Archivio Giugno 2013

 Ho fumato per tanti anni. Troppi. Avevo ancora i pantaloncini corti e già arrotolavo dei pezzi di carta da pacchi per costruire le prime sigarette; a volte ci mettevamo in mezzo del tabacco rimediato sbriciolando delle cicche raccolte per strada; a ripensarci oggi mi vengono i brividi: era roba che avrebbe potuto uccidere un cavallo.

Quando ero un ragazzo, i miei idoli del cinema e della TV, i veri duri e puri, erano tutti dei fumatori. Anche mio padre e i miei fratelli maggiori fumavano. Così ho cominciato a fumare anche io: la sigaretta mi faceva sentire più alto, più maturo, più importante, più grande.

Le mie prime paghette sono letteralmente finite in fumo ed alla ricreazione il desiderio della sigaretta prevaleva su quello del panino.

A quei tempi si ignoravano i gravi del danni del fumo che, non di rado, portano alla morte. Ciò non toglie niente alla mia ingenua stupidità.

Più tardi, a Londra, conobbi anche altri metodi ed altre sostanze da fumare. Non le ho mai cercate veramente, ma mi sono capitate per caso.

Col senno di poi penso che  eviterei anche quel tipo di fumo: falsa la realtà, creando delle emozioni, a volte belle, altre volte brutte; ma un uomo ha dentro di sè tutto, senza bisogno di ricorrere a sostanze esterne.

Parlo anche delle sostanze alcoliche, anch’esse pericolose, soprattutto se vissute come refugium peccatorum, cioè come un aiuto per superare situazioni difficili oppure per trovare un piacere; non ne faccio una questione ideologica, o peggio una crociata integralista; anzi, se devo essere sincero, toglierei alla malavita organizzata molte occasioni di guadagno legalizzando le droghe (soprattutto quelle leggere). Ma ciò non toglie che chiederei allo Stato di educare i giovani a stare lontani da ogni tipo di dipendenza, insegnando loro uno stile di vita sano, scevro da ogni vizio, degno della libertà che Dio ci ha dato. A qualcuno che trovasse una contraddizione nelle mie parole dirò che penso lo stesso della prostituzione: io sono contrarioalla prostituzione, al punto che mi sono rifiutato sempre (anche quando ero militare e un commilitone, per convincermi, giunse ad offrirsi di pagarmi lui le prestazione di certe slvave che a Trieste si offrivano nelle strade attorno al porto) di comprare l’amore di una donna: lo trovo indecoroso per la nostra dignità di uomini, ma anche per quella delle donne, che a volte sono costrette dal bisogno a commettere degli atti così degradanti sul piano umano. Non di meno legalizzerei la prostituzione; e non solo per quei cinque miliardi di Euro annui di tributi stimati, che risolverebbero un po’ di problemi alle asfittiche casse dell’erario e dello Stato; ma lo farei soprattutto per togliere le prostitute dalle grinfie di quei loschi figuri che la legge punisce con l’etichetta di lenoni e  protettori e che il popolo, con terminologia meno oscura e più efficace,  chiama magnacci e sfruttatori.

Scusandomi per la lunga digressione intendo tornare sul vizio del fumo.

E’ nato PromettoCheSmetto.it (www.promettochesmetto.it), un sito che ha lo scopo di raccogliere le promesse di tutti quei fumatori che hanno intenzione di smettere di fumare e che sono disposti ad assumersi pubblicamente l’impegno a farlo. Il sito nasce dall’idea che per avere maggiori probabilità di raggiungere un obiettivo è fondamentale indicare una data entro la quale ci si impegna a realizzarlo. Fissare una scadenza improrogabile e impegnarsi a rispettarla è una condizione indispensabile per assumersi pienamente le responsabilità della propria scelta e per evitare quei tipici sabotaggi mentali che tendono a posticipare continuamente la data in cui si decide di spegnere l’ultima sigaretta.
PromettoCheSmetto.it invoglia l’utente a dichiarare la data in cui smetterà di fumare ed eventualmente a renderla pubblica su Facebook e altri social network. L’auspicio è che l’impegno assunto pubblicamente possa contribuire ad aumentare le motivazioni di chi si accinge a smettere di fumare.

Io, veramente, ho smesso con la forza di volontà, senza manuali e senza metodi. Ma questo dipende dalla mia formazione, dal mio modo di essere: ho sempre dovuto fare tutto da solo (beh, quasi tutto, in effetti); non ne faccio un vanto; anzi mi rammarico, nello scriverlo; se tornassi indietro, probabilmente mi aprirei di più agli altri, confessando le mie debolezze, chiedendo aiuto, senza rinchiudermi in me stesso, nel mio orgoglio, nella mia timidezza, nelle mie paure; ma ogni uomo si forgia nell’ambiente in cui vive e mentre si trova in mezzo al mare, nei flutti della vita, nei marosi delle vicende umane, trova il modo di sopravvivere senza troppi razionalismi, in maniera istintiva. Io sono il sesto di undici figli: mi son trovato in mezzo, tra fratelli più grandi che dovevano pensare a sè stessi e fratelli più piccoli ai quali ho cercato di dare protezione e buon esempio; i miei genitori sono state due persone eccezionali (mia madre è ancora viva; papà se n’è andato troppo tempo fa); sono stati un esempio e un punto di riferimento, senza essere oppressivi e invadenti (ma come avrebbero potuto esserlo, anche volendolo?); ci hanno lasciati sempre liberi di scegliere, anche se i più grandi hanno avuto in famiglia meno possibilità di scelta, rispetto ai più piccoli; in particolare mi riferisco al  primogenito.

In conclusione segnalo questi metodi, pur senza averli sperimentati personalmente, nella convinzione che la lotta contro il fumo vada condotta con l’aiuto di tutti e per il bene di tutti. Non si può e non si deve più morire per il fumo attivo; e ancor meno per il fumo passivo.

C’è bisogno di aiuto perchè la battaglia è contro il fumo è veramente ardua da combattere. Io per due anni ho sognato di fumare e mi svegliavo sudato, nel cuore della notte, rammaricandomi della mia stupoidità per avere ripreso a fumare; e quando scoprivo ch’era stato solo un sogno, mi riaddormentavo, felice per non essere ricascato nelle spire del tremendo vizio.

E pazienza se io, dopo avere smesso di fumare,  sono ingrassato di ben venti chili (ero un’acciuga, quando fumavo; ora sono un salmone, seppure non affumicato); ma è meglio così! Eppoi so di gente che ha smesso di fumare e non è neppure ingrassata di un chilo.

http://www.smettere-di-fumare.it/

 

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L’Epopea dei  Mille e le camicie rosse (1859-1861)

Se Garibaldi è il leone, coraggioso e combattivo, Cavour è la volpe, l’astuzia e l’attesa!

Cavour, presidente del governo del Regno di Sardegna, si   impegna nella guerra di Crimea per essere più vicino alla Francia di Napoleone III. A seguito di Plombières,  trattato di alleanza tra la Francia e la Sardegna, Cavour provoca  un attacco da parte dell’Austria,  per consentire l’attivazione dell’accordo di assistenza da parte della Francia.
Così Cavour sta sviluppando una serie di provocazioni, e l’Austria cadde nella trappola.

Il 26 Aprile 1859, l’Austria apre così le ostilità contro il Piemonte, ciò che innesca le condizioni di esecuzione dell’alleanza franco-sarda. Il 27 aprile 1859, gli austriaci hanno attraversato il confine del Ticino, e lo stesso giorno, i francesi hanno attraversato le Alpi.

Nel 1858-1859, Cavour e Garibaldi si vedono per la prima volta nel 1856. Lo statista sabaudo prevede di utilizzarlo attivamente nella guerra imminente, mettendolo a capo di volontari. I 3.200 uomini reclutati da Garibaldi diventano, il 17 marzo, il corpo dei Cacciatori delle Alpi sotto l’autorità del generale Cialdini. Garibaldi è  nominato maggiore generale. Per la prima volta incontra  Vittorio Emanuele II.

