Archivio Maggio 2014

Capitolo 4

La morte dello studente Paolo Rossi e la prima occupazione dell’Università di Roma

 

Ricordo che eravamo in periodo elettorale: gli studenti eleggevano i loro rappresentanti ai consigli studenteschi di Facoltà.

Prima dell’esplodere del movimento studentesco che fece piazza pulita delle vecchie organizzazioni, le associazioni degli studenti erano più o meno apertamente legate ai grossi partiti politici nazionali. Le più importanti erano la G.A, i Goliardi autonomi che raggruppava socialisti e comunisti, poi c’era la FUCI che riuniva i cattolici e vantava un ex Presidente prestigioso, l’Onorevole Aldo Moro, poi c’erano la Caravella legata alle destre fasciste e l’AGIR, destre liberali.

I cattolici e le sinistre erano spesso alleati. Queste organizzazioni però riunivano una piccolissima minoranza di studenti, la percentuale di quelli che partecipavano alle elezioni variava tra il 20 – 30% ma gli studenti attivi nell’azione politica erano una sparuta minoranza. Proprio in quell’anno aveva fatto il suo ingresso nell’Università una nuova lista “la Primula” ispirata dall’Onorevole Pacciardi un transfuga del Partito Repubblicano che si era fatto sostenitore di una Repubblica Presidenziale forte.

Questa lista era abbastanza aggressiva e disponeva di notevoli finanziamenti. A quel che io ricordo le elezioni, nelle quali ero candidato per la G.A, si svolsero almeno nella Facoltà di Ingegneria regolarmente.

Ma ci furono voci di brogli e denuncie. Ci fu qualche tafferuglio. Io non so cosa esattamente accadde ma ci fu un morto, lo studente di sinistra Paolo Rossi: si disse che era morto cadendo da un muro mentre fuggiva da alcuni aggressori fascisti.

In conseguenza di questa morte l’Università fu occupata. Ci fu una grossa manifestazione al suo interno alla quale partecipò l’Onorevole Ferruccio Parri, assieme ad altri esponenti della sinistra e ad alcuni professori cattedratici.

I giornali delle destre tuonarono contro questo ingresso della politica nell’Università. Il rettore Papi dichiarò che essendo lo scopo dell’Università eminentemente didattico – scientifico egli non poteva tollerare questa intrusione dei partiti nel tempio del sapere.

Si dimise perciò. L’elezione di un nuovo rettore riportò sul momento la tranquillità. Le elezioni studentesche di quell’anno furono annullate. Ma ormai il clima nell’Università era cambiato. La politica aveva fatto il suo ingresso ed io intendo con la parola “politica” un qualcosa di assolutamente positivo: gli studenti cominciarono a discutere in libere assemblee non soltanto sui problemi studenteschi, come mensa universitaria e dispense per lo studio, ma anche  sui più vasti problemi sociali.

Io mi chiedo ancora oggi: l’Università aveva il compito di preparare la classe dirigente del domani, come avrebbe potuto farlo continuando ad ignorare quanto accadeva al di fuori delle sue mura?

Era il tempo nel quale in tutta l’Europa Occidentale ed anche in America gli studenti scendevano nelle piazze contro la guerra nel Vietnam, contro il razzismo, contro la dissennata legge del profitto che non rispettava né uomini, né città, né campagne.

In Italia si era allora in pieno boom economico ma il grande sviluppo era principalmente dovuto al petrolio a buon mercato, ed a un’industrializzazione selvaggia che non rispettava l’ambiente naturale.

Milioni di contadini avevano abbandonato le campagne specialmente nelle zone collinare e montane e si erano trasferite nelle grosse borgate che crescevano disordinatamente attorno alle grandi città.

Si cominciò allora a pensare che uno sviluppo così disordinato avrebbe avuto gravi conseguenze nel futuro, e gli studenti universitari vollero far sentire la propria voce su questi problemi.

Potremmo dire delle vicende del movimento studentesco quello che le nostre canzoni dicono dell’amore:

“L’amor comincia con suoni e con canti e finisce con dolori e pianti”

Ma sarebbe improprio perché l’occupazione dell’Università di Roma fu originata dalla morte di uno studente.

Io però non rimpiango i tempi precedenti, quelli della vecchia goliardia quando nei viali dell’Università si dava la caccia – per soldi – alle matricole e si cantavano in coro le “osterie”.

Un discorso a parte meritano le parole del rettore Papi successive alla grande manifestazione commemorativa della morte dello studente Paolo Rossi:

“E’ inconcepibile che alla radio, alla televisione, in orazioni funebri, educatori si abbandonino ad affermazioni le più diffamatorie, prive del più lontano indizio di prova per eccitare gli animi dei giovani all’odio, alla violenza, alla sopraffazione”.

Tra gli oratori di quella manifestazione c’era l’Onorevole Ferruccio Parri, uomo di sicura fede democratica e di grande prestigio morale, il primo capo di Governo – e rimasto unico – della Repubblica democratica italiana nata dalla resistenza antifascista, il quale nel 1947 fu anche la prima vittima della “guerra fredda”, quando forse anche su pressioni esterne all’Italia, fu in malo modo costretto alle dimissioni, per lasciare il posto ai vecchi notabili del pre-fascismo ed ai nuovi della Democrazia cristiana ,partito eterogeneo che racchiudeva molte anime.

Parri pur essendo idealmente schierato con le sinistre, non era legato ad alcun partito politico, si richiamava agli ideali garibaldini e mazziniani del vecchio partito d’azione e nel panorama politico italiano, la sua era sempre una voce libera e rispettata.

Io non lo udii in quella manifestazione, ma l’ho ascoltato in altre, mai l’ho udito incitare all’odio o alla violenza ed invece esortava alla calma ed alla ragionevolezza.

Così maltrattato in quell’occasione dalle autorità accademiche e dalla stampa anche Parri da allora tacque.

A tutt’oggi, dopo matura riflessione, io sono persuaso che aver chiamato la polizia all’interno dell’Università di Roma per cacciar via la politica fu un grave delitto.

Passò circa un anno da quell’episodio ed il movimento riprese vigore, ormai gli studenti , una parte di loro, avevano compreso che la politica non era necessariamente una cosa sporca e, se lo era, questa era una ragione di più per non lasciarla in mano ai politici di professione . “Riprendiamoci il nostro futuro”, si cominciò a dire ed alcune facoltà furono occupate con lo scopo di discutere sul nuovo progetto di riforma del ministro Gui ( In seguito travolto da non so quale scandalo, che anche travolse il ministro Rumor, anche lui compromesso nei vari progetti di riforma universitaria. Forse è una semplice coincidenza  ma tutte le maggiori personalità politiche italiane di quel periodo furono estromesse in malo modo, Leone, Tanassi. La tragica morte dell’onorevole Moro ha fatto dimenticare tutto il resto.)

