, l’avvocato avveduto incoraggerà la controparte, senza frapporre troppi ostacoli alla sua dipartita.

Tempo fa intrapresi per un caro amico una causa, la cui fondatezza,  seppure ineccepibile da un punto di vista sostanziale  (e morale) , presentava non poche difficoltà di riuscita processuale , anche per il fatto che il nostro processo soffre di eccessivo formalismo per cui, spesse volte, l’organo giudicante respinge la domanda a causa della erronea scelta del mezzo processuale (a mero titolo di esempio, se uno agisce in giudizio per rivendicare una proprietà con un’azione impropria, rischia di perdere la causa anche se sia effettivamente il proprietario del bene rivendicato).

Insomma il magistrato, alla prima udienza (che oggi si chiama di trattazione), poichè la mia collega aveva eccepito il  difetto di legittimità del mio assistito  (la collega sosteneva in pratica che il mio assistito non avesse titolo per agire in giudizio contro il suo cliente, in quel particolare contesto processuale), ci invitò a comporre la controversia in conciliazione dato che le spese legali sarebbero state poste a carico del soccombente.

Il giorno dopo avere convocato in studio il mio amico e dopo avergli spiegato che avremmo potuto intraprendere un’altra causa alla luce di una importante innovazione interpretativa della cassazione sul tema oggetto del contendere, d’intesa con lui, mandai alla collega una proposta conciliativa con cui proponevo di abbandonare la causa con spese compensate e a carico di chi le avesse anticipate.

La collega, senza neppure rispondermi per iscirtto, mi telefonò e, neppure in maniera troppo velata, mi disse che al mio assistito sarebbe convenuto di pagare un milione di lire (per far capire a chi non abbia conosciuto il vecchio, italico  conio, convertiamo con una somma di circa mille Euro di oggi) anche perchè il suo cliente aveva speso dei danari per la costituzione in giudizio e poi ci sarebbero state le note conclusionali a pesare sulla condanna alle spese, inoltre io avevo scelto uno strumento processuale improprio e il giuudice aveva parlato per me e non per il suo cliente, e un sacco di chiacchiere,  ecc., ecc..

Il mio amico mi disse che se doveva morire, preferiva morire combattendo. Quindi decidemmo di proseguire.

Per farla breve l’abbiamo finita in Cassazione. Il cliente della mia collega ha dovuto pagare le spese di tre gradi del giudizio non solo al mio amico, ma anche a degli ipotetici suoi avvallanti che aveva dovuto e voluto chiamare, nel prosieguo, in giudizio.

Insomma, quel che si dice, una Waterloo vera e propria.

E se avesse applicato il vecchio adagio latino, tutto ciò non sarebbe successo, perchè io, su quei ponti d’oro, ci sarei transitato a galoppo. E non per paura, ma per una scelta processuale legata a qquel particolare momento e che, magari, in un’altra sistuazione e in un altro stato d’animo, non avrei fatto. perchè così è la vita, e così sono i processi (che, in fondo, rispecchiano la vita).

Non posso chiudere questo post senza dire che per quel mio amico io pregai Padre Pio (oggi Santo Padre Pio).

Naturalmente ognuno di noi è libero di credere o meno (ci mancherebbe altro!). Ed è altrettanto ovvio che se tu non ti impegni e non studi la causa, non solo per ciò che sembra ma per quello che rappresenta in realtà, senza trascurare il fatto che gli istituti processuali (come probabilemnte pensava la mia collega di quella causa) non sono dei compartimenti stagno, ma il sistema processuale è fornito di vasi comunicanti che consentono alle parti (e al magistrato giudicante) di pervenire al risultato (il riconoscimento di una ragione comunque fondata sul diritto vivente e sui titoli fatti valere in causa) attraverso l’attivazione di meccanismi processuali che superino le barriere meramente formali frapposte al riconoscimento del diritto vantato in giudizio, ogni preghierà resterà inascoltata (“Aiutati, che Dio t’aiuta!”  dice, a proposito, un altro proverbio).

Ho sempre serbato (e serbo tuttora) un sentimento di gratitudine verso il frate di Pietrelcina (oggi santo) perchè io sento dentro di me che Egli, quantomeno, mi ha dato la forza e la speranza di lottare affinché quel mio amico vedesse riconosciuta la sua sostanziale ragione.

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