Archivio Dicembre 2012

Mr Moonlight è Tito Stagno.

Ho letto recentemente la sua biografia, scritta a quattro mani con  Sergio Benoni (Edizioni Minimum Fax). Un testo che presenta diversi piani di lettura. Uno è quello che riguarda il suo rapporto con la comunicazione ed in particolare con la televisione. Tito Stagno e la Televisione Italiana costituiscono ormai un binomio inscindibile.

Tito Stagno è stato il primo a rendere popolare  il TG Nazionale; è stato l’uomo che ha fatto la telecronaca dello sbarco  sulla Luna, nel luglio del 1969; è stato il primo a condurre la Domenica Sportiva ad un livello altamente professionale; ed è stato il maestro di tanti giovani in TV sino al suo pensionamento, avvenuto nel 1994.

Curioso ed avvincente,  questo piano di lettura conduce il lettore, sul filo della memoria, dalla neonata TV di Stato, negli anni cinquanta, sino alla lottizzazione partitica degli anni 70, al Decreto Craxi pro-Mediaset dei primi anni ottanta e all’affermazione della c.d. TV Commerciale.Non mancano  dei flashes illuminanti sui personaggi che hanno calcato la scena televisiva, politica e sociale di quegli anni, nel bene e nel male: Giovanni XXIII, Giuseppe Saragat, Aldo Moro, le Brigate Rosse, Enzo Biagi, Licio Gelli, Michele Sindona.

Un libro scritto e curato con la perizia di un maestro della comunicazione quale Tito Stagno è diventato, sul campo, teoria ricavata ed elaborata sapientemente dalla pratica; qualcosa che solo i grandi ingegni riescono a fare.

Ma quello comunicativo non è il solo piano di lettura cui si presta il libro di Stagno e Benoni.

C’è un piano di lettura, per così dire,  universale, che guida il lettore nel cammino di un uomo che può fungere da paradigma di un modo di essere, di una maniera di vivere, dove il lavoro è terra di impegno, di sudore, di affermazione e  strumento per la realizzazione dell’uomo  e non, come purtroppo accade oggi troppo spesso, e non solo in TV, terra di conquista per potenti e i loro famigli e clientes.

C’è poi un piano di lettura più personale. Tito Stagno è un profugo dell’Istria, remota provincia della Nazione Italiana, abbandonata a sè stessa dopo le disgraziate vicende della Seconda Guerra Mondiale. Una pagina di Storia Italiana ingiustamente dimenticata e negletta, oscura e sconosciuta, messa da parte per volontà di politici che molto hanno avuto da nascondere e tanto da farsi perdonare; e che nessuno sdoganamento politico è riuscito ancora a recuperare alla memoria nazionale della Patria.

Insomma, una vita avventurosa quella di Mister Moonlight.

Un Sardo cittadino del Mondo, capace e meritevole che si è ritagliato un posto incancellabile nella storia della comunicazione.

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Una mia conoscente mi ha riferito di avere acquistato, in un importante negozio cittadino di giocattoli ,  un regalo per suo nipotino,  pagando il prezzo di € 69,00. Soddisfatta per l’acquisto effettuato la mia conoscente, il giorno dopo, si è recata in un centro commerciale appena fuori città (nell’hinterland cagliaritano per capirci), e con stupore ha visto lo stesso oggetto in vendita al prezzo di € 25,00.

Sentendosi presa in giro ha telefonato ad un amico di famiglia che fa parte della Guardia di Finanza.  L’amico, ovviamente,  l’ha invitata a recarsi in una caserma al fine di sporgere una denuncia, non senza averle raccomandato di tenere gli occhi aperti sui prezzi, in quanto la migliore tutela del consumatore è l’attenzione al momento di acquistare. Non so poi come sia finita; se la mia conoscente si sia o meno recata a sporgere denuncia ovvero se in caserma le abbiano rifiutato la denuncia in quanto non rilevante (a volte succede, soprattutto quando le caserme, come in questo periodo, sono affollate di cittadini avvelenati, non sempre nella piena ragione dei loro diritti).

In effetti la questione è alquanto delicata. Qui non si tratta di fare causa o meno: con questi importi è già troppo se si fa una segnalazione, con raccomandata, all’Autorità Garante della Concorrenza(Piazza G. Verdi, 6/a 00198 Roma) ovvero ad una Associazione che tuteli i consumatori (meglio se una di quelle presenti nell’Elenco accreditato c/o il Ministero dell’Industria, facilmente reperibile on line su tanti siti; a titolo d’esempio :http://www.altalex.com/index.php?idnot=1882 .