Il rapporto tra Garibaldi e Cavour soddisfa le esigenze della situazione fino alla fine della seconda guerra d’indipendenza (1859). Garibaldi supporta l’azione di governo e la preparazione del conflitto per  espellere l’Austria, mentre  Garibaldi propugna  il supporto per l’insurrezione lombarda per provocare la guerra.

I primi disaccordi appaiono poco dopo, soprattutto quando Cavour cede Nizza alla  Francia, nel 1860. E più tardi ancora, prima della morte di Cavour, Garibaldi, dopo avere  fortemente criticato il governo italiano perchè  vorrebbe sciogliere l’esercito del sud che ha partecipato alla spedizione dei Mill  (Garibaldi otterrà dal re l’immissione dei garibaldini nei ranghi dell’esercito regio ma, come diremo in seguito, Cavour boicotterà in parte questo accordo).

Ma torniamo al 1859 . Garibaldi, quindi, assume la difesa del  Lago Maggiore con il permesso di reclutare nuovi volontari. Il 23 maggio, ha iniziato una campagna di successo nel nord della Lombardia. Il 26 maggio, egli spinge il generale comandante austriaco  a Varese e dopo avere sconfitto l’esercito austriaco nella battaglia di San Fermo, prende la città di Como. Per le sue azioni, è stato insignito della medaglia d’oro al valor militare.  The Times riferisce le sue imprese e Marx ed Engels parlano regolarmente sul New York Daily Tribune delle imprese di Garibaldi.

L’8 Luglio 1859, Napoleone III firma l’armistizio  ponendo fine alla seconda guerra di indipendenza italiana. La Lombardia è unita al Regno di Sardegna, mentre Venezia rimane austriaca. Alcuni piccoli ducati (Firenze, Parma, Bologna, Modena) dichiarano la loro annessione al Regno di Sardegna e il 10 agosto, una lega militare è  affidata a Garibaldi, che ne accetta il comando, dopo le dimissioni dall’esercito sardo.

Questo ruolo di  organizzatore,  operativo in nulla, nonè  adatto a Garibaldi.  Torino manda così Manfredo Fanti a sostituire Garibaldi. Sotto l’autorità di Franti, è quindi in grado di svolgere l’azione per la quale egli chiede il supporto di Mazzini, tentando una invasione delle Marche e dell’Umbria pontificia. Una serie di decisioni contraddittorie lo porteranno a dimettersi il 15 novembre, su richiesta di Vittorio Emanuele II.

Nel mese di aprile 1860 Garibaldi fu chiesto di dirigere una spedizione per sostenere la rivolta iniziata a Palermo, Sicilia. Dopo qualche esitazione, ha deciso di partecipare alla invasione del Regno delle Due Sicilie, il numero di volontari ha raggiunto un migliaio di uomini, che ha dato il nome alla società leggendaria. Garibaldi è supportato con cautela da parte del governo del Regno di Sardegna.

L’imbarco delle truppe, avviene  la notte del 5 maggio a Quarto, vicino a Genova, e il viaggio comincia in disordine, senza munizioni e scarsità di carbone. L’11 maggio, le due navi, Piemonte e Lombardo,  arrivano in Sicilia e sbarcano a Marsala, godendo della protezione di due navi inglesi che entrano nel porto. Non di meno le navi borboniche, come dice Garibaldi nelle sue Memorie, sparano contro  i  Garibaldini, già sbarcati, ma senza successo.

Il combattimento svolge  a vantaggio di Garibaldi aiutato dai siciliani: vincono a Calatafimi il 15 maggio 1860, entrano vittoriosi a  Palermo il 27 maggio e risultano vincitori  nei pressi dello Stretto di Messina, a Milazzo, il 20 luglio.

Dal mese di maggio, Garibaldi si proclamò dittatore (nel senso romano del termine), in nome di Vittorio Emanuele II, e nel mese di giugno, ha formato un governo. Pertanto, Garibaldi continua la sua conquista del continente e marcia su Napoli, che  prende il 7 SET 1860.

Cavour ha organizzato una spedizione per impedire il consolidamento del potere Garibaldi, temendo che egli  formi una repubblica. Le truppe piemontesi combattono le truppe pontificie a Castelfidardo. Garibaldi affronta e sconfigge i 20.000 soldati dell’esercito dei Borboni a Volturno.

I plebisciti in Sicilia e di Napoli ratificano l’annessione del Regno delle Due Sicilie in favore del  Piemonte. Il 26 ottobre nei pressi di Teano Garibaldi incontra Vittorio Emanuele II e lo saluta  come il Re d’Italia.

Il 9 nov 1860, Garibaldi si ritira a Caprera dopo aver rifiutato tutte le ricompense, ciò che affascina i suoi contemporanei quasi quanto la sua attività.

Garibaldi è il vero artefice della unificazione del Regno d’Italia, il quale è solennemente   proclamato 17 marzo, 1861.

Quando egli entra  all’interno del parlamento italiano, dopo essere stato eletto deputato nel  primo parlamento italiano, i deputati accolgono il suo ingresso con una ovazione.

Questa è l’occasione per lui di prendere una posizione, ha espresso il suo disaccordo con il rifiuto delle autorità e in particolare di Fanti, ministro della guerra, di integrare i volontari dell’esercito meridionale nell’esercito regolare.

Cavour reagisce violentemente chiedendo invano, al presidente della Camera di Rattazzi di richiamare all’ ordine Garibaldi. La riunione è sospesa. Nino Bixio tenta nei giorni successivi una riconciliazione . Garibaldi, che è tornato a Caprera, ottiene un successo parziale. Dopo pochi giorni, molti dei suoi ufficiali e parte dell’esercito meridionale sono integrati.

A tal proposito mi sia consentita una digressione e una autocitazione: ho scritto un romanzo sulla storia vera di un Garibaldino siciliano, chiamato Gaspare Nicolosi, che è stato integrato nell’esercito regolare e che ha fatto carriera  fino al gradi di colonnello!
La  nipote del Garibaldi, che mi ha contato la storia, si chiamava Silvia Nicolosi, e viveva a Cagliari dove è morta a  100 anni nel 2012! Il romanzo è stato pubblicato con il titolo  “Un amore Garibaldino” che ha dato il  titolo anche a un  musical  che spero venga  rappresentato al più presto!

Cavour morì il 6 giugno, senza che i rapporti con il nostro eroe siano migliorate.
Il suo triste destino: ha visto l’Italia unita e subito dopo è avvenuta la sua morte. Questa è la vita, cari amici!

… continua…

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Uno dei grandi mali della nostra giustizia è notoriamente la lentezza. Quando ero un giovane avvocato mi arrabbiavo perchè, nonostante l’art. 81 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile fissi in un massimo di 15 giorni   il periodo di rinvio tra un’udienza e l’altra, i giudici istruttori rinviavano (e rinviano tuttora) con un intervallo minimo di sei mesi (ma non mancano, in certi casi,  anche i rinvii di diversi anni).

Molti mi chiedono se ci sia differenza tra le diverse giurisdizioni ed in particolare tra la giustizia civile e quella amministrativa. Lasciando da parte i tecnicismi e l’avvocatese (qualcuno lo chiama  anche giuridichese o legalese) dirò che le differenze sono tante, e i rispettivi processi, anche dopo l’entrata in vigore del c.d. codice del  processo amministrativo (è meglio chiamarlo col suo vero nemo che è: Decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104) mantengono notevoli analogie.

In forza dell’art. 39.  del predetto d.lvo 104/2010, che stabilisce un rinvio esterno, le norme del codice di procedura civile si applicano, in quanto compatibili o espressione di principii generali, anche al processo amministrativo.

