Archivio Luglio 2013

Davvero spumeggiante di allegria e di ritmo lo spettacolo “Operetta Eterno Amore”  di Gianni Gori e Alessandro Gilleri, nel nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari, rappresentato nell’area estiva del Parco della Musica, sabato 27 luglio appena scorso.

A parte il coro e l’orchestra (bravi, con una lode in più agli artisti del coro, che si sono prestati alla scena  con giocosa professionalità) i quattro interpreti solisti sono senz’altro da promuovere, anche se Daniela Mazzucato e Andrea Binetti sono stati una spanna sopra gli altri due: il tenero leggero Max Renè Cosotti , forse tradito dalla troppa esperienza e, al contrario, dalla scarsa esperienza,  la soubrette Myriam Cosotti che, comunque , non hanno affatto sfigurato.

Nella cornice del Teatro all’aperto, sotto un cielo stellato, hanno  riecheggiato le note dei brani più celebri di questo genere, spesso considerato minore rispetto all’Opera, ma non di meno, ricco di un’ ottima e varia  musicalità, non scevra, ai tempi d’oro, di scenografie e coreografie di tutto rispetto, pur se all’insegna della leggerezza e del disincanto.

Non mi pareva vero, mentre assistevo trasognato, che sia passato un secolo da quando quelle arie e quelle scene vivevano il loro trionfo quotidiano.

Oltre al fascino delle arie più celebri e popolari del genere (Cin-cin- là, Tace il labbro, Bambolina, Donne donne, ed altri ancora, mi ha colpito il parallelo che i due autori hanno fatto tra il mondo (finto) dell’operetta e quello (vero) dei nostri giorni: entrambi hanno al centro donnine vanesie dai facili costumi, corteggiate dai potenti di turno, immancabilmente condannati ad essere burlati e gabbati.

Non era compito dello spettacolo dirlo (il suo, quello di divertire, è stato puntualmente assolto) ma era certamente meglio quando i potenti sperperavano le proprie fortune, ponendole ai piedi delle soubrettes e delle ballerine di fila (oggi sostituite da escorts e veline), piuttosto che assistere al saccheggio delle finanze pubbliche, perpetrato anche incaricando queste incapaci donnine del  fatuo mondo televisivo  ad assolvere compiti al di là delle loro competenze professionali (spesso del tutto inconsistenti),  e retribuendole con danari pubblici in cambio di favori più o meno sessuali da elargire ai propri anfitrioni.

E poi, allora, cento anni fa, il rapporto amoroso tra vecchi troppo ricchi e troppo goffi da un lato, e ragazzine carine e disponibili dall’altro, avveniva per gioco, in una finzione scenica che forse aveva anche il compito di scongiurare, scaramanticamente, che un simile ludibrio potesse accadere realmente.

Così, a noi, è toccato di piangere, mentre i nostri trisnonni, un secolo fa, se la ridevano alla grande, alla faccia dei soliti uomini tanto  sciocchi e vanesi da non capire che quelle donnine gli danzavano attorno per fargli scucire il grano che avevano in abbondanza, in misura inversamente proporzionale al loro vigore e al loro fascino. Senza contare che  non era raro, come ha osservato in maniera arguta ed elegante più di uno degli interpreti, che spesso questi stolti, restavano persino a bocca asciutta.

Speriamo quindi che l’operetta torni sulla scena, e che sul palcoscenico della vita, dell’economia e della politica, si rivedano personaggi di capacità e spessore che pensino a mandare avanti l’Italia, creando posti di lavoro e predisponendo servizi per i più deboli, invece di farsi prendere per i fondelli sperperando i nostri (e qualche volta anche i loro) soldi, facendosi prendere per i fondelli da super maggiorate (quasi mai naturali) in cerca di fama e guadagni  facili.

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Io sono Paolo, un Giudeo di Tarso,

città cilicia tra le più importanti!

Il petto di furore aveo riarso

 

contro i cristiani della Giudea, nanti

che Dio mi chiedesse, ché sulla via

mi trovavo di Damasco, per  quanti

 

ragion di  fustigati aveo di mia

propria mano e degl’altri ch’andavo

a perseguire! Ma la diceria

 

che mi vorrebbe poscia tanto bravo,

quanto spietato sarei stato pria,

vorrei condurre al suo corretto enclavo;

 

passi dunque d’ogni soperchieria

l’addebito e d’ogni complicità,

sia che in Giudea o nella Samarìa,

 

per arroganza o cieca volontà

abbia avuto nelle persecuzioni

dei fratelli ebrei, che alla novità

 

di Cristo subito eran stati proni;

però quello  che a me pare più inviso

è che qualcuno fuor dal coro stoni

 

accusandomi anche d’avere ucciso!

No, no,  e poi ancora no! Giammai

Il mio braccio fu di sangue nostro intriso

 

Di quei della mia stessa razza! Mai

mi spinse a dar la morte il tanto odio

Che pur covavo allora contro i sai

 

Che, minacciando d’occupare il podio

Supremo dell’avito Tempio, il Verbo

Novello di Gesù, come in allodio

 

Diffondevano intorno. Ero acerbo

Quando i mantelli dei lapidatori

Del primo martire cristiano in serbo

 

avevo e quando gli estremi  rigori

Del voto mortale in Sinedrio io davo!

Ma della legge è noto ai più cultori

 

Come non sia punibile lo schiavo

Quando esegua; ed io agivo stretto

Dalla legge, di cui l’antico avo

 

Mosè, a tutti noi  imponea rispetto;

e anche io la sentìa vincolante!

