Archivio Luglio 2014

Il fiocco rosso segnava la chiusura del ciclo quinquennale delle scuole elementari.

Una sgradita sorpresa ci aspettava però alla riapertura delle scuole, in quell’ottobre 1964.

Noi ragazzi dell’ultimo ciclo saremmo dovuti tornare sui vecchi banchi di legno dell’ex convento dei Cappuccini.

Evidentemente il boom economico era andato di pari passo con il boom demografico; così si erano formate più prime classi e non, “vecchietti” di quinta, avevamo dovuto cedere il passo ai “primini”, che avevano finito con l’occupare anche l’aula della nuova scuola a noi destinata.

Ricordo che in classe vi erano numerosi pluriripetenti:  dei giangalloni che, con uno o due anni più di noi regolari, sembravano in realtà degli adulti, sia per la loro statura, sia per il fatto che avendo già subito la muta della voce, apparivano effettivamente diversi da noi ragazzetti di soli dieci anni. Ricordo anche che il maestro Lai (così si chiamava il nostro nuovo maestro) durava fatica a domare quei ragazzi ribelli che tutto volevano meno che studiare, scrivere e parlare in italiano.

Il maestro li puniva con una bacchetta nera, vero terrore di tutti noi, con cui gli massaggiava duramente il dorso delle mani.

Incuranti dei colpi noi continuavano imperterriti a parlare in Sardo (all’epoca vi era un vero e proprio divieto, incoraggiato dai genitori, i quali sostenevano che a parlare in Sardo l’avremmo finita come loro, a zappare nei campi oppure a vivere alla giornata).

Anche io amavo parlare in Sardo. Lo avevo imparato in strada, con la mia banda, interamente sardofona (anzi, chi parlava in italiano veniva considerato un soggetto, da prendere per il culo, in quanto figlio di continentale, figlio unico oppure, addirittura, mezzo caghineri). E lo avrei affinato con le lunghe chiacchierate con la mia nonna materna Giuseppina, nelle sere d’inverno, passate accanto al caminetto acceso della cucina padronale.

Però avevo la fortuna di avere una facile parlantina anche in italiano, in quanto in casa mia, a parte le mie nonne (che parlavano rispettivamente in Sardo e in Siciliano) la lingua di comunicazione era quella dell’idioma di Dante.

Ho impresso bene, in quell’anno, la prima volta che il mio cuore ha esultato davanti alla bellezza femminile. Loro, le ragazze, seppure con il fiocco rosso come noi, indossavano un grembiule bianco (il nostro era nero). La mia Venere era bionda, con gli occhi celesti, alta e d’incarnato bianco e, per di più di origine continentale (mi pare fosse  trentina o veneta, con quel cognome che terminava con la consonante che rendeva tronca una sillaba altrimenti piana ).

Nessun pensiero perverso, sia chiaro. Si trattava di ammirazione pura per una creatura che rendeva onore al nostro Creatore e alla Sua grandezza. Anche perché una stanga del genere era fuori dalla mia portata e, comunque, in confronto a lei, mi sentivo ed ero un bambino mentre lei aveva aveva fattezze di donna matura. O almeno così mi pare di ricordare.

Ricordo ancora i miei quaderni di ispirazione risorgimentale: Enrico Toti, che lanciava la sua stampella contro  gli odiati Austriaci; Pietro Micca che si faceva saltare in aria; Ciro Menotti che veniva trascinato davanti al plotone di esecuzione pur di non fare la spia al nemico. E Giuseppe Garibaldi sul suo cavallo bianco che consegnava le chiavi del Regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele Secondo.

Quell’anno conobbi per la prima volta la “vela”; cioè marinare la scuola; nel nostro caso però non si andava al mare ma bensì al fiume. Ci si spogliava in maniera integrale (affinché gli indumenti non assorbissero l’odore inconfondibile dell’acqua di fiume) e si sguazzava in acqua sino all’ora finale delle lezioni.

I nostri genitori non volevano che si andasse al fiume; non solo e non tanto marinando la scuola (quello era fuori discussione); ma anche durante l’estate torrida del nostro paese, quando il fiume era un vero e proprio refrigerio contro la calura.

Mio padre diceva che era pericoloso, perché il fiume era frequentato dai vagabondi del paese e aveva paura che ci potessero essere degli abusi di natura sessuale.

Magari c’era qualcuno malizioso che sibilava tra i denti equivoci apprezzamenti sulle forme effeminate di qualcuno dalla carnagione particolarmente bianca; ma non ho mai saputo di abusi sessuali. Effettivamente, al fiume, c”era una qualche forma di bullismo; ma noi ragazzini piccoli eravamo molto veloci, in acqua e fuori; e alla bisogna sapevamo anche fare gruppo contro qualche compagno di giochi, troppo grande e tanto scemo.

Un giorno che avevamo marinato la scuola per l’ennesima volta, non so se per caso oppure se informato dell’assenza del figlio da qualche spione di turno, il papà di Gigi lo sorprese al fiume. Gli intimò di prendere gli indumenti (senza indossarli) e così, nudo come la moglie lo aveva fatto, lo accompagnò al paese, menandolo con la cinghia, il povero Gigi davanti e il papà dietro, che lo riempiva di improperi e di cinghiate.

