Archivio Gennaio 2014

Vorrei dare, attraverso il mio blog, un contributo alla discussione, sempre accesa e sempre attuale, dell’emigrazione e dell’immigrazione. I contributi che pubblico di seguito sono tre: uno di Giovanni Pascoli, l’altro di un ingegnere, Angelo Ruggeri,  ieri emigrante (seppure impiegato in lavori intellettuali e progetti attinenti al suo corso di studi di ingegneria idraulica), oggi scrittore e critico raffinato; il terzo infine della presidente dell’ALIAS, l’importante Accademia Culturale della Lingua Italiana in Australia. I tre contributi sono collegati da un invisibile filo;  noi Italiani siamo emigranti  per cultura e  per dovere: per cultura perché ce lo impone la nostra nobile origine; per dovere perché essendo presenti in tutto il mondo, dovremmo seguire i nostri fratelli lontani per assisterli con la guida della nostra cultura ( i richiami in ambedue i sensi, sono  magistralmente enunciati dal Pascoli); e se vogliamo proprio le Associazioni culturali come l’Accademia presieduta dall’autrice del terzo contributo, costituiscono quel supporto culturale che il Pascoli, nel suo accorato appello agli universitari di Messina, riteneva sostegno doveroso e imprescindibile da parte nostra, a favore dei fratelli italiani sparpagliati nel mondo dal bisogno e dalla fame di esperienze.

Se fossi un immaginario legislatore internazionale, proporrei di codificare una norma del seguente tenore: “Tutti gli uomini hanno diritto di circolare e di stabilirsi ovunque nel mondo, senza limitazioni se non quelle derivanti dalle leggi del luogo”.

Ma siccome un simile legislatore non esiste (almeno, per ora) mi limito ad appellarmi al diritto naturale per sostenere che ciascun uomo ha il diritto di cercare una vita migliore, tanto più se scappa da persecuzioni naturali (la fame, la siccità, la miseria) ovvero positive o imposte dall’uomo (quali dittature, tortura, privazioni di libertà democratiche).

Ciò non toglie che sarebbe un bene se gli immigrati conoscessero in anticipo cosa li aspetta al di qua del mare. Giusto perché non si illudano di trovare un’america che qui non c’è davvero. O per non fare la fine dei nostri giovani in Australia, come ci narra l’autrice del terzo dei contributi alla discussione.

 

Giovanni Pascoli e gli emigranti

 

Dal discorso di Giovanni Pascoli agli studenti dell’Università di Messina. “La settimana elettorale del giugno 1900”.

 

“O giovani, io sto per dirvi cosa che vi prego di accogliere e meditare nell’anima. E’ una specie di rimprovero che io dirigo, non a voi, o nuovi della vita, ma a noi, a noi quasi vecchi o già vecchi.

Ecco. L’Università si deve estendere nell’avvenire, ho detto. Ora dico: perché non si è estesa per il passato? E aveva un grande compito da adempiere e non l’ha adempiuto. Essa (io parlo delle Università in genere; in genere anzi di tutti gli studi, che fanno capo, tutti, all’Università), essa, l’Università italiana, ha mancato il suo dovere; ha lasciato commettere un delitto atroce. Voi sapete che l’Italia si è estesa, se non si è estesa l’Università italiana. Migliaia e migliaia di lavoratori ogni anno lasciano la patria. Vanno ad aprire strade, a forar monti, a tagliar istmi per altri popoli, coltivano anche a coloro i campi e badano gli armenti, come gli antichi ergastoli. Altri fanno men nobili arti, non pochi tendono la mano.

In nessun luogo, neanche dove sono in gran numero e da gran tempo, sono trattati, oh no davvero, come meriterebbero i discendenti del più gran popolo dei tempi antichi e i cittadini d’una grande nazione e gli artefici, spesso, della ricchezza di quelle nazioni nuove. C’è oltre alla nostra Italia, o giovani, un’Italia errante, che è da per tutto e non è in nessun luogo, un’Italia faticante, un’Italia veramente schiava, che spesso riceve oltraggi per giunta al salario, per la quale spesso tace anche la pietà. O Italia divisa ed errante e faticante e schiava e oltraggiata e tiranneggiata e derisa e vilipesa, tu sei il nostro rimorso, perché potevi essere il nostro onore e la nostra ricchezza; e sei, invece, il dolore e persino, qualche volta, la vergogna! Sei il nostro rimorso. E intendo non dell’Italia stato, non della borghesia italiana, ma della Università italiana, prendendo questa parola come complesso di tutto ciò che s’insegna e s’apprende, d’arte e di dottrina. L’Italia pensante ha tradito la sua sorella povera: l’Italia lavorante.

L’ha reietta, l’ha lasciata partir sola, l’ha dimenticata colà, dove la fame la balestrò; l’ha dimenticata colà, dove ella si trovò priva di chi la consigliasse, ammaestrasse, guidasse, difendesse, ornasse! Non dovevamo lasciali partir soli, i nostri poveri emigranti! E non dobbiamo lasciarli più partir soli, e dimenticarli soli. Ecco la estensione universitaria che l’Italia doveva e deve sperimentare! Giovani ingegneri che qui non avete che costruire, e medici che siete troppi per i malati che nel paese della malaria e della miseria sono pur tanti, e voi eloquenti e generosi intenditori e critici delle leggi e dello stato e della società, e voi maestri di scienze, e voi maestri di lettere ed arti, là, oltre i monti e oltre i mari, sono i vostri fratelli che non hanno difesa e non hanno assistenza e non hanno direzione e non hanno spesso più idealità e non hanno qualche volta più rispettabilità, e non ottengono giustizia, e sono privi della parola della patria lontana! Possibile che alle terre vergini la grande colonizzatrice, che fu l’Italia, non abbia saputo dare che i picconi? Io dico queste cose con la coscienza torba. Queste cose non si predicano a parole, ma a fatti. Per queste cose non si dice: “Andate”, ma: “Venite”. Io non ho quindi il diritto, di dirlo. Eppure…Eppure quelli infelici che qui erano, se volete, servi, ma là, oltre i monti e oltre i mari, sono iloti, cioè servi di stranieri, mi sembra che mi accennino e mi chiamino. Anche me. Si, io, cui s’imputa, piuttosto che si riconosca, la più inutile delle arti, io, che sono considerato qua un disutile, là avrei avuto la mia missione e il mio fine: narrare quei dolori e quegli strazi e quelle ingiurie: sommuovere qua i cuori che obliano, e là consolare quelli che non obliano; e per la mia parte, che può essere la parte d’ognun di voi, o giovani buoni e forti, piantare i termini, là, delle nuove terre saturnie, e fondare le nuove città pelasgiche.”

 Contributo dello scrittore Angelo Ruggeri

Io ho posto questo articolo di Giovanni Pascoli nell’introduzione al mio libro AFRICA che narra le mie esperienze come emigrante nel Sudafrica governato dai bianchi, non perché ci fosse qualche similitudine fra la mia vita e quella degli emigranti italiani nelle Americhe alla fine dell’ottocento ed all’alba del novecento, io sono andato laggiù come ingegnere e per un primo periodo non sono stato troppo male,  ma perché vedo che proprio nell’Italia di oggi si stanno creando condizioni simili a quelle del Sudafrica di ieri: siamo in presenza di una forte immigrazione dai paesi poveri dell’Africa e dell’Oriente , i nuovi immigrati diversi da noi per lingua e cultura, si prestano ai lavori pesanti accettando salari che i nostri lavoratori non potrebbero accettare, entrano quindi in competizione con essi e  avendo bisogno di abitazioni e facendosi seguire dalle loro famiglie, creano loro quartieri nelle nostre città e per il loro stile di vita diverso dal nostro  sono spesso mal visti dagli antichi residenti. Cioè essi si trovano proprio nelle condizioni degli emigranti italiani in America nell’ottocento dei quali parla il Pascoli,

Il popolo italiano non è per tradizione razzista , perché è un popolo misto, tutti i popoli dell’Europa ed oserei dire dell’Asia hanno lasciato la loro impronta in Italia, ma proprio questa immigrazione che avviene in un momento di crisi per l’economia italiana,  e in regime di libero mercato, se non si trova il modo di darle una regola, finirà col favorire il sorgere tensioni razziali.    

 

Oggi poi stiamo assistendo al risorgere dell’emigrazione degli italiani, molto spesso dei giovani, verso altri paesi , e ciò davvero sembrerebbe una cosa assurda: come è possibile che tanta gente viene da fuori in Italia in cerca di lavoro e tanti lasciano l’Italia per la stessa ragione? Si dirà: “ In Italia arriva gente dai paesi più poveri per i lavori  umili e pesanti e dall’Italia vanno via giovani laureati” Questo non è sempre vero, perché molti dei migranti in Italia hanno una laurea o un diploma che nascondono e molti nostri laureati che emigrano, nei nuovi paesi ottengono lavori non adeguati al loro titolo di studio. Ho appena ricevuto questa lettera della Signora Cav. Giovanna Li Volti Guzzardi  Presidente dell’ALIAS Associazione Letteraria Italo Australiana:

 

EMIGRAZIONE IN AUSTRALIA

Da un po’ di tempo in Australia, si ripete il flusso emigratorio di tanti anni fa, infatti tanti giovani dall’Italia, arrivano per fare esperienza di lavoro, vengono studenti ed anche già laureati e cercano lavoro, ma qui, come nei tempi passati, il lavoro è difficile trovarlo, ed allora questi giovani sono costretti a fare qualsiasi lavoro per pagare l’affitto e da mangiare. Tanti fanno i camerieri nei bar, o nelle serate danzanti nei club italiani, ma sono inesperti e alla prossima non li chiamano per lavorare, è triste vedere tanti bei giovani che cercano lavoro, anche trovandolo, dopo tre mesi devono lasciarlo per andare a fare esperienza nelle fattorie, vanno in campagna a raccogliere frutta e verdura, o andare a lavorare nelle miniere al Northen Territory.

