Archivio Agosto 2014

Dal Vangelo secondo Matteo

Cap. 16 -VV 13-20

Confessione di Pietro

 

E Gesù se ne andò coi Suoi discenti

Verso i villaggi intorno a Cesarea;

camminando e parlando coi presenti

Gesù li interrogava: – “Quale idea

Hanno gli uomini sulla mia persona?”

Essi Gli risposero: – “ Chi Michea,

 

chi Il Battista, chi Elia, Amos e Giona,

dicono che sei!” – Poi gli chiese ancora:

-         “ Voi, chi dite che io sia?” – Pietro con buona

Lena disse: -“  Il Cristo!”- Gesù, allora

Gli ordinò di non dire quella frase

Con alcuno, giammai, in alcuna ora!

Questi miei versi son solo una  base:

la verità vera la puoi trovare

nel libro della Bibbia, ove inevase

ancor ci sono, pagine più chiare!

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Dal Vangelo secondo Matteo

Capitolo 15 -VV 21-28

La Cananea

 

Partendo da lì si diresse a Tiro

E Sidone. Entrato in una casa

Non voleva che si sapesse in giro

Che Egli era là, ma tosto venne invasa

La zona da gran folla, tra cui vi era

Una donna con la figlia pervasa

Da demoni impuri, che a gran carriera,

venne a prostrarsi ai Suoi piëdi, avendo

udito parlar di Lui. Con sincera

fede, seppure pagana, chiedendo

di liberar sua figlia dai demòni,

Lo implorava. Ma Gesù, rispondendo,

così le diceva: – “ Le libagioni

non si danno ai cani, prima che i figli

siano sazi!  Lascia le tue intenzioni,

 

perciò!”- Ma la donna rispose: – “ Strigli

Bene, Signore, con le Tue parole!

Però anche i cani, quando dai cigli

 

Delle mense cadono le briciòle,

pure si sfamano!”- Le disse allora:

-         “ Va! Per ciò che hai detto, dalla tua prole,

 

ogni demone sarà espulso ognora!”

Ed all’istante sua figlia guarì!

E all’indomani di buon’ora,

Gesù, coi  discenti, se ne partì!

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Cristiani e musulmani affermano insieme:

“il male non potrà mai avere l’ultima parola”

 Nel contesto dell’attuale situazione in Medio Oriente, il Movimento dei Focolari in Giordania ha reso pubblica una dichiarazione – condivisa dall’intero Movimento dei Focolari – nella quale si fa un appello alla pace e si manifesta il proprio impegno nell’aiuto a quanti sono vittime della violenza.

 “Noi, cristiani e musulmani del Movimento dei Focolari in Giordania, vogliamo esprimere il nostro grande sgomento per quello che sta accadendo in questi giorni e in queste ore in Medio Oriente”, si legge nella dichiarazione, che richiama l’attenzione sulla drammatica situazione della Siria, di Gaza e del nord dell’Iraq e condanna ogni atto di violenza contro la persona umana. “Chi compie questi atti abominevoli non ha religione e, se dichiara di averla, non fa altro che sovvertirla. L’essenza della religione è l’incontro tra Dio, l’uomo e l’intero creato” prosegue la dichiarazione, denunciando chi vuole creare dei ghetti separati in una terra che vede da centinaia di anni la convivenza tra le varie comunità religiose.

 Mettendo in evidenza il contributo allo sviluppo e alla pace che il dialogo porta, cristiani e musulmani dei Focolari in Giordania affermano il proprio impegno “a lavorare fianco a fianco per costruire una società pacifica e armoniosa, nella difesa della dignità di ogni essere umano – a prescindere della convinzione religiosa, dall’etnia, dalle tradizioni – e continuare con più sollecitudine la realizzazione di azioni concrete per promuovere insieme la pace, la fratellanza e la salvaguardia della natura”.

La dichiarazione si conclude con la certezza che “possiamo suscitare il bene e sostenerlo e allargarlo dove è già presente”, fiduciosi che “il male non potrà mai avere l’ultima parola; la fede in Dio ce lo garantisce, così come il saldo rapporto tra noi”.