La battaglia di Valle Giulia (1° marzo 1968)

La facoltà di architettura era stata occupata dalla polizia che ne aveva espulso gli studenti. Partì un corteo dall’Università per andare a Valle Giulia. Non c’erano idee precise fra gli studenti su cosa fare una volta arrivati.

I più volevano una manifestazione pacifica, alcuni dicevano che si doveva liberare la facoltà dalla polizia che l’occupava.

Il corteo attraversò le vie del centro senza che vi fossero  incidenti, scortato da pochi poliziotti. Si arrivò a Villa Borghese, la facoltà era presidiata da un numero esiguo di forze dell’ordine. Non so come iniziarono gli scontri, all’inizio sembrò che gli organizzatori della manifestazione, i capi degli studenti o quelli autonominatisi capi volessero parlamentare.

Ma all’improvviso, per iniziativa non  so di chi, iniziò una fitta sassaiola contro i poliziotti, molti dei quali caddero colpiti. Fu l’inizio della guerriglia, i poliziotti erano troppo pochi per essere in grado di disperdere i quattro, cinquemila manifestanti, rimasero perciò sulla difensiva.

Arrivarono in loro soccorso le prime camionette della Celere. Ma il terreno di Villa Borghese non si prestava alle tradizionali cariche dei mezzi della Celere poiché gli studenti, spostandosi sui prati ai lati delle strade bersagliavano dai bordi rialzati, con sampietrini e sassi i poliziotti dentro le camionette.

In questa fase per la prima e forse unica volta nel corso di una manifestazione di studenti a Roma i poliziotti ebbero la peggio. Molti furono i loro feriti, si disse attorno ai duecento, una diecina di camionette abbandonate dai celerini, non so come, presero fuoco.

Molto tardi i poliziotti si presentarono sul campo con forze sufficienti, ed io ricordo che arrivarono prima i vigili del fuoco che i rinforzi della polizia. Il contrattacco della polizia, condotto con forze soverchianti,  fu più metodico che violento, ricorrendo alla sperimentata tecnica delle retate, cioè, piuttosto che affrontare gli studenti nel corpo a corpo, i poliziotti si disposero su una lunga linea chiudendo tutti i varchi e bombardando al centro la massa degli studenti in ritirata coi gas lacrimogeni. In breve la gran parte dei prati di Villa Borghese, da Valle Giulia fino al Pincio, – la via di ritirata più percorsa – fu satura dell’acre odore dei gas lacrimogeni.

Moltissime persone furono prese nelle retate e portate in questura, tra le quali molti turisti e molte coppiette di innamorati. Nei giorni seguenti fra gli studenti circolarono voci che quanti erano stati presi e portati in questura erano stati picchiati subendo la “tortura del tunnel”, cioè venivano fatti passare tra due file di poliziotti, ognuno dei quali dava una manganellata o uno schiaffo.

Io ho partecipato a tutta la manifestazione di Valle Giulia anche se non sono intervenuto direttamente negli scontri, cioè non ho né tirato sassi né ingaggiato lotte e ricordo che subito  nei giorni seguenti ho cominciato ad avere qualche dubbio: perché, pur essendo noto che un corteo di quattro/cinquemila studenti si stava avviando verso la facoltà di architettura con l’intenzione di “liberarla”, questa fu lasciata pressoché sguarnita ovvero presidiata da un numero di poliziotti assolutamente non in grado di dissuadere quanti nutrissero intenzioni violente?

Perché, iniziati gli scontri, la celere tardò tanto ad intervenire e perché in un primo tempo arrivò con forze assolutamente insufficienti? Perché mandare i poliziotti a far caroselli dentro camionette scoperte in un terreno così accidentato?

Io sospettai: si voleva lo scontro, si cercava la battaglia ed erano necessari i feriti.

Da quello che io ho visto, temo che le autorità abbiano poi sottovalutato non tanto il numero quanto la gravità dei feriti: anche fra i poliziotti qualcuno può essere rimasto ferito gravemente.

La banda Caradonna all’Università di Roma (16 marzo 1968)

È passato tanto tempo e gli avvenimenti si sono affastellati nella mia mente per cui talvolta la memoria mi manca, non tanto nella rappresentazione degli eventi, quanto nella successione temporale degli stessi.

Solo recentemente leggendo vecchi giornali ho potuto ricostruire la successione degli eventi.

Ricordo che nelle Facoltà occupate si discuteva in assemblee permanenti e che le roccaforti del movimento erano le Facoltà di lettere, scienze e fisica.

La facoltà di legge era occupata dagli studenti di destra. Ma non c’erano scontri fra le due fazioni, che anzi già si parlava da alcuni di colloqui e di un’azione comune su certi temi, perché quando si parla di problemi concreti si può raggiungere un accordo, dimenticando le diverse ideologie di appartenenza.

Anche le destre si mostravano sensibili ai problemi del terzo mondo ed a quelli concernenti il diritto allo studio concesso a tutti ed anzi alcuni giornali, esagerando al solito, già parlavano di “ nazimaoisti”. È certo che alcuni leader degli studenti di destra di quel periodo subirono un pessimo trattamento.

Poi una mattina entrò nell’università la banda di Caradonna: una cinquantina o poco più di facinorosi, armati di bastoni e con la bandiera tricolore in testa, assaltarono la facoltà di lettere col proposito di liberarla dai “teppisti marxisti – leninisti”. Furono respinti.

Si rifugiarono nella facoltà di legge dalla quale cacciarono con la violenza gli stessi studenti di destra che pure dicevano di voler proteggere. Si barricarono all’interno e dalle finestre cominciarono a bersagliare con ogni sorta di oggetti, usando anche fionde, gli studenti che affollavano i piazzali sottostanti. Ci fu un tentativo di reazione da parte degli studenti di lettere che assediarono la facoltà occupata. Tentarono di sfondare le porte, chiuse e barricate dall’interno, ma non ci riuscirono. Furono respinti con numerosi feriti, fra i quali Scalzone che riportò la frattura di una vertebra cervicale.