Dopo un paio di giorni fu lo stesso Gigi, davanti al portone della scuola,  a proporre: “Ma poita cazzu non sind’andausu a s’arriu?”

Tradotto e ripulito in italico idioma: “Ma perché non ce ne andiamo al fiume?”

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Dal Capitolo 13

del Vangelo secondo Matteo

VV 44-52

Il tesoro, la perla, la rete

Canzone di ispirazione Petrarchesca di versi sette/ottonari ed endecasillabi :

 abC abC cd dcc DfF EgG con un  verso di concatenazione ed un commiato di sei versi

Come un tesoro nascosto

O simile a un mercante

O come una rete gettata in mare

è il Regno mio che è posto

nei Cieli, lì, distante

C. pei malvagi, ma accosto a chi sa fare

il bene e il ben pensare!

E chi il tesoro trovi

O una perla di valore,

e.o pesci il pescatore

tiri su d’ogni specie, in nuovi

f. disegni s’affannerà:

F. scegliendo i pesci per la qualità

                  E. o vendendo per esser compratore

                  g. del tesoro nascosto

                   G. nel campo e della perla ad ogni costo!

F. Ed alla fine del mondo sarà

                      h. così: gli angeli verranno

H. in danno ai rei e i buoni salveranno!

 

 

 

 

 

 

 

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In quell’anno scolastico 1963-1964, insieme al fiocco azzurro della classe quarta, noi della classe di ferro 1954, inaugurammo anche l’edificio delle nuove scuole elementari di via Vitale Matta.

La nostra nuova maestra si chiamava signora Soro (il nome di Battesimo non lo ricordo). Era una bella signora, non più giovanissima ma molto tenera e materna.

I ricordi di quell’anno scolastico sono legati soprattutto a due episodi.

Mi era stata regalata una confezione di  colori: 24 matite nuove di zecca, dal bianco al nero, passando per il quattro tonalità di verde e di azzurro, oltre, naturalmente, al rosso, all’arancio, al giallo e così via enumerando.

Li avevo messi sul banco con orgoglio.

C’era in classe, tra i tanti, un certo Carmelo, anche se tutti lo chiamavano “Cramelleddu”. Era un ragazzo, oggi lo intuisco, che di colori nuovi fiammanti come quelli, nella sua vita scolastica, forse  non ne aveva mai visti; o magari sì; non saprei. Quel che so per certo che a un certo momento, dopo essermi distratto a far non so che, mi accorgo che Cramelleddu si è impossessato di una manciata dei miei colori e, sbeffeggiandomi sardonico, si diletta a tentare di colorare un suo foglio bianco, spuntandomeli alla grande, uno per uno.

Scoppiai in lacrime, lamentandomi per il torto subìto. La maestra intervenne prontamente, facendo un sermoncino al mio compagno sul rispetto delle cose altrui e sulla necessità di chiedere il permesso al proprietario prima di utilizzarle.

Ho spesso ripensato a quell’episodio. Oggi mi vergogno di essere stato così egoista. Avrei dovuto gioire per il fatto che un mio compagno, sprovvisto del necessario, potesse divertirsi utilizzando i miei colori.

Caro, vecchio Cramelleddu, se per qualche miracolo della tecnologia informatica tu ti trovassi a leggere questo mio post, sappi che io, se potessi tornare, ti regalerei la metà dei miei colori; naturalmente a condizione che tu poi me li prestassi, al bisogno, e che non sghignazzassi con quel simpatico sorriso da canaglia che, a turno, avevamo stampato in viso in quei lontani giorni, prima che il boom economico ci facesse dimenticare il valore di una camera d’aria usata, di una tavola di legno, di cuscinetti dismessi e perfino di un cerchione da bicicletta  da spingere a rotta di collo con un corto bastone in mano.

Il secondo episodio è legato a una bicicletta: quella che non ho mai avuto (ne ho avuta una da grande, ma questa è un’altra storia); quella che i miei amici del paese avevano quasi tutti (magari dei genitori, di un fratello maggiore, di un nonno oppure, alla peggio, una da donna, della sorella o della mamma); quella per la quale sacrificavo tutte le mie paghette,  da cinquanta o  da cento lire, consegnandole a mia mamma che mi aveva promesso di comprarmela e che alla fine spese i miei soldi per l’acquisto dell’abito della prima Comunione (che allora, potenza dell’ignoranza giovanile, mi sembrava assai meno importante dell’agognata bicicletta).

Insomma si è capito che desideravo una bicicletta.

In attesa che le mie paghette pervenissero all’ammontare necessario per l’acquisto, la sera, una volta sbrigati i doveri scolastici, mi affacciavo sull’uscio che dava sulla strada.

Se davanti al negozio,  che allora era gestito da  mio fratello maggiore, notavo una bici appoggiata al marciapiedi, mi affacciavo con discrezione all’interno del negozio per capire che genere di contrattazione stesse svolgendo il cliente.

Se il proprietario (o la proprietaria)  della bici stava al banco di vendita (e non al banchetto da orologiaio che stava poco discosto dall’ingresso, sulla sinistra) allora potevo azzardarmi a montare sulla bici e farmi un giro veloce prima che la transazione fosse conclusa.