Tanti vengono da me per lavorare, ma io con l’A.L.I.A.S. non ho soldi, è tutto lavoro volontario per il concorso internazionale, ma loro poverini, devono guadagnare per sopravvivere, non c’entra il lavoro volontario.

Due studenti sono arrivati da Trieste ai primi di dicembre, una brutta scelta, poiché sono le vacanze estive e tutti vanno in vacanza, un loro amico li ha ospitati e aiutati a trovare lavoro, ma niente, nemmeno per camerieri hanno trovato, finalmente da una settimana si trovano al Queensland (due ore di aereo) a raccogliere frutta, ma solo per una settimana, i soldi che hanno portato li hanno finiti e così la prossima settimana, hanno deciso di ritornare a Trieste.  Parecchi che trovano lavoro, hanno il permesso per un anno, quindi devono ripartire appena scade il termine. Di sicuro, come ai vecchi tempi, in Italia si fa una fasulla pubblicità per inculcare a questi giovani la voglia di venire e sistemarsi in Australia, ma qui non si può rimanere, alcuni sono fortunati, trovano uno sponsor che garantisce loro il lavoro e dopo cinque anni possono rimanere, ma non è tanto facile, c’è solo un modo: sposarsi con un australiano, ma questo è un modo forzato, infatti subito dopo divorziano.

Questa situazione è incredibile, si dovrebbe scoraggiare i giovani a venire, e non incoraggiarli perché causa loro problemi, il primo, la lingua inglese, che tanti non sanno. Si dovrebbe fermare tutta questa emigrazione, tanti giovani invece di trovare lavoro, trovano guai per poter vivere senza lavorare. Sarebbe meglio venire da turisti, almeno possono ammirare le bellezze uniche di questa meravigliosa Isola Australe.

                                                                                         Giovanna Li Volti Guzzardi

 

 

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Se c’è qualcuno che sa, parli!
Dica perché il Figlio

è stato strappato alla Madre…
E il fratello al fratello….

E perché bambini senza colpa?
E vecchi senza tempo?
Perché?

Io, li vedo ancora,
in spirito e corpo
fluttuare attraverso i comignoli
e salutarci, con un sorriso pietoso.

Io, odo ancora latrati e voci
che radunano,
spaventano,
disperdono,
recidono legami e affetti
che non vedremo mai più.

Io, sento
la vergogna di essere uomo!
E la paura di vivere e di amare!

Ma perché,
se perfino Gesù Cristo,
dalla Croce,
ci aveva già perdonati!
Perché ? Perché?

Parlate, voi che potete! Voi che sapete!

Parlate!

Io prometto che parlerò…

Per non dimenticare.

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Dal Vangelo secondo Matteo

VV 12-17

Gesù a Cafarnao

 

“ Il paese di Zabulon e quello

Di Neftali, sulla strada del mare,

oltre il Giordano, un Messagger Novello,

 

Dispensator di Luce a illuminare,

Il popolo,  immerso nel buio,  ha visto

come ombra di morte!” Ad  abitare

proprio lì, dove Isaia avea scritto,

si recò Gesù, lasciando la natìa

Patria, poi che il Battista fu coscritto,

cominciando a predicare: “Che sia

convertito che si dèe convertire,

perché il Regno dei Cieli è sulla via!”

VV 18-22

I primi quattro apostoli

 

-         “ Seguitemi, vi farò diventare

-         pescatori di uomini!” – Fu così

che Gesù, camminando lungo il mare

di Galilea, chiamò due coppie di

fratelli: Giacomo e Giovanni e Pietro

con Andrea, che coi genitori lì

pescavano; ma reti e barche dietro

si lasciarono per seguir Gesù!

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La maggior parte degli scienziati che studiano il clima sono d’accordo  sul fatto che i cambiamenti climatici causati dall’opera dell’uomo sono qualcosa di reale che si sta verificando. Tuttavia una frangia minoritaria della nostra popolazione si aggrappa ad un irrazionale rifiuto di un fatto scientifico ben consolidato. Questa violenta pulsione di sentimenti antiscientifici infetta le aule del Congresso, le pagine dei più importanti giornali e ciò che vediamo nella TV,  facendo credere  che sia in corso un dibattito quando invece esso manca del tutto.

Di fatto c’è un ampio accordo fra quanti studiano il clima non solamente sulla constatazione che il cambiamento del clima è cosa reale, (un’indagine ha mostrato che il 97% degli scienziati sono d’accordo) ma  anche sul fatto che noi siamo responsabili dei danni causati dal riscaldamento del pianeta.

Se ci sono differenze fra le varie correnti di pensiero esse concernono due fronti : la valutazione delle conseguenze dell’aumento di temperatura e quali tecnologie e quali politiche offrano le migliori soluzioni per ridurre su scala globale l’emissione dei gas che aumentano l’effetto serra.

Per esempio: dobbiamo andare avanti col nucleare? Investire sulle energie rinnovabili  vento, sole e geotermica? Limitare le emissioni di carbonio  per mezzo di una legge sul commercio o imponendo una tassa (carbon tax)? 

Finchè il pubblico non comprenderà appieno i pericoli cui andiamo incontro procedendo sulla via odierna, questi dibattiti sono verosimilmente destinati ad affondare.

Qui è dove gli scienziati devono intervenire. Io penso che non sia più possibile per essi stare sul marciapiede a guardare. Io non ho avuto altra scelta che entrare nella mischia.

Sono stato perseguitato  da pubblici ufficiali, minacciato di violenza e più dopo  che in uno studio fatto assieme ad altri quindici anni fa ho trovato che il riscaldamento medio nell’emisfero settentrionale non aveva precedenti almeno negli ultimi 1000 anni…”

“Nel 2003 quando  in una udienza del Senato mi fu richiesto un parere su una questione  politica io risposi: “Non sono uno specialista nelle questioni politiche e per me non sarebbe utile portare la mia testimonianza su ciò che mi chiedete”.

Non è un atteggiamento insolito fra gli scienziati il credere e l’affermare che  noi compromettiamo la nostra obiettività se scegliamo di immergerci nella palude della politica o affrontare le implicazioni sociali del nostro lavoro.

Ma non c’è niente  di inappropriato nel far uso delle nostre conoscenze scientifiche per parlare delle conseguenze effettive sulla società delle nostre ricerche. Se noi scienziati scegliamo di non intrometterci nei dibattiti pubblici,  lasciamo un vuoto  che sarà riempito da persone che hanno in mente solo i loro interessi a breve termine..

Sarebbe una abrogazione delle nostre responsabilità nei confronti della società se restiamo in silenzio di fronte a problemi così gravi….

Come ci giudicherà la storia se noi vediamo il pericolo che ci fronteggia, ma non facciamo nulla per far comprendere la necessità e l’urgenza  di agire  per evitare il disastro che può accadere? Come potrei spiegare ai miei nipoti che il loro nonno vide il pericolo ma non avvisò in tempo?”      

 Articolo originale in lingua inglese di Michael E. Mann – traduzione dall’inglese di Angelo Ruggeri

L’originale dell’articolo si trova su albixforpoetry-poetryandmore

Commento a cura di Angelo e Ruggeri

Nel mio libro “Racconti per un giorno i pioggia” pubblicato in edizione elettronica dall’ Istituto di Cultura Italiano di Napoli io ho discusso lo stesso problema riferendolo alla realtà dell’Italia dove scienziati e ingegneri non discutono ancora su problemi così grossi e di difficile soluzione come l’effetto serra ma sono alle prese con inondazioni ricorrenti , inquinamento, dissesti del territorio e frane in gran parte causati dall’opera dell’uomo.

 

SCIENZA E POLITICA di Angelo Ruggeri

“Voi uomini bianchi credete che la natura vi appartenga, credete di poterla trasformare a vostro piacimento. Ma noi sappiamo che nei boschi, nei monti, nei fiumi, c’è uno spirito divino che voi non potete violare impunemente”.

Queste sono le parole che un vecchio capo indiano disse ai bianchi vincitori.

Stiamo distruggendo le foreste, e il deserto avanza. Scaviamo gallerie, perforiamo la terra ed anche il fondo del mare alla ricerca di minerali, petrolio, ferro, rame, oro e diamanti, e facciamo un uso smodato di questi beni come se non dovessero mai finire.