Dopo parecchio tempo arrivò la polizia che caricò e disperse gli “assedianti”, ovvero tutti gli studenti che a quell’ora si trovavano nel piazzale fra le due facoltà, liberò Caradonna ed i suoi che furono fatti uscire dalla facoltà di legge e poi tranquillamente rilasciati come se niente fosse.

A me a tutt’oggi non risulta che per questa azione sia mai stato celebrato un processo e che qualcuno della banda Caradonna sia mai finito in carcere. Il giorno dopo i giornali parlarono di battaglia fra teppisti comunisti e fascisti all’interno dell’Università. Dopo questo fatto la polizia rimase per lungo tempo nell’Università di Roma. Pochi si resero conto del significato “storico” dell’evento che segnò la fine della “extraterritorialità” fino ad allora riconosciuta alle università italiane (e non solo italiane). Questo fu l’inizio di quel lungo processo di estremizzazione e criminalizzazione del movimento studentesco che portò alla sua distruzione.

Piazza Cavour.

Purtroppo non ricordo in che data avvenne  questo brutto episodio.

Una domenica mattina fu organizzata una manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia per chiedere la liberazione di alcuni studenti del movimento arrestati. La manifestazione era assolutamente pacifica, nessuno aveva intenzioni violente.

Non si andava ancora in quei tempi alle manifestazioni con le Molotov e i bastoni.

Parlarono alcuni studenti, non ricordo cosa dissero, ma nessuno incitò alla violenza. Tutto si svolse nel massimo ordine fin quasi alla fine.

Ma mentre gli oratori parlavano la polizia aveva circondato in forze tutta la piazza. Questa volta avevano fatto le cose in grande. Quando l’ultimo studente parlò e ci si apprestava a lasciare la piazza, ci fu lo scoppio improvviso di un petardo. Fu l’inizio, fummo violentemente caricati da ogni lato. Un fuggi fuggi generale.

Ricordo che scappai con altri dentro un palazzo: fummo inseguiti fin sulle scale, fin dentro gli uffici e le abitazioni.

Mi rifugiai con altri in un ufficio, ma lì non ci volevano, ci dissero di uscire. Sentivamo i poliziotti correre per le scale: “Questa volta mi prendono, pensai, poi cosa gli racconto a mio padre?”

Per fortuna dietro ai poliziotti c’era un sottufficiale di buon cuore, il quale li calmò e ci permise di uscire. “Su, per questa volta lasciateli andare”, diceva ai suoi, ed a noi: “Ragazzi per questa volta vi è andata bene, uscite pian piano e tornate a casa”.

Quando uscii dal palazzo per fortuna gli scontri erano terminati, cautamente percorrendo via Cicerone , raggiunsi la mia macchina parcheggiata in via Cola di Rienzo e potei andare a casa sano e salvo.

Questa manifestazione fu per me la prova che gli incidenti erano voluti, cercati con ogni mezzo perché poi i giornali conservatori potessero gridare contro i “teppisti comunisti che mettevano a ferro e fuoco la città”.

Quale fu la conseguenza di questi fatti all’interno del movimento?

Che gli studenti moderati, quelli che cercavano la discussione e chiedevano le riforme rimanendo nel piano della legalità, si allontanarono e gli estremisti presero progressivamente il sopravvento, confortati dall’atteggiamento delle autorità.

“Ecco, essi dicevano, noi cerchiamo il dialogo e le riforme, quelli ci rispondono con la polizia ed il carcere. Questo sistema non si può riformare, si deve distruggere”. Viva la rivoluzione! E l’opinione pubblica e gli operai che all’inizio avevano guardato con simpatia al movimento, mutarono atteggiamento: “distruggono, incendiano, non sono studenti, sono teppisti”.

Le mamme ed i papà che avevano i figli studenti, dicevano ad essi: “guardati dal partecipare alle manifestazioni, alle assemblee, quelli sono violenti, quelli ti rovinano”.

                                                              Povero pellegrin salito al monte

mi veggio lasso a scender a la valle,

dove  subito è scuro ogni suo calle.

O erta vana, dilettosa e falsa,

quanto se’ vaga a l’ignorante ingegno!

Guai a chi passa e non riguarda il segno!

Passato sono, e sto e vo e corro:

stella mi doni lume a cui ricorro

                                                                                     Franco Sacchetti

Alcuni giornali di Roma portarono avanti una sistematica azione di calunnia nei confronti del movimento studentesco “Le facoltà occupate sono diventate bordelli, altro che assemblee, fanno le orge là dentro”.

Queste cose le scrissero e molti ci credettero.

Io andai a dormire qualche notte nella facoltà di lettere occupata, non privo di qualche speranza:  “I giornali certamente esagerano, ma che ci sarebbe di strano se fra giovani impegnati in una lotta comune nasca qualche amoretto? E’ così malinconica la facoltà di ingegneria priva di ragazze e priva di poesia!” La storia delle orge non era vera e forse nelle facoltà occupate  nacque qualche amore, però è mancato il poeta. Qualche tempo dopo  in una sezione del P.C.I. che frequentai per qualche tempo dovetti subire un corso di educazione sessuale a finestre chiuse : “Meglio chiuderle le finestre, non si sa mai, qualcuno da fuori può sbirciare”. Il corso era noioso e non poetico.

Qualche tempo dopo un libro sugli amori di due studenti del movimento scritto in coppia ebbe un certo successo di pubblico. A me non piacque per niente, a partire dal titolo: “ Porci con le ali”. Credo ci abbiano fatto anche un film.

Testimonianze dal romanzo inedito di Angelo Ruggeri “Il Movimento del Sessantotto Romano”

 

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Esattamente quarant’anni fa a Brescia,  una bomba, straziava le carni di centodieci sfortunate persone, uccidendone otto. L’evento, noto  con il nome di strage di Piazzale della Loggia, è uno dei tanti crimini rimasti a tutt’oggi impuniti nell’ambito della strategia della tensione. Gli storici situano questa strategia nel periodo che va dalla strage dell’Agenzia milanese della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana,  avvenuta il 12 dicembre 1969 sino alla strage  della stagione di Bologna, avvenuta il 2 Agosto del 1980.

Ma non tutti sono concordi e, d’altronde, come ogni rigida categoria storica, anche questa classificazione risulta indicativa e non vincolante.

