Archivio Settembre 2013

Il ricco epulone

C’era una volta un uomo molto ricco

Che vestiva abiti fini e lussuosi,

desinando con persone di spicco

ogni giorno con banchetti fastosi.

Giaceva alla sua porta un mendicante

Di nome Lazzaro, afflitto da cisposi,

foruncoli e da piaghe purulente,

affamato a tal punto da bramare

il cibo che cadeva sottostante

dalla mensa del ricco. A leccare

le tante piaghe del suo corpo gramo

c’erano i cani! Vennero a portare

Lazzaro in seno al profeta Abramo

Quand’egli morì, gli angeli in schiera!

Morì anche quel ricco e fu preso all’amo

Dal demonio ove ognuno si dispera

E piange, se vi è condotto. Da lì,

levando gli occhi oltre la coltre nera,

vide il padre Abramo e Lazzaro gli

stava accanto. Disse allora gridando:

-“ Padre Abramo, per pietà, manda qui

 

Lazzaro, perché egli possa, bagnando

La mia lingua con dell’acqua, alleviare

Questa fiamma che mi va torturando!”

Ma Abramo disse: – “E’ d’uopo ricordare,

figlio, che hai ricevuto il tuo conforto

in vita, mentre era Lazzaro a stare

 

nei tormenti. Ora va tutto storto

a te; Lazzaro è invece consolato.

In più, tra noi, vi è come un tratto morto:

 

chi da qui vuol passar al vostro lato

certo non può; né di costì si può

attraversare sino a noi!” – “Allora,

 padre, ti prego –colui replicò-

di mandarlo a casa mia perché ancora

cinque fratelli sulla terra io ho!

 

Li ammonisca perché questa malora

Mia non tocchi pure a loro!” Rispose

Abramo: – “ Hanno Mosè e i profeti;

 

li ascoltino predire queste cose!”

E lui: – “No, padre Abramo, ché se feti

Della madre terra in loro ch?ose

 

Forse udissero, si ravvederebbero!”

Rispose Abramo: – “Non voglion sentire

Mosè ed i profeti; non sarebbero

 

Persuasi neppure se dalle spire

Della morte ritornasse un riverbero

Di vita a contrastar le loro mire!”

E di lui le fiamme, pietà non ebbero!

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Ora tutto scivola

come acqua di fiume

sui sassi;

anche la tua bellezza,

la tua gioventù;

ma io posso amarti

solo col pensiero

rivolto a Dio.

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Cagliari si è svegliata presto oggi, domenica 22 settembre 2013, per salutare il Papa Francesco. L’occasione meritava questa sveglia mattutina: non capita tutti i giorni che  il successore di Pietro, rappresentante di Gesù Cristo in terra, venga a visitare la nostra Isola di Sardegna, con la sua bella capitale affacciata sul mare. Tanto più che questo Papa, venuto dall’altra parte mondo, ha lanciato a noi Sardi un ponte di collegamento diretto con la sua città, Buenos Aires; e ciò grazie alla Madonna di Bonaria, Patrona della Sardegna, Madre di tutti, anche di quegli intrepidi marinai che, provenendo dalla Sardegna, sbarcarono all’altra parte del kondo per fondare la capitale dell’Argentina.

I cagliaritani sono accorsi a frotte, al richiamo del Papa.

Io sono andato ad attenderlo nel Largo Carlo Felice. Proprio lì dove circa trenta anni fa, un altro mare di folla, affluì per sentire il comizio di Enrico Berlinguer.

Sbaglieremmo  a pensare che quel popolo di trenta anni fa fosse diverso da quello che oggi ha accolto il Santo Padre nella stessa piazza di Cagliari.

Oggi come allora il popolo invoca lavoro e dignità; oggi come allora la gente sarda è disgustata dalla protervia dei potenti, stremata dalle difficoltà economiche, indignata per gli abusi di una classe politica incapace ormai perfino di parlare con la gente, figuriamoci poi di saper risolvere i suoi problemi di dignità e di lavoro.