Mi andò sempre liscia,  fino a quando, una dannata sera, non incappai in una bici più alta e più difficile delle altre; altre volte ne avevo guidate di simili,  infilando una delle mie corte gambe da adolescente nel triangolo interno del telaio, ma questa volta, sarà stata l’agitazione, la vetustà della bici, o la durezza della catena, fatto sta che feci una rovinosa caduta, fratturandomi il braccio destro.

Forse la frattura mi risparmiò le punizioni corporali, che allora conseguivano a simili, adolescenziali sciocchezze ma un mese di gesso non me lo risparmiò nessuno.

La mia ingloriosa carriera di ciclista in erba naufragò così, dal marciapiede del mio paese, all’ospedale Marino di Cagliari.

A immemore ricordo conservo la foto della Prima Comunione nel mio elegante abito nuovo di zecca e con gesso al braccio. E forse la mia punizione fu doppia: una per avere preso la bici di straforo; l’altra per non avere prestato i colori a Cramelleddu (che comunque li usò al posto mio per tutto per tutto il tempo che portai il gesso al braccio).

E oggi ho capito perché mia madre non mi volle comprare più la bici; forse mi ha salvato da altre roivinose cadute, molto più pericolose di quella che ho raccontato.

Ah, se riuscissimo ad accettare di buon grado ciò che il Buon Dio ci manda, affidandoci a Lui, senza resisterGli (come io ho sempre fatto e tuttora faccio)! !! Molte cose che oggi ci sembrano brutte, forse ci apparirebbero da subito meno negative e drammatiche di come le viviamo invece, non accettandole come sconfitte e come parte dell’ineludibile porzione di sofferenze e contrarietà che la vita caina ci riserva un po’ a tutti.

E intanto i Mamas and Papas cantavano “California Dreaming”, Bob Dylan “Mr Tambourine Man” e, in Italia, Celentano “La Festa”, Gianni Morandi “Non son degno di te” mentre Nini Rosso eseguiva il suo magico “Silenzio” alla tromba. Nei cinema spopolava “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone”.

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Dal Vangelo secondo Matteo

Cap. 13 – VV 24-30

Buon grano e zizzania

 

Canzone di ispirazione Petrarchesca di versi sette/ottonari ed endecasillabi :

 abC abC cd dcc DfF EgG con due versi di concatenazione ed un commiato di tre versi

  1. Si può paragonare
  2. A un uomo, il Regno dei Cieli,
  3. Che nel suo terreno abbia seminato

  1. del buon grano. Sul fare
  2. della sera, irto di peli,
  3. mentre tutti dormono, un inviato

c.di mammona, in mezzo al prato

d. semina zizzania a traccia!

d. – “ Vuoi che quell’erbaccia

e. venga estirpata ?” – i servi

e.chiesero! – “ No, coi protervi

  1. D.    anche quei che son buoni, non si faccia”-

f. rispose il padrone,

F. – “che periscano nella dannazione!

 

E. Tralasciate e andate dunque a sedervi;

g. il grano sarà entro poco

G. nel granaio e la zizzania al fuoco!”

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Procediamo tutti verso la stessa meta

attraverso percorsi di incomprensioni e dolore!

E tutti proveniamo da Te,  Signore!

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Capitolo 13 del Vangelo secondo Matteo

VV 1- 23

Parabola del seminatore

-“ Ascoltate ciò che dirvi or mi preme!

Un seminatore,  per seminare,

uscì un bel giorno! Parte di quel seme

 

Cadde lungo la strada. A beccare

Quei semi scesero però gli uccelli!

Altri semi s’andarono a posare

 

In luogo roccioso. Come labelli

Prima sbocciarono, ma non avendo

Terreno profondo, come castelli

 

Sulla sabbia, al primo sole, cuocendo

tutti inaridirono. Altri semi

caddero tra le spine, ma crescendo

 

le spine li soffocarono. Premi

invece spettarono, a chi del  trenta,

  sessanta e cento, a quei semi, quai in gremi

 

caddero nella buona terra. Senta

e comprenda chi ha orecchi per intendere!”

 VV 13-25

Gesù cita Isaia  e spiega la parabola del seminatore

S’avvicinarono allora i discenti

Per dirGli: – “ Perché gli parli in parabole?”

Gesù gli rispose: – “ Perché coscienti

 

Voi sarete di misteri e metabole

Del Regno dei Cieli, ma non è dato

 a loro d’esserlo, perché con gabole

 

saranno ingannati! Sarà donato,

così, a chi sarà nell’abbondanza

e sarà levato tutto a chi è stato

 

nella miseria! Perciò con costanza

parlo loro in parabole. Perché

pur volendo, non vedono abbastanza

 

e pur udendo, non odono né

comprendono! E per loro s’adempie

quella profezia di  Isaïa che

 

recita: “ Voi udrete con le tempie

e non comprenderete; guarderete

ma non vedrete nulla, perché scempie

 

son divenute le orbite che avete

agli occhi, duri come orecchi e cuore,

chiusi da voi perché non intendete

 

né convertirvi, né esser dal Signore

vostro risanati! Beati invece

voi, che con occhi e orecchi lo splendore

 

che altri, pur gran profeta, non  olfece,

vedete e udite! Intendete intero

come la storia di pria si perfece:

-“ Quei semi caduti lungo il sentiero

Son coloro che dal seminatore

Hanno udito la parola. Ma invero,

 

subito dopo, giunto il tentatore,

gliela porta via. Ci son parimenti

quei che accolgono il seme con un cuore

 