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Siamo ormai  abituati a considerare la scuola come quell’istituzione gestita dallo Stato (in competizione con pochi privati autorizzati) che ci accompagna, attraverso l’esame di maturità, sino all’università (dispersione scolastica permettendo).

Eppure la scuola non è tutta lì.

Anzi, dobbiamo ricordare che in un passato non tanto remoto, la scuola statale era del tutto inesistente.

Senza scomodare  Socrate e Platone, che intrattenevano i loro discenti all’ombra dei colonnati dell’antica Atene, e i loro epigoni, trasferiti in massa a conquistare , come guide e precettori, i figli dei loro conquistatori Romani, ci è facile osservare, con un piccolo sforzo di memoria storica, come  l’istruzione fosse, sino a poco più di un secolo addietro,  soprattutto  in mano ai diversi ordini religiosi.

Eppure la scuola, ancora oggi, non è soltanto quella istituzionale dei banchi di scuola.

Per chi come me, purtroppo o per fortuna, è già nei terzi “anta”, tornano alla memoria le vecchie botteghe artigianali dove i giovani che, per le più svariate ragioni,  non fossero risultati idonei agli studi religiosi ovvero non fossero, a loro volta, figli di medici, avvocati o ingegneri, si formavano per la vita e per il lavoro.

Erano queste botteghe artigianali delle vere e proprie scuole di vita.

Nelle barberie, officine meccaniche, sellerie, calzolerie,  sartorie, nei pastifici, nei cantieri edili e in tutti gli spazi produttivi disseminati lungo lo stivale si apprendeva la dura arte dell’ubbidienza, della discrezione, dell’apprendere, prima  osservando, poi creando con le proprie mani il proprio futuro.

Della bottega di orologiaio di mio padre ho dei ricordi legati soprattutto all’estate.

Mio padre mi ci portava perché aveva paura che, finita la scuola istituzionale, io finissi con il frequentare i vagabondi del paese, i bastasoni,  i perditempo,  i perdigiorno o i calandroni, come li chiamava lui, a seconda del giorno e dell’umore.

E poi, mi ripeteva, “impara l’arte e mettila da parte!”.

Insomma, volente o nolente, le mie estati anziché odorare di fiume e di campo, odoravano di grasso di iena e di olio di lince (mio padre, soprattutto davanti ai clienti,  chiamava in questo modo misterioso, certi solventi che si usavano per la pulizia e per la lubrificazione degli orologi e dei suoi innumerevoli ingranaggi, principalmente perché era un uomo dalla spiccata fantasia (gli piaceva infatti inventare; a suo modo era infatti un artista, ma io questo l’ho capito dopo);  io credo però che il motivo fosse anche legato alla segretezza e alla gelosia che ogni capo bottega ha dell’ arte che vi si svolge  e degli ingredienti che vi si usano.

Quando i clienti, entrando nella bottega (il cui si accesso era consentito soltanto ai clienti più affezionati, che si si spingevano oltre il banco di vendita) lo salutavano con l’appellativo di “Maestro” io, nonostante mi rodesse il fatto di essere costretto a frequentare la bottega, mi sentivo orgoglioso del mio papà!

Mio padre a quel saluto sollevava lo sguardo dall’orologio al quale si stava dedicando, senza togliersi neppure la lente d’ingrandimento, che lui calzava nell’occhio destro, incastrandola con abilità nell’orbita oculare ossea.

Non amava affatto interrompere il suo lavoro (fatto di massima concentrazione e ferrea precisione) e sul suo volto si stampava sempre un’aria di severa interrogazione (io, se fossi stato bravo in disegno, avrei potuto, senza tema di sbagliare, disegnargli una nuvoletta, all’altezza della fronte, con su scritto “chi sarà mai questo rompicoglioni?”).

Ovviamente rispondeva con una domanda di stile, della serie “salute a lei, mi dica!”, o qualcosa del genere. Mi dava sempre l’impressione  che scendesse da un altro pianeta, a confrontarsi sulla terra con degli esseri inferiori che osavano interrompere il suo viaggio interstellare.