Sì, perchè di lavoro si è parlato nel largo Carlo Felice di Cagliari.

Il Papa, dopo avere ascoltato un rappresentante degli operai, la presidente della cooperativa 83  e un rappresentate del mondo agro-pastorale, ha parlato al popolo.

Ha puntato il suo dito sicuro, Francesco, contro gli idoli della globalizzazione. Il dio danaro che tutto e tutti stritola,  nei suoi movimenti centripeti, che nella ricerca frenetica del profitto, esclude le frange  più deboli e più esterne dalla ricchezza, dal reddito nazionale mondiale.

Ha mollato il discorso che qualche Solone in gonnella gli aveva preparato nelle stanze dei bottoni vaticani ed ha parlato a braccio Papa Francesco.

Si percepiva che parlava con  il cuore in mano; lui, che è figlio di emigrati piemontesi in Argentina, sa cosa vuol dire la povertà, la ricerca di un lavoro, l’esclusione, l’emarginazione, il desiderio di dignità che scaturisce dal portare il pane a casa,  grazie ai sacrifici di un lavoro onesto e decoroso.

E il suo dito puntato contro il sistema capitalistico, contro gli adoratori del dio quattrino, non sottendeva alcun riferimento ad un’alternativa collettivista, come sicuramente accadeva 30 anni fa con Enrico Berlinguer, quando ancora la speranza di un’alternativa socialista al capitalismo era vivo nei cuori dei Sardi e del mondo intero.

No. La speranza di cui parlava Francesco è quella eterna del Cristo.

Magari nella dimensione umana della Teologia della Liberazione, di stampo sudamericano; quella che vorrebbe la ricchezza divisa equamente tra il popolo; o forse nella versione più concreta della dottrina sociale cattolica, che alcuni suoi grandi predecessori hanno concepito come un correttivo alle distorsioni, agli inganni e alle ingiustizie del capitalismo; un sistema economico che ponga al centro di tutto l’uomo e la donna, come ha dichiarato, tra gli applausi, il vescovo di Roma.

Alle dieci  poi, tutti a Bonaria, per un incontro più spirituale, culminato nella Messa, nella consacrazione eucaristica, nella preghiera alla Madre deii Sardi, che però è anche Madre di tutti noi.

Una grande e bella giornata per noi Sardi, in compagnia del Santo Padre.

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Prologo 

Giovanni Evangelista

Son chiamato, ma per Gesù

Luce della Sua vista

Ero. E Lui,  per me,  lo fu.

Era dolce nei tratti

E mansueto nei gesti!

Dai movimenti lesti

E gli occhi mai distratti!

Piuttosto in certe fasi

Gli coglievi nello sguardo

Un’assenza o un dardo

A seconda dei casi.

Ma era un lampo fugace

Che tosto ritornava

Serena quella pace

Che lo caratterizzava.

Avere Gesù  accanto

Per me significava gioia!

E se lontano da Lui noia,

Quando non anche pianto.

Mi piacque sull’istante

Quel dì che il Testimone,

Con profonda decisione,

Ce lo indicò distante.

Avvenne nel Giordano,

Alle quattro d’una sera,

ed io come chi spera

lo seguii mano a mano.

E quando Egli ci chiese:

“Cosa e chi cercate?”

Il cuore Lui mi prese

Rabbì, Signore e Vate.

I

Divinità del Verbo

In principio era il Verbo

E il Verbo era presso Dio,

Il Qual teneva in serbo

Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione

Mandandoci Suo figlio

Che,  nato da puro Giglio,

È Sua rivelazione,

In uno con lo Spirito,

Ma puoi elencarne tre!

Comela Legge  per Mosè

Fu data,la Grazia Cristo

Ci ha portato in Verità!

