Archivio Novembre 2014

Dal Capitolo 13 del Vangelo secondo Marco

VV 33-fine

“Vegliate dunque come’l servo che

 non sa se il suo padrone torni presto

o tardi; né al canto del gallo o nel

 

bel mezzo della notte e sarà desto

se non vuole trovarsi addormentato

quando verrà, comodo oppure lesto!

 

Questo lo dico a voi: sia il vostro stato

Sempre di veglia, ma lo dico a tutti!”

Queste parole che Marco ha narrato

sian come semi che portano frutti.

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Nell’ottobre del 1971, quando le scuole italiane riaprirono i cancelli, dopo la lunga pausa estiva, il governo italiano era ancora presieduto da Emilio Colombo e nella poltrona di viale Trastevere, sede del Ministero della Pubblica Istruzione, stava ancora seduto il ministro Misasi.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Il 1971 e il 1972 costituiscono due anni  cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quell’anno scolastico 1971-1972  frequentavo la quarta classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la viloenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

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Dal Vangelo secondo Matteo

Cap. 25- VV 31-46

Il Giudizio finale

-“Quando ho avuto fame, m’avete dato

Da mangiare e quando ho avuto

Sete, da voi da bere ho ricevuto;

ero straniero e m’avete ospitato;

nudo e m’avete vestito, malato

e m’avete visitato, in galera

e siete venuti a trovarmi!” Questo

dirà Gesù alle genti, alla Sua maniera,

seduto nella Gloria, radunato

che avrà, a destra chi sia stato onesto,

e a sinistra chi invece disonesto,

nel giorno del Giudizio

Universale! Esenti dal vizio

Diranno i giusti: – “ Quand’è che sfamato

Da noi sei stato e straniero ospitato?

Quando da bere

Ti abbiam dato? Ed al Tuo letto a vedere

Te siamo stati? E Tu visitato

E prigioniero? Nudo e rivestito?”

E il Re, rispondendo dirà loro:

- “ In verità, in verità: A quelli

Che hanno agito per dare ristoro,

amore, conforto, pane o un vestito

a uno solo di questi miei fratelli,

dico, l’avete fatto a me! Ribelli”-

dirà poi a quegli altri

di sinistra – “ Via, lungi da me, scaltri

diävoli, nel fuoco preparato

per l’eternità! Non m’avete dato

da mangiare, mentre ero

affamato, e malato e forestiero

non m’avete né curato, né ospitato;

ero assetato e non m’avete dato

da bere, e carcerato non m’avete

visitato! Allora anch’essi diranno:

-         “ Quandomai T’abbiamo visto aver sete,

-         E quando nudo, Signore o con l’affanno

-         T’abbiam lasciato solo o col malanno?”

Ma Egli risponderà:

-         “ Ogni volta, vi dico in verità,

-         Che non avete così operato

-         Incontro ai più deboli, in senso lato,

-          negato a me l’avrete!

-         Vadano i giusti alle superne mete

-         E i malvagi all’inferno meritato!”

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Dal Capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo

VV 14-30

La parabola dei talenti

Là dove sempre brucia il fuoco eterno

Sarà pianto e udrai stridore di denti!

Nel giorno dell’Universal secerno

 

  i giusti spartirò dagli irredenti:

dopo,  condotti i primi nella Gloria,

Gli altri farò dannare nei tormenti!

 

Udite dunque, voi,  questa mia storia:

-“ Un padrone partendo per un viaggio,

volendo prevenir qualunque  scoria

nella casa sua ed ogni disagio,

i suoi beni affidò a tre suoi servi,

per metterne in prova fede e coraggio”.

Partendo ho pensato  concedèrvi,

  secondo le vostre capacità,

diversi miei talenti onde ponervi

 

alla  prova!’ Ciò detto,  una unità

diè all’uno,  e agli altri servi  cinque e  un paio

di talenti! E se n’andò di città!