 

di roccia. Udendo gli insegnamenti,

costoro, li accolgono con piacere,

ma poiché non hanno radicamenti

 

in se stessi, dato che il bilanciere

loro è instabile, alle persecuzioni

causate dalla parola, leggère

 

o gravi che esse siano, negazioni

della stessa opporranno; tra le spine

altri ricevono le spiegazioni

 

della parola: ma non son divine

le cure del mondo di cui son  schiavi ,

gli ori e le cupidigie senza fine

 

che soffocano la parola e ignavi

rendono i loro sensi. Finalmente

ci son quei che come terra degli avi

 

ricevono anche  il  seme e, prontamente,

udendo accolgono con sentimento

la parola e danno il frutto seguente:

 

chi dà ‘l trenta, chi il sessanta, chi il cento!”

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Un giorno un mio collega, una persona intelligente che professa liberamente il suo ateismo, mi disse che secondo lui la confessione dei cattolici (da lui ovviamente non praticata) è assimilabile in qualche misura alle sedute psicoanalitiche. Anziché stenderti sul lettino con lo psicoanalista al tuo fianco, ti inginocchi e vuoti il sacco con chi sta dall’altra parte del confessionale. Si faccia attenzione al fatto che non ci si accosta al confessionale solo per confessare i propri peccati (o le proprie debolezze, come direbbe il mio amico) ma anche per sfogarsi contro le ingiustizie del mondo (che Gesù ha patito in massima misura), quando si è subito un torto che fa sanguinare il nostro cuore, oppure anche  per chiedere un consiglio sui dubbi che affliggono l’anima.

Io non saprei dire sino a che punto il mio collega abbia visto giusto; certo è che quando ci si alza, dopo il perdono impartito dal confessore, ci si sente più leggeri e  più sereni.

Non so se operino gli stessi meccanismi biologici e psicologici ai quali sicuramente si riferiva il mio amico nell’operare il parallelismo tra confessione e psicoanalisi, terreno, d’altronde, già scientificamente esplorato da Jung; e non so neppure se nella confessione davvero operino delle forze di carattere straordinario. Come cristiano credo nello Spirito Santo e quindi ognuno tragga le proprie conclusioni. La verità è che non siamo fatti di sola carne (per dirla con San Paolo), ma siamo spirito e materia. Ecco perché ho smesso di credermi ateo.

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Dopo l’esperienza di Giorgino tornai al mio paese, dove mi aspettava il fiocco giallo della terza elementare.

Le nuove scuole elementari di via Matta non erano state ancora ultimate, per cui il Comune comunicò ai genitori che i propri figli avrebbero continuato a frequentare le scuole elementari nel vecchio Convento dei Cappuccini.

Tornai così nell’antico edificio seicentesco, secolarizzato con la legge del 29 maggio 1855, la prima di una serie di leggi con cui il Regno di Sardegna prima, e il Regno d’Italia poi, acquisirono l’ingente patrimonio ecclesiastico al patrimonio statale, nell’ambito di quel movimento politico ed economico teso a combattere la c.d. “manomorta”, ovvero l’accumulo delle proprietà immobiliari nelle mani degli ordini religiosi.

Il Convento era stato assegnato al comune nel 1866, con l’obiettivo di adibirlo a scopi di natura pubblica.

Ci avrebbe pensato poi Mussolini, nel 1929, coi Patti Lateranensi, a risarcire  la Chiesa per quelle espropriazioni, contribuendo così a costituire il primo nucleo di quella gestione finanziaria che grazie a uomini onesti e capaci come l’ing. Bernardino Nogara e ad ecclesiastici,  non meno capaci,  ma sicuramente meno onesti,  come il cardinale Marcinkus, ha portato il Vaticano, ed il suo braccio finanziario, lo IOR, al vertice delle potenze finanziarie off shore,  o paradisi fiscali che chiamar li si voglia, del mondo globalizzato.

Ma a quel tempo certe cose non si sapevano; e se qualcuno sapeva non veniva certo a dirle a noi.

Insomma queste scuole si trovavano in uno dei quartieri storici del mio paese: su Guventu, che comprendeva, oltre alle strade attorno al vecchio convento dei Cappuccini, anche la via Cimitero, che univa il camposanto e la Piazza Chiesa, attraverso la via Roma.

L’altro quartiere storico era quello che si snodava attorno alle vie Siviller e alla via Baronale costruite attorno al Castello quattrocentesco dei Marchesi di Alagon e di Siviller, antichi feudatari del re Aragonese Martino, fiero avversario della giudicessa Eleonora d’Arborea,  poi decaduti in epoca sabauda.

Infine c’era il mio quartiere, relativamente nuovo, ricompreso tra la Piazza del Municipio, la stazione ferroviaria e lo Zuccherificio (che allora produceva alla grande, dando lavoro a un sacco di gente, direttamente e indirettamente, con l’indotto, come si usa dire oggi).

Ognuno di questi quartieri aveva la sua banda di ragazzini. Quella de su Guventu era capeggiata da Mariano, un tipetto dalla fama da duro, che non permetteva ai ragazzini degli altri quartieri di entrare nel suo, senza buscarle di santa ragione. Ricordo una sfida epica con lui e la sua banda, fatta di lanci di pietre (a mano libera e con la fionda, “su tirallasticu”, che noi stesso realizzavamo con una forcella di legno di  fico a “Y”, due strisce di camera d’aria in disuso e un pezzetta di cuoio forata ai lati).