Pur se d’ogni cosa è Autore,

L’uomo, mal conoscitore,

Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto,

Lui li ha resi fratelli

Dandogli i doni più belli,

Senza riceverne molto.

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Un altro importante argomento che sta a cuore ai poeti del Manifesto di Napoli è quello della letteratura italiana studiata a scuola. Come argutamente osserva Angelo Ruggeri, uno dei fondatori del Manifesto:  “la letteratura italiana è immensa e solo una
piccola parte è inserita nei programmi scolastici e quindi viene fatta conoscere  alla gente. Una grossa selezione fu fatta nel momento dell’unità italiana ad opera dei ministri della pubblica istruzione fra i quali il notissimo De Sanctis. Essendo l’Italia stata unificata dalla Monarchia dei Savoia costoro vollero che nelle scuole del Regno si insegnassero solo gli autori favorevoli al regno e se non lo erano li si fecero diventare falsando la storia personale degli artisti e l’interpretazione delle loro opere. Sugli scrittori viventi in quel tempo si procedette in modo anche più brutale, riuscendo a far diventare monarchico lo stesso Carducci e guerrafondaio il Pascoli. Furono ridotti alla miseria gli scrittori mazziniani ed erano la  maggioranza in Italia. ancora oggi autori grandi come Tomasseo,  De Roberto, Sacchetti, Rovani, Imbriani e tanti altri sono pressochè sconosciuti al pubblico. E Mazzini chi lo conosce? e Cattaneo?  Senza contare che molti e buoni poeti considerati “minori”, che sono la grande ricchezza della nostra letteratura,  sono del tutto ignorati e se anche nei loro paesi natali qualche strada e piazza è dedicata ad essi,  nondimeno, se si va a indagare, si scoprirà che essi  sono al tutto sconosciuti agl stessi loro concittadini.”

E chi di noi non ha sofferto, studiando sui programmi scolastici, a causa delle imposizioni relative a scelte non sempre felici ed
azzeccate? E quando, non di meno, i programmi si concentrano su autori indubbiamente validi (è il caso, ad esempio di Dante, Petrarca, Leopardi,  Pascoli e tanti altri), è l’apparato critico ad essere carente e fuorviante nello studio e nella comprensione delle opere degli autori.

Osserva ancora Angelo Ruggeri: ” Se poi si vanno a esaminare le Storie della letteratura e i commenti critici sulle opere che si fanno studiare, si constaterà qualcosa di ancora più deprimente: in gran parte tali commenti derivano da quelli scritti all’alba
dell’unità d’Italia dai ministri dei Savoia, il De Sanctis ed altri che trasformarono in monarchici e reazionari quasi tutti i nostri poeti ed ignorarono totalmente i repubblicani e i mazziniani. Riuscirono a far diventare monarchico persino il Carducci e guerrafondaio il Pascoli! Disgraziatamente la scuola italiana ha conservato il suo carattere autoritario e conservatore fino ai nostri giorni. Si imputa oggi ai giovani l’indifferenza verso la politica  e la mancanza di ideali e di ambizioni che non siano quelle  orientate verso del successo economico da ricercarsi con ogni mezzo. Non potrebbe essere che sia la nostra scuola, specchio fedele della nostra società, a trasmettere ai giovani quel pessimismo, quella sfiducia verso il mondo e verso gli uomini  che si imputa ai poeti, i quali sono le prime vittime di questo “male sociale” semplicemente perché essendo dotati di una
sensibilità più viva e  una intelligenza più acuta per primi avvertono le incongruenze, le ingiustizie, le assurdità quotidiane fra le quali siamo costretti a vivere?”