Devo dire per completezza che mio padre non amava neppure staccarsi dal banco da lavoro per recarsi al banco di vendita; e se non c’era un affare importante in vista (magari già avviato) preferiva delegare me o qualche altro fratello, così lui poteva dedicarsi ai suoi amati orologi e ai suoi misteriosi ingranaggi. Io ero ben contento, al contrario di lui, di servire la clientela che entrava nel negozio per acquistare, fosse anche per sostituire il cinturino dell’orologio o il moschettone di chiusura della catenina o del bracciale. Il mio massimo era servire qualche avvenente ragazza con cui mio padre si sarebbe scazzato da morire (dato che diceva che le donne erano sempre troppo indecise e gli facevano perdere del tempo per lui prezioso).

L’apprendistato dell’orologiaio iniziava con  un anno intero passato a guardare il “maestro” lavorare. Mio padre era un uomo di poche spiegazioni: occorreva osservare ed intuire. Non amava neppure le domande, che spezzavano la sua concentrazione.

Quel  primo anno anno serviva anche per imparare il nome dei solventi (oltre al grasso di iena e all’olio di lince, c’erano diversi acidi, come quello che serviva a staccare la spirale del bilanciere) e il nome dei diversi attrezzi (la pinzetta finissima, i cacciaviti, numerati da 1 a 10, la tronchesina, gli alesatori, gli oliatori, l’estrattore, i punzoni, numerati da 1 a 50 e così via; c’erano anche pinze e tenaglie ma mio padre le usava raramente, perché diceva, ridendo, che quelli erano attrezzi più adatti agli scarpari che agli orologiai); inoltre occorreva essere capaci di trovare, velocemente, il pezzo che eventualmente fosse caduto al maestro durante la lavorazione (e lì capivi  l’importanza di fissare il lavoro con lo sguardo; una distrazione in quella circostanza, oltre che una sgridata o, peggio, un manrovescio, significava non sapere in quale direzione indirizzare la propria ricerca; e se si trattava, ad esempio, di una molletta di calendario o di una qualsiasi altra molletta, erano guai sul serio) .

Dopo il primo anno l’apprendista poteva cominciare a pulire qualche sveglia, privata dello scappamento dal maestro oppure da qualche apprendista più anziano e comunque sotto stretta sorveglianza di qualcuno più anziano in bottega.

Dopo due anni l’apprendista poteva cominciare a smontare e a rimontare un EB 700 oppure un AS 1130. Si trattava dei due macchinari più semplici (il primo senza rubini mentre il secondo ne montava ben 17!), allora commercializzati sotto diversi marchi (mio padre trattava gli svizzeri  Imperios, che montavano anche l’AS 1130,  indistruttibili e senza tempo); i macchinari su cui all’inizio si esercitavano i praticanti però,  non appartenevano ai clienti ma erano di orologi che appartenevano alla bottega (magari erano stati versati in occasione dell’acquisto di un orologio nuovo; oppure erano appartenuti a clienti che per non pagare il costo della riparazione avevano preferito rinunciare all’orologio; e ciò nonostante mio padre fosse molto meticoloso e preciso nei suoi preventivi, sconsigliando sempre la riparazione quando il costo fosse eccessivo rispetto al valore dell’orologio).

Se questi primi montaggi andavano in porto positivamente, allora il praticante era ammesso alla sostituzione dell’asse del bilanciere o dell’albero di carica (con o senza coroncina) e della molla di carica sugli orologi dei clienti; ma sempre supervisionato dal maestro o da altro praticante più anziano.

Insomma, se tutto andava per il verso giusto, al decimo anno, forse, eri in grado di riparare i “cinque linee” (cioè gli orologi da donna più minuscoli allora in commercio, gli orologi automatici, quelli a calendario e via, via, i cronografi, con e senza fasi lunari, e i pendoli, il cui apice era costituito, a quel tempo, da quelli che battevano il quarto d’ora e avevano delle icone mobili che comparivano nelle diverse fasi del giorno.