Ma non è così, non passeranno secoli, ma soltanto pochi decenni prima che il petrolio ed altri preziosi minerali si esauriscano.

Noi che siamo disposti ad affrontare tanti sacrifici per il benessere dei nostri figli non ci chiediamo cosa sarà di loro, cui lasceremo una terra in gran parte sterile ed impoverita.

Inquiniamo coi rifiuti della nostra civiltà fiumi, laghi e mari.

Gli uomini di scienza e gli ingegneri sono i maggiori protagonisti di questo tipo di sviluppo poiché sono essi che progettano industrie e città. ma  non vogliono ammettere le loro responsabilità, difendendosi con l’accusare i politici per ogni disastro che accade.

“ Non siamo noi  che decidiamo quanto accade nel mondo. Gli uomini di Stato ci chiedono di progettare armi per i loro eserciti, la gente comune vuole avere a disposizione sempre nuovi beni per il consumo di un giorno, i ricchi ci chiedono di costruire le loro ville nei luoghi privilegiati dalla natura. Noi non possiamo contrastare la volontà dei potenti, né cambiare i desideri della gente”,  dicono essi a loro difesa.

Perché non possono contrastare con la verità l’azione di quegli uomini politici  quando si accorgono che costoro per incompetenza o  altro causano disastri?

Perché gli uomini di scienza non possono educare la gente comune mostrando i pericoli cui l’umanità va incontro se l’attuale dissipazione di risorse non rinnovabile associata ai guasti dell’inquinamento dovesse continuare?

Non possono forse perché hanno fatto un errore fondamentale: quello di considerare la politica cosa estranea alla scienza e dalla tecnica.  Come se dicessero ai politici e forse lo dicono davvero : “ Noi abbiamo inventato le armi, ve le affidiamo e voi fatene quello che volete”

Io penso invece  che scienziati e ingegneri debbano tornare a far politica, impegnandosi in quella che molti di essi considerano ancora “cosa sporca”. Uscire dagli uffici e laboratori e mischiarsi alla gente del popolo, andare nei paesi e nelle borgate e perché no? Parlare anche coi rappresentanti dei partiti politici, frequentare le loro assemblee..

Sento le voci contrarie, le ho sentite anche quando ero studente di ingegneria:

“ Noi uomini di scienza mischiarci in quel mare di intrighi e corruzione, col rischio di aver macchiata la nostra reputazione e compromessa la vita familiare e con la certezza di non aver più tempo da dedicare agli studi che costituiscono parte essenziale della nostra attività?  Si dedichino alla politica coloro che non hanno niente di meglio da fare.”

Se avessi ascoltato queste voci, la mia vita sarebbe stata più piana e tranquilla, quanti guai avrei evitato!

Non posso negare che per un ingegnere mischiarsi in politica può essere rischioso : gli interessi economici coinvolti nell’esecuzione di un’opera pubblica o di una impresa industriale possono essere molto grandi , così come  gli impatti che l’opera può avere sul territorio e le conseguenze sulla popolazione in termini di lavoro e di valorizzazione economica delle aree dove si costruisce.

Tutte queste ragioni in una società dominata dall’interesse economico a corta distanza condizionano anche pesantemente chi ha l’incarico di progettare e costruire un’opera sia privata che pubblica perché alla fin fine è sempre chi paga per l’opera colui che prende le decisioni definitive.

Così vediamo casa costruite in zone franose, o sul letto di fiumi e impianti industriali inquinanti costruiti in quartieri densamente abitati.

Ma ciò accade  anche perché gli ingegneri e gli scienziati si sono troppo a lungo estraniati dalla politica: se gli uomini onesti e capaci che sanno  affrontare e risolvere i problemi col metodo scientifico facendosi guidare , oltre che dal buon senso comune e dalle conoscenze acquisite, da un buon sentimento morale, si tengono lontani dalla politica giudicandola corruttrice, succede davvero che la politica cade in mano ai disonesti e agli incapaci, i quali diventano così arbitri del nostro futuro..

 

DEMOSTENE

Così parlò Demostene agli Ateniesi:

“ O cittadini le vostre deliberazioni devono precedere gli eventi non seguirli,

altrimenti non siete voi a decidere ma il caso o i vostri nemici .Quando la stagione è asciutta dovete costruire argini ai fiumi,.”

 

Bello a dirsi: ma a farsi..

manca l’accordo su cosa fare

e quelli che hanno men cose da dire

più forte gridano nelle assemblee.

Non sa Caio ciò che vuole ,ma lo vuole con forza:

è ricco, prepotente, viene eletto presidente.

La gente aspetta le sue decisioni,

ma lui non sa quel che vuole, idee proprie non ha,

ascolta contrarie opinioni. Gli suggeriscono infine:

“Chi non fa niente, neppure fa il male”

E lui non fa niente, e tutto va a male.

Lo dice il poeta: “Omnia ruit”, il male vien da solo,

forza  occorre e volontà per fare il bene,

come per far andare un carro in un pendio:

senza freni scende da solo, senza spinte non risale.

“Nominiamo una commissione di esperti”.

Dunque non siete voi gli esperti?

Così vi proponeste agli elettori!

Già sul monte s’addensano le nubi,

si sente  a valle vicino il temporale.

Speriamo non si dica poi:

“Anche questa tragedia avrebbe potuto evitarsi.

Ma non si evitò. Venne la pioggia violenta

con fulmini e rumor di tuoni

sembrava che rotolassero pietre dal monte

ed era il torrente che gonfio, adirato,

con voglia di far danni, si precipitava  in basso.

Entrò nelle case, portò via qualche vita,

lasciò fango,  rovine  e pianti.

Quelli che  più avrebbero dovuto esser grati alla sorte

per aver avuto salva la vita

di più imprecarono contro l’avversa fortuna.

“ Pazienza per le case  distrutte –

disse il parroco ai funerali- le ricostruiremo,

ma quelli che hanno perduta la vita

non la riavranno, su questa terra almeno.

Sia ad essi clemente il cielo,  morti non sono in peccato”

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Mi sono chiesto spesso come mai Dante Alighieri, nella sua Divina Commedia, ponga Ulisse, il grande eroe greco da noi occidentali amato ed ammirato, nell’Inferno (V. appunto il  Canto XXVI del capolavoro del Sommo Poeta).

Vi propongo una interessante spiegazione che ho trovato nel libro dello scrittore Angelo Ruggeri  “L’ira di Achille” – Commento all’Iliade- edito dall’Accademia G.G. Belli nel 2011. Partiamo con l’Autore del libro dal testo dell’orazione che Ulisse rivolge ai suoi compagni alla vigilia del suo ultimo, fatale viaggio, traendolo letteralmente dal Canto XXVI dell’inferno di Dante:

  “O frati”, dissi, “che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia.

  d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperienza,

di retro al sol, del mondo senza gente.

  Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.

  Li miei compagni fec’io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

  e volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

  Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che ‘ntrati eravam ne l’altro passo,

  quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avea alcuna.

  Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

  Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

   infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”.


 “Non  richiamano i versi dell’ultima terzina” – scrive il Ruggeri – ” il triplice assalto di Diomede ad Apollo?:

                                Tre volte

a morte l’assalì, tre volte Apollo

gli scosse in faccia il luminoso scudo..

Ma come il forte Caledonio al quarto

Impeto venne, il saettante nume

Terribile gridò: guarda che fai!;

via di qua Diomede! Il paragone

non tentar degli Dei, che de’ Celesti

e dei terrestri è diseguale la schiatta!”

 Ricordiamo anche le parole di Dione a Venere ferita da Diomede:

“Oggi contro di te pur spinse Minerva

il figlio di Tideo. Stolto! Che seco

punto non pensa che son brevi i giorni,

di chi combatte con gli dei: né babbo

 lo chiameran tornato dalla pugna

i figlioletti al suo ginocchio avvolti;

badi che l’Adrastina Egialea,

di Diomede generosa moglie,

presto non debba risvegliar dal sonno

ululando i famigli, e il forte Acheo

plorar che colse il suo virgineo fiore.”

“Supponendo che Diomede sia stato fra i compagni di Ulisse nel suo ultimo viaggio narrato da Dante” – continua il chiaro autore – “  supposizione lecita da un punto di vista poetico,  ma non necessaria perché  nei tempi di Omero e anche in quelli di Dante le colpe di un membro di un clan o di una famiglia ricadevano su tutto il clan e su tutta la famiglia, risultano immediate le ragioni del naufragio della loro nave.

Potevano gli Dei lascere impunita la protervia di Diomede e del suo compagno Ulisse, che con Diomede aveva anche compiuto il furto sacrilego della statua  sacra del Palladio?

Dante ci narra che la nave di Ulisse fece naufragio in vista della montagna del Paradiso Terrestre: felice intuizione del nostro poeta  che collega il mito greco a quello cristiano!

Poteva forse Ulisse ricondurre gli uomini da quel luogo da cui essi furono cacciati per un atto di ribellione a Dio?

Dalla Genesi:

“ Il Signore Dio diede questo comando all’uomo:

“ Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,

ma dell’albero della conoscenza del bene e del male

non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi

certamente moriresti.”