E la critica del Ruggeri non si limita a questo, ma si estende persino alla scelta stessa delle opere da inserire nelle “famigerate” antologie scolastiche. Conclude infatti lo scrittore e critico letterario: “Più volte io mi sono chiesto se sia ragionevole e saggio imprimere nelle menti dei giovani dei licei e persino delle elementari le belle ma tristissime poesie del Passero solitario, Alla
Luna, Il Sabato del Villaggio, Canto di un Pastore Errante nell’Asia,  A Silvia, che sono poi le sole che essi studiano di questo grande poeta, e vengono loro presentate senza alcuna  altra spiegazione sull’origine di tanta infelicità, che non sia quella del suo povero corpo malato e l’incomprensione di un padre reazionario e spilorcio alla follia. Poi, pescando nei ricordi di scuola, mi sono accorto che è vizio congenito di quelli che fanno i programmi scolastici andare a scegliere per le antologie le poesie più tristi, le più sconsolate o le più tragiche che i nostri poeti abbiano mai scritto”.

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Parabola del seminatore

VV
4-18

-“ Ascoltate ciò che dirvi or mi preme!

Un seminatore,  per seminare,

uscì un bel giorno! Parte del seme

 

Cadde lungo la strada. A beccare

Quei semi scesero però gli uccelli!

Altri semi s’andarono a posare

 

In luogo roccioso. Come labelli

Prima sbocciarono, ma non avendo

Terreno profondo, come castelli

 

Sulla sabbia, al primo sole, cuocendo

tutti inaridirono. Altri semi

caddero tra le spine, ma crescendo

 

le spine li soffocarono. Premi

invece spettarono, a chi del  trenta,

  sessanta e cento, a quei semi, quai in gremi

 

caddero nella buona terra. Senta

e comprenda chi ha orecchi per intendere!”

Ed  aggiunge il poeta, che si penta,

dal suo canto, chi deve e può comprendere!

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Africa è un romanzo autobiografico dello scrittore Angelo Ruggeri. Non voglio recensirlo perché una recensione esiste già, a cura di un sito specializzato cui si accede tramite il link posto qui a lato: http://www.literary.it/dati/literary/tanelli/africa.html

Mi interessa qui soltanto dire due o tre cose sull’Autore e sulla sua opera.

Secondo me Angelo Ruggeri appartiene a quella schiera di scrittori italiani sottostimati, che fanno da contraltare a un’altra schiera di scrittori, artatamente gonfiati da case editrici compiacenti, miopi e finanziate coi soldi pubblici.

Il Manifesto di Napoli, la libera associazione di scrittori e poeti di cui Ruggeri è socio fondatore, ha già denunciato più volte la situazione intollerabile in cui, ormai da decenni, vegeta la cultura italiana, gestita in regime di oligopolio da un pugno di case editrici (spesso tenute in vita da generose provvidenze pubbliche) che ha di fatto emarginato molti scrittori meritevoli a favore dei soliti famigli e clientes dei potenti di turno, spesso sotto forma di intellettuali in prestito a ideologie facenti capo a partiti e movimenti che hanno come obiettivo principale l’occupazione di posti di potere nelle stanze dei bottoni.

Il romanzo Africa si legge piacevolmente. E’ un racconto autobiografico cui fanno da sfondo, intrecciate con le vicende personali dell’Autore, la situazione sudafricana degli anni dell’apartheid (quando Mandela marciva in carcere per avere osato sfidare il razzismo dei colonizzatori bianche del continente nero) e più in generale la situazione del grande continente africano, ricchissimo di risorse e materie prime, ma privo di un modello di sviluppo che avesse come mira quello di elevare le popolazioni autoctone ad un livello economico di dignità e di libertà accettabile ed equo. Basta scorrere la recente storia dei popoli africani per comprendere come la mancanza di un tale modello di sviluppo abbia portato su quel continente, alla miseria dei più deboli, mentre i potenti si disputano, armi in pugno, lo sfruttamento delle risorse economiche.