 

Colui che n’ebbe due, lesto e gaio

Al suo ritorno aveva raddoppiato,

e, altrettanto ben, fece quel Caio

al quale invece cinque ne avea dato!

Il terzo sotto terra avea nascosto

Il suo, mentre che lì fosse tornato,

 

affinché egli, d’essersi discosto

dalle avite leggi non ‘l redarguisse!

Ma guai ai paurosi che dal lor posto

Attenderian che il mondo li seguisse!

Il premio avranno quei che per amore

Serviranno Dio, non le leggi fisse!

Questa è Parola vera del Signore!

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Dopo il fatto di Cana

il Tempio a Gerusalemme,

intanto, di soldi e gemme,

i mercanti avean in tana

di ladri e fartabutti

trasformato; talchè Gesù

li caccio via proprio tutti

a frustate; e per di più

gli disse: “Portate via

queste cose di mercato

che qui avete menato

dalla sacra casa mia!”

E chi sei tu, che osi tutto?”

Gli chieser quei sfidando.

Ed Ei, lor non badando:

“Quando saria distrutto

Io lo riedificherei

in tre albe e tre tramonti”

“Se d’anni quarantasei”

risposero quei tonti

è d’uopo la costruzione?”

Infatti Gesù parlava

della morte che bramava

e della Resurrezione!

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Suvvia!

 

Lasciate fare, lasciate passare!!!!

Laissez faire, laissez passer! 


Oggi non è più tempo
di arrestare più persone!

Non lo sai che oggi è il 9 novembre 1989? 


Oggi non è più tempo
di interrompere il flusso della merce!

Suvvia!

Come on! 


Solo un migliaio di dollari
Vi costerà
Un rimorchio pieno zeppo !

Alle 9 e 9 di sera
Il muro è crollato!

Laissez faire, laissez passer!

La nostra vita cambierà d’ora in avanti!

E ‘crollato il muro
Insieme con le nostre illusioni
Le loro false promesse
La fallace secolare speranza!

Come on! 


Il muro non ci nasconde più
I totem del progresso! 


Andiamo ad adorare 


Gli dèi scintillanti

Della nostra nuova civiltà!

 

A Berlino, il 9 novembre 1989
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Ho appena finito di leggere il bellissimo libro che dà il titolo a questo post, scritto a quattro mani da Vito Mancuso e Corrado Augias per i tipi di Mondadori.

Disputa su Dio e dintorni “è un libro davvero interessante, uno dei più avvincenti nel suo genere (divulgazione scientifica o, se preferite, saggistica divulgativa).

Lo può leggere sia il credente (di ogni religione, ma a maggior ragione, se cattolico) così come può venir letto dall’agnostico o dall’ateo.

In effetti i due chiari autori del libro (Augias, illustre penna dell’intellighenzia di sinistra e Vito Mancuso, intrepido teologo dichiaratamente cattolico, anche se non troppo amato da certi “maìtre à pénser” dell’ortodossia cattolica)  espongono appassionatamente e con raffinata intelligenza i loro opposti modi di vedere il fenomeno culturale e la fede religiosa che vanno sotto il nome di Dio.

Io, che da giovane avrei parteggiato senza riserve per il punto di vista di Augias, mi ci sono comunque riconosciuto,quando  giovane e razionale ribelle, mi rifacevo al pensiero Illuminista per buttare a mare tutte le becere tradizioni cattoliche, fatte di gesti superstiziosi, di riti ripetitivi e formalistici, di abili manipolazioni da parte di smaliziate gerarchie vaticane che tanto mi ricordavano (e mi ricordano) i Farisei descritti nei Vangeli di Gesù, con le loro cordicelle legate alle dita delle mani e i loro 632 precetti da ripetere a memoria ogni santo giorno (escluso il sabato); alla fine del libro mi sono però schierato con Vito Mncuso, con la sua ricerca incessante di Dio, con la sua visione di un Dio immanente che cancella e obnubila definitivamente il Dio vecchio e barbuto che ci terrorizzava, quando adolescenti,   per sfuggire al suo occhio indiscreto e ultrascopico, ci nascondevamo in qualche remoto sottoscala per rubargli  un attimo di intimità.