In testa porto ancora il ricordo di quella e di altre sfide: is staffeddasa, ovvero dei tagli visibili sulla cute, dovute all’impatto con i sassi taglienti.

A me toccava di stare in prima fila. L’obbligo mi discendeva dal fatto che io ero stato prescelto come capo-banda. Non tutti, però,  erano stati concordi nella scelta del capo; mi ricordo in particolare un caro amico di quei tempi andati: Rodolfo; avevamo la stessa età ma lui era più alto e robusto di me; quindi rivendicò, non so dietro a quale altro pretesto,  per sé la leadership; mi sfidò apertamente un pomeriggio d’estate, levandosi la maglietta e mostrando la  corazza di cuoio che gli copriva tutto il busto e che, a suo dire, lo rendeva invincibile e degno del comando. Più tardi mi confesso che si trattava di un busto ortopedico che gli era stato prescritto per risistemare non so bene quale sporgenza ossea; ma in quel momento credetti soltanto che si trattasse di un escamotage inventato per togliermi il bastone del comando faticosamente conquistato.

Alla vista di quella corazza, che Rodolfo sfoderò con un urlo di minaccia, tutti i componenti della banda ammutolirono di colpo; ma quando capirono che non intendevo cedere il comando senza lottare si disposero in cerchio attorno a noi; ci studiammo a lungo, con finte e occhiatacce di sfida; io intuii che se mi avesse afferrato, corazza o non corazza, mi avrebbe stritolato; allora, istintivamente, escogitai un trucco che mi sarebbe servito negli anni a venire per atterrare avversari ben più temibili: mi lanciai afferrandolo dietro ai polpacci e atterrandolo pesantemente; paradossalmente, quella corazza, che lui credeva il suo punto di forza, si dimostrò invece quell’handicapp che in effetti era, impedendogli di divincolarsi dalla  presa in cui lo avevo steso, con il peso del corpo e  le mie ginocchia sulle scapole che lo inchiodavano a terra. Alla mia affannosa domanda “t’arrendisi?” , lo spaventato amico non poté fare altro  che rispondere con un mesto assenso e il boato della banda decretò la mia vittoria;   Rodolfo si dimostrò un valido e leale luogotenente in tutte le nostre scorribande.

L’altro capo banda era un certo Francischeddu. Con lui ricordo un litigio nei gradini del bar di Sidoru che mi procurò il distacco e la perdita di tutti i bottoni della mia prima camicia (la ricordo bene perché era la mia prima camicia, una camicia che, come usava al tempo, era stato di uno dei miei fratelli più grandi; una camicia verde, mezze maniche con taschino), ma anche il rispetto di Francischeddu col quale, se pure non diventammo amici, almeno ci salutavamo senza più guardarci in cagnesco.

A scuola ci assegnarono il maestro Camerini, un siciliano che divenne amico di mio padre; a parte il difetto di pronuncia (quaccio più quaccio fa occio, somaro!) si dimostrò un ottimo insegnante, che istituì il servizio bibliotecario (allora sconosciuto al mio paese) avviando alla lettura decine di scolari (me compreso) che conobbero così “Il piccolo Lord”, “I ragazzi della via Paal”, “Incompreso” e i classici senza tempo: “Pinocchio”, “Ventimila leghe sotto i mari”, “I tre Moschettieri”.

Alla radio impazzavano Paul Anka, Celentano, Modugno, Gene Pitney, Adamo e Bobby (con la celeberrima “Una lacrima sul viso”) e Gigliola Cinquetti con la su indimenticabile “Non ho l’età”, vincitrice del Festival di Sanremo in quell’anno 1964.

Ma la nostra età, invece, avanzava, eccome! Adesso la mia età si scriveva con due cifre e  ci aspettava la quarta elementare, nelle scuole nuove di zecca, finalmente più vicine a casa!

3- continua

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Dal Vangelo secondo Matteo

La Redenzione

(Cap. 11 – VV 25-fine)

In quel tempo Gesù disse: – O Signore,

del cielo e della terra, benedico

il Tuo nome, Padre mio, perché il cuore

dei piccoli hai considerato amico

rivelando le cose che ai sapienti

hai tenuto celate. Perciò dico:

Sì, Padre, non hai voluto altrimenti!

Tutto quello che ho  mi è stato dato

 Dal  Padre mio; nessuno parimenti

Al Padre conosce chi Egli ha creato

E nessuno conosce il Figlio se

Non il Padre e colui al quale   è stato

Rivelato! Venite a me, voi che

siete affaticati ed oppressi, ed io

tutti quanti ristorerò! Da me,

troverete ristoro per l’oblio

che affligge i vostri animi, perché

son mite e umile di cuore; il mio

giogo prendete su di voi; leggero

è il suo carico e dolce il dondolio!

Questa è parola di Dio per davvero!

Lo ha detto Gesù Cristo e non io!!!