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La parabola dél sèrvo spietato

 

 

Il régno déi cièli è simile a un re
che volèndo fare i cónti
cói pròpri sèrvi,  li volle prónti.
così gli si presentò uno che

 

gli dovéva diecimila talènti!
Nón avéndo però costui il danaro
da restituire, il padróne ordinò

 

che fósse venduto quanto più caro
si potésse, cón la móglie e i parènti!
Allóra il sèrvo a tèrra si gettò

 

cón fóga tale, che lo condonò!
L’avéva il suo Signóre
appéna lasciato,  che un debitóre
déi suòi, sèrvo anch’égli, trovò testè!

 

-     ”Paga i cènto danari che mi dévi!”
Gli intimò soffocandolo!
Quégli si gettò a tèrra supplicandolo:
-     ”Sòn carco di tanti pési, e nón lièvi!

 

abbi paziènza e ti rifonderò!”
Ma lo spietato nón volle esaudirlo;
così lo féce  gettare in prigióne.

Si recarono gli altri sèrvi a dirlo
contriti al padróne, che s’adombrò!
Féce  chiamare l’uòmo, quel padróne,

 

e gli disse: -  “Dammi una spiegazióne
pér la divèrsa misura!”
E lo mandò in prigióne! -  “Sarà dura
così, pér chi il fratèllo nón manlèvi!”

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Che il papa emerito Benedetto fosse un fine teologo è risaputo. Stanno lì a dimostrarlo i due volumi della sua fondamentale opera teologica e pastorale, Gesù di Nazaret - Dal Battesimo alla Trasfigurazione  e Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione. A confermarlo nel 2012 è uscito, sempre per i tipi di Rizzoli, “L’Infanzia di Gesù”. Non si tratta di un terzo volume, si legge nella presentazione, ma piuttosto di un Preambolo ai due tomi pubblicati in precedenza.

Nessuno si aspetti tuttavia di trovare nell’ultimo libro di Joseph Ratzinger dei riferimenti biografici  capaci di colmare quelle rilevanti lacune che i quattro Evangeli canonici presentano sulla vita del Cristo. E’ noto a tutti infatti come il Vangelo di Marco inizi la sua narrazione con il Battesimo di Gesù che Giovanni Battista operò quando suo cugino aveva già trent’anni; mentre Giovanni Evangelista pone all’inizio del suo racconto evangelico quel mirabile riferimento al Verbo divino incarnatosi in vesti umane.

Soltanto i Vangeli di Luca e Matteo contengono alcuni scarni riferimenti all’infanzia di Gesù. Il medico siriano, il più prolisso dei due, ci narra tre singoli episodi: la circoncisione, avvenuta quando il piccolo Gesù aveva otto giorni; la presentazione al Tempio di Gerusalemme, fatta quando il divino neonato aveva già quaranta giorni; e, infine, Gesù che insegna nel Tempio dopo essere “sfuggito” al controllo dei genitori, episodio accaduto all’età di dodici anni.  Matteo dal canto suo ci informa soltanto che appena Gesù fu nato, un angelo avvisò Giuseppe di prendere il Bambino e Sua Madre e portarli in salvo in Egitto; e lo fa in una maniera così sintetica da far pensare che tale racconto sia in antitesi con quello di Luca, omettendo ogni riferimento alle due fondamentali tappe di ogni nuovo nato dei maschi di Israele: la circoncisione e la presentazione al Tempio, per l’appunto.

Orbene è proprio su questi episodi “canonici” che l’occhio profondo del teologo Ratzinger  intrattiene il lettore, applicando i due fondamentali principii di ogni buon esegeta: la ricerca del significato del testo evangelico nel momento storico della loro scrittura e una ricerca,  proiettata nel presente, tesa a verificare la veridicità e l’interesse di un testo che per i Cristiani, in prima istanza, riconduce e riconosce lo stesso Dio come Autore.

Ne segue una lettera agevole e affascinante allo stesso tempo, tesa a chiarire e ad approfondire degli episodi che, con la forza dell’abitudine, si tende col tempo quasi a banalizzare, dandone per scontato ogni significato più recondito e tralasciando di porsi degli interrogativi che invece ne arricchiscono la comprensione.