Anche le dotte citazioni di Spinoza, Feuerbach, Sant’Agostino, San Paolo, Ratzinger e di altri dotti filosofi e teologi, su cui i due eruditi contendenti poggiano di volta in volta i propri assunti, sono comprensibilmente apprezzabili e rendono la lettura, non di meno, scorrevole e interessante.

Un libro da leggere tutto d’un fiato, ben scritto, rispettoso del pensiero altrui, dove due persone intelligenti si fronteggiano con garbo e rispetto reciproci.

Un libro che io farei leggere a scuola e che consiglierei di leggere a tutti.

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STUDENTI! Ancora una volta la repressione colpisce il movimento di massa degli studenti in lotta. Ciò è quanto avvenuto al Siotto dove gli studenti dell’Artistico in sciopero si erano recati per affrontare il problema dell’edilizia scolastica, dove la polizia è intervenuta nel corso della libera assemblea per prendere le generalità degli studenti. Ma gli studenti del Siotto e dell’Artistico non si sono fatti certo intimidire dai servi della borghesia ed anzi, tutti assieme, si sono recati in Facoltà di Lettere dove, nonostante il tentativo del Rettore, gli studenti hanno proseguito lo svolgimento dell’assemblea. PER COMPRENDERE NEL SUO VERO SIGNIFICATO QUANTO E’ AVVENUTO AL SIOTTO E NELLA FACOLTA’ DI LETTERE BISOGNA INQUADRARE TUTTO CIO’ NELLA POLITICA CHE LA BORGHESIA ITALIANA STA PORTANDO AVANTI SU TUTTI I FRONTI. Il capitalismo italiano si dibatte in una profonda crisi. Questa crisi trae origine dai fattori interni del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento. Da una parte vi è un piccolo numero di sfruttatori e dall’altra le vastissime masse lavoratrici e popolari le quali prendono coscienza sempre più che questo sistema è contro di esse.”

Così declamava un volantino, ciclostilato in proprio il 18 marzo 1971 dal movimento studentesco degli istituti superiori di Cagliari in assemblea permanente,  e distribuito, anche nella mia scuola,  nello stesso giorno. E come sembrano incredibilmente attuali queste parole. Se le svecchiassimo di quel linguaggio sessantottesco,  le potremmo ancora adattare alla situazione di oggi. Eccettuato purtroppo il fatto che le masse lavoratrici sono sempre meno vaste e meno coscienti.

In quell’anno scolastico 1970-1971 ero approdato alla terza classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Proprio in quell’anno mi ero accorto di avere sbagliato scuola: la Ragioneria e la Tecnica Commerciale, materie di indirizzo, mi annoiavano a morte, mentre studiavo sempre più volentieri l’italiano, la storia e le lingue straniere; per fortuna iniziammo a studiare il diritto e l’economia; tutto sommato potevo sopravvivere  senza cambiare scuola; avrei studiato anche le materie professionali, almeno il bastante per arrivare alla sufficienza.

D’altronde non è che i professori potessero ammazzarci di studio. Qualcuno l’avrebbe anche voluto (noi li chiamavamo “fascisti e reazionari”) ma ormai eravamo troppo impegnati nella lotta contro le vecchie istituzioni scolastiche e chiedevamo a gran voce di essere arbitri dei nostri destini. I nostri professori e le istituzioni più in generale, dal Preside sino al ministro della P.I. (quell’anno, se le fonti e la memoria non mi ingannano era il democristiano Misasi), d’altro canto, si scoprirono abbastanza impreparati a fronteggiare quella protesta rumorosa e convinta, tanto più  incontrollabile, quanto più essa era sorta in maniera spontanea e non organizzata.

