Archivio Novembre 2013

Il ritorno del Figlio dell’Uomo

 

Ma ancor dopo questa tribolazione,

proprio in quei giorni, il sole oscurerà

la terra, la luna e ogni porzione

 

di mondo intorno a sé! La gravità

nei cieli, sarà stravolta! Allora

ogni tribù penitente  vedrà

 

il Figlio dell’Uomo  nella Sua Aurora

di potenza e di gloria e i messaggeri

di Luce raduneranno in buonora

 

con una gran tromba gli eletti e i veri

santi dai quattro venti della terra,

sino alle estremità di tutti i cieli!

 

Imparate dal fico, che non erra:

quando i suoi rami,  già hanno le gemme

e spuntano le foglie, il suolo inserra

 

di già l’estate; anche voi, quando il seme

del ritorno in tal guisa fiorirà,

sappiate dunque che alle porte preme

 

il Figlio dell’Uomo! In verità

vi dico che queste generazioni,

prima che tutto avvenga, non saran

 

 

trascorse! Passeranno le stagioni,

il cielo e la terra, ma le parole

mie non passeranno! Precisazioni

 

sull’ora e la data, al Padre mio sole

sono conosciute, né al Figlio, né

agli Angeli! Come per chi non vuole

 

capire l’altrui consiglio,

mangia e beve, prende moglie e marito

e il disastro sol lo vede sul ciglio

 

del baratro, così si è stabilito

per la venuta del Figlio dell’Uomo!

Fino a quando Noè non fu partito

 

Infatti, l’uomo perseguì indomo

Il suo daffare! Così, due saranno

Al campo, ma soltanto quello tomo

 

Sarà preso, mentre macineranno

Altresì due donne, di modochè

Una si salverà, l’altra avrà danno!

 

 

 

Vegli  chi attenda ‘l suo padrone, ché

‘l servo non sa s’Ei torni a casa presto

o tardi; né al canto del gallo o nel

 

bel mezzo della notte e sarà desto

se non vuole trovarsi addormentato

quando verrà, comodo oppure lesto!

 

Questo lo dico a voi: sia il vostro stato

Sempre di veglia, ma lo dico a tutti!”

E questi versi che a vi ho presentato

 

Offro al buon Dio come di terra i frutti!

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Sei tornato al tuo mistero

attraversando un deserto

di solitudine;

per dividire con qualcuno il  dolore

di vivere ci vuole l’ egoismo

che tu non hai mai chiamato amore.

Ora  l’alba del silenzio

ci separa per sempre;

e  rimangono soltanto preghiere

per ringraziarti

di ciò che sei stato.

Villasor, 28 novembre 2013

In morte di mio fratello Pietro Marino

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 Chissà se gli storici di domani, magari ricordando che la storia è fatta di corsi e ricorsi, faranno un paragone tra l’eclatante  caduta di Benito Mussolini (che ci riporta al 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo lo sfiduciò, costringendolo a rassegnare le dimissioni nelle mani del re, che non aspettava altro) e l’inizio della fine  di Silvio Berlusconi (che secondo me riporterà gli storici alla data del 27 novembre 2013).

Ci sono tante similitudini nelle vicende politiche di queste due grandi e controverse figure della recente storia italiana.

Certo il voto di oggi in Senato, a prima vista, non sembra assimilabile a quello che si svolse nel massimo organo del partito fascista il 25 luglio 1943  in danno di Mussolini.

Eppure le similitudini non mancano.

Non  può infatti sfuggire ad una  profonda analisi della giornata di oggi che qualcosa di grave è avvenuto a danno della figura politica di Berlusconi.

E se le massime istituzioni dello Stato italiano (Senato compreso) non avessero già perso agli occhi dei cittadini ogni residua credibilità, qualcosa di molto grave dovrebbe registrarsi anche a danno della Repubblica.

Nel suo patetico crepuscolo Berlusconi, da quell’ingegnoso combattente che egli è, ha tenuto un accorato comizio a Piazza del Plebiscito, mentre non molto distante, a Palazzo Madama, i suoi avversari politici vincevano al pallottoliere della decadenza.