Nel giusto io mi credea, anzi costretto,

 

ad agire in quel modo di zelante

 gioventù! Di Gesù, figlio di Abbà,

niente sapevo ancora, ma ignorante

 

ero di Lui e della verità

con cui ha illuminato il mondo!

Quando poi cessò in me la cecità

 

M’accorsi d’esser giunto al fondo

E vidi il vero nella sua realtà!

Oh me infelice, quando iracondo

 

Perseguivo i  fratelli con viltà!

Oh me fallace, che la vecchia via

Sola vedevo di mia volontà!

 

Ebbene, Dio, nella coscienza mia

Non volle che pesasse anche il supplizio

D’aver tolto la vita! E dunque sia:

 

Non mi sottrarrò al vostro giudizio!

Né valga ciò che dopo sono stato

A mio favore! Che sia all’inizio

 

Che  al prosieguo, io fui destinato

A ciò che in alto fu per me deciso;

in bene e in male io l’ho accettato!

 

E se quello a voi vi pare inviso,

questo l’ho accettato di buon grado

e il mio sentiero di dolore intriso

 

è stato ed è, dovunque io vado!

Non siate dunque voi assai severi,

e quando in aria lancerete il dado

 

considerate insieme oggi e ieri,

chè la vita di un uomo è un tutt’uno

fatto di azioni e di pensieri;

 

e mentre le prime  son per ognuno

evidenti, quegl’altri solo Dio

li sa pesare, dando a ciascuno

 

il suo giusto tributo! Dunque io,

quando fui scelto per la diffusione,

nel mondo, del nuovo credo, di mio

 

misi, come in passato, la passione

e la coscienza di essere nel vero!

Conosco e precedo l’obiezione

 

Che con un simil ragionar, invero,

nessuno potria mai ser condannato,

il bugiardo apparerìa sincero

 

e l’omicida sarìa liberato!

Ma conoscevo ben solo una legge

Pria che alla mission fossi vocato!

 

Ed era la legge di Mosè! Vegge

Chiunque come io fossi nel giusto!

Vorrei comunque dire per chi legge

 

Questo mio scritto, che il solo disgusto

Di cui serbo memoria di quegl’anni

Trascorsi all’insegna del trambusto

 

Giovanil,  son le torture e i malanni

Che senza pietà arrecavo ai rei

Presunti! Questo tra i diversi danni

 

Riconosco! Lo stesso che i Giudei

Cristiani oggi tentano di fare

A me e a tutti gli altri Ebrei

 

Che sol intendon farsi battezzare,

ritraendosi alla circoncisione!

Il mio invito ad avvicinare

 

Gesù e la Sua nuova religione

Lo perseguo infatti in amore,

giammai con violenza o restrizione!

 

E’ tempo ormai d’aprire il nostro cuore

Al mondo, come Gesù ci ha insegnato!

Il Verbo del Cristo, nel Suo vigore

 

Non deve più restare limitato

Negli angusti confini d’Israele,

di Giudea e di chiunque vi è nato!

 

E non già con la forza e con il fiele

Si fa la via che a Gesù conduce!

Dispieghiamo spontanei le vele

 

Del nuovo vento di riscatto e luce,

che a Gesù Cristo Il Redentore

e alla Promessa di salvezza adduce!

 

Gesù, morto in croce per amore,

di tutti quanti, Ebrei e pagani!

Cerchiamo con entusiasmo e ardore

 

Di collaborare ai Suoi santi piani

Per la Nuova ed Eterna Alleanza

Che vorrebbe vedere, ai Cristiani,

 

Uniti in una sola fratellanza,

tutti gli uomini e razze della terra!

Valutate la vera importanza

 

Della nuova fede in Cristo! Erra

Chi non si avvede che è la pace

La nuova frontiera e non la guerra!

 

E Gesù Cristo, pur morto, non giace

Ma Egli è risorto! Io, testimone,

apostolo indegno, eppur capace,

 

da Lui sono stato per la missione

giudicato e scelto di persona

e incaricato della diffusione

 

del Vangelo, non solo in questa zona

ma in tutto il mondo conosciuto!

E sì farò, sinchè non sarà prona

 

La mia volontà e non sia venuto

Il giorno del giudizio universale,

quando il mondo intero avrà saputo

 

la Verità che veramente vale

ed il sentier che ognun deve seguire,

per la via che al Padreterno sale!

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Pace e reciprocità sono due concetti di facile intuizione, insiti come sono nell’animo umano.

Ma sono altrettanto difficili da attuare.

Secondo Enzo Bianchi, priore e fondatore della comunità monastica di Bose, addirittura per un cristiano la reciprocità non va intesa nel senso laico del “do ut des”.

Egli lo scrive chiaramente nel suo bel libro “La differenza cristiana- Ed. Einaudi 2006”.

Consentire agli islamici di aprire una moschea in cambio di una chiesa, a parte le difficoltà di carattere pratico, snaturerebbe secondo il chiaro Autore, la parola evangelica che, con carattere universale, è tesa ad abbracciare tutti, anche i diversi, nel suo afflato di fratellanza.

Sostiene Enzo Bianchi che noi dovremmo aprire le nostre porte allo straniero  che giunge da lontano, e metterci in ascolto. Questo completerebbe la nostra  anima, scacciando le paure che ci attanagliano.

Aggiungo di mio che non è facile. Penso alle leggi contro l’immigrazione, che ci hanno indicato lo straniero come un nemico da respingere e combattere; penso alle immagini dei mass-media, con gli accenti esaltati dei cronisti, che descrivono un esodo biblico che sa di invasione, che genera paure.

E noi, prede anche  della nostra crisi economica, ci chiudiamo sempre più in difesa, per paura di perdere o di dovere condividere quel poco di benessere economico che ci è rimasto.