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Oggi la mia Commissione per gli Esami di Stato (un tempo si chiamavano esami di maturità, ma fa lo stesso) ha chiuso i lavori.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando le Commissioni di esame si formavano con colleghi provenienti da Novara, da Roma, da Venezia, da Firenze e da ogni parte d’Italia. Anche i docenti delle scuole sarde, ovviamente, venivano nominati in Commissioni di esame di altre città italiane, più o meno grandi: Ercolano, Modena, Foggia, Bari, Palermo, Trieste, Genova. Era un modo come un altro per entrare in contatto con altre istituzioni scolastiche, ci si confrontava, si faceva amicizia, c’erano degli scambi culturali. Poi le teste d’uovo del Ministero, ma soprattutto i politici” romani”, si son messi in testa di risparmiare (sulla pelle della scuola; mai che lo facciano sulla loro pelle,  sui loro privilegi e sulle loro prebende; se penso che un portaborse di un parlamentare guadagna più di un docente… ma lasciamo stare….) e adesso le Commissioni si formano a livello provinciale: tre membri interni, tre membri esterni e un presidente; tutti provenienti dalla provincia di appartenenza, così si risparmiano sulla trasferta.

I verbali, allora (sino ai primi anni novanta del secolo scorso), erano ancora cartacei. Si compilava tutto a mano, su dei registroni dalla copertina verde  forniti direttamente dal Ministero ad ogni Commissione.

Adesso i verbali si compilano on line e i registri sono elettronici: non è male, in fondo, anche se un vecchiaccio come me, ammalato di romanticherie nostalgiche,  rimpiange sempre i tempi andati: un po’ per carattere (dico sempre scherzando, ma non troppo, che per fortuna gli altri uomini non sono come me; altrimenti saremmo ancora con archi e frecce a cacciare nella savana; e la sera ci accovacceremmo davanti al fuoco, arrostendo la selvaggina e raccontando le gesta antiche dei progenitori, dove avere ringraziato gli dei per l’abbondanza della caccia); un po’ perché a volte mi sembra che la qualità della nostra vita sia scaduta; vedo sempre più visi tristi, gente esaurita, malcontento, musi, nuove povertà morali e materiali.

Intendiamoci: riconosco l’importanza di una invenzione come quella del computer; uso il PC ormai quotidianamente, per lavoro e per diletto; l’elettronica ha elevato la conoscenza e la cultura: oggi, con un click, scopri dei mondi a te sconosciuti; nella rete trovi l’equivalente di enciclopedie e dizionari per ospitare i quali dovresti avere in casa tua migliaia di metri quadri di biblioteche e librerie che, peraltro, non potresti neppure consultare, perchè per farlo, dovresti percorrere chilometri di scaffali ed avere una memoria o degli archivi che ti consentissero di localizzare il libro o il volume che ti serve. Invece digiti qualunque cosa ti venga in mente ed il computer ti fornisce milioni di risultati in frazioni di secondo…

Ma io sono un vecchio lagnoso: perciò lasciate che mi lamenti e che rimpianga i tempi andati…

Oggi, però, alla chiusura del pacco, mi sono preso una rivincita sulla tecnologia e sulla elettronica.

In verbale conclusivo dei lavori della Commissione, contrassegnato con il  n. 22, da me   personalmente  redatto on line e poi stampato nella sede a noi assegnata, parlava chiaro: a conclusione dei lavori occorreva formare un pacco contenente le prove scritte, n. 22 verbali redatti, stampati e sottoscritti, i risultati delle prove scritte e dei colloqui e il tabellone con i voti finali. Il pacco doveva poi essere firmato sul dorso da tutti i Commissari di esame, contrassegnato con il numero, il codice e la sigla identificativa della Commissione, legato con lo spago fornito dal Ministero e, udite, udite, sigillato con la ceralacca in almeno tre punti diversi e timbrato a fuoco con apposito timbro ovale (anch’esso fornito dal Ministero).

Insomma, dopo aver toccato l’apice della tecnologia informatica, ci siamo ritrovati  con un accendino in mano, a sciogliere della ceralacca rossa che colava sullo spago di chiusura del pacco. Quelle operazioni mi hanno riportato indietro di trent’anni, quando il computer nella scuola (e nella vita) era soltanto un miraggio fantascientifico.

E mentre un collega cercava con il timbro ovale del Ministero di imprimere il sigillo a fuoco su tre snodi della cordicella che legava il pacco, avvertivo una tremenda contraddizione: ma il Ministero quanto crede davvero nella rivoluzione informatica, nella capacità di memoria dell’WEB, nelle qualità probatorie del circuito ministeriale intranet e di quello generale internet?

Ho concluso  che neanche il Ministero dell’Università e della Ricerca (c.d. MIUR) ci crede fino in fondo;  altrimenti non avrebbe bisogno di un pacco cartaceo, sigillato a fuoco con la ceralacca, per convincersi che gli esami della mia Commissione si siano svolti veramente.

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In seconda elementare ci aspettava il fiocco celeste.

Invece a novembre arrivò la piena del fiume Mannu.

La nostra casa, con negozio annesso, fatto di mattoni crudi (il famoso mattone di  ”ladri” o “ladiri”, un composto a crudo  di argilla frammista a paglia),  fu invasa dall’acqua.

