Archivio Dicembre 2013

Ritorno dall’Egitto

Morto Erode, un Angelo del Signore
Apparve in sogno a Giuseppe in Egitto
E disse: -“ Alzati, prendi con amore

Il bambino e sua madre e vai dritto
Nel paese d’Israele, perché
Son morti quei che con iniquo diritto

Volean la morte del bambino che
Ti è stato affidato!”  Però, avendo
Saputo che Archelao era re,

al posto di suo padre Erode, fuggendo
nelle regioni della Galilea
si fermò a Nazaret, così adempiendo

quanto l’antica tradizione giudea
predisse: “Sarà detto ‘l Nazareno!”

Questi son versi che il poeta crea

ma dell’Original valgono meno.

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di Chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; Aggiungi immaginepiù o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

Attorno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Divinità del Verbo

In principio era il Verbo
E il Verbo era presso Dio,
Il Qual teneva in serbo
Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione
Mandandoci Suo figlio
Che,  nato da puro Giglio,
È Sua rivelazione,

In uno con lo Spirito,
Ma puoi elencarne tre!
Come la Legge  per Mosè
Fu data, la Grazia Cristo

Ci ha portato in Verità!
Pur se d’ogni cosa è Autore,
L’uomo, mal conoscitore,
Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto,
Lui li ha resi fratelli
Dandogli i doni più belli,
Senza riceverne molto.

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Il Gran Consiglio della Marineria lo aveva eletto all’unanimità, in nome del cambiamento e del rinnovamento. Era piaciuto il suo viso nuovo e pulito (che non per niente gli era valso il soprannome di Bimbo Face) ed erano piaciute le sue promesse di liberare la nave ammiraglia della flotta Sarda dai topi e dagli scarafaggi che ormai da troppo la infestavano indisturbati.

 Il suo avversario Phanto Mas, comandante di lungo corso, era stato ingiustamente messo da parte come una vecchia scarpa inutile e stretta.

Sarebbe inesatto tacere che dietro Bimbo Face, come poi si venne a sapere, c’era il potente armatore Soryarkos, proprietario assai chiacchierato di svariate flottiglie che solcavano i mari di tutto il mondo allora conosciuto, percorrendo persino rotte sconosciute ed insondate alla ricerca di sempre maggiori mercati sui quali realizzare nuovi e crescenti profitti .

Ma una volta al timone della nave Bimbo Face aveva messo su uno sguardo truce, mostrando il suo vero volto.

Aveva cominciato col chiudere i saloni delle feste, limitare gli orari dei ponti dove si faceva da sempre musica, vietare la pesca e la vendita a bordo di frutti di mare, deviare il transito dei passeggeri, vietando il passaggio in alcuni nodi cruciali.

Si era circondato di consiglieri incapaci ed inesperti quanto e più di lui, guastando quel  poco che funzionava e complicando ancor di più quello che non funzionava nella vita di bordo, finendo con lo scontentare tutti quanti.

Ma l’apice dell’impopolarità fu toccata quanto Bimbo Face, avvalendosi dei  poteri che gli derivavano dai regolamenti nautici  e dalle consuetudini, nominò March Riddle coordinatore generale dei teatri di bordo.

Sulla Karalis, per antica tradizione (che risaliva addirittura al periodo regio), nel ruolo di coordinatore generale dei teatri di bordo, veniva eletta una personalità che si era fatta onore gestendo i singoli  teatri, le manifestazioni, i carnevali e le feste che a bordo della Karalis erano considerate sacre ed inviolabili da tutti i passeggeri, senza distinzione di religione, di idee politiche, di sesso o di condizioni economiche.

Insomma a  teatro, sulla Kalaris, amavano andarci tutti indistintamente e lo spettacolo non doveva mai mancare per alleviare le fatiche quotidiane e i Kalaritani amavano affinare l’anima e lo spirito al fuoco sacro della Cultura.

La scelta di March Riddle a capo della struttura si rivelò per Bimbo Face assai infelice e funesta.

E ciò non soltanto in funzione del fatto che Riddle non aveva mai diretto neppure un singolo teatrino nel più sperduto ponte della nave (nemmeno nei ponti più bassi e popolari, dove comunque, avrebbe avuto tanto da imparare) ma a causa degli improvvidi errori commessi nelle procedure di nomina.