Se l’abilità di Silvio non ha evitato la sua decadenza dal seggio di senatore, è riuscita comunque a mostrare all’ Italia che la sua parabola politica non è ancora del tutto compiuta. E quello sventolare di bandiere azzurre ha contribuito ad addolcire l’amara pozione che i senatori di Palazzo Madama preparavano per lui.

Certo che il nuovo Ciano, che fa pure rima, (Angelino Alfano) e il nuovo Nino Grandi (che potrebbe essere Fabrizio Cicchito) sono pronti, dietro le maschere dell’ipocrisia, a pugnalare a morte il vecchio leader ormai sul viale dell’inevitabile tramonto.

Ma a ben vedere,  in realtà,  questi paralleli sono soltanto un gioco senza importanza.

Questa volta  non ci saranno i tedeschi a soccorrere il duce sfiduciato; anzi, i russi, che secondo  qualcuno erano a in Italia per soccorrere il leader deposto, si sono limitati a firmare contratti ultramiliardari con il nuovo Badoglio e il suo governo; e speriamo che l’assemblea popolare di piazza Plebiscito non  preannunci una nuova, cruenta guerra civile.

Spero perciò che i ricorsi si fermino a quelli già evidenziati e che B. sconti il fio dei suoi errori e delle sue colpe (storiche e giudiziarie) con dignità e rassegnazione.

Anche se ho paura che così non sarà.

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Dopo averLo schernito Lo spogliarono

E Gli rimisero addosso le vesti.

Lo condussero fuori e prepararono

 

Per crocifiggerLo! Fra tanti testi

Che osservavano Gesù sul sentiero

Del Calvario, tutti atterriti e mesti,

 

vi era un certo Simone, uno straniero

della Cirenaïca, fu costretto

a prendere la Croce, chè davvero

 

Gesù, sotto quel peso, sul Suo petto

Era caduto già più d’una volta,

fino in cima al monte, in un luogo detto

 

Golgota. Qui, dopo averGli disciolta

La veste, sulla quale poi i soldati

Tirarono la sorte, mirra sciolta

 

Nel vino, come usava ai condannati

Gli porsero, ma non ne prese! Era

L’ora terza quando gli acuminati

 

Chiodi, con penetrazione severa,

squarciarono le carni di Gesù!

La scritta sulla Croce era sincera:

 

-         “ Il Re dei Giudei!”-. Chi l’ha messa giù,

forse l’ha fatta per ischerno! Ma

altri l’ha vista con sospetto! Su,

 

due ladri, hanno  crocifisso insieme a

Lui: uno sta a sinistra, l’altro a destra,

adempiendo ciò che la Scrittura ha

 

predetto: ‘ E’ stato messo tra gente estra

nel malaffare!’ Nel frattempo quei

che passavano, peggio che balestra,

 

con la lingua Gli lanciavano dei

dardi che s’aggiungevano al dolore:

-         Scendi dalla Croce!” – E un altro: – “ Ehi,

-          

dico a Te, che del tempio distruttore

Ti sei detto in tre giorni!”- Anche i grandi

Sacerdoti, con sarcasmo e livore,

 

Lo sbeffeggiavano: – “ Tu, che comandi,

da Re d’Israele, scendi da lì!

Tu che hai salvato tutti i miserandi,

 

salva Te stesso e i ladroni, così

 noi  crederemo! In Dio ha fidato,

che  Lo liberi subito se Gli

 

 vuol bene! Egli ha infatti dichiarato:

-         “ Son Figlio di Dio!” Neppur dai ladroni

         In croce con Lui Gli fu risparmiato

 

Lo scherno pari a quegli altri cialtroni!”