 

Adamo ed Eva mangiarono il frutto, persero l’immortalità e furono cacciati dal Paradiso terrestre.

Ed a guidare il ritorno verso quel paradiso potevano essere due uomini come Diomede ed Ulisse, il primo dei quali non esitò a colpire la dea Venere ed il Dio Marte, ferendoli e deridendoli, ed il secondo era noto a tutta l’antichità per i suoi inganni e la sua astuzia applicata ad azioni di guerra? Sarebbe stato veramente assurdo secondo la logica aristotelica che Dante segue , poiché i due possedevano certamente la scienza del bene e del male, ma l’avevano applicata per compiere il male! E sarebbe stato ancora più assurdo secondo la logica cristiana.

 E’ dunque l’aver fatto di Ulisse il martire della conoscenza non è arbitrario? Ma certo che lo è!

Se dunque vogliamo trovare le ragioni della condanna all’inferno di questi due eroi, non dobbiamo cercare lontano, le troviamo tutte già in Omero e trovano conferma nella Bibbia! .

 

 

Che dire dunque del famoso discorso di Ulisse:

“Fatti non fummo a viver come bruti,

 ma per seguir virtute e conoscenza”,

 che ha fatto scrivere tante commosse pagine e lo ha fatto apparire come un martire della conoscenza e  precursore dei tempi avvenire?

Ebbene, io penso che sia il discorso di un astuto imbroglione. Un bel discorso certamente, ma non sincero

Dimostrazione immediata: Ulisse in vita era noto come un grande oratore , un uomo che con le parole vinceva tutti, così ce lo presenta Omero. Ma non era onesto e faceva uso della sua eloquenza per ingannare i nemici, e, quando gli conveniva , anche gli amici.

Dante incontra Ulisse nell’inferno dove, per definizione, stanno i peccatori non pentiti, Ulisse dunque, morendo non si è pentito, è rimasto il peccatore che era, dunque un bugiardo e un imbroglione: semplice sillogismo!

Ricordiamo che Dante ha intitolato la sua opera “Divina Commedia”, commedia dunque, cioè imitazione della realtà. Secondo i precetti di Aristotele e Orazio i caratteri dei personaggi di una commedia devono essere coerenti con quelli che la tradizione ci ha tramandato: il carattere di Ulisse è quello di un consigliere astuto , ma fraudolento. Per questo peccato egli sta all’inferno e non può smentirsi. Se si fosse pentito starebbe nel limbo.

E perché Ulisse avrebbe mentito ai suoi compagni? Per distoglierli dal loro desiderio di tornare ad Itaca! Così come i governanti dei nostri tempi parlano di missioni spaziali, della conquista della luna e di Marte per non far pensare ai gravi problemi della nostra terra!

Quando Ulisse partì da Circe egli non fece vela verso Itaca, ma su consiglio della maga, andò a visitare il mondo dei morti per interrogare l’indovino Tiresia su quello che  gli sarebbe accaduto ad Itaca. Fra i morti egli incontrò la propria madre, morta di dolore e  tanti eroi greci, fra i quali Achille e Agamennone, dal quale apprese la triste sorte che incontrò in patria: ucciso  sulla soglia di casa dalla moglie e dall’amante di lei.

Peggio quello che Ulisse seppe da Tiresia.

“Il ritorno tu cerchi di conoscere, glorioso Odisseo, il dolce ritorno, che un dio ti renderà doloroso.Non riuscirai, io penso , a sfuggire all’Enosigeo che ti serba rancore in fondo al cuore. Egli è adirato perché gli accecasti il caro figlio. Ma anche così tornerete, pur sopportando sventure, se vorrai frenare la voglia tua e dei compagni non appena accosterai la nave all’isola Trinacria scampando al mare. Là troverete al pascolo le grasse vacche e le pecore del dio Sole, che tutto vede e tutto ascolta. . Se tu le lasci illese e pensi al ritorno, giungerete a Itaca, pur sopportando molte sventure: ma se le danneggi allora ti predico la rovina per la nave e per i compagni. E anche se tu ti salvi, tardi tornerai e malamente su navi d’altri, dopo aver perduto tutti i compagni, e troverai nella tua casa dei guai, vi troverai uomini prepotenti che ti divorano i beni e aspirano a sposare tua moglie. Ma ti vendicherai delle loro offese. E dopo che avrai ucciso nella tua casa i Pretendenti per via d’inganno o a viso aperto con l’armi,, prendi un remo e continua a viaggiare fino a quando tu arrivi fra uomini che non conoscono il mare….”

Ce n’è abbastanza per persuadere Ulisse a non far rotta verso Itaca, ma dirigersi verso l’alto mare aperto per cercare una nuova patria a sé e ai suoi pochi compagni rimastigli!

E infatti  Dante non fa cenno del ritorno di Ulisse ad Itaca ma dice che dopo essere partito da Circe egli fece rotta verso l’alto mare aperto!

 E si può anche lodare Ulisse per questa sua decisione, ma resta il fatto che egli mentì ai suoi compagni: pietosa menzogna, la chiameremmo noi moderni che siamo abituati alle menzogne di chi ci governa e giudichiamo normale  che un politico neghi oggi ciò che ha detto ieri e contraddica le verità più evidenti. Lo si giustifica generalmente con le parole:”Lo fa a fin di bene, il bene della nazione  e del suo partito”

Dante però non può moralmente approvare il comportamento di Ulisse per una semplice ragione: a causa del genere  di intrighi di cui Ulisse era maestro, egli fu condannato ed esiliato dalla sua patria Firenze.

Ulisse con una falsa accusa aveva provocato la morte di Palamede e Dante per una falsa accusa era stato condannato come ladro senza che avesse avuto la possibilità di difendersi. Ulisse con un inganno aveva persuaso i Troiani ad accogliere dentro le mura della città il cavallo di legno che nella pancia nascondeva i nemici,  e con un inganno Carlo di VAlois era stato fatto entrare in Firenze, come “paciere”. Per avere una idea dei sentimenti di Dante verso i suoi concittadini che lo avevano ingiustamente esiliato basta leggere i versi con i quali comincia il canto di Ulisse.

A questo punto  dobbiamo affrontare una grossa obiezione che potrebbe farsi a questo mio discorso: la confusione o meglio la commistione che Dante fa fra i miti che appartengono alla Bibbia e quelli presi dalla cultura greco romana. Problema complesso al quale ho risposto nel secondo capitolo del mio libro “Il pensiero politico di Dante”, del quale trascrivo la prima pagina:

                              MITI CLASSICI E MITI EBRAICI

 

Molto si è discusso sul fatto che apparentemente Dante non fa distinzione fra i miti che appartengono alla Bibbia e quelli presi dalla cultura greco Romana o addirittura orientale; il Professor Tanelli, docente  italiano che insegna in una università americana, ha scritto un poderoso libro sui “Miti della Divina Commedia” nel quale egli fonde i miti delle diverse tradizioni in una unità spirituale che il professor Vincenzo Rossi , nel suo pregevole commento al libro sintetizza in questo modo:

 “ L’alta poesia della Commedia vista e vissuta dentro la luce speculativa del mito, non solo fuga le nebbie speculative che si indugiarono maldestramente su zone poetiche e zone strutturali, ma non sopporta neppure alcuna possibilità di aggettivazione, né di pagana né di cristiana pur contenente l’una e l’altra spiritualità.

Il mito dantesco così come lo sente e giudica (a nostro vedere correttamente) il Tanelli con tutte le situazioni e i personaggi che danno forma e vita al poema sacro fonde le due visuali fondamentali che l’occidente ha del mondo, Paganesimo, appunto e Cristianesimo. Ne deriva che Dante e la sua poesia sono insieme pagani e cristiani in una sintesi compatta e unitaria tale che non sopporta scorporamenti e distinzioni. Tanto che F. Schelling dal suo intuito filosofico-estetico, affermò che la potenza creatrice della poesia dantesca, creando una sua personale” mitologia” riduce ad assoluta unità la sua visione del mondo, accogliendo e facendo vivere nella Divina Commedia tutti i generi letterari”.

Io condivido pienamente  questa opinione del professor Vincenzo Rossi , dottissimo nella conoscenza della letteratura greca, e del prof. Orazio Tanelli  che conosce bene oltre alla letteratura italiana, le opere dei primi padri della Chiesa.”

                                            Angelo Ruggeri

Per saperne di più:http://arspoeticamagazine.altervista.org/canto-v-dell-iliade

 

 

 

 

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1. Ecco l’Agnello di Dio

Che riscatterà del mondo

Il peccato; e non sono io

Il primo, ma a Lui secondo!

 

2. E se io qui vi consacro

In pura acqua soltanto,

Egli, in Spirito Santo,

vi battezzerà! ‘Sì sacro

 

3. da non essere io degno

d’allacciare i Suoi calzari!

Egli viene per il Regno

Così sta scritto negli Annuari!

 

4. Sul Suo capo si è posa

La colomba della pace,

come ha deciso e piace

a Chi pensa ad ogni cosa!

 

5. Spianate colline e monti

Preparate tutte le vie;

queste son parole mie

convertitevi da santi.