Nessuno ci ricorda che stiamo pagando le pensioni ai nostri vecchi anche grazie ai contributi versati dai lavoratori extra-comunitari; e ci dimentichiamo che la nostra asfissia demografica, che ci stava condannando a diventare un popolo di vecchi, è stata rianimata grazie alla vivacità procreative delle giovani coppie extra-comunitarie.

Anche per questo, pur se non è facile, io sento che Enzo Bianchi ha ragione.

Essere cristiani significa sapere andare oltre le chiusure dello stato di appartenenza, riflettendo anche su un dato: il mondo è uno solo e appartiene a tutti; anche se noi lo abbiamo recintato in stati che ci dividono, e che ci hanno visto in guerra per secoli e millenni.

Ma la guerra quando finirà?

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Andai a trovare nonna Elisa, classe 1895, a casa di zio Efisio.

Il suo centesimo compleanno  cadeva ad ottobre, nel trimestre che avrebbe trascorso,  a Dio piacendo, in casa nostra. Andava avanti così, di trimestre in trimestre, da quando i suoi quattro figli,  mia   madre compresa, avevano deciso che, data l’età, la vecchina avrebbe speso il resto dei suoi giorni ruotando, con cadenza trimestrale, nelle loro   rispettive abitazioni. Volevo perciò discutere  con lei gli ultimi dettagli della sua prossima festa di anniversario e, soprattutto, chiederle cosa desiderasse per regalo in quell’occasione.

La trovai seduta  al caminetto, su un basso scranno di legno impagliato, con lo sguardo fisso sul selciato asciutto e lucido di cemento su cui, presto, avrebbe scoppiettato il primo fuoco di autunno. Dopo i convenevoli di rito le posi   la domanda che mi aveva spinto a trovarla. Al principio si schermì, come era nel suo  carattere timido e introverso. Poi, visto che io insistevo, riprese dicendo che un regalo le sarebbe piaciuto , ma non era in mio potere  di accordarglielo.

Insistetti perché me lo discese lo stesso.

“Vorrei arrivare”-  mi specificò di seguito-” anche per un solo giorno,  a vedere l’anno duemila.”

Feci a mente un calcolo veloce : arrivare all’anno 2000, per lei che era nata nel 1895, voleva dire arrivare  a compiere  105 anni.

- “Vuoi battere il record di tua nonna  Angela?”   le dissi ridendo.

Tra le mie antenate, per parte di madre, si contavano infatti   molte centenarie. Tra queste, la mia trisavola  Angela era arrivata a   104 anni di età, come ben   avevo sentito dire sin da quando   ero piccolo da mia madre e dalla stessa nonna Elisa.

- “Non è tanto il record dell’età che mi interessa, quando piuttosto quello degli Anni Santi giubilari . Io credo infatti che se  vedessi l’alba del 2000,  sarei la persona che ha assistito al più grande numero di Giubilei romani.

Poi si abbandonò ai ricordi, soffermandosi in particolare su quelli del suo primo Anno Santo, cui lei aveva preso parte, coi suoi genitori, quando aveva soltanto 5 anni, nel lontano 1900.

I pensieri scaturivano dalla sua bocca come un filo d’acqua che si vede sgorgare esile e lento a valle, ma che ha percorso un lungo e sicuro cammino attraverso i monti .

Mi disse che  aveva ancora impresso nella  memoria un discorso che tenne il vecchio Papa Leone XIII in una delle quattro basiliche della Penitenza Giubilare. Nonostante fossero già trascorsi quasi 95 anni, riviveva ancora con nitida emozione quel momento quando, sulle spalle del suo babbo, quel vecchio minuto, dalla voce un po’ stridula ma persuasiva, riferiva ai pellegrini presenti di come non potesse esimersi, in quel frangente, dal fare un raffronto tra quel   Giubileo di inizio secolo, il primo dopo lo sconvolgimento di Porta Pia, ma non di meno così ricco di aspettative per la comunità cristiana, ed il Giubileo al quale  egli aveva assistito per la prima volta, il primo dopo la baraonda della rivoluzione borghese del 1789.

-Correva l’anno del Signore 1825″- erano state le parole testuali di quel papa distante, che  nonna Elisa aveva registrato nella sua memoria come un  inchiostro indelebile su una pergamena-”ed io, giovane quindicenne,   alunno del Collegio Romano, udivo da Leone XII della Genga le storie terribili di quella accecante bufera che, partita dalla Francia, sembrava dovesse travolgere il mondo intero, Chiesa compresa. E quel mio grande predecessore, come tutti i nobili, in quegli anni di fine ‘700, si era sentito ballare la testa sul collo. E nei pellegrini di allora si scorgeva la trepidazione, la costernazione, la confusione come di un gregge  disperso dai lupi che poi si  ricomponga, cercando nel gruppo il sicuro e confortante contatto di quel compagno di viaggio che non c’è più, o il bastone nodoso del pastore che leggero, ma imperioso,  guidi e conduca nella giusta via. Ed oggi io capisco, figli miei-così continuavano i ricordi che Elisa bambina aveva impresso nella sua memoria, di quel discorso giubilare del 1900-  che quel papa del quale io sarei stato, senza che allora neanche lontanamente lo pensassi, un successore, mi stava idealmente passando  un testimone, affinché  io continuassi la sua faticosa opera di ricostruzione della famiglia di Cristo.