Insomma, un libro eccellente di una persona eccellente.

Certo resta inappagata la curiosità del lettore che vi cercava invece notizie sui primi trent’anni della vita di Gesù.

Ma questo non è un lavoro per teologi sopraffini e così altamente qualificati. Qui la parola deve passare ai poeti e ai narratori, che magari traendo ispirazione dagli Apocrifi, possono soddisfare finalmente la legittimità curiosità di quanti si chiedono ancora come abbia vissuto e come sia stata l’infanzia e la gioventù di questo nostro fratello così importante e così amato (che è anche nostro Dio)  chiamato Gesù Cristo Il Nazareno, che ha voluto regalarci la sua presenza di Uomo sulla terra, condividendo con noi le fatiche di nascere, vivere e morire, per poi risorgere.

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E’ davvero dura la vita dello scrittore. Io gli scrittori me li immagino sempre chini sulle “sudate carte” a rischio emicrania, esaurimento nervoso e scoliosi; grafomani pieni di complessi, tipo quello straziante di Giovanni Battista, che ne fa dei profeti tanto  inascoltati quanto acclamanti verità che nessuno vuole conoscere, in questo arido mondo dove l’immagine ha soppiantato la parola, l’azione il pensiero ed un fondoschiena o un paio di scarpette chiodate valgono più di un cervello sopraffino, riuscendo a smuovere persino i capitali degli editori, notoriamente imprenditori che fiutano gli scrittori di valore come un maialino salvadanaio i tartufi piemontesi (forse è per questo che preferiscono “rischiare” pubblicando le memorie di un’attricetta in cerca di fama o i ricordi di un idolo del pallone, rigorosamente riveduti, le une e gli altri, dai loro editors di fiducia).

Lo scrittore è l’unico lavoratore” – mi ha scritto Angelo Ruggeri, un raffinato poeta e scrittore, conoscitore come pochi del mondo letterario classico – “che deve pagare per lavorare, anziché essere pagato per lavorare”.

Lamenta a ragione il Ruggeri come in Italia gli scrittori (anche quelli di valore) siano costretti a pagare per essere pubblicati.

Questa anomalia tutta italiana ha svariate e molteplici cause. In primo luogo io ci metterei la scarsa attitudine al rischio degli editori primari, sempre pronti a mettere in moto le loro rotative per i politici sulla cresta dell’onda e per i loro protetti e famigli , sicuri alfieri, non tanto di vendite in libreria, quanto di copiose elargizioni finanziarie e sussidi pubblici (v. c.d. legge sull’editoria); per non parlare della già segnalata predilezione per i libri scritti dagli idoli del pallone e della TV ( l’elenco dei calciatori, delle attricette e dei personaggi della TV che hanno pubblicato dei libri  sarebbe troppo lungo ma sono certo che i loro scritti non passeranno certo alla storia della letteratura).

In secondo luogo segnalerei il fatto che gli italiani, popolo di navigatori, di santi e di poeti, è composto da innumerevoli   poeti scrittori e da pochissimi poeti lettori (pare che il rapporto sia di 50 a 1; in Italia ci sarebbero cioè 50 poeti scrittori per ogni lettore; ed è chiaro che il povero lettore, sommerso da cotanti versi, sia costretto anch’egli a trasformarsi in poeta scrittore ovvero a desistere tout court dalla lettura).

Non voglio toccare il tasto degli editori minori: in gran parte imprenditori improvvisati, privi di capacità gestionali (e a volte anche di scrupoli) che tirano a campare facendo pagare costi e rischi di impresa agli scrittori che, trovando chiusa la porta principale, sono costretti a ricorrere alla stampa a pagamento (inutile aggiungere che una volta incassati i soldi questi sedicenti editori quasi mai si occupano della distribuzione; ed i libri, a centinaia, e qualche volta a migliaia, marciscono nelle cantine dei poveri scrittori, cornuti e mazziati).