Sul piano strettamente giuridico, sino a qualche anno fa, non era ipotizzabile, nel caso di specie, alcun rimedio; eccezion fatta, a voler essere pignoli, dell’azione generale di rescissione per lesione (art. 1448 c.c.), la quale, però, è prevista esclusivamente quando la sproporzione tra le prestazioni dei contraenti (denaro contro merce nel caso sottopostomi dalla mia conoscente), eccedendo la metà del valore dell’altra prestazione, è dipesa dallo stato di bisogno dell’altro contraente; come si intuisce tale azione è applicabile al caso di specie; oppure, volendo essere ancor più pignoli, la mia conoscente potrebbe eccepire un su vizio del consenso (artt. 1427 e ss. c.c.); nel senso che la sua volontà non si sarebbe espressa favolevolmente all’acquisto dell’oggetto, qualora essa avrebbe conosciuto che la sua qualità era inferiore al prezzo richiesto; (ma sarebbe una costruzione traballante da un punto di vista sistematico, almeno per come si è consolidata la giurisprudenza restrittiva sull’art. 1429 del c.c..

Senonché adesso bisogna fare i conti con il  Codice del consumo.

Si tratta, per gli addetti ai lavori e non,  del Decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 che ha svecchiato non poco la gerontocratica disciplina codicistica italiana, adeguandola alla più duttile e moderna normativa comunitaria, tutta pretesa, come è noto, a favorire ed a tutelare i consumatori.

Ebbene, mi sento di poter dire,  a prima vista e a caldo (ma ovviamente uno studio più approfondito potrebbe anche condurre a risultati differenti),  che il nostro commerciante cittadino sia incorso nella violazione dell’art. 21 , 1° c.,  lett. d) del sopra calendato Codice di Consumo, inducendo, per dirla con le parole della legge , ” in errore il consumatore medio[ nel portarlo] ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso, con riguardo al prezzo o al modo in cui questo e’ calcolato o all’esistenza di uno specifico vantaggio quanto al prezzo“.

Attenzione a non criminalizzare, per partito preso e con eccesso di pregiudizio, tutta la categoria dei commercianti (e in particolare quei pochi che resistono stoicamente nei vari centri storici cittadini); nel caso di specie può essere successo che il mega-store dell’hinterland abbia praticato sconti sottocosto (in tal caso credo che abbia, a sua volta, violato la libera e leale concorrenza, ma non ne sarei poi tanto sicuro, dal momento che tutto è bene ciò che avvantaggia il consumatore; io, poi, che detesto il monopolio ne sono ancora più convinto); ma qui la sproporzione è tale da fare insorgere legittimamente il sospetto che l’importante negozio cittadino abbia operato un ricarico eccessivo sull’oggetto acquistato dalla mia conoscente.

E questo, al di là della legge, è scorretto e ingiustificato dal punto di vista dell’etica professionale.

Auguri a tutti!

 

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Le Edizioni Agemina è una piccola casa editrice fiorentina. La sua Antologia di Poesia civile, appena uscita  nella Collana La Fenice al prezzo di € 10,00 , conferma l’antico adagio che vuole il vino buono ospitato nelle botti piccole.

Nelle intenzioni della curatrice Pina Vicario, l’Antologia si pone come obiettivo precipuo quello di contribuire al miglioramento e al rinnovamento della società, in un momento in cui l’Italia si trova oltraggiata dai politici all’interno e bersagliata dagli speculatori della finanza  internazionale (aggiungo di mio che non escluderei un rapporto di causa-effetto tra le due cose).

L’Antologia si apre con un’ampia sezione dedicata ad alcuni grandissimi poeti d’ogni tempo: Orazio Flacco, Giacomo Leopardi, Giuseppe Ungaretti, Pablo Neruda e Charles Baudelaire tra gli altri; cui segue una seconda e più corposa sezione dedicata ad alcuni poeti contemporanei, più o meno noti (ma questo, credo, ha scarsa importanza).

Scelta non facile , quella di scegliere dal coro dell’umanità più inquieta e profonda, proveniente da  mondi ed epoche diversi, le voci   da associare e fondere con quelle dei poeti di oggi;  anche se possiamo definirla riuscita.