Ciò significa che, oltre al già citato art. 81 delle disposizioni di attuazione del c.p.c.(codice di procedura civile), al processo amministrativo dovrebbe applicarsi anche il successivo art. 82. secondo il quale, in caso di impedimento del giudice istruttore, l’udienza (di prima comparizione e di istruzione) s’intende rinviata d’uffico alla prima udienza successiva.

La materia è tuttavia alquanto complessa. Bisogna tener conto che nel processo amministrativo, dove il giudice è sempre collegiale,  esiste un giudice relatore che non può essere sostituito se non in casi davvero eccezionali. D’altronde neanche il giudice istruttore, nel processo civile, può essere sostituito facilmente: anzi guai se una decisione venisse presa senza la presenza di questa figura fondamentale che conosce la causa da cima a fondo ed è colui che materialmente scrive la sentenza. Scusate se semplifico ma possiamo dire che le due figure, quella del giudice istruttore e quella del giudice relatore, in linea di principio coincidono.

Un’ultima annotazione mi sembra importante: nel nostro ordinamento giudiziario esiste un periodo feriale,  dal 1 agosto al 15 settembre,  durante il quale non si tengono udienze (ciò non vuol dire però che i giudici iun questo periodo non lavorino; al contrario il periodo è proficuo per sbrigare gli arretrati, scrivere sentenze, mettere in ordine l’ufficio e quant’altro).

Può accadere così che un rinvio deciso a luglio slitti di sicuro a fine settembre oppure a ottobre come niente (direi se va bene); infatti ad agosto e fino  al 15  settembre non si temgono udienze (escluse le direttissime ed altre urgenze nel penale, nonchè certe cautelari urgenti nel civile e comunque non le udienze ordinarie di nessun tipo o giurisdizione).

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Sto seguendo con passione le vicende del Teatro lirico cittadino, sia sul piano artistico, sia sul piano dell’informazione, sia, infine, sul piano giudiziario.

Sotto quest’ultimo profilo,  so che la Procura di Cagliari sta svolgendo delle indagini a carico del Presidente di diritto della Fondazione, (in quanto sindaco di Cagliari) Massimo Zedda. Preferisco pertanto non esprimermi e lasciare che la giustizia faccia il suo corso (anche con riguardo ai ricorsi pendenti nanti il Tribunale Amministrativo Regionale competente per quanto riguarda la Manifestazione di interesse del giugno 2012 relativa alla contestata scelta del Sovrintendente).

Per quanto riguarda il versante artistico, venerdì ho assistito alla giornata dedicata al pubblico dai sindacati e dai lavoratori del Teatro: “Tutti a Teatro tranne i tagli”: mi sono divertito davvero tanto. Mi sono anche un poco commosso, quando l’orchestra e il coro hanno eseguito l’inno di Mameli, all’inizio ed alla fine del Concerto che ha concluso la maratona artistica, svoltasi per tutto il pomeriggio, con grande affluenza , sino al concerto conclusivo delle ore 21,00, che ha visto la platea e le logge gremite di affezionati melomani e cittadini curiosi amanti dell’arte e dello spettacolo.

Con riferimento alle vicende sindacali che travagliano la Fondazione, in  questo ultimo anno,  mi sono tenuto informato leggendo  i diversi blogs specializzati ed i giornali (on-line e cartacei).

Da ultimo ho avuto modo di leggere su Sardinia Post un articolo a firma di  Lilli Pruna, dal titolo “Il rozzo linciaggio della Crivellenti e il silenzio delle donne”.

L’articolo, invero di contenuto multigenere, è affetto da due vizi di fondo: appare eccessivo da un lato e riduttivo da un altro.

Pecca per eccesso laddove inserisce la vicenda  Crivellenti nel solco generale della tutela delle donne e  delle pari opportunità, chiamando in causa addirittura la neo-eletta Laura Moro e tutte le donne indistintamente, in una sorta di guerra santa al femminile, a difesa  della sovrintendente della Fondazione lirica cagliaritana. Qui davvero l’articolista di Sardinia Post dimostra di non avere messo a fuoco la questione: la sua analisi appare infatti sfuocata e i suoi contorni confusi e indistinti. Tutti noi, uomini di buona volontà, siamo a favore delle pari opportunità al femminile e siamo contro il femminicidio e contro la violenza sulle donne. Ma non è questo il tema. Qui si tratta di capire se sia stata opportuna e proficua, per la fondazione e per la città di Cagliari, la nomina di una determinata  persona nel ruolo di  sovrintendente (il genere qui non rileva), trascurando di ponderare altre 44 figure professionali (se maschi o femmine non importa) che si erano proposte all’attenzione del presidente Zedda  in forza di una sua manifestazione di interesse e senza che il responsabile fornisse una adeguata motivazione per la sua scelta.

L’articolo pecca inoltre per difetto laddove non offre ai suoi lettori una chiave di lettura esaustiva della vicenda Crivellenti. In un mio post del 22 ottobre 2012 scrivevo chiaramente che da parte mia non si intendeva (e non si intende neanche oggi) mettere in discussione Marcella Crivellenti in quanto persona (o peggio ancora in quanto donna). Riporto a fianco il link del post, a scanso di equivoci e di fraintendimenti, scusandomi per l’autocitazione:  http://albixpoeti.blog.tiscali.it/2012/10/22/il-lirico-di-cagliari/

A quel post faccio riferimento affinché chi legge possa capire bene i risvolti complessi della vicenda.

Forse è bene ricordare all’articolista Pruna che non tutto ciò che è regolare (e nella fattiscie, aggiungo, casomai lo fosse davvero) è opportuno ed efficace.

Qui la nomina della Crivellenti, al di là delle implicazioni giudiziali, da risolversi in altra sede, non appare essere stata felice per la Fondazione; e non per l’accanimento dei sindacati, (sicuramente spaventati da una deriva senza ritorno dei conti pubblici) oppure a causa di una stampa politicamente compromessa (come scrive l’articolista di Sardinia Post).

Tutti i giornalisti ed i lettori avveduti sanno bene che, quando leggono un giornale, devono fare i conti con la “tara”, come spiegavano i maestri di una volta nel momento di insegnare il calcolo del peso netto.

Fuor di metafora, credo che anche la Pruna, quando legge le notizie, faccia i conti con la “tara”, cioè con l’impostazione politica dell’editore di riferimento (ovviamente sto semplificando una questione assai più complessa). Quindi anche la Pruna dovrebbe sapere che l’informazione non è mai neutra o neutrale; ma spogliando le notizie della “tara”, i fatti restano nudi e crudi nella loro essenzialità.

D’altronde anche l’articolo della Pruna, mi pare che sia ben zavorrato, da questo punto di vista. Ho l’impressione infatti che il suo target politico di riferimento sia alquanto adiacente all’area politica del sindaco-presidente Massimo Zedda (non si spiegherebbe altrimenti l’oscura e acritica presa di posizione dell’articolista rispetto a una vicenda che, in termini di opportunità e convenienza, parla da sola).

Nel mio precedente post del 22 ottobre 2012 che mi sono permesso di autocitare (ma solo per brevità completezza) invitavo il sindaco a tornare sui suoi passi per il bene della città e della Fondazione che egli presiede.

Oggi, vedendo quanta acqua è passata sotto i ponti della politica (e dell’arte) mi sento in dovere di chiedere le sue dimissioni. Lo so che in Italia non vanno di moda, ma penso che la città lo abbia votato per respirare un’altra aria: quella del cambiamento, del rinnovamento, della pulizia e della trasparenza. Invece qui si respira un’aria di insopportabile pressappochismo e di superficiale arroganza.

E se a questo punto il sindaco non provvedesse a dimettersi, dovrebbero essere i consiglieri che lo sostengono,  se vogliono veramente bene alla città di Cagliari,  a staccare la spina, facendogli mancare la maggioranza.

La città di Cagliari ha bisogno di cambiare veramente.

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Ieri sera, dopo avere partecipato ad un convegno  al Palazzo di  Giustizia di Cagliari, pensieroso e stanco  me ne rientravo a casa.