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Affonda le radici nei recessi della psiche umana, ma anche nel teatro greco classico di Euripide il film “Venere in pelliccia” di Roman Polanski

Con occhio sapiente la macchina da presa del celebre e controverso regista franco-polacco, proietta lo spettatore in un teatro di periferia (periferici saranno anche i meandri della psiche umana che il film si appresta a scandagliare) dove un regista d’avanguardia ha riadattato un romanzo dell’ottocentesco autore austriaco Leopold von Sacher-Masoch, ricavandone una pièce teatrale. Il regista (Mathieu Amalric), che interpreta il barone Herr Severin nella finzione teatrale  e il fragile regista  Thomas sulla scena, viene inquadrato mentre al telefono si sfoga con la sua fidanzata lamentandosi di avere audizionato 35 attricette senza trovarne alcuna che, neppure lontanamente, rivestisse i crismi recitatori che egli va ricercando per il ruolo femminile del suo dramma.

Ecco che all’improvviso compare in scena Wanda von Dunajew  ( l’attrice Emmanuelle Seigner) che per una serie di disguidi non solo è giunta in ritardo per l’audizione ma non figura nemmeno nell’elenco in possesso del regista).

Nonostante il suo aspetto dimesso e apparentemente inadatto alla parte,  il regista si fa convincere a farle   provare  la parte di Vanda,  il personaggio femminile che egli va cercando per mettere in scena la sua pièce teatrale.

Sul proscenio avviene così l’eccezionale trasmutazione: l’insignificante attricetta si trasforma in un istrionesco animale da palcoscenico. Da questo momento i due piani della narrazione, quello teatrale e quello cinematografico si intersecano e si confondono in un groviglio via, via sempre più inscindibile ed inestricabile.

All’inizio, infatti, i ruoli sono chiari: il regista, dall’alto della sua posizione di forza, cerca un’attrice che sappia interpretare Vanda (il personaggio della storia cinematografica ha per magica coincidenza lo stesso nome del personaggio teatrale che il regista sta cercando); il personaggio teatrale deve essere capace di risvegliare nel barone Herr Severin, l’altro personaggio della pièce teatrale, i suoi sentimenti di  fragilità, i suoi desideri di masochismo (che affondano le radici nel controverso rapporto da lui vissuto nell’infanzia con una zia dominatrice che giunge a frustrarlo a sangue, umiliandolo di fronte alla servitù sino a fargli chiedere pietà in ginocchio davanti a lei) mostrando una giusta dose di elegante e femminile sadismo).

In questo intreccio inestricabile di attrazione sessuale e di dolore, di sofferenza fisica e di fragilità psichica, di voglia di possedere sessualmente  ma anche di essere dominati psicologicamente si snoda la trama, attraverso l’intersecarsi dei ruoli, con riferimenti  al teatro greco ed in particolare alle Baccanti di Euripide, fatti richiamando esplicitamente Dioniso,  che fornisce  la sua carica di sessualità e di follia soprattutto alla protagonista femminile.

La pellicola, al culmine della sua vicenda, inverte (con un coup de theatre vero e proprio) i ruoli dei due unici protagonisti: Vanda diventa Herr Severin, mentre il barone diventa Vanda.

Il film si chiude con la sensuale danza di Vanda che richiama la danza dionisiaca di amore e di morte delle Baccanti di Euripide.

Insomma, una buona pellicola sull’eterno gioco di seduzione e dominio tra uomo e donna, che vede quest’ultima vittoriosa. In sintonia con la citazione, tratta dal libro di Giuditta: “E Dio lo mise nelle mani di una donna” (Cap. 13, verso 15.mo del libro).

A tal proposito una curiosità: Giuditta viene citato come libro apocrifo (così è per Anglicani, Protestanti ed Ebrei); ma per Ortodossi e Cristiani si tratta di un libro canonico,  riconosciuto e inserito nella Bibbia a tutti gli effetti.

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-“State in guardia per voi stessi, poiché
Vi condurranno davanti ai potenti,
sarete frustati davanti ai re

per causa mia sarete confidenti
davanti a loro! Ma prima bisogna
che sia predicato a tutte le genti

il Vangelo! Quando andrete alla gogna,
per esser giudicati e condannati,
non abbiate paura né vergogna

per quello da dirsi, ché imbeccati
voi sarete dallo Spirito Santo.
Per causa mia certo sarete odiati,

i figli uccideranno i padri, quanto
questi uccideranno i figli e il germano
odierà il suo germano! Ma intanto,

chi il suo spirito avrà tenuto sano,
questi sarà salvo e sarà beato!!”