Occorre infatti sapere che la nave Kalaris, proprio in virtù della sua lunga tradizione culturale, aveva dei regolamenti alquanto rigidi e dei protocolli particolari da rispettare nella scelta del Coordinatore Generale dei Teatri di bordo.

A nulla valsero i richiami, prima bonari, poi, via, via trasformatisi in vere e proprie reprimende, che il vecchio ammiraglio Amsicora, custode dei codici navali, fece lungamente a Bimbo Face affinchè, se non altro in nome della amicizia che lo legava a suo padre, ravvedendosi, provvedesse a rimediare ai pasticci commessi.

Bimbo Face, in maniera sempre più stizzita e permalosa, perseverò nel difendere l’indifendibile, provocando un progressivo malcontento  tra i passeggeri della nave.

Nel corso di una riunione pubblica del Gran Consiglio, appena presa parola, Bimbo Face, che cercava con argomenti inconcludenti di giustificare il suo operato, fu apostrofato da un passeggero che gli gridò, interrompendo i suoi vaneggi: “Sesi una minchia!” (che tradotto in lingua italiana, significa, più o meno, “Sei un gran minchione!”

Tutti i passeggeri scoppiarono a ridere; poi, sopravvenne l’indignazione, infine l’ammutinamento.

Bimbo Face fu soprannominato per sempre “Bimbo Minkia Face” e fu buttato a mare.

Finì nel dimenticatoio, anche se i diari di bordo della Kalaris, riportano, nelle cronache dell’epoca, la storia di Bimbo Minkia Face, a testimonianza dei posteri, affinché non affidino mai più il comando della nave ammiraglia, a sbarbatelli incompetenti, presuntuosi ed incapaci, ma si affidino, invece, a dei saggi dal viso meno candido, ma dal senno più sviluppato.

N.B. Ogni riferimento a fatti e personaggi realmente accaduti ed esistenti, è da considerarsi puramente casuale.

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Il concepimento  di Gesù

“Ecco come avvenne il concepimento
Di Gesù Cristo: Sua madre, Maria,
essendo legata in fidanzamento

a Giuseppe, uomo della dinastia
di Davide, nell’anno che il dettato
impone castità carnale, in sintonia

con quanto l’Angelo le avea annunziato,
sentì ‘l seme dello Spirito Santo
animarsi in Lei! Il fidanzato

Giuseppe, che era un uomo giusto, intanto,
venuto a conoscenza dell’attesa,
seppur perplesso e non di meno affranto,

si risolse ad una segreta resa
del nuziale impegno, onde prevenire
ogni scandaloso clamore! Presa

così la decisione, ecco apparire
in sogno a Giuseppe, come d’incanto,
un Angelo di Dio che prese a dire:

“ Dubbi e paure tue metti in un canto,
Figlio di David, quel che è
In Maria è dello Spirito Santo,

perciò tienila con te!Il Suo nato
Lo chiamerai Gesù, Il Salvatore!
Egli infatti salverà dal peccato

Il Suo popolo!” Così ‘n quelle ore
Cominciò ad avverarsi quel che
Avea predetto Isaia latore:

“ Sarà chiamato Emanuèl;
il figlio cui la Vergine darà
la luce e che significa ‘Jahvèh

con noi’! Destatosi, Giuseppe fa
come gli ha detto l’Angelo di Dio;
prende con sé la sposa che non ha

conosciuto uomo e che, in modo pio,
partorirà ‘n figlio detto Gesù!”

Questi versi li ho scritti, è vero,  io

ma l’estro viene da Chi sta lassù!

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La Chiesa è come una mano: il pollice è il Papa, che dà stabilità, fermezza e sicurezza;

l’indice sono i missionari, che percorrono le vie indicate dal Signore: ” Andate e predicate in tutto il mondo!”;

il medio sono le suore e i frati, perchè se alzi le mani al Cielo, è quello che si avvicina di più a Dio con le preghiere;

l’anulare sono i sacerdoti, che portano la fede nelle case e ricevono le famiglie nella Parrocchia per trasmettere loro la fede;

il mignolo infine sono i vescovi e i cardinali che, se non cercano di prevalere con protervia e presunzione sulle altre dita della mano, la possono

abbellire e completare.