In effetti più di un commentatore ha osservato come facciano parte della stessa strategia, tendente come noto a destabilizzare l’Italia democratica, al fine di giustificare una involuzione autoritaria (affermatasi con le leggi repressive ispirate da Francesco Cossiga nel 1980 e confermate a furor di popolo in un referendum del 1981), anche le stragi  di Capaci e di via d’Amelio ( in cui morirono Falcone, Morvillo,  la loro scorta e Borsellino) e le bombe agli Uffizi di Firenze e a Maurizio Costanzo del terribile biennio 1992-1993 (famigerato per il crollo della Prima Repubblica, avvenuto sotto i colpi del pool Mani Pulite della Procura di Milano).

Ma i misteri della Repubblica Italiana partono da più lontano.

La prima data da ricordare è la strage di Portella della Ginestra (che avvenne il 1 maggio 1947 ad opera di Salvatore Giuliano) e l’intrigo si snoda attraverso dei percorsi contorti e tuttora tutti da districare, ma i cui snodi indiscutibili sembrano essere la morte di Enrico Mattei, quella del giornalista  de Mauro e l’assassinio di Pier Paolo Pasolini.

Quest’ultimo, prima di morire, dichiarò di conoscere i nomi dei mandanti delle stragi di Piazza Fontana e di Piazzale della Loggia.

E la morte di P.P. Pasolini mi fa venire in mente un’altra morte misteriosa, un altro omicidio barbaro e impunito di un uomo mite che sapeva tanto: parlo di don Emilio Gandolfi.

Don Emilio Gandolfi,   all’epoca del suo feroce assassinio (siamo già nel 1999), svolgeva funzioni di parroco a Vernazza, nelle Cinque Terre; i suoi carnefici, tuttora sconosciuti, lo massacrarono di botte, sino alla morte,  nella sua canonica.

Chissà come e chissà perché, le brutali modalità del suo omicidio (l’aggressione, la rottura delle costole, la mancanza di testimoni, il pestaggio, il ritrovamento in una posizione di inerme difesa, l’accanimento immotivato contro una persona mite di carattere) mi hanno subito fatto pensare all’assassinio del  grande poeta e regista friulano.

Certo le due personalità erano, per molti versi, assai differenti; ma due cose avevano certamente  in comune le due vittime della ferocia umana: entrambi erano due  impegnati e profondi intellettuali;  entrambi erano depositari di segreti attinenti agli eventi nefasti della strategia della tensione ed ai burattinai che, celati dietro cortine protettive di varia natura, ne tiravano le fila.

La storia personale e l’impegno pastorale di don Emilio Gandolfi,  in effetti, lascia supporre più d’un  collegamento con il’ 68 e, soprattutto, con le pagine oscure del terrorismo (di destra e di sinistra), che fu il folle prosieguo nonché il tragico epilogo di quella stagione della nostra recente storia, peraltro piena di speranze,  di candide illusioni e di trucide contraddizioni.

Egli aveva insegnato nel liceo Virgilio, frequentato a Roma da tanti giovani  che proprio in quegli anni si preparavano a vivere quella irripetibile stagione di rivoluzioni e controrivoluzioni che in Italia, terra di confine ideologico tra i due blocchi contrapposti della guerra fredda, divenne diabolico laboratorio di trame segrete e teatro di lotte aperte tra chi la rivendicava al Patto Atlantico e chi, invece, la voleva con il Patto di Varsavia e con la limitrofa Juogoslavia del Maresciallo Tito.

In tale contesto politico e culturale don Emilio fu un sacerdote progressista e anomalo; di quelli che non sono mai andati a genio ai vertici della CEI e del Vaticano; quei sacerdoti che non puntano a far carriera ma vivono il Vangelo tra gli ultimi, tra gli atei e i pubblicani e non disdegnano di tentare di redimere tossici, prostitute e terroristi allo sbando.

Ma cosa sapeva don Emilio Gandolfi di tanto scottante da indurre i suoi assassini e i suoi mandanti ad ucciderlo? Di quali segreti sconvenienti e pericolosi era depositario? Perché anche questo delitto è rimasto impunito e i suoi esecutori non identificati?

Qui non si tratta di complottismo o di cercare un grande vecchio! A parte che i grandi vecchi (ammesso che siano mai esistiti) sono quasi tutti morti. Qui si tratta di far luce sull’ennesimo delitto rimasto impunito.

E’ troppo chiedere alle istituzioni che si indaghi su un assassinio inspiegato e apparentemente  inspiegabile?

Con questo articolo intendo chiedere verità e giustizia sulla morte di don Emilio Gandolfi.

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Dal Capitolo XIV

del Vangelo secondo Giovanni

Promessa dello Spirito Santo

Osservate i precetti

Che vi ho dato, se m’amate;

Pregherò perché perfetti,

Grazie al Padre vostro siate”.

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STORIA DEL MOVIMENTO STUDENTESCO ROMANO

CAPITOLO  III

 

Fantasio tu hai detto che il vostro movimento fu “estremizzato” e poi criminalizzato: mi vuoi spiegare come accadde ciò? Come fu che da beniamini del mondo culturale voi diveniste nell’opinione  della gente comune dei quasi terroristi? Quando avvenne il punto di svolta?”

“Ti posso rispondere per quel che riguarda l’Università di Roma. Furono la battaglia di Valle Giulia, la vendetta della polizia a piazza Cavour e l’intervento della banda di Caradonna all’Università i momenti della svolta. Prima di allora fra le forze della polizia e gli studenti non c’era animosità e odio profondo. Gli studenti riconoscevano che coloro che portavano l’uniforme erano figli di contadini e di operai: si gridava nei loro confronti con ironia ma senza disprezzo lo slogan: “Operai volete che i vostri figli vadano all’Università? Arruolateli nella polizia.” Con ciò si voleva alludere, oltre che alla presenza dei poliziotti in uniforme, ad un’altra presenza che molti sospettavano, cioè alla discreta sorveglianza delle assemblee e dei cortei da parte di poliziotti vestiti da studenti. Dopo Valle Giulia i rapporti andarono progressivamente e velocemente deteriorandosi. I sassi di Valle Giulia lasciarono il segno non soltanto nei corpi dei poliziotti, ma anche negli animi e nelle menti.