Provo ad immaginare“-  il discorso di Leone XIII che  nonna Elisa rammentava in modo così prodigioso si avviava alla conclusione-  come sarà la nostra comunità tra cento anni, quando essa siaffaccerà ad un nuovo secolo, ad un nuovo millennio. Ebbene, la maggior parte di noi non ci sarà, io di sicuro non ci sarò più su questa terra, ma  ho la netta sensazione che qualcun’ altro avrà raccolto il testimone che io lancio qui, proprio oggi. Perché io sono certo che la Chiesa, allora, avrà superato  un nuovo culmine di forza e di speranza  e sarà lanciata verso la nuova era alla testa del suo popolo, in cammino verso Dio.”

 

 

Distolse gli occhi dal focolare e guardò fissa nei miei. Voleva essere sicura che l’avessi seguita. Notai un luccichio acquoso ravvivare il suo sguardo velato dagli anni.

 Istintivamente le  presi le mani tra le mie. Provai la sensazione come se quel sangue che pulsava sotto l’epidermide scarna e ruvida, contenesse nelle molecole del suo plasma le tracce chimiche degli ultimi duecentocinquanta anni della nostra storia e forse anche più. .

- “E così”- concluse nonna Elisa, mentre riposava il suo sguardo mite sul caminetto vuoto- “mi piacerebbe tanto sentire quello che dirà nel  prossimo Giubileo, all’alba del 2000, questo nostro grande Papa. Ho l’impressione che il mio spirito spazierebbe più libero, verso nuovi orizzonti, se io facessi in tempo a sentire le parole sante che proietteranno il mondo nel terzo millennio dell’era di Cristo.”

Tornando a casa provavo una malinconia indefinibile al pensiero di come ogni vecchio fosse in realtà un pezzo di storia vivente, la parte terminale di una catena di avvenimenti che, ripercorsi a ritroso, potevano portarci indietro nel tempo. E di come ogni vecchio, andandosene via, si portava con sé ciò che era stato e ciò che sapeva, rendendo il mondo inevitabilmente più ignorante e più povero.

 

 

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12) Con la Francia (gli anni 1870 -1871)

Due giorni dopo la sconfitta di Sedan durante la guerra franco-prussiana del 1870 che segna la caduta di Napoleone III, a Parigi  la Terza Repubblica è stata proclamata. Garibaldi segue gli eventi da vicino. Alla proclamazione della Repubblica, invia un messaggio al governo di difesa nazionale che rimane senza risposta “Cosa resta di me è a vostra disposizione.” La frangia cattolica e conservatrice lo vede come un rivoluzionario, e l’avversario del 1849 e del 1867.

Infine,Garibaldi, anche se indebolito da artrite, sbarca a Marsiglia, dove l’accoglienza è  entusiastica (7 ottobre). Ribadisce il suo sostegno per la Francia repubblicana: “Vengo a dare alla Francia il resto di me. La Francia è un paese che amo “,” Ero così infelice quando ho pensato che i repubblicani stavano combattendo senza di me. “

Dopo l’adesione di Tours, in qualità di capitale e Leon Gambetta, ministro della guerra e difensore della resistenza contro i Prussiani, gli viene offerto un piccolo comandamento, nessun alto ufficiale francese accettando di essere sotto il suo comando. Gambetta gli diede il comando di tutta l’area corpi dei Vosgi, da Strasburgo a Parigi e una brigata di polizia anti-sommossa che, come era solito, mal equipaggiate per affrontare un inverno particolarmente freddo.

 Garibaldi organizza l’esercito in quattro brigate sotto il comando dei suoi due figli, Ricciotti e Menotti,  Delpech, poi sostituito da Cristiano Lobbia e del  polacco Jozef Bossak-Hauke. Bordone è nel frattempo capo di stato maggiore  prima di diventare comandante della 5 ° Brigata.

Il 19 novembre, Ricciotti infligge una sonora sconfitta ai  prussiani  ma il teatro vero della battaglia è Digione. Il 26 novembre, la città che è stata occupata dal 31 ottobre non può essere ripresa dai prussiani. Essi sono respinti in una contro-offensiva il 1 ° dicembre. Il  21 Gennaio 1871  Garibaldi si trasferì a Digione, evacuata dai prussiani, il 17 dicembre.

Il 21, 22 e 23 gennaio 1871 Digione è attaccato da 4000 prussiani:  Garibaldi esce vittorioso mentre Ricciotti afferra una bandiera del 61 ° reggimento di Pomerania. L’armistizio è entrato in vigore 28 Gennaio 1871 ponendo fine alla partecipazione di Garibaldi.

Nel febbraio 1871, Garibaldi fu eletto nelle liste dell’Unione repubblicana senza essere un candidato, all’Assemblea nazionale francese come membro della Côte-d’Or, a Parigi, Algeri e Nizza. A Parigi, è arrivato al quarto posto dietro a Louis Blanc e Victor Hugo e  Gambetta. A causa della sua cittadinanza italiana  la sua elezione non viene convalidata.

Garibaldi fu eletto di nuovo in Algeria durante le elezioni suppletive , ma  l’Assemblea non invalida neanche questa elezione, perché egli non ha la cittadinanza francese.

Victor Hugo dpresetna le dimissioni dal  suo mandato come segno di sostegno.

Il 10 marzo, il corpo dei volontari di Garibaldi è sciolto. Il 13 marzo Garibaldi torna a Caprera

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C’era una volta, in un paese lontano lontano, una bellissima Principessa, una fanciulla dall’animo nobile e gli occhi lucenti. Il suo nome era Lettura. Lettura amava trascorrere le giornate insieme ai suoi amici: la Regina Alfabetizzazione, La Principessina Cultura, e il Duca Progresso.