Procedendo per la via, in quello stato di  svagatezza, tipico di una fine serata preceduta da una faticosa giornata  di impegni, di caldo rovente e di corse (a coronamento di una settimana altrettanto impegnativa), mi sento salutare in maniera espansiva.

Guardo con fare interrogativo una donna sui 55 anni,  abbastanza ordinata (indossava un vestito blu scuro, appena scollato), capelli e occhi castani su un viso abbronzato (ma  poteva essere scambiato anche per  il suo incarnato naturale) con un sorriso aperto sui denti bianchi che presentavano soltanto una leggera irregolarità nella parte inferiore dei due incisivi superiori centrali.

Al mio sguardo incuriosito e perplesso la donna, sempre con quel suo sorriso espansivo e confidenziale, mi chiede: “Dove lavorava lei 25 anni fa?”

E’ una tecnica che usano i maghi. Prima ti fanno parlare e poi, agganciandosi alle tue parole, riannodano un discorso in maniera naturale, facendoti credere di sapere ciò che non sanno e di essere ciò che non sono.

Del resto, è noto a tutti, che nelle società arcaiche, la recitazione e la magia andavano a braccetto.

E d’altronde chi può dubitare che un buon attore sia altresì un buon mago? Non ti fanno forse credere, i grandi divi dello schermo, di assistere e di partecipare a delle vicende reali, mentre razionalmente dovresti sapere che si tratta di finzione e nulla più?

Naturalmente tutte le persone che dimostrano gli anni che hanno,  pur non apparendo e non essendo ancora in età pensionabile,  hanno presumibilmente un trascorso lavorativo collocabile, a ritroso nel tempo,  a 25 anni prima.

Per cui alla domanda della sconosciuta ritorno istintivamente indietro con la memoria a un quarto di secolo fa. Io allora insegnavo a Guspini ma, potete giurarci, che se avessi detto Sanluri, o Cagliari, o Roma, o il Palazzo di Giustizia, o l’Ufficio del Registro, o la Genovese Gomme o che so io?, la ditta Vattelapesca di Canicattì, la bella signora avrebbe saputo elegantemente inserirsi nelle pieghe recondite dei miei ricordi!

Infatti la sconosciuta si aggangia bene: “Io lavoravo nel panificio di mio padre, si ricorda?”

Veramente io avrei pensato che fosse una bidella (ce ne sono anche di eleganti ed espansive, ve lo posso assicurare), oppure un’impiegata della Pretura di Guspini o di Sanluri, però proprio non me la ricordavo. Le ho  anche chiesto, ingenuamente, come facesse a ricordarsi di me, posto che   venticinque anni fa ero davvero completamente diverso. Ma ci sono persone che rispondono soltanto alle domande cui conviene rispondere, come certi testi reticenti o subornati. E poi, avete mai sentito di un lavoratore italiano, che non compri il pane fresco per sè o per la sua famiglia almeno una volta al giorno?

In maniera astuta e naturale la sconosciuta passa a parlare di sè! -  “Ero a fare la chemio” – mi dice. E sembra lì, lì per  svenire, mentre si appoggia alla vetrina di un negozio.

Le osservo i capelli. Purtroppo ho avuto episodi di chemio terapia in famiglia; e conosco bene il suo effetto devastante anche sui capelli. I suoi non mi sembrano capelli   che abbiano subito l’oltraggio della chemio. Le donne che vi sottopongono, di solito, perdono completamente i capelli e, quando ricrescono, almeno inizialmente, se si tratta di donne non più giovanissime, restano bianchi e corti; ci sono i tempi della normali della riproduzione e dell’allungamento e le precauzioni sanitarie, che suggeriscono di non tingerseli ancora. Intravvedo alla base del cuoio capelluto della mia interlocutrice occasionale una leggerissima ricrescita. E la sua capigliatura non è comunque una parrucca.

Tutto questi dettagli li colgo mentre la fantomatica signora è già passata alla terza e ultima parte del suo piano. Con una lacrima (che razionalmente definirei “finta” ma vi assicuro che non lo sembrava affatto) mi dice che nella sua ricerca spasmodica di danaro le mancano soltanto 120 euro; per pagare le bollette e con due figlie da mantenere. Mi ribadisce che il tumore le ha intaccato  i polmoni e, sottolineando che lei aveva una quinta, fa per mostrarmi il seno sinistro che avrebbe subito la mastectomia. Naturalmente la fermo, anche se non posso fare a meno di notare che oltre la scollatura, la carnagione è di colore bianco-latte: quindi, non di incarnato naturale è la sua bella e colorita abbronzatura.

Io non giro mai con molti soldi in tasca e pago regolarmente con la carta bancomat anche le spese frequenti del supermarket (non quelle, sempre più rare, in verità, dell’edicola e del bar).

La vicenda però mi ha emotivamente coinvolto. E  anche se ho giurato di non dare più da soldi a sconosciuti, per strada, penso a come posso aiutare quella sventurata.

Ho giurato di non dare più soldi a sconosciuti da quella volta in cui ho scoperto che un finto rappresentante, elegantemente vestito e dotato di regolamentare valigetta 24 ore, al quale avevo,  con convinzione,  consegnato l’unica banconota da 5 € che mi ritrovavo in tasca, era in realtà il figlio di una famiglia ricchissima della mia zona di residenza, leggermente disabile e che periodicamente viene a stare con i suoi per le feste comandate. In realtà me l’ero ritrovato nel parcheggio interno, mentre sembrava davvero di essere appena uscito sconsolatamente da una visita di rappresentanza, e si lamentava con me di avere una famiglia e dei figli da mantenere, perchè nessuno aveva comprato i suoi prodotti per l’igiene della casa, di cui lui era raprresentante. Quella volta ho pensato ai suoi poveri filgi, senza latte e senza pane. Ho pensato che  quel povero papà sarebbe rientrato a casa almeno con 5 €. Giuro che se avessi avuto di più, gli avrei dato di più. Quella volta ci rimasi però di stucco, quando  il sedicente rappresentante, dopo essersi lamentato perchè gli avevo dato soltanto 5 €, si mise ad urlare contro il mondo e contro i Sardi (urlava letteralmente “Sardi bastardi”) con la mia banconota in mano. Più tardi, come detto, scoprii da certi vicini, che la sua famiglia era straricca e che il giovane rampollo, ritardato mentale, occupava il suo tempo e le sue vacanze, fingendo di essere un rappresentante, sfortunato e padre di famiglia.

Anche questa volta, non di meno, coi soldi che ho in tasca, penso di poterla aiutare. Magari potrei portarla al bar e darle da mangiare. O pagargli il pullman, affinchè, nelo suo stato, non abbia troppo a stancarsi.

-” Ma adesso, come fa a rientrare a Guspini?” – le chiedo anche per guadagnare ancora qualche secondo di ulteriore riflessione.

- ” Devo prendere il treno”- mi risponde incautamente la signora.

- “Ma a Guspini non passa il treno!” – rispondo io. E mi viene in mente mia nonna, che veniva spesso da Guspini al mio paese con la corriera dell’ARST (allora si chiamava SATAS, mi pare di ricordare).

-” Signora, ma io non ho capito ancora bene dove è che lavorava lei a Guspini! Mi ha parlato di suo padre….”- le chiedo infine, ormai dubbioso.

-” Mio padre puliva i giardinetti, vicino al cimitero…” mi risponde.

Poco prima mi aveva detto che suo padre aveva un panificio.

Magari era davvero una donna bisognosa. E magari pure malata. Non lo saprò mai, credo.

Una cosa è certa: era un’attrice; o un’impostora; a Guspini non c’era mai stata di sicuro.

Spero che il Servizio Sanitario Nazionale non abbandoni mai gli ammalati. E che la Caritas continui ad assistere i bisognosi.