In essi crebbe il rancore contro quei “figli di papà” che si permettevano di insultare loro, figli di contadini. Effettivamente, specialmente dopo l’intervento della banda Caradonna all’Università ed il suo salvataggio per opera della polizia, gli slogan nei confronti dei poliziotti divennero più cattivi. Si cominciò a gridar loro “servi dei padroni”.  Ci si mise pure Pasolini con una sua poesia, che sembrò ostile verso gli studenti ed invece era profetica, che pressappoco diceva: “Non posso essere solidale con voi che a Valle Giulia avete mostrato il disprezzo dei borghesi nei confronti dei figli degli operai”. I commentatori critici della poesia dimenticarono di dire che l’Io narrante nella poesia era un militante del partito comunista e veramente dopo  i fatti di Valle Giulia questa opinione verso il movimento degli studenti si diffuse nel mondo operaio e i sindacati e i partiti della sinistra gli divennero ostili.

Dall’altra parte ci furono voci di gravi maltrattamenti nei confronti degli studenti arrestati, si parlava di giovani fatti passare in mezzo a due file di poliziotti che li bastonavano. Apparvero sui giornali foto che mostravano gruppi di poliziotti manganellare studenti inermi.

Io ho partecipato a molte manifestazioni, non ho mai assistito a scene di particolare ferocia da parte della polizia, però voglio dire che quando a Piazza Cavour e a Valle Giulia e a Piazza Colonna avvennero le cariche della polizia, il mio principale intento fu subito quello di allontanarmi il più velocemente possibile dai punti pericolosi, e in ciò obbedivo ad un istinto primordiale,  oltre che a ricordi dolorosi, quindi non sono stato a guardare quello che accadeva lontano da me, e le voci dei maltrattamenti io le ho udite da gente degna di fede. Posso anche dire che i caroselli delle jeeps della polizia facevano veramente paura perché si lanciavano sulle strade affollate e persino sui marciapiedi a grande velocità ed in più di un’occasione causarono feriti, ed anche le bombe lacrimogene, usate in grande quantità, se colpivano qualcuno, facevano male, e i gas lacrimogeni potevano avere conseguenze dannose sugli occhi dei malcapitati studenti. Io stesso in quel periodo cominciai a soffrire di una congiuntivite che mai più mi ha lasciato.

Mi torna in mente la polemica ottocentesca sulla “ cecità del soldato”, malattia che colpiva i soldati ed era forse dovuta agli effetti della polvere da sparo , però chi lo diceva passava guai. Ed anche la recente polemica sugli effetti delle bombe all’uranio arricchito. Chi spera che le autorità facciano luce su questi argomenti deve considerarsi un illuso. Ovviamente una congiuntivite per quanto fastidiosa non può paragonarsi a queste altre malattie, però  le autorità dovrebbero preoccuparsi di non esporre i cittadini inermi e nemmeno i soldati  ai rischi dovuti  all’uso di armi improprie.

 

Comunque l’informazione che i giornali diedero su quegli eventi fu sempre parziale, talvolta mirante ad aggravare i fatti – quelli compiuti dagli studenti- e talaltra a sminuirli, sempre privilegiando la versione delle autorità, sia accademiche che politiche. Mentre il numero dei poliziotti feriti si conosceva ed era pubblicizzato, nessuno seppe mai con esattezza il numero degli studenti feriti,  perché chi poteva si faceva curare privatamente. La cosa peggiore fu che sui maltrattamenti avvenuti nelle questure non si fece mai luce; a quello che io so non ci furono indagini nè processi, nonostante che alcuni giornali a lungo ne avessero parlato. Ed io ancor oggi provo  rimorso per non aver a quel tempo seguito la sorte dei tanti studenti arrestati nelle manifestazioni. Fu  un errore non solo mio, ma di tutto il Movimento e più che un errore fu una colpa, questa poca solidarietà nei confronti di chi si trovò in guai seri.

A mia discolpa posso dire che a quel tempo io conservavo una opinione “buona” degli uomini e perciò non credevo a chi raccontava episodi di crudeltà e questo mio “ottimismo” ha fatto sì che io anche in seguito e fuori d’Italia mi esponessi a grossi rischi. Una certa fama di “incosciente” mi ha sempre seguito.

Dunque gli scontri di piazza, le voci dei maltrattamenti, i feriti di entrambe le parti valsero a spingere il movimento verso posizioni estreme.

Ma nello stesso periodo ci furono fatti ben più gravi: la strage di Piazza Fontana, la successiva caccia all’anarchico, la morte misteriosa di Pinelli e le dichiarazioni del questore Guida.

“E’ chiaro sono stati gli anarchici, hanno voluto colpire i simboli del “sistema borghese” che essi combattono, le banche, l’altare della patria”. L’anarchico si trovò subito: Valpreda.

Come ha fatto la polizia ad arrivare subito a lui ed al movimento 22 marzo? Allora c’erano a Roma e in Italia decine di gruppuscoli ben più forti e numerosi di quello.
Ammesso che gli attentati provenissero dalla sinistra extra parlamentare, la polizia avrebbe dovuto compiere un lavoro immenso per scandagliarli tutti, sottoporre a controllo migliaia di persone prima di individuare un possibile sospetto. Ma in un paio di giorni si arrivò al gruppo 22 marzo, a Valpreda e Pinelli. Come fu possibile ciò?

C’è solo una spiegazione logica: quel gruppo era il colpevole predestinato, già prima dell’attentato si erano organizzate le cose in modo che i colpevoli fossero individuati in quel gruppo, e Valpreda quando ciò accadde si trovava a Milano.

Ma anche dall’altra parte ci fu un atteggiamento sospetto: si cominciò a parlare di “strage di Stato”, perché strage di Stato? Si doveva semmai parlare di “strage contro lo Stato”. Perché – si diceva – la strage era stata compiuta con la complicità di organi dello Stato. Organi dello Stato? Attenzione! Si può semmai parlare di persone che ricoprivano un ruolo in organi dello Stato, le quali in complicità con ambienti esterni avevano organizzato la strage, o l’avevano coperta o avevano manovrato in modo da indirizzare la ricerca dei colpevoli verso certi settori, e ciò allo scopo di sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato. Quindi, questa è la mia tesi, si doveva parlare di strage contro lo Stato.

L’interpretazione che il movimento diede di questi fatti fu una: “Ci vogliono criminalizzare, vogliono farci apparire come sanguinari assassini, vogliono gettare il paese nel caos e forse in qualche caserma è già pronto il “salvatore della patria”.

E questa interpretazione era probabilmente quella giusta: la strage che colpisce persone innocenti non si può inserire nella strategia di un movimento che si proclama rivoluzionario e popolare, le cui azioni devono sempre avere come fine quello di allargare il consenso attorno alle proprie iniziative.