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“Il potere logora chi non ce l’ha!” chiosava un grande vecchio oramai trapassato.

Al di là del fascino ambiguo e paradossale di questo apparente ossimoro, ho sempre pensato che invece il potere finisca per logorare chiunque lo gestisca; e quanto maggiore sarà l’incapacità nella gestione del potere, tanto più celere e definitvo scaturirà il suo logoramento.

La gestione del potere, infatti, è un’ alchimia alquanto complessa, fatta di forza, ma anche di fantasia; è una navigazione precaria tra bonaccia e marosi, fatta di dare e prendere, di illusione e materia, di dialoghi fittizi e di monologhi apparenti, tanto più oggi, in questa multiforme e stratificata democrazia che al popolo lascia in realtà poco o niente da decidere.

Lo dimostra anche la vicenda che ha visto da più di  un anno contrapposti la presidenza della Fondazione lirico-sinfonica di Cagliari ai sindacati dei lavoratori dello spettacolo più rappresentativi.

Arcinoto è il pomo della discordia: la presidenza (nella persona del sindaco pro-tempore di Cagliari, presidente di diritto della Fondazione) con l’accondiscendenza non proprio unanime dei membri del Consiglio di amministrazione della Fondazione, pretende di imporre, a capo della Fondazione, nel ruolo di sovrintendente, una figura  di scarso spessore professionale (magari anche con tanti pregi in numerosi altri campi, chi lo sa?), in dispregio non solo delle più basilari norme della gestione pubblica (e anche di quella privata) ma addirittura della sua stessa autonormazione e del tuo stesso Statuto.

Esempio eclatante, questo cagliaritano, di esercizio scriteriato del potere, che ha finito di logorare in capo al sindaco, un credito di potere enorme, riducendolo al lumicino e, forse, avviandolo al definitivo e precoce tramonto.

Nella sua inesperienza (ma qualcuno più maliziosamente parla di arroganza vera e propria) il sindaco-presidente prima si è autovincolato con una “Manifestazione di interesse” che ha sollecitato (giustamente) i legittimi appetiti di grossi calibri del mondo manageriale del mondo dell’opera (44 curricula tra nomi noti e meno noti); poi, inopinatamente, Zedda presenta in Consiglio un 45.mo curriculum, neppure firmato, di una aspirante sovrintendente, che fino a poco prima aveva svolto il ruolo di impiegata del servizio di biglietteria (pare su raccomandazione dello zio d’Italia Gianni Letta) che essendo totalmente priva dei requisiti di “esperienza nel settore dell’organizzazione musicale” e di “gestione di enti consimili”, congiuntamente richiesti dall’art. 9.2. dello statuto della Fondazione e dall’art. 13, comma 2, del d.lgs. n. 367/1996,  (v. sentenza TAR Sardegna n. 695/2013 – parte normativa), gode però della completa fiducia del sindaco-presidente (che qui pretende di comportarsi come un despota).

L’inizio della fine di questa gestione scriteriata del potere si è già vista nella sentenza del TAR sopra calendata. Non credo a grossi sconvolgimenti di un ipotetico ricorso al Consiglio di Stato,  azionabile nei 60 giorni dalla notifica della sentenza in caso di termine breve, oppure nei sei mesi dalla pubblicazione, nel caso di termine lungo (qui la scelta, giustamente,  spetta ai legali dei ricorrenti vincitori), così come non credo che il giudice amministrativo di secondo grado vorrà concedere una sospensione dell’efficacia di cui è dotata la sentenza di primo grado.