Tutta la popolazione che abitava nei quartieri  a ridosso del fiume, venne fatta sfollare. Ho impressa nella mente una scena quasi biblica: una notte, sotto l’acqua, una fila sterminata di persone, per lo più vecchi, donne e bambini, si snodava verso i quartieri alti del paese, oltre la chiesa parrocchiale; alcuni vecchi cercavano di farsi luce e coraggio con una stearica dalla fiamma tremolante stretta in mano , invocando in un lamento disperato “Santu Brai” (il patrono del mio paese), mentre le pie donne intonavano in processione l’Ave Maria in Sardo (Santa Maria, mamma de Deusu, prega po nosatrus peccadoris……).

Io ricordo mia mamma, che allora era incinta di Stefano e aveva in braccio Damiano, che guidava i più piccoli di noi verso l’asilo (uno dei ricoveri allestiti per gli sfollati, che si trovava appena sopra il cinema di Vittorio, dove la domenica gli uomini, con 100 lire e i ragazzi con sole 50 lire potevano assistere alla proiezione dei films di Ursus, di Ercole o di Ringo prodotti a Cinecittà; oppure a quelli di Joselito o di Cantinflas, freschi dal Messico, ma doppiati in lingua italiana).

Mio padre, come tutti gli uomini, era rimasto indietro, aiutato dai figli più grandi, per salvare il salvabile. Tra il salvabile mio padre aveva incluso, oltre alla merce e agli attrezzi da lavoro, messi al sicuro nel piano superiore della casa,  anche le galline, che allora erano ospitate nel pollaio dello sterminato  orto che si estendeva dietro la nostra casa (cinque dei miei fratelli vi hanno in seguito  edificato ampie case singole,   con annesso giardino di 300 mq ; ed esiste ancora la vecchia casa padronale, con 400 mq di giardino annesso);.

Ma purtroppo le galline morirono tutte; mio padre tentò di cucinarle, spacciandole per galline di macelleria, ma il loro sapore era così disgustoso che dovette mangiarsele praticamente da solo, perchè tutti ci rifiutammo di mangiarle; per punizione ci cucinò le fave ” a macco”, delle orribili fave secche, cucinate con bietola selvatica che a me non piacevano per niente (solo venti anni dopo scoprii di essere carente di un enzima, il G6PD  mi pare, che praticamente mi rendeva fabico, intollerante alle fave, con pericolo di morte in caso di consumo).

A salvarmi dalla carne delle galline morte annegate e dalle fave a macco ci pensò il Comune, che organizzò una colonia invernale a Giorgino (all’epoca la più rinomata località balneare di Cagliari) onde alleviare le famiglie alluvionate dal carico dei figli in età scolare; fu così che frequentai a Giorgino la mia seconda elementare.

Del mio maestro di allora non ricordo il nome; ricordo però che metteva in palio delle caramelle di anice e di menta  per chi avesse svolto il tema migliore; erano delle caramelle rettangolari,gustosissime, avvolte nella carta trasparente;  con un cuore di liquido che ti rinfrescava la  bocca; ricordo che vinsi il premio in più di una occasione, perché sin da allora mi piaceva scrivere con passione.

Ricordo anche che il mio maestro una volta mi portò nelle altre classi per farmi disegnare alla lavagna la lettera “f” minuscola, che io all’epoca trascrivevo con la parte inferiore così ampia, da farla sembrare il ventre di una vespa. Io mi sentivo orgoglioso di questa mia originalità, anche se, a ripensarci bene, forse il mio maestro voleva mostrare agli altri come NON si dovesse scrivere la “f”.

Mio padre ricostruì la casa quasi subito. E anche se lui era siciliano, conosceva bene il proverbio dei Sardi e dei somari sardi (che proverbialmente si fanno fregare una volta soltanto nella vita.

Infatti ricostruì la casa elevandola di ben 50 centimetri sopra il piano di calpestio, e interamente in blocchetti di cemento. La casa, come ho già detto,  esiste ancora e l’acqua non vi è mai più entrata da quella volta.

Credo che per ragioni didattiche, la famiglia si ricompose però  soltanto in estate, dopo la fine dell’anno scolastico.

Di quell’anno scolastico 1961-1962 ricordo le canzoni di Mina,  di Celentano, di Rita Pavone e di Fred Bongusto.

A Giorgino, a chiusura della colonia estiva, vennero organizzati una partita di calcio e un concorso canoro. Al concorso canoro arrivai secondo cantando la canzone “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto (il primo premio me lo strappò un ragazzo che cantava “Viva la pappa” di Rita Pavone, che allora spopolava in TV con Gian Burrasca); mentre alla partita di calcio la mia squadra perse perché “Truciolo” (purtroppo ricordo solo il suo soprannome), all’ultimo minuto, mi fregò la palla che stavo per infilare in rete e segnò dall’altra parte; ho dalla mia la scusante che giocavamo a piedi nudi e sulla sabbia.

Fine parte seconda- continua

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I miei ricordi di scuola più lontani son legati a cinque colori.

Il primo fiocco, quello della prima elementare, nell’anno scolastico 1960-61, era di colore rosa.