L’attentato contro un dirigente politico che sia impopolare, o contro un dirigente d’azienda o contro una personalità qualsiasi che abbia un ruolo notevole nel campo avversario può apparentemente essere giustificata in questa ottica, pur deforme. Ma la strage di persone innocenti non lo può. Il più fanatico degli estremisti politici sa bene che sarebbe un suicidio ricorrere a questo tipo di azioni, perché l’opinione pubblica di qualsiasi tendenza non prova altro che rabbia ed orrore nei confronti di tali gesti. Mi preme ricordare che queste bombe fecero vittime fra gente italiana non fra stranieri occupanti.

Ed infatti mentre gli attentati contro singole personalità sono state quasi sempre rivendicate dai gruppi che le hanno eseguite, le stragi, da quella della Banca d’Italia  a quella di Brescia a quella di Bologna, non lo sono state mai.

Per la semplice ragione che con questi attentati non si voleva colpire un “obiettivo nemico”, lo scopo era quello di suscitare nell’opinione pubblica rabbia e orrore e quindi, di converso, il desidero che la “legge e l’ordine” fosse ristabilita.

Lo stesso scopo si può raggiungere alimentando una campagna terroristica nella quale i terroristi di varie fazioni si uccidono fra di loro, ma anche dando eccessivo rilievo a fatti di criminalità comuni. In Italia il generale che volesse far marciare le divisioni allo scopo di imporre lo “Stato forte” non ci fu, però i giornali ampiamente parlarono di tentativi di colpi di Stato organizzati dalle destre con la complicità dei servizi segreti e anche la magistratura indagò su questi fatti ed alcuni generali furono processati.

L’interpretazione che il movimento diede dei fatti di Milano fu giusta, ma la reazione sbagliata.

Individuato il pericolo, bisognava mobilitarsi a difesa della democrazia e in effetti le reazioni della sinistra istituzionale andarono in questa direzione, ma nel movimento prevalse l’altra tesi: “Ci vogliono distruggere, preparano il colpo di Stato, quindi anche noi dobbiamo prepararci alla difesa, alla violenza si può rispondere solo con la violenza, il nemico è lo Stato, dobbiamo combattere lo Stato”.

Questa dicono che fosse la tesi di Feltrinelli – e la morte misteriosa dell’editore sembrò confermarla.

Va detto che nel movimento nessuno mai credette alla favole della bomba esplosa mentre Feltrinelli stava per far saltare un traliccio. Come può venire in mente ad un uomo ricco, potente, l’idea di mettersi sulle spalle una carica di tritolo ed andare a far saltare un traliccio dell’Enel? Ma questa fu la versione ufficiale. Si disse pure che Feltrinelli aveva preso contatti con alcuni banditi sardi per organizzare una guerriglia indipendentista in Sardegna.

Nacquero così i presupposti e la giustificazione ideologica della lotta armata. Mancavano ancora i soldati. Negli anni delle manifestazioni molti studenti avevano interrotto gli studi per dedicarsi anima e corpo al movimento.

Molti altri si laurearono, ma si erano troppo compromessi per potersi inserire nella società. Lo statuto dei lavoratori vieta alle aziende di assumere o licenziare in base alle opinioni politiche dei dipendenti. Quanto questa legge sia rispettata, ho potuto constatarlo sulla mia pelle. Io avevo partecipato attivamente all’occupazione di ingegneria, tuttavia ufficialmente non ero “compromesso” né “schedato” in quanto non ero mai stato fermato dalla polizia, non avevo conosciuto le stanze della questura, né mai avevo commesso azioni violente. E tuttavia quando dopo la laurea cercai lavoro, tutte le porte mi furono chiuse, dovetti emigrare.

Molti studenti del movimento dopo la laurea rimasero disoccupati e senza alcuna prospettiva di trovare lavoro. Altri avevano conosciuto il carcere e, dopo, l’emarginazione. Ma nel carcere erano entrati in contatto con elementi della malavita comune che essi cercarono di politicizzare, riuscendovi talvolta, e imparando da essi l’uso delle armi e della violenza come metodo per risolvere le questioni politiche.  E ci furono persino alcuni  carcerati per reati comuni che furono politicizzati dagli studenti: secondo autorevoli giornali lo stesso Feltrinelli tentò di fare del bandito Mesina un guerrigliero, uno “Che Guevara sardo”.

Del resto una nuova teoria politica stava nascendo: la classe operaia era ormai “integrata”, i dirigenti dei partiti della sinistra tradizionale erano “imborghesiti”. Gli unici in grado di accogliere un messaggio “rivoluzionario” erano gli emarginati delle borgate, i disoccupati, ed i più disperati fra questi: i detenuti e gli ex detenuti.

Nacquero così i primi nuclei di borgata.

“Che mi dici Fantasio della nascita delle BR, del delitto Calabresi, del delitto Moro…” “Proprio niente ti dico, in questo libro io racconto delle mie esperienze personali e di ciò che logicamente posso dedurre dalle mie esperienze . Quando avvennero i fatti di cui mi parli io già non ero più in Italia.

Sul terrorismo ricordo di aver letto una favola che ti voglio raccontare:

 

Un pastore avido possedeva un gregge di pecore che tosava senza pietà fino a scorticarle. Per quanto miti, le pecore si stancarono di subire tutte quelle vessazioni e cominciarono a fuggire; ogni volta che, dopo il pascolo, le riportava all’ovile, il pastore si accorgeva che qualche pecora mancava. Che fare per riportare l’ordine?

Chiese consiglio al Gran Pastore dei Pastori. “libera il lupo- disse costui- e poi spargi la voce che il lupo è nelle vicinanze, le pecore torneranno spontaneamente all’ovile”

Avvenne proprio così, ma non fu più possibile catturare il lupo che ancora si aggira attorno agli ovili.

Ti posso anche dire, non so se come aggravante o a parziale discolpa della classe politica italiana che la repressione avvenne a livello mondiale, in coincidenza o preceduta o immediatamente seguita dalla morte per mano violenta o naturale delle grandi personalità che sostenevano il movimento:

Che Guevara, Martin Luther King, Ho Chi Min, Mao Tse Tung, Sartre, Bertrand Russell e molti altri che, celebri un tempo, improvvisamente scomparvero dai giornali. Contro la famiglia dei Kennedy in America si scatenò una vera e propria campagna di linciaggio morale .