Pertanto resta in piedi soltanto il contratto che lega professionalmente la Fondazione e la sovrintendente.  Il contratto, a mio parere (ma si tratta di un parere a livello di blog, per così dire; sempre meglio acquisire i pareri professionalmente validi, nelle sedi a ciò deputate) si trova in una condizione di invalidità. Esso infatti risulta viziato in uno degli elementi essenziali; anzi direi che la volontà della Fondazione, a seguito dell’annullamento delle delibere di nomina della Crivellenti operata dal TAR nella nota, recente sentenza, manca del tutto. Al momento non ho ancora studiato a fondo il profilo di questa invalidità: se fosse di genere assoluto (nullità, per capirci) quel contratto è già morto prima ancora di nascere, e chiunque (anche i lavoratori, ad esempio) potrebbero rivolgersi al Tribunale Ordinario per farlo dichiarare nullo. A seguito di tale nullità la sovrintendente, a pare mio, dovrebbe restituire tutti gli emolumenti percepiti, in quanto mancherebbe radicalmente ogni titolo che giustifichi la riscossione di tali emolumenti. Se si profilasse invece uuna invalidità di tipo relativo (annullabilità, sempre per chiarezza) la situazione sarebbe più complessa e meno netta, ferma restando l’illegittimità e l’irregolarità della nomina a sovrintendente.

Per quanto riguarda i danni, anche qui io farei una distinzione: se chi ha agito istituzionalmente a nome della Fondazione (il presidente di diritto, ad esempio) risultasse avere agito con dolo o colpa grave, non c’è dubbio che dovrebbe lui (o loro, se risultassero responsabili anche altri soggetti) a pagare tutti i danni subiti. Se invece si fosse di fronte ad una incapacità gestionale, a una dabbenaggine di tipo caratteriale, ovvero ad una vera e propria deficienza nel discernere tra il bene e il male, tra il lecito e l’illecito, tra il positivo ed il negativo, beh, in tal caso, pur angosciato come cittadino e come appassionato dell’opera, il problema diventa più complesso sul piano delle responsabilità.

Mi piacerebbe sapere comunque cosa ne pensa la Corte dei Conti; a parer mio chi amministra la cosa pubblica dovrebbe comunque ascoltare i consiglieri più esperti e capaci, soprattutto quando si arriva in giovane età, del tutto inesperti, ad occupare cariche troppo importanti (come è il caso del sindaco di Cagliari, presidente di diritto della Fondazione; anche se qui c’è stato un investimento popolare che comunque giustifica la sua presenza in quello scranno per lui tropppo alto);; io non credo però che la giovane età, l’inesperienza e l’immaturità possano giustificare decisione strampalate, eccentriche ed originali, come quella di nominare un ssovrintendente che non ha neppure firmato il suo curriculum, al di fuori di una procedura adottata dalla stessa Fondazione e contro un’alzata di scudi subito avvenuta da parte di sindacati, mondo politico e una parte della stampa (c’è tutto o quasi scritto nella sentenza del TAR).

In conclusione, non oso pensare a cosa sarebbe successo se i sindacati non si fossero per tempo e con le garanzie di legge; e soprattutto cosa sarebbe successo se la magistratura, da potere indipendente qualee essa ancora è, non si fosse espressa in maniera così chiara e perentoria.

Il potere, comunque lo si voglia definire, è meglio perciò che sia separato, in capo a centri separati e indipendenti, e distribuito in maniera sempre più equa tra datori di lavoro e dipendenti, con la magistatura a fare da garante su uno scranno indipendente.

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Dal Vangelo di San Luca
VV 45-fine
Gesù caccia i profanatori dal Tempio

-    “ Andate via, briganti impenitenti!
Non è forse scritto che la mia casa
È un luogo di preghiera per le genti

di tutto il mondo? Voi l’avete invasa,
facendone tana di malaffari!
Via, massacanaglia, ciurma pervasa

dalla frenesia di affari e danari!
Al cortile dei Gentili del Tempio
Non si convengono commerci vari,

ma orazioni e silenzio!” Fece scempio,
Gesù, nel Tempio di Gerusalemme,
facendo alle parol seguir l’esempio,

d’ogni mercante che nel baïlamme
snaturava quel luogo sacro a Dio,
trattando ed ordendo negozi e trame

davvero indegne di quel luogo pio!
Essendo ciò venuto a conoscenza
Di scribi e grandi sacerdoti, il fio

Decisero, di quella riverenza,
a lor contraria, ma dai più gradita,
di fargliela pagar con la cruenza

di quell’atroce morte, poi patita
da Gesù Cristo Nostro Redentore!