Al calar della sera, i quattro amici si davano appuntamento in una sala del castello, una grande stanza, confortevole e luminosa. In quello spazio incantato, accorrevano tutti i bambini del regno per assistere, attoniti, ai racconti dei quattro compagni. Le giornate trascorrevano così, esplorando, insieme, mondi meravigliosi e incontrando strani personaggi, abitanti di un paesino, collocato al di là dell’orizzonte, che si chiamava Fantasia. Il tempo passava, e le cose al castello non erano più come prima. Lettura, Alfabetizzazione, Cultura e Progresso incontravano, ormai, solo pochi amici al castello.

Tra loro, il Principe Passione che aveva confessato a Lettura i suoi sentimenti. Passione aveva occhi solo per lei, gli altri abitanti del villaggio, invece, iniziavano a frequentare le dimore al di là del sentiero. In fondo alla valle, infatti, la folla accorreva numerosa per far visita e rendere omaggio a strani personaggi, dai nomi goffi e dalle bizzarre espressioni del viso: Sir Playstation, La Principessa Tivvù e Lady Ignoranza.

Lettura era triste, i suoi amici non le bastavano più. E nemmeno Passione riusciva a regalarle un sorriso. Non le piaceva assistere, sconsolata, a quel penoso spettacolo. Voleva far qualcosa, sì, voleva aiutare i suoi piccoli amici e consentire loro di riscoprire i mondi meravigliosi che avevano, un tempo, imparato ad amare. E all’improvviso, in un ridente giorno di primavera, giunse al castello Sir Unesco, in sella a un cavallo bianco. Il cavaliere dalla folta chioma rassicurò la Principessina: “Mai più resterete sola, Lady Lettura. Combatterò, da oggi, al Vostro fianco, assalendo crudeli nemici per consentire ai piccoli abitanti del villaggio di pensare, riflettere, gioire, viaggiare e innamorarsi insieme a Voi…”

Per saperne di più sull’autore Antonio Campolongo:

 

http://www.lundici.it/2013/05/leroe-borghese-e-la-principessa-lettura/

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Tutti sanno certamente che Francesco Nullo, nato a Bergamo nel 1826, è stato uno dei Mille di Garibaldi. La sua è una figura di spicco nella spedizione garibaldina che conquistò il Regno delle Due Sicilie alla causa italiana.

Oggi si festeggia il 150.m0 della sua morte in battaglia, avvenuta in terra polacca nel maggio del 1863.

Non dimentichiamoci di questi grandi eroi che hanno lottato per la libertà in tutto il mondo.

Francesco Nullo era figlio di ricchi commercianti e ricchissimo lui stesso: eppure si arruolò volontario per lottare contro i sorprusi a fianco dei popoli oppressi.

Come è potuto succedere che in Italia ci siamo dimenticati di questi eroi? Con quali altri eroi li abbiamo potuti sostituire?

Un  popolo che si scorda di simili eroi è un popolo dalla memoria breve: e un simile popolo non può andare troppo lontano.

Almeno nel nome dell’Unione Europea, rispolveriamo i nostri antichi e veri eroi. Nel loro nome ricostruiamo e rifondiamo un’Italia più libera, più giusta e più europea.

Nullo si occupò personalmente dell’arruolamento dei volontari della città di Bergamo che, visto il grande numero di adesioni, si poté fregiare dell’appellativo di Città dei Mille.

Inoltre si dice che, grazie alla sua attività nel campo dei tessuti, fu lui a fornire  le camicie rosse utilizzate dai garibaldini nella spedizione.

La spedizione dei Mille lo vide protagonista di atti di valore, tanto che fu lui a piantare per primo la bandiera tricolore nella città liberata di Palermo.

Pochi sanno però che Francesco Nullo è anche un eroe nazionale polacco.

Infatti l’eroe garibaldino, dopo la delusione di Aspromonte, che lo vide anche lì a fianco di Garibaldi, formò una legione di volontari per intervenire al fianco di polacchi contro gli invasori russi.  Nullo, con coraggio e sprezzo del pericolo,  partì per la Polonia alla testa di una formazione improvvisata di circa 600 volontari italiani e francesi, tra i quali una sessantina di ex garibaldini ed ex cacciatori delle Alpi come lui.

Morì da eroe  il 5 maggio 1863  trafitto da un proiettile nemico. La leggenda vuole che ebbe solo il tempo di sussurrare, nella sua parlata bergamasca: Sò mòrt! (“sono morto”).

Nonostante l’inesperienza degli insorti polacchi, si batté con un coraggio tale da creare attorno a sé un alone di invulnerabilità e guadagnarsi l’ammirazione di tutti.

In Polonia diverse scuole, strade e piazze sono dedicate al nostro grande eroe garibaldino.

Per saperne di più:

http://ansa.it/nuova_europa/en/news/sections/indepth/2013/05/06/Celebrations-Nullo-hero-killed-battle-Poland_8659817.html

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11) L’Aspromonte,  la terza delusione di Roma  e il  ritorno a Caprera
(1862 – 1870)

In attesa di adeguate possibilità di attaccare Roma nel maggio 1862 Garibaldi, che non è in grado di rimanere inattivo, va a Trescore Balneario, vicino al confine austriaco.

Dopo l’Unità d’Italia,  ora ha due scopi: come abbiamo già detto, uno è quello di fare  Capitale  Roma, che è ancora nelle mani del Papa e l’ altro è Venezia e il Veneto  che appartengono agli austriaci.

L’ Azione del Partito dell’indipendenza per il Veneto causa la protesta dell’Austria . Il 14 maggio, centinaia di volontari, comandati da Francesco Nullo e sostenuti da Garibaldi cercano di entrare in Austria e vengono arrestati dall’esercito italiano. Una manifestazione a sostegno di Brescia provoca la morte di tre persone, Garibaldi è responsabile per il colpo di stato e condanna la repressione.