Ma davvero esiste  un filo comune che possa collegare  la struggente riflesssione  leopardiana sul significato della nostra presenza sulla terra, alle voci, meno eloquenti ma altrettanto disperate e appassionate, di tanti poeti contemporanei che scagliano i propri strali contro una società ostaggio di  potenti ignoranti, insensibili e arroganti?

E che cosa unisce questi poeti di oggi all’arguta invettiva oraziana contro l’opulenza che rinnega le tradizioni ell’onesto vivere dell’antica  società romana?

Il filo comune esiste e si  chiama solitudine. Solitudine e sdegno contro la crassa ignoranza di chi si arroga il diritto di dominare il mondo con la prepotenza.

All’elegante, melodioso e profondo canto di un  pastore errante dell’Asia dell’eccelso Leopardi, fa eco il grido di solitudine di tanti poeti contemporanei che hanno deciso di uscire allo scoperto, stanchi di essere ignorati, stufi di vivere in un mondo dove la poesia  è una cenerentola, relegate dalle sorellastre senza grazia e senza arte (c’è bisogno che citi la televisione, coi suoi stolidi programmi dove uno spacco di gonna è il massimo della profondità immaginabile?) in un oblio di attesa senza speranze.

Insomma una iniziativa tanto riuscita quanto lodevole.

Il Manifesto di Napoli abbraccia affettuosamente  tutti i poeti presenti nella Antologia e  idealmente li associa nell’impegno statutario  per il recupero dei valori autentici della vita, condividendo con loro i sentimenti di lotta sociale contro una società che può e deve trovare nella Poesia una via di riscatto.

Per saperne di più:

http://www.edizioniagemina.it/antologia-di-poesia-civile.html

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Quelli come me, ex ragazzi amanti del rock psichedelico e progressivo, soprattutto se non di madre lingua inglese, si  sono   abituati , ascoltando la loro musica preferita, a sognare sulle ali della melodia, ora inseguendo le note della chitarra (quando prevalente, come nel caso di Jimi Hendrix), ora viaggiando dietro ai suoni più rotondi ricavati dai tasti del pianoforte e dell’organo.

Emblematico di questi ultimi strumenti  è sicuramente il “sound” dei Procol Harum.

Ho sognato sulla musica di “A whiter shade of pale” e di “Homburg”, due dei più grandi successi del genere, sin da quando avevo appena smesso i calzoni corti. Ricordo   un fumoso bar di periferia, dove due precari ante litteram si disputavano, forse a sua stessa  insaputa, le grazie di una delle giovani e graziose  figlie del titolare che servivano ai tavoli, sfidandosi in epici duelli di lotta “a is trumpasa”al ponte del Rio Mannu, dove si recavano alla chiusura del bar, seguiti come in una processione da tutti gli avventori, testimoni e pubblico di quella sfida dall’incerto palio, i cui contorni apparivano deformati dal vino e dalla birra, mentre anche l’esito era reso incerto da arbitri improvvisati che, nei momenti topici del disordinato match, tentavano di sapararli gridando “Break, break (anche se io, buffamente,sentivo gridare “Blek, Blek”! Primo perchè ignoravo l’inglese, sia perchè uno degli arbitri era soprannominato appunto Su Blek”, in memoria del forzuto eroe dei fumetti da ragazzi la cui lettura avevo da poco accantonato a favore dei più intriganti “Diabolik” “Kriminal” e “Satanik”. E ancora oggi non saprei dire se fosse l’inglese “Break ” l loro grido o l’americano italianizzato “Blek” detto anche  Macigno).

In quel bar, dicevo, c’era un juke-box, e con una moneta da 100 lire giovani malinconici con la pelle cotta  dal sole, con le dita tozze screpolate dalla calce e dai manici delle zappe con cui si guadagnavano il pane quotidiano, selezionavano brani struggenti, al cui ascolto si abbondanavano pensando a un ex- fidanzata, ormai da riconquistare, oppure all’amata già rientrata a casa, cercando di raggiungerla almeno col pensiero, nella speranza prossima del tanto agognato matrimonio, in attesa della casa e del corredo da portare a compimento.