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Mi hanno chiesto i miei studenti se le sentenze del Tribunale Amministrativo Regionale siano appellabili.

La risposta è positiva. Le sentenze del TAR sono appellabili con ricorso motivato al Consiglio di Stato.

Naturalmente il discorso vale anche per la sentenza  N. 00695/2013 del TAR Sardegna, adottata il 30 ottobre 2013 e depositata  in data 8 Novembre 2013, con cui il TAR Sardegna ha annullato  la nomina della sovrintendente della Fondazione lirico-sinfonica di Cagliari.

Personalmente dubito però che il consiglio di Stato possa ribaltare la sentenza di annullamento sopra calendata.

Certo non posso escluderlo ma il mio buon senso mi fa presagire che invece il Consiglio di Stato confermerà la sentenza di annullamento della nomina della signora Marcella Crivelllenti a sovrintendente della massima istituzione musicale della Sardegna (e una delle 14 più importanti d’Italia).

Infatti il Consiglio di Stato, recentemente, ha ribaltato la sentenza del TAR Sardegna con cui il giudice amministrativo di primo grado respingeva il ricorso di un controinteressato alla nomina di Presidente dell’Autorità Portuale di Cagliari.

Nella sentenza d’Appello il giudice amministrativo di secondo grado, nel riformare l’impugnata sentenza di primo grado,  riaffermava quei principii di imparzialità, legalità e buon andamento della Pubblica amministrazione che il TAR Sardegna pone alla base della sua sentenza di annullamento della contestata nomina alla carica mageriale della Fondazione cagliaritana.

Gli stessi principii che mi ero  permesso di evidenziare nei miei  precedenti posts dell’ottobre e del dicembre 2012 (qui inserisco i links per comodità di rilettura:http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2012/10/22/il-lirico-di-cagliari/  http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2011/12/31/il-processo-amministrativo/ ). In questi due posts, dopo avere evidenziato la contraddittorietà e l’illegittimità dell’azione amministrativa portata avanti dal sindaco di Cagliari nella procedura di nomina della sovrintendente Crivellenti, gli suggerivo, in nome della legalità e del buon funzionamento, di recedere dalla sua incomprensibile ed ingiustificabile  condotta e di rientrare nei ranghi della logicità e del buon senso.

Naturalmente il sindaco non ha voluto ascoltare. E questo è il risultato della sua scellerata azione amministrativa.

Chi pagherà, adesso?

Saranno riparabili i danni subiti dalla Fondazione?

E chi ripagherà i lavoratori delle umiliazioni subite?

Intanto resta in piedi il contratto tra la Fondazione e la (quasi) ex sovrintendente: qualcuno dovrà pur rivolgersi al Tribunale di Cagliari per il suo annullamento, dato che adesso (salvo improbabili sospensive in appello da parte del Consiglio di Stato, qualora adito), con l’annullamento degli atti amministrativi, operato dall TAR con la sentenza già richiamata, tale contratto appare del tutto privo di sostegno giuridico.

E anche qui si porrà il problema: chi paga i danni?

Adesso è giunta davvero l’ora di dire basta all’arroganza di questi politici da strapazzo che occupano le massime poltrone delle istituzioni! E’ giunta l’ora di far pagare i responsabili delle malefatte politiche con soldoni sonanti. Chi ha speso soldi pubblici non suoi,   restituisca il maltolto; e chi ha amministrato in maniera stolta e scellerata, soprattutto se dovesse emergere in qualche parallelo procedimento penale, una premeditazione o una qualche forma di dolo, risarcisca tutti i danni subiti dalla pubblica amministrazione.