C’erano, come ho già scritto, anche dei gruppi politici organizzati: Lotta Continua, Il Movimento marxista-leninista, I Maoisiti, su Populu Sardu e altri che adesso non mi ricordo; ma molti di noi studenti, e io fra questi, in realtà volevano soltanto una società più giusta, un’alternativa allo strapotere democristiano (che sembrava non avere rivali), e non avevamo un inquadramento politico vero e proprio.

La nostra era più una protesta culturale e sociale, piuttosto che politica.  Volevamo molto semplicemente  più spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari in unione con gli operai) fuori dalla scuola. Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).

E’ anche vero che su mille studenti scioperanti, ai cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento,  soltanto dieci partecipavano alle riunioni dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli studenti in lotta; ma su questo tema mi tratterrò più diffusamente nelle prossime puntate.

Per adesso dirò che l’anno scolastico ormai iniziava effettivamente dopo le vacanze di Natale (almeno per quelli come me che aderivano incondizionatamente agli scioperi); poi si proseguiva bene o male sino a maggio, anche se c’erano certi appuntamenti imprescindibili, come quello del 25 aprile e del 1° maggio in cui ci si ritrovava nelle piazze.

Devo dire, per concludere, che io, pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli anni (quelle concrete come l’assemblea mensile e i dibattiti in classe e a scuola; così come quelle più fumose e impalpabili,  quali il diritto allo studio e  la scuola per tutti), rifiutavo per indole e per istinto la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi estremisti di destra.

Detestavo (e detesto tuttora) ogni forma di violenza. i miei idoli erano Kennedy, Marthin Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati, mentre detestavo con tutta la forza dei miei sedici anni le gerarchie vaticane (non è che mi facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).

Questo mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).

Ma questo fa già parte delle prossime puntate.

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Molte persone, soprattutto tra i giovani, sono convinte che il ’68 sia stato un gran botto di cannone, i cui echi si sentono ancora nell’aria, come una canzone che ci ricordi i bei tempi andati.

In realtà il ’68, almeno qui a Cagliari (e più in generale in Italia) è stato soltanto l’inizio di un lungo e sofferto cammino che i giovani della mia generazione (e quelli di qualche anno più grandi di me) hanno percorso e vissuto attraverso diverse tappe; un decennio terribile, iniziato nella gioia e nei colori del ’68 (che, a sua volta, affondava le sue radici nella rivoluzione dei figli dei fiori di San Francisco e dintorni, della metà degli  anni sessanta, poi diramatosi in mille rivoli, a Berkeley, a Seattle, a Woodstock) e sviluppatasi negli anni successivi nelle lotte politiche e nei movimenti della sinistra extra-parlamentare, per sfociare infine nelle sanguinarie azioni dei gruppi armati, la cui deriva politica e storica, può farsi  risalire al rapimento e alla barbara uccisione dell’onorevole Aldo Moro (1978), la vittima innocente, l’agnello sacrificale, il capro espiatorio di una classe politica cinica e corrotta che ha segnato un’epoca.

Infatti, nell’autunno del 1969, alla ripresa dell’anno scolastico 1969-1970, che mi vedeva approdare alla seconda classe,  forte di una promozione a giugno,  con encomio personale da parte del Preside prof. Antonio Mattu, , gli scioperi ripresero più chiassosi e virulenti che mai.

Io stavo ancora a guardare. C’erano gli studenti di quarta e di quinta che organizzavano gli scioperi e i cortei.

All’ingresso i picchetti avevano lasciato il posto al semplice volantinaggio. Chi voleva poteva entrare. Ma anche a quelli che entravano per fare lezione venivano consegnati dei volantini in ciclostile.