 

6. Solo un’,  son’ tra i profeti,

E non sono io la Luce

Che al Dio Signor conduce,

Ai Cieli sempre lieti!

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Nessun uomo intelligente affiderebbe la costruzione della propria casa a due architetti che avessero idee totalmente diverse su come costruire le case : l’edificio non sarebbe mai completato e se anche lo fosse sarebbe brutto.

Quando in S.Africa cominciai a lavorare in uno studio di progettazione mi accorsi che lì usavano criteri di progettazione diversi dai nostri. Dovetti mettere da parte i libri che avevo portato dall’Italia ed acquistarne di nuovi.

Mi accorsi pure  che in quel paese non si mettevano mai due persone a far lo stesso lavoro condividendo le stesse responsabilità per evitare che a lavoro compiuto l’uno accusasse l’altro per i propri errori. Nei cantieri non si tollerava che uno invadesse il campo riservato ad un altro. Anche se ciò non era garanzia che il lavoro fosse fatto a regola d’arte perché altri problemi intervenivano a complicare le cose – ogni paese ha i suoi problemi-  tuttavia si evitavano le continue liti, gli “scarica-barile” il “chi è stato lo s. che..” e l’innocente poteva scagionarsi da false accuse semplicemente dicendo “ ma quello non era compito mio. Interrogate chi aveva la responsabilità per quel lavoro.” Purtroppo in Italia questi semplici principi non riescono ad affermarsi, qui vale il principio : “siamo tutti sulla stessa barca, controllati e controllori, governo e opposizione” ed anche l’altro “la torta appartiene a tutti, piccola o grande tutti abbiamo diritto ad una fetta”. Quando poi si arriva al “chi paga?” scoppia la bagarre.

In quanto al proprietario della casa mal costruita da molti architetti, egli non saprebbe più a chi rivolgersi per rimediare ai danni, non potendo accusare nessuno ed avendo perso la fiducia in tutti. Un sistema politico  si chiama democratico non quando tutti governano insieme pur avendo idee differenti, ma quando chi ha idee differenti da quelle di coloro che governano è libero di manifestarle.

Cioè:  un sistema democratico deve permettere a chi governa di realizzare il proprio programma, consentendo a chi non approva di opporsi con i mezzi ed i metodi che la Costituzione definisce. Fare “ammucchiate” non è democrazia e non lo è opporsi sempre ad ogni provvedimento del governo semplicemente allo scopo di metterlo in difficoltà e farlo cadere.

La superiorità della democrazia sulla dittatura sta nel fatto che essa permette il dibattito, il libero confronto delle idee .

“Questi sono i problemi che la nostra società deve affrontare e risolvere, chi ha soluzioni da proporre si faccia avanti e le illustri al popolo. Il popolo sovrano faccia la sua scelta, ovviamente uomini ed idee devono essere in accordo fra loro, cioè non si può dare il potere a Tizio perché realizzi il programma di Caio se i due hanno idee diverse. Governi Tizio se il popolo ha scelto il suo programma politico e Caio faccia l’opposizione nel modo consentito dalle leggi ; se le sue idee sono migliori verrà il momento in cui il popolo sceglierà lui per governare.

E non venga mai a nessuno in mente di costringere Sempronio, il quale ha idee proprie ed è miglior oratore sia di Caio che di Tizio, di rinunciare alle proprie idee e farsi paladino di quelle degli altri due, cosa che gli italiani generalmente fanno con tutti gli scrittori con effetti che talvolta possono essere veramente drammatici.

Purtroppo stare all’opposizione non piace ai politici, non offre le soddisfazioni che prova chi sta nelle stanze del potere. Allora essi cercano con ogni mezzo di entrare nel palazzo anche a costo di rinunciare agli obiettivi che si erano originariamente proposti. “una volta dentro- essi ragionano –sarà più facile ottenere per il popolo quello che ci eravamo proposti”.

Il realtà succede che troppa gente nel Palazzo, tutti che vogliono comandare, portano solo confusione. Poi per quanto sia grande il Palazzo e tenga le porte aperte, troppa gente non vi può entrare, fuori c’è la piazza che preme e incalza. A poco a poco il popolo perde fiducia in tutti. Oggi vediamo il presidente Ciampi esortare il popolo alla fiducia, qualche anno  fa abbiamo udito il presidente socialista Pertini lanciarsi in affermazioni ancor più entusiaste, “La casa è bellissima”. Certo avendo per tanti anni lui e gli altri della sinistra sostenuto la politica dei compromessi , Pertini, eletto presidente, non poteva smentire se stesso ed i propri compagni, così come oggi l’attuale presidente che fu già per un lungo periodo alla guida della Banca d’Italia, non può lasciarsi scoraggiare dagli scandali finanziari di questi giorni. “Siamo tutti nella stessa barca, dobbiamo aiutarci a vicenda”.

Entrambi potrebbero dire: “quando noi eravamo giovani la gente mangiava pane e polenta, i bambini camminavano scalzi e nelle scuole, quando c’erano, si insegnava a credere, obbedire e combattere. Ne abbiamo fatti di progressi da allora!”

Questo è vero, ma i giovani possono ribattere che l’aver studiato non giova se dopo si è condannati alla disoccupazione perché comandano gli ignoranti ed il benessere del quale hanno goduto i padri è stato ottenuto divorando le risorse del paese, quelle che appartenevano anche alle future generazioni.

“Ci avete lasciato uno stato in dissesto, con debiti enormi. Avete fondato il futuro del nostro paese sopra risorse che non c’erano, su un’industria che oggi sta smantellando.

Avete devastato il territorio in pochi decenni più che non sia stato fatto durante molti secoli e quali esempi di democrazia e di onestà ci lasciate!”

Ma a questo discorso le massime autorità dello Stato non rispondono mai, preferiscono invece invitare all’ottimismo il popolo ogni qualvolta accadono eventi che farebbero inclinare gli animi della gente al pessimismo.

I messaggi di fine d’anno delle massime autorità italiane lo provano sufficientemente.

A cura di Angelo Ruggeri

PREMIO NAZIONALE DI POESIA; NARRATIVA E FOTOGRAFIA  ALBERO

ANDRONICO- V Edizione 2011


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Si racconta- storia vera- che dopo una sonora sconfitta, subita dagli Ateniesi un messaggero dell’esercito sconfitto corse ad Atene ed annunciò la vittoria. Gioia e festeggiamenti. Quando si conobbe la verità, volevano alcuni linciare il messaggero bugiardo. Il quale si difese così: “ Non comprendo, Ateniesi, le ragioni del vostro sdegno. Grazie a me avete passato un paio di giorni in allegria invece che nel pianto”. Fu perdonato.

Come al solito i messaggi natalizi delle massime autorità italiane civili, militari, religiose,  anche quest’anno sono state improntate all’ottimismo, per quanto a leggere i giornali le notizie per niente rallegrano.

Questa mattina  in prima pagina domina il racconto del terribile terremoto nell’Iran, una città ricca d’arte distrutta, migliaia i morti, i superstiti vaganti fra le macerie nel freddo del deserto.

Nelle pagine interne : un disastro in miniera in Cina, un aereo caduto in Africa, un campeggio sistemato in un canyon travolto da una frana in California, poi lei solite vittime degli attentati terroristici in Palestina e nell’Irak.

Nemmeno le notizie dall’Italia possono definirsi liete.

Lo scandalo Parmalat che coinvolge  migliaia di lavoratori, molti dei quali italiani residenti all’estero, che avevano voluto coi loro risparmi testimoniare la loro fiducia nella madrepatria . La notizia più terribile si legge nella cronaca di Roma, la morte di una ragazza, Paola Bianchi, trovata cadavere sulla salita del Gianicolo nella notte scorsa, terribili sono le modalità della morte quali narrate sul giornale ed  a me è tornata in mente un’altra assurda morte, quella di Marta Russo , uccisa forse per un gioco all’interno dell’Università. Mi torna ora in mente la morte di Paolo Rossi che provocò la protesta degli studenti e l’occupazione dell’Università di Roma.

Protestavamo contro il clima di violenza che si era instaurato all’interno dell’Università e fummo trattati come delinquenti.

 

“O insensata cura dei mortali

quanto son difettosi sillogismi

quei che ti fanno in basso volger l’ali!”

 

Ormai non passa giorno  che i giornali non raccontino con dovizia di particolari  feroci delitti commessi per la maggior parte contro ragazze indifese e non si osservano reazioni popolari e le massime autorità continuano ad affermare che una crisi passeggera, non causata da noi, sarà presto superata. 

 Qualcuno ha definito il discorso di fine d’anno del nostro presidente della Repubblica  “coraggioso”, e dando alla parola il giusto significato potrei essere d’accordo.

Infatti ci vuol certamente coraggio, con tutto quello che è accaduto nei giorni scorsi in Italia ed all’estero,  a  dire di vedere in questo fine d’anno “indizi di ripresa” ed esortare alla “fiducia” , senza dire in chi.

Purtroppo in questo caso il coraggio non può definirsi “virtuoso” perché non è giustificato dalle circostanze. “Ma un capo deve sempre esortare i suoi uomini all’ottimismo, se lui stesso si mostra scoraggiato cosa faranno i suoi uomini?”