Io mi fermai al montaggio e rimontaggio degli AS 1130 (anche se più tardi, ormai laureando e collaboratore commerciante di mio padre, mi riscattai superando a pieni voti un corso per la manutenzione dei nuovi orologi analogici al quarzo, organizzato dalla prestigiosa casa svizzera LONGINES; serbo ancora con orgoglio il diploma che mi venne rilasciato a fine corso)

Per mia  fortuna dopo qualche anno dalla sfortunata campagna di Sicilia (su cui ho già intrattenuto il lettore in qualcuna delle puntate precedenti) mio padre ebbe un’altra delle sue coraggiose iniziative e pensò bene di comprare un locale commerciale di oltre centocinquanta nel centro di Cagliari per farvi una gioielleria con tutti i crismi. Anche in questa circostanza la testa di ponte fu costituita da mia madre (col suo ruolo di mamma), io (col ruolo di vice-capofamiglia) e tutti e cinque i miei fratelli più piccoli.

Anche questa nuova avventura non andò bene ma debbo dire, per onestà, che questa volta mio padre aveva visto giusto, ma noi figli non fummo all’altezza delle sue grandi visioni di allargamento e di ingrandimento dell’azienda paterna.  E perciò, rivenduto degnamente il locale commerciale, i miei fratelli preferirono espandersi nei paesi viciniori all’azienda fondata da mio padre.

Ma questo fa parte già di un’altra storia.

 

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Dal Vangelo secondo Luca

Capitolo 11 – VV 27-28

Elogio della Madre di Gesù

“Beato il grembo che Ti ha concepito

ed il seno da cui hai preso il latte!”

S’udì gridare un giorno che guarito

avea un muto, tra concitate

voci della folla. Disse Gesù:

- “Quelli ligi, dopo averle ascoltate,

alle divine leggi, lo son di più!”

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Ricordo l’anno scolastico 1966-1967 come l’anno più confuso e travagliato della mia carriera scolastica.

Il primo trimestre, come ho già narrato nella precedente puntata, lo trascorsi ancora ad Arborea.

Il secondo trimestre, o forse, per meglio dire, da gennaio a marzo frequentai alla scuola media del mio paese.

L’anno scolastico lo conclusi, come già accennavo in precedenza, alla scuola media statale “Cima” di Spadafora, in provincia di Messina.

Il motivo della partenza per la Sicilia l’appresi solo da grande.

In pratica mio padre, siciliano d.o.c., si era ammalato del “mal di Sicilia” e gli era venuto in mente che sarebbe stato meraviglioso trasferire, insieme alla famiglia,  i suoi affari nel  paese natio. Essendo comunque un uomo prudente, di quel genere che, lasciando la via vecchia, sanno ciò che lasciano ma non quello che trovano, optò per un approccio morbido.

Tramite un suo caro amico d’infanzia, Pippo Rasà,  (che  ricordo ancora con tanta simpatia, unitamente alla sua bella famiglia) trovò in affitto un immobile ampio e capace,  ad uso misto, residenziale e commerciale, e mandò in avanscoperta una parte della famiglia.

La testa di ponte, per così dire, era composta da: mia madre, addetta al negozio e alla famiglia; io, il maggiore dei figli minori, in pratica  vice-capofamiglia (questo ruolo sarebbe ricorso nella mia adolescenza); e, a seguire quattro dei miei fratelli minori  (praticamente tutti i più piccoli, all’infuori di uno, che fu mandato a fare compagnia a mia nonna, nel paese d’origine di mia madre, nel Sulcis-Iglesiente).

Del viaggio ricordo soltanto la 1100 Fiat familiare con mio padre alla guida che veniva imbracato in una rete enorme ed issato a bordo con una gru (le navi Tirrenia, all’epoca, infatti, non avevano ancora la poppa ribaltabile per consentire un agevole imbarco agli autoveicoli e, così, si ricorreva  al metodo che ho descritto.

Poi mio padre ripartì. e per me fu una strana primavera quella del 1967.