Come avrei scoperto più avanti (quando mi toccò di sostituire gli organizzatori già licenziati) il ciclostile era una macchina che all’apparenza, può essere assimilata alle attuali macchine fotocopiatrici (che allora non esistevano; o magari erano troppo costose per gli studenti). Il ciclostile consisteva in pratica in un motore a rullo, azionato da una manovella. Tu preparavi un dattiloscritto (foglio battuto alla macchina da scrivere, per intenderci con quelli troppo giovani per capire al volo, con l’aggiunta di qualche slogan in caratteri manoscritti con il pennarello) con i tuoi proclami; poi lo posizionavi sul rullo del ciclostile che, imbevuto di inchiostro, ne riproduceva i caratteri, trasmettendoli ai fogli che in sequenza circolare venivano spinti e pressati sul rullo tramite l’azione di una manovella. Potevi così stampare, in poco meno di un’ora, migliaia di volantini, che venivano distribuiti, come già detto, all’ingresso degli istituti superiori della città capoluogo.

Il contenuto di questi volantini (che dovevano portare obbligatoriamente la dicitura “ciclostilati in proprio” per evitare rogne con la censura e con la legge sulla stampa)inneggiava regolarmente  all’unione degli studenti medi e universitari con le forze operaie,  contro la borghesia italiana e il capitalismo internazionale; poi dovevano contenere gli appuntamenti del giorno, con i diversi cortei che si concludevano, attraverso degli snodi fondamentali nei diversi istituti superiori cittadini (Siotto, Pacinotti, Leonardo, Liceo Artistico, ecc.), o davanti alla sede della Provincia (responsabile della inadeguatezza dell’edilizia scolastica) oppure davanti al Provveditorato agli Studi (che allora si trovava ancora in via San Saturnino) oppure alla Facoltà di Lettere (tutti i salmi, in effetti, finiscono in gloria). Infatti lì, in Piazza d’Armi c’era il centro nevralgico degli intellettuali di sinistra, la famosa macchina per ciclostilare i volantini e la sede della Casa dello Studente (con annessa la Mensa).

Golda Meir e Arafat si fronteggiavano in medio oriente; Dubceck veniva dimissionato in Cecoslavacchia dalle mire anti-imperialistiche dell’unione Sovietica; Fanfani,  con l’appoggio della gerarchia vaticana, organizzava la campagna suicida dei democristiani contro il referendum promosso dai radicali per l’introduzione del divorzio in Italia.

Battisti cantava “Fiori rosa, fiori di pesco”; Lucio Dalla “Occhi di ragazza”; Domenico Modugno “La lontananza”.

Il Cagliari, grazie alle reti strepitose del grande Gigi Riva, vinceva il suo primo e unico scudetto.

10. continua

 

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–“ Io sono il pane vivo,

chi ne mangia, in eterno

vivrà. Il Padre Superno

mi ha mandato. Non schivo

     chi m’accoglie e di carne

mia si ciba. Dal Cielo

son disceso e vi svelo

che a non necessitarne

    sarà chi crede in me.

E la Risurrezione

Per volontà di Dio Iavèh

Io porto per dazione!

   Colui che di me mangia

E beve, dentro me vivrà,

come io vivo per Abbà,

mio Padre, ed ei sì cangia,

     non come quel che gl’antichi

padri un dì nel deserto

ebbero per nutrimento,

finchè non si glorifìchi”.

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Fu proprio in quel caldissimo autunno del 1968 che iniziai la mia avventura quinquennale  all’Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari. Mio padre sognava che io potessi diventare il contabile per la  grande impresa di famiglia che lui sognava di consolidare e ingrandire a Cagliari (povero papà, quante delusioni ti abbiamo dato, in cambio della tua grande generosità!); mia madre era comunque contenta di essere riuscita a strappare,  per la prima volta, uno dei suoi figli maschi al vortice dell’azienda familiare che, per amore o per necessità, aveva già inghiottiti i primi tre; ed io… beh, anche io avevo i miei sogni; anche se a quell’età, i sogni sono alquanto confusi ed inespressi.

Certo il primo giorno di scuola non fu quello che uno può essersi immaginato nei suoi pensieri.

Trovammo infatti l’ingresso presidiato dai picchetti degli studenti scioperanti che impedivano l’accesso a qualunque studente, lasciando passare soltanto i docenti che non fossero già entrati con l’auto attraverso il carraio.