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Cap. 11 di San Matteo

Gli inviati di Giovanni (VV1-6)

Madrigale ABC-ABC-DD

 

Quando ebbe terminato di impartire

Queste istruzioni ai dodici discenti,

Gesù partì di là per insegnare

 

Nelle loro città, mentre le spire

Del carcere a Giovanni le innocenti

Membra avvolgevano. Ei, delle rare

 

Opere di Gesù aveva udito

E pertanto Gli inviò questo quesito:

 

-     “ Sei Tu, Il Messia che deve venire

-     O dopo di Te ne arriverà un altro?”

Gesù rispose a quelli di Giovanni:

 

-     Ciò che vedete andate a riferire:

-     Allo storpio diventa il piede scaltro;

-         Son poveri e lebbrosi senza affanni

 

- e i sordi;  il cieco e fino il morto vede

la luce ancor; beato è chi in me crede!”

 

 

Elogio del Battista (7-19)

 

Ballata Minore AA-BC-BC-CD

AB-AB-BC

AB-AB-BC

 

Mentre questi prendevano il cammino

Gesù prese a parlare del cugino

Alle folle: – “ Che cosa siete andati

A veder nel deserto? Una canna

Sbattuta nel vento? O siete stati

A vedere uno seduto in ciscranna?

Quelli che mangiano la salamanna

Stanno nei palazzi dei re! E allora?

 

II

Che siete andati a vedere davvero?

Un profeta? Anche di più d’un Messia

O d’un profeta;  egli è quel messaggero,

che come predetto da Malachìa

è mandato a preparare la via

davanti all’Inviato del Signore!

 

III

Vi dico in tutta verità: tra i nati

Di donna non è sorto uno più grande

Del Battista! Eppur fra i destinati

Al Regno dei Cieli, che ognor si espande,

non ve n’è alcuno che non renda blande,

al confronto, le sue pur  alte lodi!

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Nel 1965, in pieno boom economico, il mio fratello maggiore, che sin dal 1958 era impegnato come coadiuvante nell’azienda paterna, iniziò la sua terza battaglia sindacale.

Le prime due le aveva praticamente perse; la sua prima rivendicazione l’aveva avanzata dopo pochi anni dal suo inserimento in ditta,  chiedendo di fare l’orario continuato; il motivo della sua richiesta era semplice e plausibile allo stesso tempo: nel mio paese tutti gli amici di mio fratello, studenti o lavoratori che essi fossero, alle cinque del pomeriggio uscivano in piazza oppure affollavano i  bar o i pochi circoli allora esistenti; alle nove di sera, dopo la chiusura della orologeria-gioielleria dove mio fratello collaborava e dopo la cena,  che mio padre esigeva di consumare di tutti insieme, mio fratello usciva e non trovava più nessuno dei suoi amici, soprattutto in inverno. A forza di insistere, ottenne di chiudere una mezz’ora prima il negozio e di potere uscire direttamente in piazza (posticipando la cena al suo rientro) e qualcosa, magari in estate, migliorò nelle frequentazioni serali di mio fratello; ma restò in mio fratello la convinzione che il suo miglior tempo stesse passandogli tra le dita, causandogli sofferenza e frustrazioni; mentre mio padre non volle recedere dalla sua idea che l’età migliore per impara difficile come quella del riparatore di orologi fosse proprio quella dell’adolescenza; e che comunque la compagnia dei “vagabondi” (come mio padre chiamava gli amici di mio fratello che trascorrevano le serate in piazza) sarebbe stata un viatico negativo per mio fratello.

La seconda battaglia fu persa solo a metà; mio fratello pretendeva il sabato e la domenica assolutamente  liberi; mio padre cedette sulla domenica ma non volle sentire ragioni sul sabato mattina;  e sui sabato sera,  a ridosso delle festività in cui il commercio degli oggetti d’oro e degli altri regali subiva significativi impulsi ( soprattutto Natale e Pasqua; ma anche in occasioni delle Cresime e delle Comunioni) pretese la sua presenza in negozio.