Io, quando posso, preferisco aiutare le associazioni che fanno beneficienza; e pago i doverosi tributi allo Stato (caspita se li pago!).

E giuro ancora che non darò mai più soldi a chi mi mi racconta panzane per strada!

 

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Anche quest’anno, puntuale come il caldo rovente dell’estate, è arrivato il momento dell’esame di stato (non per stolta nostalgia, ma preferivo la vecchia denominazione di esami di maturità).

Come di consueto la prima prova, uguale per i licei e i tecnici, offre ai candidati la possibilità di cimentarsi in quattro differenti tipologie di prova,  dalla lettera A alla lettera D.

La tipologia A, verte sull’analisi di un  testo ( quest’anno si  invitavano i maturandi all’analisi di uno stimolante brano di Claudio Magris tratto dalla Prefazione del suo bel libro intitolato “L’infinito viaggiare” edito da Mondadori nel 2005).

La tipologia B prevede invece la redazione di un saggio breve o di un articolo di giornale (la tipologia offre la scelta tra quattro diversi ambiti: uno  artistico-letterario; un altro socio-economico; un terzo ambito, definito  storico-politico; e uno, infine, tecnico-scientifico).

Le altre due tipologie rispecchiano modelli che, per intenderci,  possiamo definire come i classici temi di una volta.

La tipologia C, infatti, trattava un tema di argomento storico storico (abbastanza impegnativa considero l’analisi che la traccia di quest’anno imponeva ai candidati, delle differenze intercorrenti tra i diversi Paesi del BRICS, il famoso acronimo che sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e l’illustrazione degli aspetti più rilevanti della vicenda politica di due di questi Paesi, a scelta, nel corso del secolo appena scorso).

La tipologia D, infine, verteva su un tema che gli esperti del Ministero hanno definito  di ordine  generale ma che, secondo me, era di ambito prettamente scientifico e andava inserito nell’apposito ambito tecnico-scientifico della Tipologia B (basta leggere la traccia del  tema, che riporta un brano di Fritjof Capra, tratto dal suo lavoro “La rete della vita” edito da Rizzoli nel 1997, per rendersi conto che lo sviluppo del  tema proposto presuppone in capo allo studente, quantomeno, una buona conoscenza delle teorie sociologiche ed evoluzionistiche affermatesi negli ultimi 150 anni in ambito scientifico).

Debbo confessare che, per la prima volta, a far data dall’ultima riforma degli esami di maturità, ho trovato molto stimolanti le tracce proposte dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università  e della Ricerca (c.d. MIUR).

Personalmente avrei ceduto alla tentazione  ambiziosa di redigere un saggio breve sull’argomento proposto nell’ambito artistico-letterario che aveva per titolo “Individuo e società di massa”.

Dei sette documenti inseriti nella traccia cartacea del Ministero, io avrei tralasciato di inserire i primi tre: si tratta di tre fotografie: una è un fotogramma televisivo del 1956 che ritrae Mike Bongiorno, con relativi valletta e concorrente, nel corso della mitica trasmissione “Lascia o raddoppia?”; la seconda foto riproduce il celeberrimo quadro di Renato Guttuso dal titolo “Calciatori”; la terza foto rimanda al capolavoro che l’artista pop Andy Warhol dedicò all’icona del cinema hollywoodiano Marilyn Monroe nel 1967.

Non voglio dire che le tre fotografie siano totalmente fuori contesto (o, peggio, fuori tema); mi pare però che gli esperti del Ministero pretendano un po’ troppo da candidati di diciotto anni appena compiuti se presumono che essi abbiano le capacità e le conoscenze per poter effettuare un collegamento tra l’arte pittorica di due geni,  così diversi tra loro,  come Guttuso e Warhol e la televisione, intesa come mezzo di informazione di massa. E poi,   perchè, michiedo,  citare un programma come “Lascia o raddoppia?”,  che invece rappresenta, a parer mio, una fase ancora meritoria della TV di Stato? Non sarebbe stato più corretto citare magari la televisione commerciale? Oppure quella dei demenziali talk-show pomeridiani di mamma rai, tutti all’insegna degli esperti del nulla e dei commentatori di vicende giudiziarie, la cui trattazione  sarebbe davvero meglio lasciar stare alle corrette sedi processuali?. Beh, forse capisco l’imbarazzo delle teste d’uovo del Ministero e la loro paura di restare stritolati tra la televisione di Stato e quella commerciale.

Molto azzeccati mi sono sembrati invece  i quattro testi riportati a sostegno della traccia.  Si tratta di tre brani e di una poesia: il primo brano, datato 9 dicembre 1973,  è tratto dagli “Scritti Corsari”di Pier Paolo Pasolini e mette in guardia il lettore sui pericoli della omologazione delle masse, insito nel loro asservimento, non tanto e non solo alle esigenze consumistiche della società contemporanea, quanto piuttosto nel pericolo  che per mezzo della televisione, il Centro (come lo chiama Pasolini) possa assimilare a sé l’intero Paese; il secondo è una pagina autobiografica di Elias Canetti, dove il premio Nobel narra le forti emozioni da lui vissute in occasione dei disordini scatenati il 15 luglio 1927 dall’indignazione degli operai viennesi, in seguito all’assoluzione dei poliziotti,  responsabili dell’uccisione di alcuni colleghi operai, avvenuta qualche giorno prima nel Burgerland; il terzo è un brano di Remo Bodei, tratto dal libro “Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze”, edito da Feltrinelli, Milano 2002, che rincara la dose sui pericoli di un uso oligarchico dei mass media. Chiude la serie dei brani a supporto della tipologia artistico-letteraria una significativa poesia di Eugenio Montale “Sulla spiaggia”, tratta dal suo Diario (Mondadori 1973) e che pone in evidenza, con il consueto acume poetico del Nostro e con la nota sonorità dei suoi versi, lo spettacolo di una spiaggia qualunque, in una estate qualunque, dove le masse esporranno i loro corpi in una sequenza anonima e indistinta, scevra di individualismi, senza più contatti con la Natura.

Insomma, se gli esperti del Ministero non avessero ecceduto nella misura, direi che si tratta di un segnale importante che qualcosa stia cambiando nelle alte sfere.

Nel senso che sarebbe ora che qualcuno suonasse, anche dall’alto, l’allarme del risveglio delle coscienze umane, ormai sopite ed assuefatte a questa cultura di massa che, recidendo le radici antiche dell’uomo (e qui mi piace parlare degli Italiani in particolare), non crea però, al contempo, una coscienza, non dico di classe (concetto forse superato); ma almeno una coscienza critica di sé e del mondo che lo circonda.

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Scordatevi il Pippo Franco della sexy  commediografia all’italiana degli anni settanta e ottanta, dai titoli più che eloquenti di “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda”, “Giovannona coscialunga disonorata con onore”, “Boccaccio” ecc.; mettete da parte anche lo show -man  ciociaro   (in salsa burina )  del mitico Bagaglino; dimenticatevi anche il candidato post-democristiano che ha corso, senza la fortuna di Grillo, nelle liste elettorali  dell’ex-ministro Rotondi (nessuno, d’altronde, è perfetto; e chi non ha peccati politici sulla coscienza scagli la prima pietra).

Insomma, il Pippo Franco che si è esibito al Teatro Massimo di Cagliari, sabato 15 giugno c.a. è, come avrete intuito, un artista ritrovato che a 73 anni quasi suonati (gli mancano tre mesi per acquisire il diritto a soffiare sulle 73 candeline) si ripropone in una veste rinnovata, capace di mostrare al pubblico la sua componente culturale più recondita.

Intendiamoci: nessuno dia per scontato che un comico debba necessariamente essere  una persona capace soltanto di dire buffonate e di far ridere la gente.

A parte che far ridere la gente con le tue battute  non è mica così facile come sembra.