Fuori d’Italia la repressione fu più violenta: colpi di stato militari in Sud America con stragi e “desaparecidos” a migliaia, intervento militare russo in Cecoslovacchia, colpo di Stato sanguinoso in Indonesia, messa al bando delle “Guardie Rosse” in Cina, colpo di Stato in Grecia. In controtendenza la rivoluzione dei militari portoghesi che posero fine alla dittatura di Salazar e restituirono l’indipendenza alle colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico. Purtroppo in questi paesi scoppiarono sanguinose guerre civili.

In Cile la breve esperienza socialista di Allende fu soffocata dai militari di Pinochet.

 

Il movimento del ’68 fu differente dai  movimenti rivoluzionari dei secoli scorsi poiché  a scendere in piazza e a manifestare chiedendo un radicale cambiamento della società, non furono le masse proletarie, ma furono studenti ed intellettuali, perciò la repressione violenta del movimento ebbe come prima conseguenza quella di decapitare molte nazioni privandole della futura classe dirigente.

Fu così che quando in molti paesi fu ristabilita la democrazia  venne a mancare tutto quel ceto che avrebbe potuto guidare un cambiamento sostanziale della società.

Scomparve la dittatura dei militari ma rimase al potere una classe politica ancorata alle  idee precedenti il ’68, anzi alle idee del secondo ottocento, quelle che portarono alla grande guerra.  Gli ideali del socialismo furono dovunque sopraffatti.

Qualcosa di simile accadde nell’Italia subito dopo l’unità quando garibaldini e mazziniani che più e meglio avevano combattuto per l’indipendenza furono messi al bando e perseguitati: anch’essi, a differenza di quanto generalmente si crede, venivano per la maggior parte dai ceti intellettuali e borghesi, pochi furono i contadini e operai che si unirono ai patrioti, e invece molti furono quelli che si unirono ai briganti.

 

Dal Romanzo inedito di Angelo Ruggeri

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Capitolo XIV del Vangelo secondo Giovanni

vv 1-9

Gesù conforta i discepoli

Disse in quel tempo  Gesù

Ai suoi dodici discenti:

Ora io  vado lassù

a trovar  posto ai presenti.

 

E del luogo dove vado

così saprete   la via”.

“ Ma dove realmente  sia

né per scienza né per dado

io so”, contestò Tommaso.

Nessuno può venire  a Dio

Padre se non per mezzo mio

ribattè all’impersuaso,

Gesù,  Vita e Verità.

Se vedete me,  sin d’ora

conoscete il Padre Abbà”.

Ma disse Filippo ancora:

“Mostraci il Padre e basta”.

Sono nel Padre ed Egli

è in me. Per quei segni

credetelo. E la vista

 

che di me hai avuto,

Filippo,  sia sufficiente;

ché chi vede il Docente

anche il Padre ha veduto.”

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Giungemmo dal mare
Sbattuti dalle onde
Seguendo gli aironi
Sospinti dal vento
Quello che eravamo
Non lo ricordammo
Quel che ci aspettava
Non lo sapevamo

Però’ ci piacque subito
La terra del silenzio
I suoi profumi intensi
I suoi colori forti
I suoi sapori aspri
Ora festosa e placida
Ora furiosa e livida
Come gli umori del mare

E ci piacquero subito
gli occhi delle donne
per loro restammo
con loro affrontammo
Quei che vennero poi:
Punici e romani,
bizantini,
iberici e italiani!

Tutti li hai inglobati
E giacciono a strati
fibre di cuori feriti
corteccia di memoria pulsante
suolo che vibra
sotto i nostri piedi stanchi
dove s’erge ancora
Karalis dai magici colli!

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Sento spesso qualcuno che si lamenta per il traffico congestionato della città di Cagliari, soprattutto quando (e accade sempre più di frequente), nella via Roma si svolgono cortei di protesta e manifestazioni. Dopo avere sperimentato recentemente il traffico romano, posso assicurare chi ne sia all’oscuro, che il traffico di Cagliari, al confronto, è una pista di pattinaggio scorrevole e divertente.

Recentemente, infatti, trovandomi a Roma per ragioni professionali ed essendo in ritardo (per colpa dell’aereo),  ho dovuto prendere un taxi dall’aeroporto di Fiumicino sino a Piazza Cavour.

Una vera odissea in quel traffico infernale; con un taxista,  titolare di tre o quattro telefonini cellulari  che riusciva, mentre guidava, a utilizzarne due insieme (non chiedetemi come facesse, ma lo faceva).

Senza il ritardo dell’aereo avrei preso il treno e la metropolitana e sarei arrivato in un tempo inferiore, evitando lo stress di quel viaggio in taxi, reso più stressante vieppiù dalle chiacchiere del “tassinaro” (un giovane rampante, ex berlusconiano, oggi renziano dichiarato e sfegatato) che, negli intervalli tra una telefonata e l’altra,  è riuscito persino a intavolare con me e con mia figlia più di una discussione tra il cialtronesco e il professionale.

Insomma, un viaggio da sballo. Credetemi, per noi Sardi è sempre più complicato muoversi; o forse sono io che sto invecchiando.

Certo, anche se a rischio della propria incolumità, dai tassisti romani c’è sempre da imparare.

La volta precedente, un tassista romano molto più sobrio e calmo del trentenne rampante di cui sopra (forse anche per merito delle ore serali che, normalmente, nelle strade romane del centro sono meno rumorose e congestionate rispetto al mattino), mentre si parlava del più e del meno, di grillismo e populismo, di imposte e tasse, tributi e contributi, di passaggio nei pressi di Palazzo Montecitorio, con un gesto eloquente della mano, se ne uscì con un’espressione in dialetto romanesco che,  a distanza di mesi, ricordo ancora con simpatia: ” Ecchili là!!!” – disse indicando il palazzo sede della Camera dei Deputati – ” Se so’ magnati tutto, ‘st’impuniti!! “

E  riponendo la mano sul volante, ha poi concluso con un sospiro tra il rassegnato e l’indignato: “ Li mortè!!!”

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Dal Vangelo secondo Giovanni

Capitolo X

vv 1-10

” Io entro nell’ovile come amico

il ladro entra soltanto per rubare:

in verità, in verità vi dico

è  ladro e brigante chi suole entrare

per altra parte che non sia la porta!

Io sono il Buon Pastore e per portare

al mio gregge la vita ed ogni scorta

copiosa di pascolo son venuto!

Sappiate che son la porta

per mezzo della quale

al Padre mio si sale!

Come un pastore che esorta

chiamo gli ovi uno ad uno

e poi cammino avanti;

ma di ladri e briganti

non ne seguono alcuno.

Per essi do la mia vita

ma non coattivamente;

e quando sarà finita

la riprendo nuovamente.”