Cosa suggerire dunque agli appassionati scrittori che hanno molto da dire e non vogliono rinunciare al piacere di scrivere e di confrontarsi con i lettori?

Io suggerirei, innanzitutto, di non accettare mai dei contratti che prevedano l’esborso di danaro a favore di editori inaffidabili e fasulli; a meno che uno non sia proprietario di una catena di librerie, i 2/3 mila € consegnati all’editore non frutteranno una sola copia venduta e/o distribuita.

Oggi c’è la possibilità di pubblicare on line con la formula del “print on demand”; grazie alla rete un giovane scrittore che voglia farsi conoscere e vedere le sue opere pubblicate, con 500 max 600 € di spesa, ottiene dalle 50 alle 100 copie tutte per sé (da dare in omaggio a parenti ed amici ma anche da consegnare alle librerie in conto vendita); è già un buon inizio e si ottiene comunque la messa in vendita del proprio libro nelle catene di vendita on line (IBS, Autorinediti, Amazon e quant’altro).

Per chi non ama troppo la carta, poi, c’è anche la possibilità di stampare e pubblicare direttamente un e-book (o libro elettronico) che avrà una diffusione ancor più capillare dei libri cartacei tradizionale.

Insomma, uno scrittore può continuare a scrivere senza doversi per forza svenare a favore di editori improvvisati ed incapaci, e in attesa di farsi conoscere per poter accedere finalmente alle pubblicazioni con case editrici che, rischiando in proprio i capitali, saranno costretti ad attivare i propri canali di diffusione e di vendita al fine di rientrare nell’investimento effettuato.

A tal fine può essere utile anche il consiglio di partecipare a concorsi nazionali per inediti di poesia e narrativa, anche qui con l’avvertenza di evitare quei concorsi che richiedano il versamento di quote di partecipazione e di iscrizione; le case editrici serie non ne richiedono ma, alla ricerca di nuovi talenti (è il loro lavoro, in fondo),  investono i propri capitali in concorsi seri, dove sarà loro precipuo interesse valutare gli scrittori che hanno stoffa per poterli lanciare nel mondo dell’editoria e della lettura.

Come ultimo suggerimento (ma non in ordine di importanza) c’è infine quello di aprirsi un blog (più o meno letterario); è un modo di farsi conoscere a costo zero, che offre inoltre l’opportunità di incontrare e conoscere altri poeti e scrittori.

L’associazione culturale “Il Manifesto di Napoli”, senza scopo di lucro ed a titolo totalmente gratuito, è disponibile per ulteriori, più dettagliati suggerimenti per quanti, aspiranti poeti e narratori, vogliano percorrere l’impervia strada dello scrittore.

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Ho letto recentemente un bel libro dello scrittore Angelo Ruggeri dal titolo “Poeti latini. Lucrezio ed Orazio” Edizioni Il Convivio – 2012. La prima parte è interamente dedicata al filosofo latino Lucrezio, autore del celeberrimo trattato poetico-filosofico “De Rerum Natura”. Il bel libro di Ruggeri illustra l’autore latino e la sua opera magistrale,  tradizionalmente  definita di ispirazione  epicurea, mettendo in evidenza, al di là dei luoghi comuni, la vera essenza del trattato lucreziano; a cominciare dal fatto, emblematico, che esso venne pubblicato (e forse anche emendato) da Cicerone che tutto poteva essere, ma certamente non uno scrittore influenzato dalla dottrina epicurea; anzi, al contrario, egli la osteggiò aspramente (e anche di questo dà ampio resoconto il libro del Ruggeri).

Ampie sezioni del libro sono poi dedicate all’influenza che Lucrezio ha avuto su tanti scrittori della cultura occidentale, italiani e non; due italiani su tutti: Dante e Leopardi.

Insomma un libro scritto in modo chiaro, con passione e cognizione di causa, leggibile da chiunque ami la poesia, la filosofia, la storia, la cultura.

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