Forse sarebbe meglio dire la verità e lasciare ai cittadini libertà di scelta, scegliersi nuovi capi,  visto che molti potrebbero vedere nei presenti  i responsabili dei mali che ci affliggono, lasciar perdere le imprese sfortunate, non insistere negli errori.

È meglio ritirarsi dopo aver perduto poco, che insistere e perdere tutto, è meglio cambiare il nocchiero della nave se quello che c’è, dopo averci portato nella tempesta, dimostra di non sapere come uscirne.

Purtroppo quando non si conosce la verità, è impossibile prendere decisioni giuste, ci si deve affidare al caso, tutto diventa “gioco” ed allora ben venga il coraggio del presidente.

A cura dello scrittore Angelo Ruggeri

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 “Fantasio tu parli generalmente male degli uomini politici ma io ti chiedo: per arrivare nei luoghi alti del potere gli uomini politici devono possedere qualche buona qualità, altrimenti non si spiegherebbe, con la competizione feroce che c’è, come mai alcuni, pochi fra tanti, raggiungono le vette e vi rimangono per tanto tempo.”

“Devono possedere delle qualità, non necessariamente buone e le qualità necessarie per conquistare il potere sono spesso in contrasto con quello che occorrono per ben governare.

Chi aspira al successo, in ogni campo ma soprattutto in politica , deve essere animato in primo luogo da una forte ambizione.

L’ambizione non è di per se una qualità negativa perché è sempre uno stimolo all’azione e chi non la possiede non farà mai niente di notevole.

Ma in chi si dedica alla politica essa è strettamente legata al desiderio di potere ed in ciò sta il male, perché chi governa, lo sostengono tutti i filosofi, deve in primo luogo servire il popolo , cioè porre come fine della propria azione il bene pubblico e non quello personale  o quello della parte che lo ha aiutato nella scalata..

Per ben governare occorre molta onestà e la capacità di sapersi mettere al di sopra delle parti e per conquistare il potere è necessario in primo luogo saper ingannare ed illudere gente di tutte le parti, con promesse che non sarà possibile mantenere perché, avendo a disposizione risorse limitate, è impossibile accontentare tutte le classi sociali che hanno interessi contrastanti.: imprenditori e operai , giovani e anziani, pensionati e disoccupati , piccoli commercianti  e megastores. L’onestà personale può non essere sufficiente se non è accompagnata dalla competenza in tantissime arti e mestieri : se è così difficile amministrare un condominio, figurarsi quanto dev’esserlo amministrare una città o uno stato. Però a ciò nessuno pensa quando si va a votare.

L’’argomento è stato ampiamente trattato da Niccolò Macchiavelli:

“ Chi aspira al potere in una società corrotta  deve saper usare con maestria le arti del leone e della volpe cioè conciliare l’astuzia con la forza.

Deve essere bravo negli intrighi, saper adulare le folle, promettere e mentire conservando l’apparenza dell’onestà, concedere di tanto in tanto qualche favore agli “amici”, pensare una cosa, farne credere un’altra,  quando necessario corrompere o in altro modo neutralizzare gli avversari facendo ampio uso della calunnia, non escludendo la violenza.”

 Questo si  faceva in tempi più violenti dei nostri e le pratiche erano considerate “normali” tanto che il  “Principe” di Machiavelli, probabilmente scritto a scopo di denuncia, è stato da molti propagandato come opera seria .Oggi forse le arti del “leone” sono cadute in disuso , ma non quelle della “volpe”: è assolutamente necessario per essere eletti a una qualche carica pubblica saper  mentire..

 Ma questi mezzi usati spregiudicatamente in campagna elettorale, si ritorcono poi contro chi li ha usati quando si trova a dover governare, perché le promesse fatte si devono in qualche modo mantenere.

Se prima la gente si accontentava del fumo, poi vuole l’arrosto, quasi mai si hanno i mezzi per accontentare tutti i sostenitori  e gli avversari non staranno a guardare inerti i vincitori spartirsi la torta, ma in tutti i modi cercheranno di  ripagare con gli interessi. i torti subiti o che pensano di aver subiti.. Lo stesso Machiavelli lo dimostrò, narrando la miserevole fine e i disastri causati da tanti principi del suo tempo, pur abili nell’usare le arti  necessarie a conquistare il potere: “chi di spada ferisce , di spada perisce”, non ci si può illudere di essere invulnerabili contro quelle armi di cui si è fatto ampio uso.

Ecco allora che tutti i nostri governanti  si sono specializzati nell’arte del temporeggiamento e le elezioni si susseguono con una rapidità che meraviglia gli stranieri, Si rinvia al governo successivo quello che non si è avuta né  la voglia né la capacità di fare.

Mio padre  raccontava spesso la storia di un giudice che chiamato a decidere fra due contendenti, li convocò separatamente, prima l’uno e poi l’altro, ed ascoltate le rispettive autodifese, al primo disse: “Tu hai ragione” e altrettanto  al secondo, mandando tutti e due a casa felici e contenti, poi per non smentirsi e non perdere il favore delle due parti rinviava continuamente l’emanazione della sentenza.. Ma questo è un gioco che non si può fare troppo a lungo anche se in Italia spesso riesce perché gli italiani, contrariamente a ciò che essi pensano, sono in politica molto ingenui. .

Le nuove elezioni non risolveranno mai niente finchè non cambia il modo di fare politica , cioè finchè le forze politiche non impareranno a presentare programmi concreti e fattibili , anche  sostenuti da valori ideali. I governi si succederanno gli uni agli altri , inconcludenti e litigiosi, mentre  la situazione del paese peggiora.. Ma anche l’atteggiamento del popolo deve cambiare: è necessario che esso impari a giudicare i candidati dalla capacità dimostrate nella vita attiva e non solo da quelle vantate,  ed anche dalla chiarezza nell’esposizione delle proprie idee e dei propri programmi perché è vero che chi sa ben dire e ben scrivere generalmente sa anche ben fare. Chiarezza nell’esposizione di idee e programmi vuol dire anche saper dimostrare che un provvedimento proposto giova veramente al bene della comunità  e questo è proprio ciò che nessuno fa. Per cui votare in queste condizioni è come giocare al lotto.

Ci vuole poi coerenza fra l’ideologia cui un uomo politico dice di ispirarsi  e i programmi che propone e le azioni che  mette in atto. Quante volte negli anni passati abbiamo visto  partiti ed uomini vincere le elezioni e poi fallire miseramente  nell’opera di governo?

Tutti i capi socialisti europei da Mitterand a Craxi e potrei anche nominare i “riformatori” russi, Gorbaciov in primo luogo, hanno  fallito, confermando che la politica del Giano-Bifronte che consiste per esempio nel fare agli industriali un discorso  ed agli operai uno diverso, illudendo gli uni e gli altri sulla propria sincerità, non permette di restare al governo per lungo tempo. Un socialista  che pratica una politica liberista in economia è destinato a fallire perché scontenta gli uni senza conquistare la fiducia degli altri. Nel passato maestra di questa politica era la chiesa cattolica che così riusciva a soddisfare tutte le parti in conflitto, approfittando della presenza nel suo interno di una gerarchia alta che gestiva i rapporti coi potentati   mondani e di ordini religiosi poveri  che   predicavano al popolo mostrando esempi di povertà. 

Oggi la chiesa può ben dire di aver superato con successo in duemila anni di storia, infinite traversie, rivoluzioni, persecuzioni  etc.., i Re, gli Stati, gli Imperi sono caduti, l’Impero Romano è crollato, così come quello di Carlo Magno, quello degli Asburgo e quello inglese, Napoleone, Hitler e Stalin sono passati,. ma la Chiesa è sempre lì e il suo potere si conserva senza legioni di armati né divisioni corazzate. I fedeli possono vedere in ciò il segno della protezione divina, ed altri la forza della superstizione e dell’abilità politica.

Ma al di là della potenza apparente della Chiesa Cattolica sorge spontanea una domanda: “Degli antichi ideali del Cristianesimo quali ancora oggi vengono insegnati con il Vangelo, cosa   ne è stato in questi duemila anni?”.La pace, la fratellanza universale, la liberazione dei poveri e degli oppressi, cosa ne è stato di tutto ciò?

Per duemila anni popoli “cristiani” si sono massacrati a vicenda ed hanno massacrato popoli non cristiani. All’interno di uno stesso stato, spesso all’interno di una stessa città, cristiani hanno perseguitato e ucciso altri cristiani di idee diverse. Allora ci chiediamo: la potenza della chiesa cattolica non è stata forse fondata sull’abbandono di quegli antichi ideali?

Sui compromessi con i potentati di tutti i tempi e di tutte la Nazioni?

Ma questa politica del giudice astuto ha avuto ed ha altri seguaci: in Italia i socialisti e tutte le sinistre  negli ultimi decenni hanno agito allo stesso modo. Facendo discorsi diversi alle varie classi sociali, essi hanno ottenuto grandi successi: in Italia c’è stato un periodo in cui il Capo dello Stato ed il Primo Ministro erano socialisti, per non parlare degli innumerevoli posti di rilievo in tutti gli enti e corporazioni statali che essi erano riusciti a conquistare.