In Europa l’emozione è enorme e l’Italia è divisa. L’esercito sdi difende richiamando l’ applicazione della legge ed i militari sono offesi dalle parole di Garibaldi che accusa gli  italiani. Si è allontanato dalla Associazione per la liberazione del Veneto e decide di non rivelare le sue intenzioni.

Non più fortunato sarà Garibaldi pochi mesi dopo, quando cercherà di attaccare Roma di nuovo partendo dalla  Sicilia: questa volta il suo viaggio si ferma   in Calabria, ai piedi del monte di Aspromonte dove  Garibaldi fu ferito e sconfitto dalle truppe italiane.

Ecco i fatti: 27 giugno 1862 si imbarca a Caprera, giunto Palermo, viene accolto da una folla festante. Rivede  i luoghi emblematici della sua spedizione a Marsala (20 luglio), dove ha iniziato la sua campagna per prendere Roma con 3000 uomini. Tuttavia, le condizioni non sono le stesse, gli uomini che ha non sono disposti a sacrificarsi per un grande ideale, i suoi funzionari coraggiosi sono ora parte dell’esercito italiano e l’operazione non è supportata dal parere pubblico. Nonostante gli appelli a  Vittorio Emanuele II, Garibaldi si ritrova senza il sostegno del sovrano sabaudo. Non di meno decide di andare avanti lo stesso.

Napoleone III, l’unico alleato del nuovo Regno d’Italia, tiene Roma sotto la sua protezione e questa operazione è una vergogna per il governo italiano che ha deciso di fermare Garibaldi in Calabria con l’invio dell’esercito regolare.
Garibaldi cerca di evitare il confronto attraverso un percorso nel cuore delle montagne dell’Aspromonte. Viene intercettato dalle truppe di  Emilio Pallavicini; i  Bersaglieri aprono il  mentre   Garibaldi ordina di non sparare. Hviene ferito alla coscia sinistra e al piede sinistro, la palla ancora alloggiata nel giunto. Finito lo scontro viene   fermato. Il 2 settembre è portato a La Spezia e rinchiuso nel carcere di Varignano. Il proiettile non è stato rimosso, l’infortunio al piede non guarisce. Molti medici accorrono al suo capezzale, tra i quali il francese Auguste Nélaton il  28 ottobre.

Questo ultimo medico è  convinto che la palla sia  sempre presente, e studia  un metodo per estrarlo. Il 20 novembre  Garibaldi viene condotto  a Pisa dove è  esaminato dal professor Paolo Tassinari e il 23 novembre il professor Ferdinando Zannetti estrae il proiettile col  metodo propugnato da Nélaton.

Garibaldi riottiene i suoi pieni poteri nel mese di agosto 1861. Nel mese di ottobre, in occasione del  matrimonio di una delle principesse italiane, il generale ei suoi uomini sono stati graziati da Vittorio Emanuele II su raccomandazione di Napoleone III, per non farne un martire. Nel frattempo, Garibaldi sostiene la rivolta polacca contro l’Impero russo.

Il nostro eroe trascorre la convalescenza a Caprera e lo troviamo nel  marzo 1864 nel Regno Unito con i due figli Menotti e Riciotti e il suo segretario privato Giuseppe Guerzoni contro il parere del governo britannico, che temeva il suo incontro con certi esuli, come Mazzini.

Arriva a Southampton, è si reca  a Portsmouth e Londra (11 aprile), dove ottiene  ogni volta  un successo trionfale (500 000 persone lo acclamano a Londra).

Viene ricevuto dalle più alte autorità civili, sindaci, aristocratici, signori. E’ospite del duca di Sutherland e il sindaco gli dà la cittadinanza onoraria. Solo il partito più conservatore non condivide questo entusiasmo, la regina Victoria dice di lui “onesto, altruista e coraggioso Garibaldi lo è certamente, ma è un leader rivoluzionario.”

Durante la sua visita, ha incontrato anche Mazzini.  Garibaldi, che spera raccogliere fondi per il Veneto, incontra anche Alexander Herzen e gli esuli francese Alexandre Ledru-Rollin e Louis Blanc.

Il 17 marzo, sotto la pressione di Torino, si allontana da Londra. ecide così  di tornare in Italia. Il 9 maggio, torna a Caprera. Nel 1865, la seconda metà dell ‘isola gli viene regalata da  donatori britannici.

Con un trattato dell’ 8 aprile 1866, la Prussia si allea con l’Italia, che spera ancora di ottenere il Veneto, e  a metà giugno ha inizio  la guerra.

Anche prima della guerra, il corpo di volontari, composto da 10 reggimenti, quasi 40.000 uomini male armati e mal equipaggiati, si svolge prima di essere assegnato al comando di Garibaldi. Ancora una volta, la missione è la stessa di quella effettuata intorno laghi lombardi nel 1848 e nel 1859 operano in una zona di operazioni secondaria, le Alpi tra Brescia e Trento, a ovest del Lago di Garda, con il obiettivo strategico per tagliare la strada tra il Tirolo e la fortezza austriaca di Verona. La principale azione strategica è affidata a due grandi eserciti di pianura, guidati da Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini.

Garibaldi bypassando Brescia passa poi all’offensiva a Ponte Caffaro 24 Giugno 1866.