I giovani compaesani di mio padre, nonostante la chiara origine del mio compagno, iniziarono a chiamarmi “U Sardignolu”. a me non piaceva nè il termine in sé, nè il modo con cui quei ragazzi lo pronunciavano. Grazie alla mossa segreta, già sperimentata al mio paese natio con il mio rivale capobanda Rodolfo, ne mandai a gambe all’aria più di uno. E presto, non so se per timore o per rispetto la smisero di usare quel termine offensivo; ed io mi integrai bene nei diversi gruppi. All’epoca raccoglievo le figurine dei calciatori. Non avendo il coraggio di chiedere i soldi a mia madre per comprare le figurine (nella mia ingenuità, capivo comunque che i soldi incassati nel negozio non erano sufficienti), mi ingegnai a vincerli al gioco. Si giocava nel cortile della chiesa, “a soffio”. Il gioco consisteva nell’appoggiare al muro un mazzo di figurine e nel soffiarlo con la bocca alla base. Si vincevano quelle figurine che si riusciva a capovolgere con la soffiata. Riuscii a completare ben due Albums di figurine: con il primo vinsi un libro di narrativa (ricordo ancora il titolo: “L’ultimo dei Mohicani”); con il secondo vinsi invece un’armonica a bocca.

A scuola mi misero all’ultimo banco con un ragazzone argentino di nome Armando, i cui genitori, forse tentavano come mio padre un impossibile e nostalgico rientro in Sicilia, partendo però dall’altra parte dell’oceano. Armando parlava più lo spagnolo che l’italiano; ed io, così piccolo di statura, da quell’ultimo banco, e con quella compagnia (il simpatico Armando non faceva altro che parlarmi delle mirabolanti cose argentine) non seguivo certo le spiegazioni degli ottimi docenti di quella scuola. In quella seconda media, inoltre, non vi erano corsi di francese (la lingua straniera che io avevo nel mio curriculum) ma di inglese; per cui il francese lo preparai in privato.

Per fortuna la professoressa di lettere (di cui purtroppo non ricordo il nome), in seguito ad una mia ennesima scena muta,   diede una così tremenda sferzata al mio orgoglio (mi disse letteralmente: “Basile, quando sei arrivato sembrava volessi spaccare il mondo!!! E adesso non fai altro che chiacchierare a vanvera!!!) che da allora, chiesto ed ottenuto di cambiare banco (con la scusa che non vedevo bene la lavagna) cominciai una lenta ma decisa risalita che mi condusse alla promozione a pieni di voti.

Ricordo ancora Armando, a giugno,  davanti ai quadri di fine anno che commentava: “Ma come? Basile promosso ed io bocciato?!?”

Povero Armando. Non si era neanche accorto del mio cambio di passo.

Ricordo l’Equipe 84 con la canzone  ”29 settembre”; Dalidà con “Bang, Bang!”; Adamo con “La notte”.

Quando mio padre si stancò di mandare soldi dalla Sardegna (dove i suoi affari andavano invece a gonfie vele) ce ne tornammo tutti a casa.

La macchina di mio padre fu imbracata nuovamente nella rete di corde robuste della Tirrenia e la famiglia fu ricomposta in quella che di lì a poco, grazie al boom della “Costa Smeralda” stava per trasformarsi da terra di confino e di esilio a paradiso di vacanze e di promozioni.

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Dal Capitolo 14

del Vangelo secondo Matteo

VV 45-53

Gesù cammina sulle acque

Subito Egli convinse i Suoi discenti

A salire sulla barca e ad andare

dall’altra sponda, mentre i presenti

Di prima li voleva licenziare

Lui. Indi, dopo essersi accomiatato,

se ne andò su per il monte a pregare!

Verso sera, col remo affaticato,

dalla sponda li vide in mezzo al lago,

che il vento  contrario facea agitato.