Ma oggi possiamo direttamente constatare l’efficacia di questa politica: in breve tempo, per iniziativa di pochi giudici e di alcuni giornali, i socialisti hanno perso tutto ciò che avevano ottenuto Il loro capo è stato costretto all’esilio in un paese africano e gli Enti da essi nazionalizzati sono stati restituiti ai privati. Del partito socialista rimangono scarsi frammenti, della politica socialista degli anni passati non è rimasto nulla.

Però- qui sta la cosa interessante- nemmeno quelle forze che si sono succedute nel potere sono riuscite a realizzare i loro programmi, ammesso che ne avessero alcuno , sotto il loro governo la situazione dell’Italia è sicuramente peggiorata, essi hanno distrutto quanto avevano fatto pure di buono i governi precedenti , senza apportare niente di nuovo. Avevano promesso di risanare le finanze dello stato con le privatizzazioni, hanno svenduto i beni pubblici ma il debito pubblico è cresciuto a dismisura, in quanto alla lotta alla corruzione , gli scandali  si sono succeduti agli scandali ,travolgendo  alla fine quella che voleva essere la Repubblica dalle mani pulite!

 

E già sembra che si stia affermando un nuovo gruppo con gli stessi slogan di quelli che avevano fatto cadere la prima repubblica, nuova gente con le mani pulite, ma senza idee e senza programmi.

Articolo a cura di Angelo Ruggeri. Già pubblicato dall’Accademia Belli.

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Il Battesimo di Gesù

“ In te Io mi sono assai compiaciuto!
Sei proprio tu  il mio figlio prediletto!”
E prima che il rito fosse compiuto

Lo Spirito discese sull’Eletto,
Colombiforme, dal ciëlo aperto!
Come Isaia aveva già predetto,

- “Voce di uno che grida nel deserto:
È il Messaggero che spiana la via
A Colui che primazia ha nel merto

su qualsivoglia umano e  chicchessia!-“
Così Giovan Battista nel Giordano,
tutti coloro che dalla Giudìa,

da Gerusalemme e da più lontano
Ivi accorrevano, li battezzava!
E, anche se può apparire strano

Poichè dinanzi a Lui per certo stava,
ei battezzò umile e senza vanto
Gesù, Il Quale non con ciò che lava

Battezzerà, ma con Spirito Santo!
Lo stesso che per ben  quaranta giorni
Lo spinse nel deserto al fin del Canto!

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Due cose mi chiede vostra signoria: la prima, a cosa sia utile la poesia nel mondo, e la seconda se piaccia di più il racconto di una storia felice, o uno che faccia piangere o spaventi. Risponderò brevemente come è mia abitudine..

Alla prima domanda, posta così in generale, non so cosa risponderle, lei dovrebbe specificare se intende l’utile di chi la esercita, o l’utile degli ascoltatori.

A chi la esercita essa è utilissima. Non rida: io so che lei dirà che tutti i poeti sembrano essere una categoria di gente in perenne disgrazia della fortuna.

Il modo in cui vestono, quello come si comportano quando sono in compagnia, dimostrano che non sono benestanti; e se lei volesse giudicarli dall’aspetto esteriore secondo i criteri coi quali la società giudica le persone di successo, essi sono le persone più infelici che vivano su questa terra: ma la vera quiete è quella interiore, non quella che ci proviene dalle cose esterne. Potrà mai, lei o un altro, affermare che non sia felicità il trovarsi in una mansardina con i vetri rotti, qualche crepa sui muri, e tante zanzare attorno, ed essere trasportato dalla fantasia in modo che sembri al poeta di essere in un solitario boschetto di alberi frondosi, sopra i quali dolcemente cantino gli usignoli e fra le cui fronde spirino con grato mormorio soavi venticelli? Chi potrà dire che un poeta sia povero se, quando vuole, ha il capo in campi ricchissimi, in verdi prati, attorniato dagli armenti, ai quali parla come a cose sue, e li tosa quando vuole e ne trae panni e fa panni? Gli altri uomini si devono contentare di quelle donne che trovano: siano pure non belle ed abbiano mille difetti, il poeta se le crea come vuole, bionde, brune, con gli occhi celesti come Minerva o neri come Giunone, capelli d’oro, denti di avorio, mani affusolate e, insomma, con tutte quelle perfezioni che può mettervi un pittore o uno scultore.

Ma queste sono pazzie! D’accordo, ma quali cose non sono pazzie nel mondo? Chi non si nutre di fantasie? Chi non fa castelli in aria? Chi non vive di ombre e di speranze? Questa è l’utilità particolare del poeta.

Quelli che lo ascoltano o leggono le sue poesie, veramente non saprei dire quale utile ne traggano, se non quello di passare il tempo; ma ciò è accaduto perché la poesia si è impiegata in un modo che non si doveva. Essa è nata per dar diletto, e certi Catoni hanno voluto che fosse nata per arrecare utile; così c’è chi l’ha fatta diventare maestra di filosofia, chi di teologia, chi di agricoltura; ed essa di volta in volta andò vestita col mantello, con la toga cattedratica, o con la gonna da contadina.

Al tempo delle sue origini essa era uno sfogo del cuore allegro, si cominciò a ballare e a cantare per ridere; e così avrebbe dovuto rimanere. Io non entrerò ora a dire di tutti i viaggi che fece, né quando cantò gli eroi, né quando imitò sulla scena i personaggi grandi o i minori, perchè la cosa sarebbe troppo lunga tanto per lei, quanto per me; ma dico solo che se qualche utile essa potesse mai fare agli ascoltatori, ciò sarebbe sulle piazze pubbliche, entrando nelle orecchie del popolo. Vostra signoria avrà notato più volte quante persone stiano a bocca aperta ad ascoltare un imbonitore che con alle spalle un qualche quadro o piuttosto imbratto con figurette dipinte, presa in mano la chitarra, al rauco suono di quella, con voce ancor più rauca, canta di qualche strano innamoramento e caso fantastico.

Supponga allora e conceda che un giovanotto con voce bella e intonata, accompagnato da buona musica, canti una storia bene ordita, con stile scelto e con una buona morale che l’accompagni e di quando in quando con gusto squisito rinnovasse le sue storie, non crede lei che questa sarebbe una buona scuola per gli animi delle persone incolte? E non pensa che essa sarebbe grandemente frequentata? In altro modo io non saprei quale altra utilità si potesse trarre dalla poesia a pro degli uomini. Tutto ciò sia detto per una via di dire e non altro.

Alla seconda domanda rispondo che piace di più una storia che faccia spavento, di una che rallegri a vederla. Noi abbiamo in noi stessi un amore fitto e abbarbicato della nostra persona, che ci fa sempre pensare ai casi nostri in ogni occasione. Immagini dunque vostra signoria una pittura, in cui sia rappresentato un uomo che con un volto benefico distribuisca molto oro ad alcuni che gli stanno vicini; ovvero una bellissima pastorella che stenda affettuosamente la mano ad un pastore giovanetto: dall’altro lato immagini una statua di Laocoonte avviluppato dai due serpenti usciti del mare. Nel primo caso il piacere che sente chi osserva le figure rappresentate, verrà intorbidato da un pensiero segreto e quasi non inteso di non essere lui il beneficato dall’uomo liberale o dalla graziosa pastorella: e nel secondo caso l’orrore di vedere quell’atto tragico, verrà compensato da un inconscio piacere di essere libero da quella disgrazia, e questo è più durevole.”

Gaspare Gozzi

Per saperne di più

http://arspoeticamagazine.altervista.org/manifesto-to-be-published

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Noi tutti, comuni mortali non dotati del dono dell’ubiquità né di visione telescopica, possiamo conoscere gli eventi dei quali non siamo stati testimoni diretti solo attraverso i resoconti dei giornali o degli altri mezzi di informazione ed anche i nostri giudizi sulle persone di qualche rilievo pubblico che non conosciamo di persona, sono in gran parte determinati da ciò che ne dicono i giornalisti.

Ma possiamo fidarci? Siamo certi che essi dicano o scrivano la verità? Tutti sanno che quando più persone si trovano assieme a parlare di qualcuno assente le critiche malevolo superano le lodi. Possono fare i giornalisti eccezione? Voglio concederlo, però c’è modo e modo di dire la verità. Talvolta , senza dire menzogne, basta tacere un particolare per indurre in chi ascolta un’opinione lontanissima dal vero, per esempio può accadere che al termine e durante il suo discorso un oratore venga clamorosamente applaudito, interrotto da qualche raro fischio, il commentatore che racconta alla Tv o scrive sul giornale, parla degli applausi, tacendo che erano applausi ironici. Ed ecco che un fiasco si trasforma in trionfo. Più spesso si tace che il pubblico di un convegno organizzato da un’associazione o da qualche autorità per permettere a un personaggio di esibirsi, è costituito da gente che vi è stata portata con donativi o promesse. Oppure si tace che una manifestazione “popolare” contro qualcuno è stata organizzata ad arte dai suoi avversari.