IL 3 luglio, a Monte Suello,  ha subito una battuta d’arresto ed è stato ferito alla coscia ma costringe gli austriaci alla ritirata. Con la vittoria della battaglia di Bezzecca e Cimego 21 luglio, si apre la strada per Riva del Garda e quindi l’imminente occupazione di Trento,  impedito soltanto dalla tregua, il 12 agosto 1866, a causa della vittoria prussiana a Sadowa . In questa occasione, ha ricevuto la notizia dell’armistizio e l’ordine di abbandonare il territorio occupato. Telegrafa “Obbedisco.” Il Veneto viene ceduto all’Italia, Garibaldi ritorna a Caprera.

Rapidamente Garibaldi  riprende la sua crociata per conquistare Roma. Crea associazioni per raccogliere fondi ed è particolarmente  anticlericale. Cospiratori romani lo cercano e il 22 marzo 1867, gli riferiscono che  il titolo di generale, gli  è stato conferito dalla Repubblica Romana. Inizialmente il pubblico lo sostiene, a differenza del governo.

Come in passato, cerca di fomentare la ribellione nello Stato Pontificio per giustificare l’intervento. Crispi lo  mette in guardia contro un nuovo Aspromonte. Dopo le risoluzioni dei lavoratori tedeschi e francesi contro la guerra, ha partecipato a settembre del  1867 al Congresso Internazionale per la Pace e la Libertà  di Ginevra, dove viene  ricevuto trionfalmente, offrendo un visionario programma in 12 punti. La  Società delle Nazioni rimane scioccata dal suo anticlericalismo e dal suo tono bellicoso. Tra i partecipanti, ci sono Arago e Bakunin. L’intervento di questi ultimi è particolarmente degno di nota, “Garibaldi, che ha presieduto, si alza e dopo  qualche passo e lo abbraccia. Questo solenne incontro di due vecchi veterani della rivoluzione produce un’impressione straordinaria. Tutti si alzano per un lungo applauso. “

Dopo il suo ritorno in Italia, 24 Settembre, 1867, Garibaldi viene arrestato dopo aver  lasciato Firenze, l’allora capitale, al confine con lo Stato Pontificio,  ciò che  innesca violente proteste.

Lui è agli arresti domiciliari nella sua isola di Caprera, da cui fugge nel mese di ottobre per riprendere la lotta. Organizza una nuova spedizione di Roma (laterza), comunemente chiamata “campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma,” questa volta partendo da Terni ha preso la roccaforte di Monterotondo, ma la rivoluzione tanto attesa a Roma non si verifica. Il 30 ottobre 1867, le truppe francesi sbarcano a Civitavecchia e Garibaldi  combatte con decisione. 

Il 3 novembre 1867 nella battaglia di Mentana le truppe pontificie rinforzano quelle francesi, con nuovi fucili Chassepot, inviati da Napoleone III. Vittorio Emanuele II, nel frattempo, ha confermato gli accordi franco-italiani e sconfessa l’iniziativa Garibaldi. Un dispaccio del generale Failly datata 9 termina con queste parole: “Le nostre armi Chassepot hanno fatto prodigi” provocando forti critiche in Francia e in Italia.

Dopo la sconfitta dell’Impero francese e la resa di Napoleone III, il 20 settembre 1870 Roma fu conquistata dalle truppe italiane .

Il 2 ottobre 1870, Roma è capitale d’Italia, dopo un plebiscito.

Il sogno di Garibaldi  si realizza, ma è l’esercito italiano a compiere l’azione militare da lui tanto agognata.

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Incredibile Malala! Sedici anni soltanto, ma tanto, tanto coraggio! Sarebbe già da ammirare se avesse sfidato solo i Talebani! Ma insieme ai Talebani ha sfidato il millenario pregiudizio che incatena le donne alla schiavitù del patriarcato, all’arroganza del maschio, alla subordinazione perenne e perpetua! Mi sono emozionato ascoltanto la sua voce, acuta e potente, mentre spiegava all’Assemblea dell’ONU l’importanza della cultura per affrancare le donne e i bambini dall’oscurantismo terrificante in cui vivono in quelle società arcaicamente arretrate. Una penna, un quaderno, un libro! E un insegnante per imparare  ad usarli!!! Ecco cosa basta. Ci voleva una ragazzina di 16 anni, scampata all’attentato dei seminatori di odio e di terrore, agli assassini della cultura e della libertà,  per dirlo ai potenti?

Ho pensato ai nostri studenti di 16 anni che controvoglia si recano a scuola, incoscienti ed incapaci di capire il grande dono della scuola, della cultura, del sapere che le scuole gli  spalancano davanti!

Se fossi il ministro della P.I. (o del M.I.U.R., se preferite) inviterei tutti i  i Dirigenti Scolastici d’Italia a convocare studenti e insegnanti per una sessione straordinaria e proietterei sui grandi schermi di una rete telematica,  che forse ancora non c’è nelle scuole italiane, l’accorato discorso di Malala all’Assemblea dell’ONU.

Questa piccola donna ha mostrato al mondo intero la miseria umana e sociale che la nostra epoca sta vivendo.

Questa piccola, grande donna ha fatto cadere le maschere di tanto razzismo, disseminato ovunque: del razzismo di genere, del razzismo religioso, del razzismo etnico, politico e culturale.

Eppure a volte basta una scintilla per incendiare gli animi!

Per saperne di più:

http://ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/07/12/Onu-Malala-talebani-mi-ridurranno-mai-silenzio_9014167.html

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Salmo 118

XXII

 

Giunga il mio grido sino a Te Signore,

la mia supplica pervenga al Tuo volto;

sgorghi dalle mie labbra con ardore

la lode e i canti che io amo molto!

Ti desidero come Salvatore;

non lasciarmi dal mio gregge risolto.

Fa che io  viva a lungo per  darTi lode;

Il mio cuore della Tua legge gode!

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Un amico medico mi ha raccontato questo aneddoto di quando era un giovane medico specializzando.