E qualcuno abbia il pudore di dimettersi e di sparire dalla scena pubblica così indecorosamente occupata.

http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2012/10/22/il-lirico-di-cagliari/

http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2011/12/31/il-processo-amministrativo/

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L’insigne giurista Gaio  Trebazio Testa (I sec. a.C.), avvisava l’eccelso poeta Orazio Flacco, suo grande amico, sul rigore delle leggi a cui rischiava di andare incontro con le sue pungenti satire.

- “Se uno avrà composto dei versi cattivi contro qualcuno, sarà portato in tribunale e condannato!” – redarguiva l’attento avvocato rivolto all’amico.

- “D’accordo!”- rispondeva Orazio – “Ma se qualcuno ne avesse scritto di buoni che fossero anche piaciuti ai più?”

- “Allora anche le tavole della legge si scioglierebbero dalle risate e te ne andresti assolto a casa tua!” – concludeva il grande giureconsulto tranquillizzando l’amico poeta.

Ecco come io ho immaginato il dialogo tra i due, traducendo liberamente dalla Prima satira del Libro Secondo delle Satire del grande poeta Orazio.

Gaius Trebatius Testa- ” Si mala condiderit in quem quis carmina, ius est iudiciumque!”- ego tibi moneo Horatius

Quintus Flaccus Horatius – ” Esto, siquis mala, docte Trebati; sed bona siquis judice condiderit?”

Gaius Trebatius Testa: – ” Solventur risu tabulae, tu missus abisis laudatus Flaccus.

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E’ nelle sale, con grande successo, il film di Checco Zalone. Chi ne parla, afferma trattarsi di una pellicola comica.

C’è sicuramente del comico nel film “Sole a catinelle” ma l’etichetta “film comico” è riduttiva e fuorviante.

A scanso di equivoci dirò subito che questo genere di pellicole non è il mio preferito: io li definisco i films della nuova commedia all’italiana e in genere non mi piacciono. Non di meno, trattandosi comunque di spettacoli di evasione, non molto peggiori di tanti altri, ogni tanto vado a vederli.

Sole a catinelle ha un retrogusto amaro, dietro la patina di comicità che indubbiamente lo caratterizza.

E’ la storia di un italiano come tanti, ai tempi della crisi. Un italiano cialtrone, pasticcione, forse, in fondo, anche di buoni sentimenti, ma pur sempre un cialtrone. Basti dire, per inquadrare il personaggio (e l’epoca che vuole rappresentare) che lo Zalone dello schermo, appena si ritrova con un reddito, si riempie la casa di elettrodomestici e prodotti supertecnologici, tutti acquistati con prestiti ottenuti da finanziarie voraci nell’erogare prestiti, ma altrettanto, se non più, voraci nel passare alle diffide e ai pignoramenti per il recupero coattivo di quanto erogato (ovviamente con l’aggiunta di interessi e spese legali).

In qualche modo la sua storia ha dei richiami, non so se tutti volontari, al ducetto che, tra alti e bassi, ha guidato l’Italia nell’ultimo ventennio.

Come l’ultimo duce ha iniziato vendendo aspirapolveri; e come lui si rivolge alla pancia degli italiani, in comizi improvvisati e  squinternati, predicando l’ottimismo come panacea di una crisi che non ha per niente radici di natura psicologica, come il ducetto e il suo ministro del tesoro hanno tentato di far credere al popolo italiano in una gestione del potere tanto ridicola quanto incompetente che, nel novembre 2011, ci ha portati sull’orlo dell’abisso (sono stati gli incapaci stessi a farsi da parte, lasciando il posto a Monti che, pur con tutti i suoi limiti e con una cura che a momenti ammazzava il cavallo che voleva invece curare, ci ha portati lontani dal baratro in cui l’Italia stava per precipitare).