Ma poi Pippo Franco non è mai stato soltanto un comico. Nel suo curriculum spiccano oltre 50 film come attore e qualcuno anche come regista (e non ha girato soltanto commedie dove l’attrazione principale erano senz’altro le curve indimenticabili di Edvige Fenech); innumerevoli programmi televisivi come conduttore e show-man; una decina di LP e una ventina di 45 giri (alcuni di grande successo commerciale come “La licantropia” “Mi scappa la pipì papà” ecc.) e, per finire, una mezza dozzina di libri tra i quali c’è anche quest’ultimo, che si intitola “La morte non esiste” (Edito da PIEMME) che lo sta portando in giro per i maggiori teatri italiani. E sicuramente ho dimenticato altri titoli.

L’occasione che ha portato il grande artista romano a Cagliari è stata inoltre una raccolta di fondi a favore della Croce Rossa Italiana – Sezione di Cagliari che assiste in città ben 4.000 famiglie  indigenti.

Pippo Franco ha intrattenuto il numeroso pubblico con un monologo di un’ora e mezza di spettacolo nel corso del quale  l’artista ha veramente fatto emergere le sue solide basi culturali, la sua capacità di riflessione, la sua visione del mondo; senza dimenticare mai il suo antico e affascinante mestiere, che è quello di far ridere la gente.

La vecchia lezione plautina di castigare i cattivi costumi con l’ironia e le risate, Pippo Franco l’ha fatta propria.

E’ riuscito a mostrare il lato umano e intellettuale dei grandi uomini dell’immenso patrimonio culturale occidentale (principalmente, ma non solo, di quello greco-romano) facendo emergere però anche il loro pensiero; magari soltanto quegli aspetti del loro carattere più legati alla sua verve artistica di grande comico, che non è davvero poca cosa, se si pensa che nel corso del suo spettacolo egli ha citato, senza mai annoiare, Socrate, Platone, Aristotele, Pitagora, Leonardo da Vinci, Michelangelo Buonarroti, Charles Darwin e tanti altri.

Mentre lo ascoltavo, siccome l’artista ha parlato anche della scuola (usando toni non molto lusinghieri e cavalcando sull’onda di superficiali luoghi comuni, a onor del vero) pensavo che forse lo Stato dovrebbe investire qualche soldo per introdurre nuove metodologie nell’insegnamento, attraverso una formazione dei docenti che li abitui a padroneggiare, insieme ai loro diversi linguaggi specialistici (da economisti, avvocati, ingegneri, matematici, biologi, fisici, letterati, musicisti e quant’altro) anche dei linguaggi comunicativi fondati sulla simpatia, sulla gestualità, sulla conquista dell’attenzione. Io, nel mio piccolo, ho potuto sperimentare come, attraverso il teatro e la recitazione, possano passare allo studente anche molteplici messaggi culturali; e come apprendere sia più facile se si riesce a trovare una maniera di comunicare meno pedante e noiosa di quella che i nostri professori usavano con noi nei tempi andati. Ma il discorso delle metodologie scolastiche non è un molto semplice da affrontare e non può certo liquidare con la vetusta barzelletta della breccia di Porta Pia che lo show-mjan ha riproposta da par suo, nel corso dello spettacolo (se non la conoscete ancora, ve la trascrivo in calce).

In conclusione, complimenti  a Pippo Franco per la sua simpatia e per i suoi 72 anni portati benissimo; e grazie per la bellissima serata.

 

BARZELLETTA: Un ispettore si reca in una scuola. Per verificare la preparazione degli studenti interroga uno a caso, chiedendogli a bruciapelo: “Chi ha fatto la breccia a Porta Pia?”

Il povero studente, preso alla sprovvista, si schermisce affranto: “Le assicuro, signore, che non sono stato io!”

L’ispettore indignato chiede al professore come mai lo studente abbia dato una tale, vaga risposta, sulla breccia di Porta Pia.

Il professore, a sua volta, prendendo le difese dello studente tranqullizza l’ispettore: “Le assicuro, dottore, che il ragazzio non può essere il responsabile. E’ stato in classe tutto il tempo!”

Fuori di sè l’ispettore si reca dal preside e gli fa una ramanzina d’altri tempi. A che il preside, con fare accomodante, risponde risolutivamente: ” Ispettore, qui siamo tutti una famiglia. Ci quantifichi i danni e siamo pronti a risarcire tutto!”.

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Salmo 118

XX

Vedi o Dio la mia  miseria! Salvami!
La Tua legge non ho dimenticato.
Difendi la mia caüsa, riscattami.
Lontano dagli empi, mi son salvato.
La vita, Dio, per la Tua grazia, dammi.
Ribrezzo per i ribelli ho provato.
Resta eternamente ogni Tua sentenza;
della Tua parola non so far senza!

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SAPORE D’INFANZIA
ovvero
IL CULTO DEL PANE


La vita può essere paragonata ad una mensa imbandita: piatti prelibati, delizie del palato, profumi esotici, dolcezze morbide e tremolanti come leggere costruzioni di carta velina; ma anche piatti amari, aspri, nauseabondi, pesanti, indigesti.


E le tappe della vita umana hanno un po’ tutti mescolati insieme questi sapori, più o meno raffinati nel piacere, melliflui nella gioia, aciduli nella sofferenza, aspri e amari nel dolore.


Ma il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane è riservato all’infanzia.


Questa poggiava tutta e cresceva intorno ad una pagnotta di pane scuro, con su tanta farina bruciacchiata che, allungando le dita di nascosto, lambivamo come zucchero vanigliato.


Fette di pane asciutto, fette impregnate di vari sapori e altrettanti colori, morbide, tostate, annegate in ciotole di latte spumeggiante ancora caldo di tepore animale, frizzanti per una spruzzata di vino o talvolta di aceto, ricamate a ghirigori di filigrana di biondo olio, intrise degli umori aromatici delle nostre erbe, levigate con sfere succose di pomodori maturi. Puntuale e generoso era sempre lì il pane, nella credenza, unico alimento a portata di bocca. Tutto il resto era di solito tenuto al buio umido della cantina o al fresco asciutto del magazzino.


La maga del sacro rito era la nonna Andreana. Quanta bontà e quanta sicurezza in lei! Non sapeva leggere né scrivere, ma aveva saputo allevare i numerosi figli con sicura dolcezza. A tutti aveva fatto dono della sua affabilità, della sua grazia; a tutti aveva trasmesso un senso profondo della religione, un senso sacro degli affetti domestici, un rispetto istintivo per gli uomini e le cose.


Nell’aspetto era una matrona, una vera matrona. Fianchi poderosi ondeggianti tra le pieghe di una gonna di flanella blu, lunga fino alle caviglie, adorna all’orlo con due o più falpalà; su di essa un grembiule di seta con lunga frangia e piccole tasche colorate. Il petto robusto era costretto in un busto di panno rosso o verde, gallonato e chiuso dinanzi con lacci colorati di seta o cotone. D’ estate le maniche dello stesso corpetto venivano staccate e splendeva nel suo nitore una bianca camicia ricamata, appena rimboccata ai polsi. Indossava calze bianche e turchine e ai piedi pianelle con mascherina di pelle lucida o scarpine accollate e allacciate, con la punta allungata.


Ogni mattina rifaceva la sua chioma candida in piccolissime trecce annodate con un nastrino di velluto rosso e disposte in cerchio attorno alla nuca. Uno spillone grosso d’argento attraversava l’acconciatura . Un fazzolettone a fiorame, dai colori vivaci su fondo nero o bianco, fungeva da copricapo, scendendo fino alle spalle e formando angolo in mezzo alla schiena, mentre ugualmente all’insù erano ripiegate le nocche laterali. Agli orecchi pendevano orecchini di perline a mazzetti, al collo una collana di grossi grani di corallo con pendaglio centrale, alle dita un anello d’oro battuto, foggiato a crocifisso. Non mancava il fermaglio, una grossa spilla che d’inverno serviva anche a tenere uniti i lembi dell’ampio scialle di lana bouclè.