Andò avanti così, fino a che, pago

delle Sue meditazioni, Gesù,

nell’ora in cui ‘l sole non è più vago

 sulla rotta, ma d’un quarto è ancor giù,

camminava sul lago verso l’onto

volendo   rincuorarli a tu per tu;

ma i discenti, non rendendosi conto

che era il Cristo, e dato che l’avean visto

camminare sull’acqua, come un tonto

che confonda il corbezzolo col cisto,

pensando  si trattasse d’un fantasma,

urlarono con stupore frammisto

a paura! Gesù in quel marasma

gli rivolse la parola dicendo:

-“ Coraggio a voi! Son io: il vostro plasma

 

Rincuorate!” – E Simone trasalendo:

-         “ Signore, se sei Tu, comanda

-         Che venga da Te sulle acque”- Scendendo

Sulle acque, poi che a  lasciare la randa

Gesù l’avea invitato, Pietro prende

A camminare sulle acque, ma sbanda

Per l’impetuosità del vento e scende

Giù impaurito! – “ Salvami Gesù!

Ti prego!” – E lesto Gesù gli tende

La mano e gli dice: – “Tu

Hai dubitato per la poca fede!”

Cessò il vento, come Egli montò su!

Quei della barca dissero: – “ Si vede

Che Tu sei davvero Figlio di Dio!”

Giunti così nella prevista sede

Di Gennesaret, saputo che il pio

Gesù colà si trovava, la gente

Diffuse la notizia ed un fottìo

Di malati giunsero immantinente!

E chi Lo toccava divenìa sano!

Questo che qui ho scritto  non è niente

se non leggete poi Matteo scrivano!

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Dopo la sospirata licenza elementare tutti noi, essendo ormai a regime la riforma della scuola media unica avviata nel 1962, e fatta eccezione per quei compagni già quattordicenni (l’obbligo scolastico, all’epoca, si arrestava a quella età), eravamo destinati ad iscriverci nella locale scuola media statale “Ernesto Puxeddu”, allora ospitata nella via Sivilleri (nome italianizzato del nobile ascendente catalano, Marchese di Alagon e Siviller).

Accadde però che alcuni  neo- licenziati elementari del mio paese decidessero, sulle orme di alcuni compaesani a quegli studi già avviati,  di iscriversi al seminario dei Salesiani di Arborea.

Non saprei spiegare per quale misterioso fenomeno si diffondesse in paese l’idea di intraprendere degli studi da seminarista.

Forse si trattava del  retaggio di un  passato in cui, famiglie che non se lo sarebbero potuto altrimenti permettere, erano riuscite a far  laureare i propri  figli grazie alla generosa accoglienza dei benemeriti Salesiani, sempre pronti, non per lucro ma per amore cristiano, ad accogliere tutti i giovani volenterosi di studiare e, perché no?, anche di avviarsi alla carriera ecclesiastica (manda o Signore, operai alle Tue messi!); o forse sarà stata la moda del momento; uno di quei flussi misteriosi ed arcani che smuovono persone e cose senza un’apparente, plausibile o logica spiegazione; o semplicemente il desiderio delle mamme (tra cui sicuramente la mia) di vedere i propri figli sistemati in una posizione sacerdotale che al tempo era rivestita ancora di un’aurea di prestigio e di stima.

Insomma, come fu e come non fu, anche io rimasi travolto da quest’ondata vocazionale.

Dopo averne parlato a casa fu deciso che avrei frequentato la scuola media parificata di “San Giovanni Bosco” ad Arborea. Mia madre era al settimo cielo. Finalmente vedeva concretizzarsi il suo antico sogno di vedere uno dei suoi sette figli maschi consacrato a Dio!

Dato che, come tutti i miei compaesani,  avrei frequentato da interno, mi  preparò un corredo coi fiocchi e i contro fiocchi e a fine settembre iniziai la mia avventura da seminarista.

Di quell’anno scolastico 1965-1966 e di quella prima media ricordo con piacere lo studio indefesso cui i Salesiani con la notoria competenza ci sottoposero: latino, italiano, storia, francese erano le mie materie preferite; un poco meno amavo la matematica, la fisica e il disegno (in cui ero proprio negato); ma la mia pagella fu comunque più che buona; ricordo anche il mio impegno nei cantores e nei super cantores (un gruppo ristretto del coro, prescelto dall’organista per accompagnare le messe dominicali); mi accadeva inoltre di essere prescelto come lettore (in particolare della seconda lettura) alla messa della domenica. Insomma tutto faceva sembrare che il sogno di mia mamma potesse finalmente avverarsi!