La terza battaglia, quella del 1965, fu vinta però in pieno. Mio fratello chiese ed ottenne un mese di ferie. Non so se fu l’effetto del boom economico o l’intervento favorevole di mia mamma, o il giusto riconoscimento di quanto mio fratello aveva fatto per l’azienda paterna sin dal 1958, ma mio padre acconsentì a lasciare libero mio fratello per un mese intero.

Mio fratello aveva programmato di passare un mese al mare del Poetto, con certi suoi amici che avevano goduto delle sue stesse concessioni: i fratelli Biondo. All’epoca la patente veniva rilasciata soltanto dopo i 21 anni e mio fratello, che allora di anni ne aveva appena 18,  dovette accontentarsi di un abbonamento ferroviario. Mio fratello  acconsentì di buon grado a portarmi con sè; così anche io ebbi il mio bravo abbonamento mensile per viaggiare in treno sino a Cagliari che, come d’altronde oggi, dal mio paese si raggiungeva in meno di un’ora; da lì prendevamo poi il tram che ci avrebbe portato alla bella spiaggia cagliaritana.

Il pranzo lo preparavamo la sera prima: nei giorni feriali uova sode, tonno in scatola, sardine, pane, pomodori e lattuga, un po’ di frutta; la domenica mamma ci preparava la pastasciutta o la pasta al forno,  le cotolette alla milanese e  le patate fritte; poco importa se all’ora di pranzo tutto era già freddo. L’appetito non ci mancava di certo. I baretti del baretto fornivano dei tavolini a condizione che si consumassero le bibite; i miei fratelli preferivano la birra Jchnusa, bella e fresca; io che la trovavo troppo la mischiavo cen certe gazzose locali (forse la marca era Fadda ma non ci giurerei), altrettanto gustose e fresche.

Dopo pranzo due dei fratelli Biondo, che avevano la ragazza, sparivano chissà dove; forse si imboscavano sotto qualche casotto o, addirittura, dentro le confortevoli case di leggno che allora occupavano in parte l’immenso arenile di sabbia fine del Poetto, mentre mio fratello e il terzo fratello biondo andavano a caccia di bellezze da spiaggia. Io ero proppo piccolo per quel genere di caccia e comunque non avrei mai osato neppure chiedere di essere aggregato a quella pratica per me così difficile e misteriosa di corteggiare delle ragazze  che, nella mia ingenuiità adelescenziale ritenevo ben contente di starsene da sole senza che certi mosconi (come mio padre definiva i ragazzi che ronzavano attorno alle ragazze) le facessero oggetto di complimenti ed attenzioni.

A dispetto del loro cognome i fratelli Biondo incarnavano il prototipo del maschio sardo: carnagione e capelli scuri; statura non troppo elevata; baffi  neri e folta peluria nera distribuita anche quella secondo i canoni locali: nel petto, nelle gambe e nelle braccia. Il terzo dei fratelli, quello che non era fidanzato, in realtà era quello più intraprendente e affascinante dei tre; capii presto che non si era fidanzato perchè gli piaceva svolazzare da un fiore all’altro senza mai impegnarsi con alcuna; scoprii che Efisio (questo era appunto il suo nome) era un vero e proprio dongiovanni che collezionava conquiste su conquiste, facendo crollare con incredibile destrezza, quegli alti muri che allora le donne avevano per consuetudine e costume di frappore ai corteggiatori, affinchè essi non le considerassero  ragazze  troppo facili da conquistare o, peggio ancora, delle  sciacquette di poco conto.

Così trascorse quella magica estate del 1965.

E’ uno dei pochi ricordi di gioia e di serenità che ho di mio fratello maggiore.

Più tardi infatti, le sue continue ed irruenti rivendicazioni, quasi sempre destinate ad infrangersi contro il carattere altrettanto irruento e testardo di mio padre, lo portarono ad abbandonare la casa paterna.

E se la fortuna gli arrise negli affari, non si può certo dire che fu altrettanto benigna con lui per quanto riguarda il suo equilibrio affettivo e la sua serenità d’animo.