Pur su ciò sorse contesa:

chi un demonio ‘l vedeva

chi un profeta  ’l diceva;

e d’altro essa era accesa.

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Quando svolgevo  il mandato di  consigliere comunale,  tanti anni or sono, a volte finivo le riunioni del Consiglio oltre la mezzanotte; eppure consideravo tutto sommato tollerabili e preferibili anche quelle fumose riunioni politiche, animate da personaggi di provincia tutti da raccontare, alle riunioni cond0miniali del palazzo cittadino dove allora risiedevo ed al quale sono ancora legato per diverse ragioni giuridiche e familiari.

Da quando ho smesso con la politica (la mia esperienza, anche se molto intensa, è durata in realtà poco più di una normale legislatura comunale) ho sempre meno scuse per scansare le riunioni condominiali.

Le assemblee condominiali in Italia forniscono uno spaccato davvero emblematico di ciò che siamo noi Italiani.

Esse generano una mole immensa di liti condominiali (attualmente si contano oltre due milioni di contendenti distribuiti tra centri di mediazione, giudici di pace e tribunali) e, soprattutto, sono il palcoscenico ideale per una serie di personaggi da commedia che fanno invidia ai più famosi films del grande Alberto Sordi.

Vi trovi il pallone gonfiato, convinto di conoscere le leggi che, il più delle volte  interpreta le norme alla lettera, creando dei veri e propri mostri giuridici; c’è l’isterico, intrattabile e litigioso; lo sclerotico e  il rimbambito (in realtà sono due stadi dello stesso genere) che non sentono e non capiscono ciò che si dibatte e fanno continuamente interventi fuorvianti e inappropriati; poi abbiamo donne: dalle perditempo, che vanno in assemblea perché stanche  di parlare  con il gatto o con il cane di casa, alle saccenti che, avendo seguito più serie complete di Forum e programmi TV analoghi, arrivano in assemblea con un bagaglio di fantasia, ideale per far perdere tempo e pazienza a tutti; non mancano quelle che prima si sono studiate l’avvocato nel cassetto o, ancora peggio, le risposte degli esperti condominiali sulle riviste femminili più diffuse.

Tutti, uomini e donne, sono animati da una grande vis polemica, da una sconfinata invidia e dalla convinzione di essere comunque e sempre l’ombelico del mondo, anche se la loro casa dista soltanto pochi metri dalla tua.

Non parliamo poi degli amministratori condominiali. In tribunale ne ho conosciuti alcuni, ai quali non avrei affidato neppure i soldi per comprare il latte o il pane di giornata. fortuna che la recente riforma ha imposto un diploma di scuola media superiore e l’iscrizione ad un Albo professionale, sperando così di innalzare un po’ il livello medio della categoria.

Insomma, io resto sempre un inguaribile e nostalgico paesanotto: la casa dove sono nato era una casa padronale dove il vicino più prossimo non riusciva  neppure a sentire la mia chitarra elettrica quando, ahimè, troppi anni fa, cercavo di imitare Jimi Hendrix e gli altri miei idoli di Woodstock, Sanremo, Castrocaro e dintorni.

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Dal Vangelo secondo Luca

I Discepoli di Emmaus

Vv 13-35 

Ed ecco, in quello stesso giorno due

Di loro erano in marcia in direzione

Di Emmaus, conversando ambedue

Con nell’animo ancora l’emozione

Per tutto quanto ciò ch’era accaduto.

Discutendo con tale animazione

Non si accorsero che lo sconosciuto

Che si era unito a loro era Gesù!

Egli disse loro: – “Non ho saputo

 

Di ciò che voi discutevate più

In là nel cammino!” Col volto triste

I due si  fermarono: – “Solo tu”-

 

Gli disse uno dei due- “e non ne esiste

Un altro in tutta Jerusalèm, sei

Così forestiero che non hai viste

 

O conosciute le vicende dei

Giorni scorsi!” – “Che cosa?”Domandò

  ancora Cristo Gesù ai  due. Quei

risposero pazienti: – “ Tutto ciò

che riguarda Gesù Nazareno,

di come il Sinedr?o Lo accusò,

 

sapendoLo innocente e non di meno,

Lui, davanti a tutto il popolo e a Dio,

potente profeta, così pieno

 

di parole, d’opere e così pio,

mandato a morte per crocifissione!

Noi ci speravamo che io Suo invio

 

Coincidesse con la liberazione

D’Israele; con tutto ciò son già

Passati tre giorni dall’uccisione

Del Cristo, ma alcune donne di qua,

cioè delle nostre, c’hanno sconvolti:

andate al sepolcro, come si fa

 

in questi casi per i nostri morti,

e non trovando il Suo corpo, sono

venute a dirci d’aver visto molti

angeli, in una visione, che dicono

che Egli è vivo! Altri dei nostri, là

sono andati, e hanno trovato c?nsono

 

quanto affermato dalle donne, ma

Lui non L’hanno visto!” Ei disse loro:

-         “Che stolti e tardi nella verità

 

Rivelata dai profeti, a disdoro

Dei vosti cuori, siete stati! C’era

Bisogno che in capo al Cristo l’alloro

 

Mortale opponessero, perchè vera

Vi apparisse la Sua gloria?” Con cura

Egli si mise a spiegare la mera

Sequenza dei fatti della Scrittura

Che partendo dal profeta Mosè

E dai restanti, in maniera sicura

Si riferivano a Lui! Quando i tre

Furon vicini alla destinazione

Propria dei due, Ei fece come se

Volesse andare in altra direzione.

Ma essi Gli proposero: – “ Rimani

Che si fa sera e già il solleone

 

Volge al declino.” Non furono vani

I loro inviti ed accettò l’offerta.

Quando a tavola spezzò con le mani,

benedicendo, il pane, scoperta

la Suavera identità. Ma Lui sparì,

pur se l’anima loro ormai, aperta

si era alla Verità! Ed essi si

dissero l’un l’altro: – “Il cuore in petto

forse non c’ardeva mentre costì

 

Egli ci spiegava in modo sì perfetto

Le Scritture?” E subito partirono

A Gerusalemme, dove al cospetto

Degli Undici e degli altri, così udirono:

-“ Davvero il Signore è apparso a Simone

Ed è Risorto!” Essi riferirono

Poi ciò che gli era occorso e l’occasione

In cui l’avevano riconosciuto

Mentre diceva la benedizione

E del pane che avevan ricevuto!

 

 

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