Celentano cantava “Il ragazzo della via Gluck”, primo, grande manifesto ecologista, che ci avrebbe accompagnato fino a tutto il 1966 (e per gli anni a venire); Little Tony “Riderà”; I Rockes “E la pioggia che va”. I Beatles spopolavano con “Michelle”. Il ritornello faceva “I need you, I need you, I need you…”; e io, che non avevo ancora iniziato a studiare la lingua inglese, nella mia ingenuità  capivo “Anita, Anita, Anita…”; anche perché  una ragazza del mio vicinato,  che così si chiamava,   girava in bicicletta lungo la strada su cui si affacciava il nostro negozio, mettendo in mostra le sue belle gambe; ed io pensavo che quelle attrazioni mobili meritassero quel ritornello così accattivante e melodioso.

Ma  quando la pigra estate sorrense mi riavvolse nelle sue spire di avventurosa libertà, fatta di scorribande al fiume e nei campi, la mia vocazione si sciolse come neve al sole.

Al rientro in seminario una greve malinconia si impadronì di me e implorai i miei genitori di riportarmi a casa.

E loro, seppure a malincuore, dopo le vacanze di Natale, acconsentirono a non riportarmi più in collegio ad Arborea.

Finì così la mia breve carriera da seminarista.

Però il mio destino era quello di non concludere lil successivo anno scolastico nemmeno al mio paese natio.

Infatti mio padre, con uno di quei colpi di testa a metà tra il coraggio e l’incoscienza che costituivano uno dei  lati migliori del suo carattere (anche quando, come accade in questa circostanza, essi si mostrarono infruttuosi) decise di tentare il rientro nella sua terra d’origine, la Sicilia.

Così, neanche ebbi il tempo di finire il secondo trimestre che trasferì una parte della famiglia (io, mia madre e tutti i miei fratelli più piccoli, all’infuori di uno che venne ospitato da mia nonna nel paese di origine di mia mamma) a Spadafora (in provincia di Messina) dove aprì addirittura una gioielleria, alla cui conduzione mise mia madre, che dovette dividersi, più che mai,  tra negozio e famiglia.

Ma questo fa parte già di un’altra storia.

… 6 … continua…

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Dal Capitolo 14 del Vangelo secondo Matteo

Prima moltiplicazione dei pani e dei pesci

VV 14-21

Nell’uscire dalla barca, Gesù

Vide una grande folla e compassïone

Provò per quegli uomini. Quanto più

Li guardava, tanto più l’impressione

Che essi fossero come un gregge senza

Pastore, cresceva in Lui. La lezione

Del Messia sulla gloria e la potenza

Di Dio durò a lungo. I   discenti

Gli dissero perciò: -“ Dagli licenza

 

Maestro, l’ora è tarda e i penitenti

Possono ancora andare pei villaggi

E le campagne d’intorno, e di stenti

 

Così non perire!”- Gli ultimi raggi

Del sole arrossavano infatti il cielo!

Ma Gesù rispose: – “Qui nei paraggi,

e non lontano, proprio voi, io anelo,

gli darete da mangiare!” Ed essi,

increduli fra scetticismo e zelo,

Gli dissero: – “ Dobbiamo andar nei pressi

Con duecento danari a comprar pane?!?”

-         “ Portate qui, con annessi e connessi,

 

quanto mangiare c’è nel tascapane

vostro!” E quelli, dopo aver guardato

dissero: – “ Questo è quanto ci rimane:

 

cinque pani e due pesci!” Osservato

tale cibo, ordinò che tutta quanta

quella folla si sedesse sul prato

verde, a gruppi di cento e di cinquanta.

Allora prese i cinque pani e i pesci,

poi, levando gli occhi al cielo, la santa

Sua benedizione pronunziò: – “ Mesci

Questi alla folla!” – disse Rabbonì,

spezzati che li ebbe. – “ Vedrai che riesci

 

A far mangiare tutti!” E fu così!

Che in cinquemila furono saziati

E con i resti riempirono lì

Per lì dodici cesti ben stipati!

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