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“Ave,  Maria, che di grazia sei piena
il Signore è con te” – disse Gabriele
ad una vergine, mentre serena,

secondo i consueti usi  di Israele
operosa  attendeva il compimento
della promessa delle antiche stele,

che a conclusione del fidanzamento,
portava  alla carnale conoscenza
dello sposo. E fu nel turbamento

che Maria si chiedeva quale scienza
avesse un tal saluto. – “ Non temere”-
le disse il messaggero di Sapienza

-“ Maria, perché tu dovrai avere
un figlio, al quale  Tu darai la luce
e il nome di Gesù l’Emmanuele,

pur noto qual Figlio del Sommo Duce
e sarà grande per Sua volontà!
Per sempre la via, che al trono conduce

Del Re  Davide,  Dio Gli assegnerà!”
-    “ Non conosco uomo! Ciò è impossibile?”-
esclamò Maria, pura  in verità!

L’Angiol rispose: -“ Lo Spirto Mirabile
Scenderà su di te e la Sua scia
Di Eterna Santità sarà estensibile

Su te, grazie all’Altissimo, Maria!
Colui che nasce da te  sarà Santo:
sarà chiamato figlio di Dio. Pria,

anche di Elisabetta un nero manto
dicevano che avesse nel suo  seno;
adesso  d’aver concepito ha vanto

Questo dei nove è il sesto mese almeno
per quella tua vecchia parente!Nulla
è per il Signore Jahwèh alieno!”

Quindi  Maria gli rispose: – “La culla
sia pronta per la serva del Signore!
Avvenga dunque ciò che hai detto sulla

Mia maternità, me lo  dice ‘l cuore!”
E l’Angelo partì quindi da lei!
Nel contempo Maria con tanto ardore,

per giungere a una città dei Giudei,
verso la montagna si mise in viaggio!
Giunta alfine  alla casa di colei

Che era stata   incinta fuor di lunaggio,
la salutò! Appena Elisabetta
ebbe udito il suo  saluto, un raggio

sembrò colpire come una saetta
il bimbo di cui era in dolce attesa
che le fece in grembo una  piroetta!

Elisabetta esclamò a gran voce:
-    “ Tu sei tra le donne la benedetta
e benedetto il seme che ti cuoce

in grembo! Perché oggi, alla  casetta
mia, la madre del mio  Signore viene?
Appena la tua voce io ho percetta,

il bambino di gioia nelle vene
 ha esultato! Beata chi ha riposto,
nella parola che da Dio proviene

fiducia!” E Maria rispose tosto:
-    “ La  mia anima magnifica Dio
che ha guardato l’umiltà che ha posto

in me;   esulta lo spirito mio
in Lui Onnipotente e Salvatore!
D’ora in poi da tutte le genti, io

In eterno sarò  beata! Grandi
 cose Il Signore ha fatto in me. Santo
è il Suo nome e su chi ne ha timore

si stende la Sua pietà come un manto,
di generazione in generazione.
E il Suo braccio è tanto potente quanto

Nei pensieri della loro intenzione
Disperde i superbi; innalza a santo
Gli umili, e a  chi copre una posizione

di comando, l’ ha invece rovesciato!
Ha rimandato i ricchi a mani vuote,
ha lasciato scontento anche  il protervo

e colmato di beni l’affamato!
Ha soccorso Israele, il  Suo servo,
come aveva promesso all’antenato

Abramo e al suo predetto coäcervo
Discendente, ligio alla  piëtà!”

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Di quell’estate del 1969 ricordo un mangianastri sulla spiaggia di Santa Margherita di Pula che suonava, tra le altre canzoni dell’epoca, “Una storia d’amore” scritta da Del Prete-Beretta ma portata al successo da Adriano Celentano.

A Santa Margherita eravamo ospiti di un imprenditore milanese che aveva un ingrosso di abbigliamento avviatissimo in città, un certo sig. Gariboldi (se la memoria non m’inganna); un signore cordiale ma di poche parole che se ne stava tutto il santo in uno sdraio, servito e riverito, a fumare le sue  sigarette profumate extra lusso “L&M”,  sorseggiando bibite fresche.

Le bibite gliele serviva una cameriera, di cui non ricordo il nome, che era fidanzata con il migliore amico di mio fratello maggiore; si chiamava Franco, questo amico carissimo di mio fratello, ma in paese tutti lo chiamavano “Gecchino”.