Le sue mani erano morbide e carezzevoli come piume, la sua parola sempre dolce e suadente, la sua anima colma sempre di conforto per la famiglia.
Con le mani appunto riusciva in brevissimo tempo a dare forma a una bianca palude di pasta lievitata che da tempo riposava nella madia , suddividendola in cestelli di vimini. Questi, riempiti a metà, pian piano si andavano colmando fino all’ orlo, continuando la pasta a lievitare sotto un telo di canapa, teso a ricoprire i panieri.


La nonna ne era gelosa in questi momenti e cercava in tutti i modi di liberarsi di noi ragazzini che quasi monelli dispettosi tentavamo tutte le strade per starle tra i piedi, fingendoci buoni e ubbidienti. Poi furtivamente affondavamo le dita in queste morbide forme, osservando stupiti come i buchi impressi dalle dita subito scomparissero al rigonfiarsi spontaneo della pasta. Una volta però uno di noi si accorse per caso che sulla morbida crosta delle forme di pane adagiate nei cesti dopo la cottura, la superficie era raggrinzita lungo i bracci di una croce tracciata nel centro. Al richiamo tutti noi rimanemmo stupiti e attenti osservammo se la stessa cosa si evidenziasse anche sulle altre forme.

Fu proprio così.


Attingemmo allora, senza che nessuno ci facesse lunghi discorsi, il valore per così dire sacro di quel rito che aveva avuto il suo inizio fin dalle tre del mattino.
Infatti non eravamo mai riusciti a capire bene perché fosse necessario ritrovarsi in due o tre, anche quattro di loro a compiere a quella ora ancora buia dell’incipiente mattino un lavoro che secondo noi poteva essere eseguito anche di giorno. Come sempre avviene, non convincendoci le spiegazioni logiche, fantasticavamo sul mistero di questi convegni spiegandoceli come una sorta di riti magici atti a propiziarsi, complice la notte, la buona riuscita dell’operazione. Credevamo che la magia avesse il compito di favorire e soddisfare le esigenze più semplici della vita umana, mentre in caso di estremo bisogno o di grandi favori bisognava piamente rivolgersi ai Santi.
Se pensavamo ciò era perché ad ogni nostra richiesta di assistere alla fase preliminare di quel lavoro, opponevano un secco rifiuto, apostrofandoci: “Dormite, voi !”.
Sicché l’unica cosa che ci era permessa era quella di trasportare i panieri in fila, l’un dopo l’altro, lentamente fino al forno al momento della cottura.


Il forno a cupola occupava un angolo dell’ampia cucina, alla destra del focolare. Basso di cielo, era sufficientemente ampio per poter contenere fino a quindici o venti pagnotte in una volta. Uno sportello di ferro chiudeva l’apertura centrale, e uno più piccolo nascondeva la porticina laterale attraverso cui si spiava l’andamento della cottura.


Il forno veniva dapprima surriscaldato con legna ben secca che ardendo scoppiettava nel suo ventre lanciando lunghe lingue di fuoco all’esterno, su per la muratura annerita. Poi ne veniva ben bene spazzato il pavimento con fronde di rami che fossero fresche, altrimenti la brace ardente, residuo del fuoco di prima, le avrebbe bruciate.
Compiuti i preparativi, la nonna dalle guance ormai completamente rosse e cocenti, ci chiamava invitandoci a procedere piano. Come sacerdotesse allora sfilavamo compunte fino a deporre le nostre primizie come offerte votive sull’altare del forno. E ancora con senso religioso si attendeva la magica trasformazione delle potenziali pagnotte in pane odoroso e croccante.
Saltavamo, cantavamo, danzavamo giocando come in misterici riti, e pregustavamo il piacere di assaporare delle ciambelle della stessa pasta del pane che ci venivano offerte poco prima che le forme venissero tirate fuori dal forno.
Si intendeva in tal modo ringraziare il buon Dio della felice riuscita di tutta l’opera e noi eravamo il tramite che concretamente si avvantaggiava dell’offerta votiva.


Finalmente apparivano una alla volta, regalmente, le forme d’oro brunito, croccanti, odorose. Ancora cocenti erano deposte in larghe ceste di vimini e ricoperte con panni di tela grezza tessuta in variopinte trame ; così venivano trasportate nella stanza che fungeva da dispensa, le cui pareti erano totalmente impregnate del profumo di cibi vari.
Questo avveniva perché esse, le pagnotte, non fossero toccate o maneggiate. Soprattutto dovevano essere desiderate in attesa che il pranzo collettivo ne richiamasse la legittima presenza sulla tavola profumata di lino fresco di bucato, sotto lo sguardo severo del nonno e la magnitudine della nonna. Un fiasco di vetro verde scuro adagiato in un cestello di vimini effondeva nell’aria un corposo profumo che a noi piccoli sembrava di cioccolato, e non capivamo perché dato che erroneamente facevamo risalire all’aglio il nome del vitigno che sentivamo definire “aglianico”. Qualche volta ne assaggiavamo un sorso tra sorrisi maliziosi del nonno e nostri ed occhiatacce della nonna.
Nel frattempo non ci restava che sbocconcellare pezzi di candida ricotta morbidamente adagiata tra le sponde di soffice focaccia, unico possibile trofeo di un rito religioso.


Adriana Pedicini -
Il racconto è tratto dal libro edito I luoghi della memoria, di Adriana Pedicini, arduino sacco edotore 2011

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9) La repubblica romana e la morte di sua moglie Anita, con il suo secondo esilio (1849-1858)


Quando Garibaldi, il quale si è sempre tenuto in contatto con i patrioti italiani, apprende i cambiamenti che avvengono in Italia ( le nomine liberali del papa Pio IX, l’ insurrezione nel Regno delle Due Sicilie ecc.), egli si mostra  desideroso di tornare in Italia,  tanto più che la pace sembra imminente a Montevideo. Egli lascia la Legione italiana nelle mani di Antonio Susin.

Nel gennaio del 1848, Anita torna a Nizza con i suoi bambini.  Garibaldi la raggiungerà  in aprile insieme con 63 compagni, mentre inizialmente erano 150 gli uomini che lo dovevano seguire.

Alla fine del XIX secolo, Montevideo avrà ben sei strade intitolate a Garibaldi e il Paese ha almeno cinque monument a lui dedicatii. Il 4 luglio 1907, il centenario della nascita di Garibaldi, il presidente José Batlle y Ordóñez ha decretato una vacanza e commemora una festa  nazionale di fronte a 40 000 persone. Il 2 giugno 1882, cinque giorni prima della morte dell’eroe, il  Círculo de los Legionarios Garibaldinos è creato; esso ancora esiste in forma di associazione.

L’Europa sta vivendo nel corso dell’anno 1848, una serie di rivendicazioni con cui le persone chiedono più libertà; questa epopea di libertà è chiamata la Primavera delle Nazioni.

E ‘iniziata in Francia e ha dato vita alla Seconda Repubblica, si estende alla Germania, Romania, Ungheria, Polonia e Austria. Gli stati della penisola italiana, lo Stato Pontificio, il Granducato di Toscana, il Regno di Piemonte e di Sardegna sono impegnati a concedere riforme costituzionali.

Milano durante le “cinque giornate di Milano”, vive pienamente  la sua rivolta contro l’Impero austriaco, che ancora detiene la sovranità sul  Regno Lombardo-Veneto,  riconosciutagli dal Congresso di Vienna del 1815. Re Carlo Alberto di Sardegna, inizialmente sostenuto da alcuni stati della penisola, sposa causa dei milanesi e dichiara guerra all’Austria.