Ricordo anche un grembiule nero con le tasche; dei quaderni dalla copertina nera; un banco di legno a due posti, con il piano inclinato, troppo alto per la maggior parte di noi. In cima al banco, sul bordo superiore, una scanalatura che ospitava la stilo e  un foro dal diametro di circa  cinque centimetri dove alloggiava il calamaio con l’inchiostro nero. All’estremità inferiore della stilo un foro  serviva per fissarvi  il pennino. Si intingeva il pennino nel calamaio e si facevano delle pagine di aste, di quadrotti e di circoletti; per giornate intere; in classe e a casa; quaderni interi di aste, cerchietti e quadrotti; poi si passava alle lettere dell’alfabeto: vocali e consonanti; maiuscole e minuscole, in sequenza; quaderni interi: in classe e a casa.

 L’ultimo foglio del quaderno riportava  le tabelline: occorreva mandarle giù a memoria; in classe e a casa: quella del 2, poi quella del 3, quella del 4 e così via. Il mio maestro della prima elementare si chiamava Giorgio Maxia. Era figlio di ricchi possidenti: lui e suo fratello avevano studiato entrambi ed erano divenuti insegnanti grazie al diploma quadriennale delle Scuole Magistrali. Le loro terre le lavoravano i mezzadri (poco più di vent’anni dopo, nel 1982, la legge De Marzi-Cipolla avrebbe abolito quell’istituto giuridico così atavico e forse troppo punitivo per i braccianti senza terra e senza lavoro. Ma a quel  tempo io certe cose non le pensavo nemmeno).

Il mio maestro mi apprezzava molto; me lo dimostrava quando, a fine mattinata,  mi assegnava la  tessera del refettorio scolastico comunale di qualche bambino titolare che risultasse assente a scuola. Allora, anziché rientrare a casa, me ne andavo alla mensa: con quella tessera mi spettava un pasto completo: la pastasciutta la saltavo perché sembrava un impasto di colla; se c’era la minestra di riso oppure il minestrone, invece, lo mangiavo volentieri; scartavo anche la fettina, che assomigliava spesso ad  una suola di scarpa e le uova sode, che all’interno si presentavano con  un colore verde-giallo poco rassicurante; neanche il formaggino, a volte striato di verde sotto la confezione, mi attirava. Ciò che mi attirava di più erano certi panetti di marmellata di una nota casa svizzera: delle vere leccornie!!! Quella confezione da sola valeva il mio viaggio alla mensa scolastica.

Quando mi vedeva in piazza, il mio maestro, mi mandava al tabacchino a compragli le sigarette. Fumava le Alfa; sul pacchetto bianco spiccava infatti una lettera Alfa dell’alfabeto greco dal colore rosso. Da grande ho scoperto che quelle sigarette facevano letteralmente schifo,  peggio anche delle Nazionali senza filtro; o forse ero solo viziato dalle Esportazioni con filtro e dalle Diana che scroccavo, di nascosto, a mio padre e ai miei fratelli. Mi dava centocinquanta lire e mi regalava le venti lire di resto. Era il suo modo per dimostrarmi la sua simpatia ed il suo apprezzamento per l’impegno scolastico. Quel ventino dal colore di bronzo mi rendeva felice e correvo subito a comprarmi delle caramelle e un cono di zucchero da dieci lire. Ma se si era a Carnevale allora mi compravo una maschera da cow-boy con l’elastico ai lati (la seconda scelta era la maschera da indiano Sioux) e un pacchetto di coriandoli.

Quando pioveva, la strada per raggiungere la scuola diventava una pozzanghera. I marciapiedi non esistevano ancora al mio paese e neppure le strade, per la maggior parte, non erano asfaltate. Mio padre mi regalò un paio di stivali di gomma affinché non restassi con i piedi bagnati tutta la mattina e non rovinassi le scarpe (che comunque non erano certo le scarpe da passeggio che si usano oggidì).

Ricordo che il Comune distribuiva alle famiglie dei bisognosi delle scarpe. Io mi ritenevo fortunato:  la mia famiglia, pur essendo assai numerosa,  era considerata benestante. Anche se mio padre ripeteva che i veri ricchi erano i proprietari terrieri che risultavano sconosciuti al Fisco e non presentavano neppure la dichiarazione dei redditi. Mio padre era un commerciante; uno di quei grandi uomini che, nel loro piccolo, con inenarrabili sacrifici e tanto lavoro, hanno contribuito a ricostruire l’Italia distrutta dalla guerra. Lui però rimpiangeva la vita militare e i gradi di maresciallo che aveva abbandonato, con  stipendio sicuro, malattia e ferie pagate. Malediceva sempre il governo che, non ho mai capito con quale diabolico stratagemma, lo aveva convinto a cancellarsi dagli albi degli artigiani (lui che aveva le mani d’oro di orologiaio) per convincerlo a divenire un commerciante.

Col senno di poi, capisco però che con quel capitale che aveva immobilizzato nel negozio (tra oreficeria, gioielleria, articoli da regalo, sveglie e orologi) a quei tempi, quando i titoli di stato spuntavano un tasso annuale del 15%, avremmo potuto vivere di rendita. Ma la generazione di mio padre (ed il suo carattere fondamentalmente onesto, unito alla  mentalità biblica del piacere-dovere di guadagnarsi il pane col sudore della fronte) era fatta di una tempra dura, tutta casa e lavoro. Sarebbe stato impensabile mangiare senza lavorare.

Ma il boom covava sotto le ceneri dell’Italia distrutta dalla guerra. L’italia, in quegli anni, gettava le basi per la crescita enorme che sarebbe passata alla storia con il nome di “boom economico”.

1- continua

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