Franco era un tipo molto alto e secco, vestito sempre di nero e con un paio di occhiali, pure dalla montatura nera e  dalle lenti molto spesse, che contribuivano, con la carnagione bianchissima, il collo allungato e un pomo d’adamo assai prominente,  a conferirgli un’aria allampanata e quasi esotica (continentale, usava dirsi all’epoca). Beveva sette, otto, a volte anche dieci caffè al giorno, e dall’angolo sinistro della bocca gli pendeva eternamente una sigaretta accesa, che egli fumava con virile ostentazione.

Il soprannome “Gecchino” glielo avevano appioppato i miei compaesani, coetanei  suoi e di mio fratello, perchè dopo avere visto una delle pellicole western in voga all’epoca  (Dio perdona, io no; Sabbata; Per un pugno di dollari; e altri di cui non ricordo il titolo) Franco, recatosi al bar,  dopo l’immancabile caffè, aveva chiesto un wiskey doppio,  dichiarando  di identificarsi con Jack, un personaggio del film dai tratti e dal carattere da vero duro che, come lui, vestiva di nero e fumava in continuazione. E quando aveva  preso ad indossare un paio di stivali neri sui jeans scuri, la camicia e un elegante giubbotto di cuoio nero, assumendo le stesse pose da  duro del personaggio di quel film western, i suoi amici, implacabili come tutti gli italiani di provincia, avevano preso a chiamarlo Jack, a mo’ di sfottò; da cui fu facile poi ricavare il diminutivo di Jackino, dato il suo fisico allampanato ed asciutto.

Con mio fratello andava molto d’accordo perchè, al contrario degli altri amici, lo rispettava e lo accettava per come era. Io, frequentandolo spesso grazie a mio fratello,  ebbi modo di conoscerlo un poco: dietro quella sua aria da duro si celavano un cuore d’oro e un animo gentile; forse per questo stavano bene insieme.

Condividevano, oltre a quella per le donne,  la passione per i gialli americani (allora editi nella collana Mondadori che li pubblicava in edicola settimalamente) e per le auto sportive. Allora non erano molti, in paese,  a potersi permettere una mini cooper da 1.300 c.c. che poteva superare i 200 km orari; e loro ne possedevano una per ciascuno.

Per mio fratello fu un brutto colpo quando il suo amico “Gecchino”, in una notte di brutto tempo e scarsa visibilità, uscì fuori strada con la sua auto, finendo in un burrone e morendo sul colpo.

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Tra la fine degli  anni sessanta e l’inizio dei settanta andavo a ballare con mio fratello maggiore ed i suoi amici; loro erano già ultraventenni,  io ero solo un ragazzo poco più che sedicenne. Le discoteche come le conosciamo oggi, non esistevano ancora; noi andavamo in giro nei paesi della sterminata provincia cagliaritana dove,  in sale da ballo piene di fumo e dagli improbabili nomi stranieri (Chat Noir, Moulin Rouge), si esibivano dei gruppi dal vivo dai nomi più fantasiosi: The Diamonds, I Natistanchi, Le Furie.

Tutti i gruppi che si esibivano, alternavano dei brani svelti (o mossi) ai lenti (i famosi lentacci). Sia gli uni che gli altri andavano ballati in coppia; nel senso che l’uomo invitava la donna sia per i balli svelti che per quelli lenti. La serata valeva il viaggio quando  riuscivamo a ballare dei lentacci guancia a guancia; era un modo come un altro per fare amicizia; ci sono matrimoni nati così, che durano ancora; a distanza di più d’un mezzo secolo.

Poi  vennero le discoteche e la musica da vivo finì.

Io mi trasferii in città e mio fratello maggiore restò in paese.

La fortuna che gli arrise negli affari non fu altrettanto prodiga con lui nell’amore. Nonostante la sua intraprendenza, infatti, restò solo.

Forse la donna dei suoi sogni non era in quei paesi lontani dove trascorrevamo le domeniche.

Forse la solitudine è iscritta nel nostro DNA, come la statura, gli occhi chiari, la carnagione bianca e i capelli ondulati.

Mi piace pensare che ci incontreremo ancora, nella domenica senza tramonto e nella gioia senza fine.

 

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