Il nostro eroe va il 5 luglio a Roverbella in provincia di Mantova, a offrirsi come volontario con il re Carlo Alberto, che non mostra però alcun entusiasmo e si rifiuta di vederlo combattere a fianco dell’esercito regolare. Garibaldi si rivolge allora  al governo provvisorio di Milano, e viene nominato generale; lì  trova Mazzini. Anche se ci sono stati scambi di posta , l’atmosfera tra i due uomini è fredda; essi infatti si trovano su tracciati divergenti; Mazzini vuole la rivoluzione unitari e  repubblicana;  Garibaldi, pur di liberare Milano dal giogo austriaco,  è disposto a mettere da parte, temporaneamente, le idee repubblicane.

Garibaldi si trova a  Brescia con la legione che ha organizzato e che lui chiama “Battaglione Italiano della Morte”, quando la sconfitta piemontese di Custoza ha  luogo,  il 25 luglio 1848. Il 9 agosto 1848 un armistizio è stato concluso tra l’Austria e il Piemonte, ciò  che Garibaldi violentemente rimprovera a Carlo Alberto.

Garibaldi rifiuta di smettere di lottare, nonostante l’ordine del re e ha fatto appello ai giovani: “L’Italia ha bisogno di voi … Accorrete, concentratevi intorno a me.”

 Il 27 agosto Garibaldi è costretto però a scappare in Svizzera, poi in Francia a Nizza. D’Aspre, comandante del secondo corpo d’armata austriaca composta da 20.000 uomini, è impressionato abbastanza per lodarlo nel corso di un incontro con un magistrato italiano: “l’uomo che avrebbe potentemente servito la vostra causa, non è stato da voi  riconosciuto: il suo nome  è Garibaldi “.

Nel mese di settembre, Garibaldi fu eletto al Parlamento per il college Cicagna vicino a Chiavari; raggiunge Genova il 26 dopo aver attraversato varie località: dappertutto l’accoglienza è stata entusiastica.

Ne segue un periodo di incertezza: dove intervenire? Decide di andare in  Sicilia,  ma quando  è in cammino, apprende la partenza del Papa Pio IX . Infatti, dopo aver sostenuto la causa milanese, Pio IX ha fatto un voltafaccia e richiama le sue truppe, ciò che farà arrabbiare i patrioti italiani.

Pellegrino Rossi è nominato  capo del governo, ma viene assassinato il 15 novembre, ciò che apre la strada per la rivolta, la fuga del papa e la proclamazione della Repubblica Romana.

Il 12 dicembre 1848, Giuseppe Garibaldi entra in Roma. Il 21 Gennaio 1849 viene eletto alla Costituente della futura Repubblica romana,  organizzata intorno a un triumvirato con Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi.

L’8 FEBBRAIO 1849, la Repubblica Romana fu proclamata.

L’altro grande evento di marzo è la ripresa dei combattimenti contro gli austriaci da parte di Carlo Alberto e la vittoria austriaca a Novara (22-23 marzo 1849), che suggella la definitiva sconfitta dei Piemontesi, il ritorno dei confini a quelli di prima dell’inizio del conflitto e l’abbandono di Milano.

Papa Pio IX ha chiesto assistenza internazionale contro i repubblicani di Giuseppe Mazzini. Luigi Napoleone, ansioso di ottenere il sostegno dei cattolici francesi si riserva l’onore di restaurare il papa.  Il 25 aprile, 7000 uomini comandati dal generale Oudinot sbarcano a Civitavecchia.

Garibaldi, nominato generale di brigata della Repubblica Romana si dimostra il più brillante generale dell’esercito romano.

E ‘vincitore dei francesi, il 30 aprile, ma lui non può sfruttare  la sua vittoria, per ordine di Mazzini e per ragioni politiche. Garibaldi  rimprovera aspramente Mazzini per questo suo atteggiamento di rassegnazione contro i Francesi. Questo è il primo confronto tra i due uomini: da allora in poi Garibaldi preferirà mantenere le distanze nei confronti di quello che ormai  lui chiama il suo “padrone”.

Il 9 maggio, Garibaldi affronta con successo i napoletani prima di tornare a Roma a causa dei movimenti di Oudinot.

Le forze francesi sono portate a 30.000 uomini, ciò che renderà inutile  la resistenza dei repubblicani a causa della sproporzione di forze.

Di fronte a truppe francesi ben preparate ed attrezzate, resiste un mese, dal 3 giugno al 2 luglio in feroci battaglie, dove molti dei suoi amici tra cui Emilio Morosini, Luciano Manara, Andrea Aguyar perderanno la vita.

Egli diventa ferocemente anticlericale a causa della posizione del clero che si schiera compatto con i francesi e gli austriaci.

La stampa italiana e internazionale, seguono con simpatia le azioni di Garibaldi: viene descritta ogni fase dell’operazione,  e viene pubblicato un ritratto di Garibaldi, con il titolo “Garibaldi, il generale romano.”

Per quanto riguarda il quotidiano britannico The Times, ha mandato un inviato speciale che non nasconde la sua ammirazione per Garibaldi.

Con la fine della Repubblica Romana, Garibaldi rifiuta la proposta dell’Ambasciatore degli Stati Uniti di imbarcarsi su una nave americana e arringa la folla al grido  di “Chi ama l’Italia mi segua! “, con l’intento di portare la guerra in Umbria, Marche e Toscana.

Un certo numero di sostenitori va in esilio in Uruguay, grazie alla complicità del console uruguaiano a Genova.

Circondato dagli eserciti di diverse nazioni, Garibaldi attraversa l’Appennino . Inseguiti dalle truppe del Maresciallo Constantin Aspre, con soli 1.500 uomini, si rifugia nella Repubblica di San Marino il 31 luglio, dopo essersi dichiarato un rifugiato.

Egli riconosce che “la guerra romana per l’indipendenza italiana è finita.”

 Sua moglie, Anita, che è venuta a Roma il 26 giugno e ha scelto di seguirlo nella sua fuga, vestita da uomo, si ammala. Tuttavia, con 200 uomini, ha deciso di unirsi a Venezia p’er  resistere  contro l’esercito austriaco.

Il 2 agosto 1849 Garibaldi prende in Cesenatico, 13 barche da pesca per unirsi con i suoi uomini;  Venezia cade il 22 luglio. Il 3 agosto, durante l’attacco di un brigantino austriaco, otto barche cadono nelle mani degli austriaci, 162 legionari sono catturati.

La salute di Anita è peggiorata: muore nella pineta di Ravenna il 4 agosto ed è sepolta lì.

La stessa notte, ha preso la strada per raggiungere il Regno di Sardegna. Dopo un lungo viaggio, il 5 settembre, ha raggiunto Chiavari, Liguria.

La Marmora, commissario straordinario di Genova per il Regno di Sardegna, ansioso di rendere Garibaldi politicamente innocuo, lo fa arrestare.

Il 16 settembre, si imbarca per Tunisi, è rifiutato  a Cagliari, e sbarca finalmente nel l’arcipelago di La Maddalena.

Sua madre è morta 20 marzo 1852.


Dopo lunghi viaggi durati più di cinque anni, tra il continente americano e l’Inghilterra
torna  in Italia e  si trasferisce a Nizza prima di acquistare, nel dicembre 1855, la metà dell’isola di Caprera (l’isola sarda della Maddalena) per il prezzo di 35.000 lire dal eredità che ha ricevuto dopo la morte del fratello Felice. Ha iniziato la costruzione di una casa con gli amici, e poi ha ripreso la sua vita come un marinaio. 

Nel 1857, si trasferisce a Caprera, dove si scopre un contadino piantando,  alberi di ulivo e un vigneto.

Nel 1865, ammiratori gli  compreranno il resto dell’isola.

 

…continua…

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Salmo 118

XIX

 

Salvami e seguirò gli insegnamenti

 Tuoi;  precedo l’aurora e grido: “ aiuto,

mi   perseguitano con tradimenti”;

e medito su ciò che ho ricevuto

 in promessa. I Tuoi ordinamenti

da tempo riconosco che hai voluto

per sempre! I Tuoi precetti son veri:

fammi vivere in base  ai Tuoi voleri!

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