Si trovava con due giovani suoi colleghi sull’atrio  dell’ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari (che all’epoca veniva chiamato semplicemente Ospedale Civile).

Discutevano animatamente del più e del meno quando videro arrivare un vecchietto, che procedeva a piccoli passi, molto lentamente, lungo la ripida salita che conduce tuttora all’ospedale.

- “Ecco un caso interessante! Scommeto che quel povero vecchietto è affetto da sclerosi multipla!!!”- proruppe uno dei tre giovani medici, che era anche uno sportivo dell’Amsicora, e quindi  sempre pronto a lanciare sfide a destra e a manca.

- ” Ma cosa dici mai!!!”- lo contestò uno dei colleghi, che essendo dell’Esperia non era da meno dell’altro in quanto a spirito agonistico! – ” Si tratta chiaramente di uno discopatia lombare diffusa!!! Sono pronto a scommetterci il mio primo stipendio!!!”

Il mio amico, che all’epoca era un tesserato della Rari Nantes, non volle restare indietro e la sparò là, seppure senza convinzione: – ” A me pare che il vecchio sia semplicemente affetto da problemi di deambulazione per ragioni di età; magari con qualche complicazione dovuta alla circolazione degli arti inferiori; ma niente di più!”

Nel frattempo il vecchietto, passetto dopo passetto, era giunto alla sommità dell’impegnativa salita.

Il primo dei medici non resistette al desiderio di dimostrare ai suoi colleghi che la sua diagnosi era quella esatta e apostrofò con estrema cortesia il vecchietto.

- ” Ci scusi buon’uomo. Siamo tre medici dell’ospedale e ci troviamo in disaccordo nel diagnosticare le cause che le impediscono di camminare con regolare speditezza, pur sempre xconsiderando la sua veneranda età!!”

E gli espose di seguito le tre teorie diagnostiche pregandolo di indicare con sincerità e disinteresse chi si fosse sbagliato.

-” Avete sbagliato tutti e tre, gentili signori” – rispose con gentile rassegnazione il vecchietto, – “però consolatevi, perchè mi sono sbagliato anch’io. Infatti ero convinto che si trattasse di una semplice scorreggia, invece era una tremenda scarica di diarrea e me la sono fatta tutta addosso.

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Mio padre si divertiva molto a raccontare questa  storiella che gli era stata, a sua volta, raccontata da un suo amico avvocato.

“Un giorno un possidente si recò da un avvocato perchè aveva bisogno di una lettera. L’avvocato inquadrò subito il caso (si trattava di una vicenda routinaria) e disse al suo cliente, che aveva una fretta del diavolo di spedire la lettera al suo avversario, di tornare il giorno dopo.

Il giorno dopo l’avvocato, dopo averla letta a voce alta, consegnò due copie della lettera al suo cliente, che si mostrò soddisfatto per il tono, lo stile e i contenuti della missiva, incentrata perfino nello spirito nei suoi sentimenti di astio verso il destinatario.

Ma la contentezza svanì di colpo dal volto dell’uomo, quando l’avvocato gli presentò la parcella di lire 300.000 (si era ancora nel secolo delle lire e, per quei tempi, il costo della lettera poteva avere come equivalente un costo pari a € 300,00, forse anche di più.

- “Ma come trecentomila?” – protestò il possidente, che in effetti non era abituato a richiedere i  servigi di un avvocato. – ” Scommetto che ci ha messo meno di un’ora per scriverla!”- ricaricò stizzito lo sprovveduto cliente.

-” E’ vero”- rispose l’avvocato  con signorilità e gentilezza – “che ci ho messo poco tempo a scriverla; ma lei pensi a quanti anni ho dovuto studiare per poterla redigere così!”

- ” E se lei è un asino”- replicò il proprietario terriero pagando l’onorario con malagrazia – “devo essere io a pagare?”

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Salmo 118

XXI

Mi perseguitano senza motivo
i potenti; però il mio cuore teme
le Tue parole! Odio il falso,  e vivo
per la Tua legge! Chi per essa freme
prova una gran pace e vive giulivo:
nella salvezza del Signore ha speme!
Osservo i Tuoi decreti e i Tuoi precetti.
I Tuoi insegnamenti  sono perfetti!

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 A volte mi viene  in mente di quando  mia figlia piccola aveva le coliche e mia moglie era ancora stesa a letto, per colpa del  ferro basso; me la caricavo in macchina e andavo la notte a passeggiare per un campo accidentato: i sobbalzi dell’automobile avevano un effetto calmante e la bimba (era ancora nei primi tre mesi di vita) si addormentava.

Ringrazio sempre Dio per quello che ho: può sembrare poco, a molte persone,  ma per me è tantissimo!

Ma in quel periodo ho ringraziato Dio soprattutto per il sonno dei bambini; penso che se mia figlia non si fosse addormentata, io sarei diventato pazzo.

Non si trattò in realtà solo dei primi tre mesi, ma la sua insonnia durò ben quattro anni, durante i quali dovetti rispolverare ed inventare tutte le canzoni possibili e immaginabili del mio repertorio in lingua sarda, in italiano, spagnolo e perfino in portoghese per riuscire a farla addormentare; e le passeggiate me le inventavo sul tappeto di casa, sul quale dovevo creare le giuste increspature perché  la carrozzella prima, e il passeggino poi,  acquisissero quel dondolio indispensabile per guadagnare  il sonno della bambina; un incubo per me e per mia moglie.

Un incubo finito soltanto, come già detto, all’età di quattro anni,  dopo che è stata operata alle adenoidi: solo allora ha cominciato a dormire regolarmente.

  E noi con lei.

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