E c’è un modo ancora più cattivo per creare un’opinione positiva di un personaggio o distruggerne la reputazione, raccontando o anche facendo vedere un fatto in TV, tacendone però i precedenti e le motivazioni: si mostra o si racconta una rissa e si tacciono o falsificano le ragioni che l’hanno scatenata e non si dice chi è l’aggressore e chi l’aggredito e può accadere che la vittima o un semplice testimone sia indicato o sospettato come un colpevole. E anche quando si assiste in diretta TV o si leggono sui giornali i resoconti delle catastrofi naturali, noi restiamo frastornati più che commossi e non sappiamo darci una ragione del perché esse accadono sempre più frequentemente e perché le autorità non provvedono a prevenirle. Finiamo col fare l’abitudine ad esse perché non siamo in grado di vedere la connessione fra questi disastri e l’azione degli uomini, cosa che invece gli antichi facevano o almeno tentavano di fare.

La semplice narrazione cronachistica di un evento quasi mai riesce far conoscere le cause che lo hanno prodotto né a trasmettere nei lettori o spettatori le emozioni che invece suscitano le opere poetiche. Mancando ciò, l’utilità morale che i lettori possono ricevere dai moderni giornali è scarsa perché a leggere sempre cose simili, sia pur tragiche, si finisce col diventare indifferenti e può accadere che il pubblico osservi in Tv episodi di guerra presi dal vivo e li consideri come se fossero scene di un film. Alcune Tv commerciali privilegiano i fatti più truci e gli argomenti più scabrosi proprio perché hanno un richiamo più forte sul pubblico. Già Socrate sapeva che le scene tragiche attraggono gli spettatori più che le liete, in uno dei suoi dialoghi narrati da Platone un attore dice: “quando faccio piangere il pubblico, tornando a casa io rido perché ho la borsa piena, quando lo faccio ridere, poi piango perché la borsa resta vuota.” Quanti personaggi dello spettacolo divennero veri e propri miti dopo la loro tragica fine? Quanti denari frutta ancora oggi il mito di Marylin, quanti milioni di poster si vendono con la sua immagine?

E Van Gogh? E Ligabue?. Può nascere il sospetto che le drammatiche vicende delle loro vite siano state provocate di proposito e non c’è personaggio pubblico che intervistato in TV non racconti quali terribili prove ha dovuto subire prima di diventare quello che è e non penso che siano tutte cose inventate. Le disgrazie subite attirano le simpatie più che i successi. Ciò che a me francamente non piace è quando il successo arriva dopo la morte.

Angelo Ruggeri – Collazzone (PG)

Email: angelruggeri@tiscali.it

Per saperne di più: http://arspoeticamagazine.altervista.org/

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Le lumache in Australia ci sono dappertutto, anche nei nostri giardini e si mangiano non solo le verdure, ma tutti i fiori più belli, però nei supermercati e negozi di piante, vendono un mare di veleni di tutti i tipi e di tante marche diverse, e li avveleniamo come i topi, se vogliamo mangiare le verdure e profumare i nostri fiori.

Costoro, con la loro pigrizia, sono sempre allerta mangiando anche le piantine appena nate, sono una vera tragedia per tutte le piante, pensare di mangiare le lumache è completamente fuori luogo, impensabile per noi australiani. Ormai abbiamo dimenticato queste abitudini italiane, solo a guardarle ci fanno venire il voltastomaco.

Se piove, loro fanno il loro ingresso in grande stile pure nei vasi in veranda distruggendo tutto, lasciano soltanto la scia della loro bava, per far capire a tutti che sono stati loro, come sempre, a rosicchiare le piante più belle e lasciare soltanto qualche stelo rinsecchito.

Dire agli australiani che le lumache sono piatti prelibati in Italia, in Francia ecc, significa farci prendere per matti.

In questo periodo di bella primavera, loro sono felici, mangiucchiano ogni pianta verde che incontrano per la loro via, le loro vie sono tante, vanno piano ma raggiungono la loro meta sempre, che disastro che sono per i nostri giardini che qui ce n’è sono infiniti in ogni casa e in ogni via. Se volete, potete venire qui in Australia a raccoglierle senza problemi e fare pranzi prelibati, ma non invitate noi.

 

Cav. Giovanna Li Volti Guzzardi

Accademia Letteraria Italo-Australiana Scrittori

(A.L.I.A.S.)

Sito: http://www.alias.org.au – E-mail: accademiaalias@optusnet.com.au

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Avvénne un dì che il re di Palestina,

Eróde, saputo che dall’oriènte,

eran partiti di  buona mattina

 

tre re, tra i più ricchi  e pronti di  ménte,

che avean patito quéi tanti disagi,

pérvedére il sovrano più potènte,

 

chiamò segretaménte a sé quéi Magi

féce  dire  lorcónesattézza,

quando délla lucènte  stélla i raggi

 

in éssi avesser mossa l’accortézza,

avéndo il re avuto turbaménto,

che  secóndo ‘l vedéssero in grandézza!

 

E appréso che il Sant’Avveniménto

luògo dovéva avere  in Betlemme,

ve li inviò nón sènza avvertiménto

 

che vistolo, tòsto in Gerusalemme

sólo a lui riportassero la nuòva,

affinché égli, lèsto, nón già lèmme,

 

andasse ad adorarlo nell’alcòva!

Udito ciò andarono i Persiani,

éd ècco comparire in ciel la pròva

 

délluògoóve il Padre déi Cristiani,

in fasce e cón la Madre si trovavano!

E i Magi quegli scrigni nélle mani,

 

in cui òro, incènso e mirra istavano,

donarono a quel Re  in adorazióne,

méntre che déntro all’anima provavano

 

una gran giòia  a quellapparizióne

di ridondante e fulgido splendóre!

Infine  pér diversa direzióne,

 

cóme gli suggerì ‘l sógnolatóre,

fécero ritórno al loropaése,

e sènza ripassar dal mentitóre,

 

 

 

 che  passati due anni in vani attése,

  immaginando vana la sua fròde,

e risentito per le sue pretése,

 

che di lui s’avésse maggiore lòde

e glòria, senza capire che ‘l regno

dél Messïa nón   era in terra, Erode

 

 diede ordine con un decreto indegno,

che i bimbi di   Betlèmme di Giudèa,

fino a due anni avesser morte in pegno!

 

Pér la qual còsa, ancor sèrba  nomea!

Intanto il Signóre Iddio in difésa

Dél Santo Suo Figliuòlo, in sógno avea

 

Mandato a  Giuseppe un Angiol, che présa

La Madre e préso il Figlio se ne andò

In Egitto e soltanto dópo attésa

 

la mòrte dél   tiranno ritornò!

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Consideriamo ora un episodio molto più semplice di quelli che assai spesso accadono nelle nostre città: un uomo, un barbone o un clochard, in una fredda mattina d’inverno viene trovato morto disteso sopra una panchina dei giardini pubblici: i giornali ne danno notizia in un trafiletto che pochi leggono. Nessuno saprà mai chi fosse quell’uomo e pochissimi si commuoveranno per la triste vicenda.

Ma facciamo commentare una notizia simile da un poeta e avremo “L’avvocato Cola” di G.G. Belli.

L’avvocato Cola

Ma eh? Quel povero avvocato Cola!

da qualche tempo già si era ridotto

che sì e no aveva la camicia sotto,

e gli toccava castigar la gola.

Ma piuttosto che dire quella parola

di carità, piuttosto che fare il fiotto,

se vendette tutto in sette mesi od otto,

fuor che l’onore e una sedia sola.

Ora uno scudo, ora un testone,poi un papetto,

si mangiò disgraziato! a poco a poco

vestiario, biancheria, mobili e letto.

   E finalmente poi, su quella sedia,

senza pane, senz’acqua e senza fuoco,

ci chiuse gli occhi e ci morì d’inedia

Di un avvocato che si lascia morire di fame perché nessuno più si rivolge a lui, cosa volete che scrivano i giornalisti? I più benevoli direbbero “Aveva perso ormai la fiducia della gente perché perdeva tutte le cause”, e certo non sarebbe mancato chi avrebbe tirato in ballo affari loschi. Ma l’episodio narrato da un grande poeta commuove e suscita simpatia per il povero avvocato Cola, che fu trovato alcuni giorni dopo il suo decesso proprio come racconta il Belli, simpatia per lui e “condanna per lo stato teocratico impotente a salvare la dignità umana, ma sempre pronto a umiliarlo con la carità” (Così scrisse il Muscetta). Occorre il poeta per risvegliare la coscienza sopita degli uomini.

Messo nelle mani ovvero nella penna di un giornalista dei giorni nostri un episodio simile commuoverebbe altrettanto? Ne dubito, perché episodi del genere si leggono quasi giornalmente, cioè quasi ogni giorno si legge di persone morte da molto tempo talvolta trovate nei parchi, talvolta sotto i ponti, talvolta nelle loro stanze e nessuno va a indagare chi fossero né perché morirono in quel modo.

Per saperne di più su questo articolo di angelo Ruggeri e sulla rivista che lo ha pubblicato:

http://arspoeticamagazine.altervista.org/l-avvocato-cola-di-g-g-belli#!

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