Le parole d’ordine che giravano tra gli studenti erano diverse e alle mie orecchie di studentello di primo pelo, suonavano quasi come oracoli di una divinità lontana e misteriosa. Alcuni sembravano anche semplici, nella loro formulazione: “Diritto allo studio”; “Scuola di tutti e per tutti“; altri erano rivestiti di un’aurea quasi mitica:”Fuori i baroni dalla scuola” (più tardi scoprii che lo slogan era rivolto all’università e che il barone Siviller, che al mio paese era stato degradato dai Savoia al loro arrivo in Sardegna, all’inizio del ’700, colpevole soltanto di essere da sempre fedele ai sovrani iberici, non c’entrava per niente); “Assemblea Permanente”; “Potere Operaio”; “Lotta Continua”; “Morte ai fascisti”; “Boia chi molla“.

Insomma gli slogans che si urlavano fuori dalla scuola erano tanti e per me, tutti, o quasi tutti, ancora incomprensibili.

Andò avanti così per qualche giorno fino a quando alcuni signori  (più tardi capii che si trattava di agenti della Digos in borghese), spiegarono agli studenti che facevano servizio di picchetto al cancello , che avrebbero dovuto lasciare libero l’ingresso e consentire a chi non avesse voluto aderire allo sciopero, di entrare a scuola.

Così finalmente potei incominciare la mia carriera scolastica. Anche se, a onor del vero, per non rischiare di venire scambiato per un fascista o, peggio ancora, di venire considerato un boia, attesi che un buon numero di studenti, vecchi e nuovi, fosse deciso a interrompere la protesta, con la promessa che il Preside avrebbe concesso un certo numero di assemblee per poter discutere i problemi della scuola e di noi giovani studenti, se avessimo ripreso prontamente  la frequenza (che per noi “primini” non era invero mai iniziata).

Così scoprii finalmente la mia classe. Si trattava di una prima super affollata. Eravamo oltre trenta, per lo più di sesso femminile. i miei compagni e le mie compagne venivano quasi tutti da Quartu S.E., da Pirri (che, precisavano i Pirresi, è come se fosse Cagliari; anzi “Pirri è’ Casteddu!), Selargius, Monserrato.

Mi ero già affezionato a questa classe allegra e rumorosa; mi ero già innamorato (senza che loro ne sapessero niente) di tre o quattro compagne e di una o forse due professoresse particolarmente giovani e carine. Mi piacevano inoltre le lezioni di italiano, di storia, di inglese; un po’ meno quelle di fisica e matematica, mentre mi affascinarono subito la dattilografia e la stenografia (che più tardi, ma io ero già passato dall’altra parte della barricata,  sarebbero state soppiantate dal “trattamento testi” e, più tardi ancora, sino ai nostri giorni, dall’informatica); mi risultò invece ostica la computisteria, che negli anni successivi si trasformava in “tecnica”, e tale antipatia durò per tutti e cinque gli anni e si estese anche alla “ragioneria” (le due materie, oggi, si studiano  unificate sotto il nome di “economia aziendale”).

Presto però arrivò la notizia che alcuni di noi sarebbero stati trasferiti e smistati in altre classi di nuova formazione e che un certo numero di classi avrebbero iniziato, con il sistema della rotazione, il doppio turno.

Ci fu spiegato infatti, in maniera alquanto sommaria e sbrigativa, che le aule non erano sufficienti ad ospitare tutti gli iscritti, dato l’alto numero dei nuovi studenti, e quindi, per evitare classi troppo numerose (più tardi si sarebbero definite “classi pollaio”) avremmo dovuto alternarci nella frequenza pomeridiana, dalle 14,30 alle 19,30. Tale turno avrebbe riguardato ciascuna classe, ma soltanto per uno, massimo due mesi, all’anno.

Più avanti negli anni successe invece che alcuni corsi venissero destinati a frequentare di pomeriggio tutto l’anno scolastico.

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

9. continua…

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