Le analogie tra il personaggio portato sullo schermo da Zalone e l’indomito di Arcore non finiscono qui. Potrei citare ancora la sua avversione per il comunismo (penosa più che esilarante la scenetta in cui il figlio lo accusa di razzismo omofobico e lui, il papà cialtrone, sospira: “meno male, credevo che stessi per confessare di essere comunista); ancora più penoso il suo discorso (sempre rivolto alla pancia degli italiani) in cui Zalone si lamenta, a nome delle partite iva (espressione anodina che vorrebbe indicare l’elettorato potenziale del PdL-Forza Italia) delle maternità a carico dei datori di lavoro, auspicando che almeno si conceda al datore il diritto di mettere incinta egli stesso la lavoratrice (questo passaggio, a dire il vero, non solo è di pessimo gusto ma mi pare che infici il diritto della pellicola a definirsi un prodotto artistico; con linguaggio d’altri tempi questo film potrebbe definirsi addirittura  ”reazionario”). E con le analogie mi fermo qui, non prima però d’aver sottolineato che Zalone è riuscito a infilare nel film anche la Massoneria (tutti sanno che Mister B. è stato tesserato alla Loggia P2 di Licio Gelli).

Insomma, da questo film non escono a pezzi soltanto gli psicologi, dileggiati e vilipesi nella loro professionalità al punto, che se fossi il Presidente di qualche associazione di settore, interesserei la Procura della Repubblica o promuoverei un’azione civile a tutela della categoria; ma dal film esce a pezzi l’Italia; non solo e non tanto per l’immagine che Zalone ne dà nella pellicola, ma per il fatto che gli italiani, decretando il successo di questo film (sinceramente scadente e dozzinale), hanno mostrato che il ventennio appena trascorso, non ha portato soltanto una tremenda crisi economica (sicuramente anche per congiunture internazionali negative) ma ha impoverito gli italiani anche su un piano culturale, appiattendoli sui gusti  di una televisione becera e dalla facile battuta triviale che affonda l’umorismo in una volgarità che non è solo sessuofobica ma è anche e soprattutto di povertà artistica.

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Sepoltura

(Dal Vangelo di S.
Marco)

 

 

Essendo già sopraggiunta la sera,

un certo Giuseppe d’Arimatea,

membro distinto del Consiglio, che era

speranzoso anch’ei nella fede ebrea

predicata da Gesù Cristo, dato

che era prossima la festa giudea

(l’indomani infatti sarebbe stato

Sabato di Pasqua), venne in città

E si presentò dinanzi a Pilato.

Sprezzante del rischio e d’ogni viltà

Gli chiese di dargli il corpo del Cristo!

Nel dubbio che non fosse morto già

Chiese al Centurione s’avesse visto

L’evento e,  udito che tal L’avea scorto

Coi suoi occhi, diede a Giuseppe il visto!

Egli, avendo scavato in un suo orto

Una roccia, per farla a sepoltura,

vi depose il corpo di Gesù morto,

non prima d’averLo avvolto con cura

in un candido lenzuolo comprato

ad hoc! Ei sigillò, come chi mura,

perché mai più l’interno sia mostrato,

con un masso il sepolcro di Gesù!

E tutto dalle donne fu osservato

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Vado regolarmente al Santuario di Bonaria; proprio quello gemellato con Buenos Aires; o forse sarebbe meglio dire quello da cui la capitale dell’Argentina deriva il suo nome, come correttamente ha osservato Papa Francesco in occasione della sua recente visita in Sardegna.

Di vista conosco un po’ tutti e tuttti mi conoscono ma, in realtà, nessuno dei Padri confessori conosce il mio nome.

Per questo,  ieri, mi sono sorpreso quando, ieri, nel salutarmi, il mio confessore mi ha augurato “Buon Onomastico”.

Lì per lì ho ringraziato; ma mentre andavo via mi chiedevo come facesse quel Padre Mercedario a conoscere il mio nome e come mai mi avesse fatto gli auguri di Buon Onomastico.

Poi ho avuto un flash, un lampo, un’illuminazione: ma certo! Il 1° Novembre è la festa di Tutti i Santi! Quindi è la festa di tutti noi! Ciascuno di noi può e deve festeggiare il suo onomastico in questa festa che vede sugli altari tutti i santi: da quelli più conosciuti a quelli ignoti e forse mai dichiarato tale ma comunque assurto alla corte celeste!

Auguri a tutti, dunque! Speriamo che tutti possiamo trascorrere una  giornata di serenità e di  festa.

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