“A chi” di Fausto Leali; “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli,  “Ho scritto t’amo sulla sabbia” di Franco I e Franco VI erano i pezzi italiani  più gettonati; tra gli stranieri, oltre a San Francisco di Scott McKenzie e “Cuando calienta el sol” forse del los Marcells Feriales c’erano appunto “A whiter shade of pale” e “Homburg” dei Procol Harum, disponibili anche nelle versioni italiane dei Dik-Dik e dei Camaleonti con i titoli “Senza luce” e “L’ora dell’amore”.

Poi li ho ballati come lenti, nei vari clubs di paese dove allora si suonava dal vivo (le discoteche erano ancora di là da venire), sussurrando all’orecchio della dama d’occasione, che si invitava tra le tante ragazze in attesa ai lati della sala,  frasi gentili che volevano conquistare ma che erano anche un modo come un altro per rompere il ghiaccio e fare amicizia con la sconosciuta ballerina.

Quelle canzoni, che i ragazzi più grandi solevano definire “lentacci” (qualcuno con accento boccaccesco aggiungeva “ideali per fare pesce”), creavano un’atmosfera unica, che conciliava quell’unione misteriosa, quell’attrazione istintiva, che pur nell’improvvisazione del contatto fisico, costituiva quel valore aggiunto che poteva fare la differenza e dare un senso alla serata.

Al riascoltarle oggi, quelle canzoni, mi è venuta la voglia di capire meglio il senso di quelle parole, il cui significato  intuivo soltanto a spezzoni, nella convinzione che la traduzione in italiano, nonostante la bravura di Mogol e Pace, non dovesse corrispondere al testo originale.

Intanto conviene dire che il meritato successo dei due brani, al di là della bravura del pianista, compositore e cantante  dei Procol Harum,  Gary Brooker, peraltro ispiratosi apertamente al J.S. Bach (soprattutto nel comporre 2A whiter shade of pale”), va ascritto anche alle liriche del paroliere (lyricist in inglese) Keith Reid.

Contrariamente a quanto ci accade di scoprire traducendo brani famosi di musica rock dall’inglese all’italiano, qui non ci troviamo di fronte a dei testi banali e privi di senso (anche se spesso essi sono criptici perché celano un simbolismo di iniziazione psichedelica: si pensi all’Eletric LadyLand di Hendrix; ai vari friends e  men che indicano genericamente la “roba”(the stuff, o “a thing” come cantavano i Beatles in “Has been a hard day” o il “pusher” che la rifornisce), oppure a   mother mary, brown sugar, charlie che indicano specificamente il fumo, l’eroina e la cocaina; i testi di Keith Reid hanno un fascino particolare che inseriscono a pieno titolo questi brani nel filone poetico surreale e impressionistico (anche se a mio modesto parere, raramente anche i migliori testi delle più belle canzoni si reggono da soli, autonomamente dalla musica che li sorregge; ma questo è già un altro discorso).

Lo stesso titolo di “A whiter shade of pale” (intraducibile in italiano) è di per sè un piccolo capolavoro letterario, una locuzione cinematografica, un’immagine ricca di significato che l’ha fatta diventare idiomatica ed emblematica di una certa cultura, vera icona artistica e  letteraria della lingua inglese contemporanea.

Molto suggestive anche  altre frasi immaginifiche del primo dei due testi: dall’iniziale ” skipping” di una danza spagnola, ai soffitti che liberano la mente, spostandosi al seguito di pareti a specchio, passando per le sedici vergini, vestali in cerca di mitici approdi e per finire ai misteriosi “Queen of laughters” e Nettuno, delle due ultime strofe che la band inseriva soltanto nei concerti dal vivo, essendo assenti nella registrazione in studio del 1967 che ha venduto sedici milioni di copie in tutto il mondo, creando, da sola, un profitto di milioni e milioni di sterline, il cui 50%   Gary Brook ha dovuto dividere con Matthew Miller, l’organista della registrazione in studio che, dopo 40 anni, ha avuto ragione in un tribunale inglese, dove avanzava diritti di compositore legati al suo apporto fondamentale nell’arrangiamento della parte dell’organo (Brook suonava soltanto il piano). Ma il 50% di Keith Reid, quello non l’ha potuto toccare nessuno; è rimasto tutto suo.

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Un’ altra importante artista che aderisce al Manifesto di Napoli è la scrittrice sarda Maria Cristina Manca.

Essa è ideatrice e fondatrice della Casa editrice Abbà, che si è distinta come editrice di nicchia, privilegiando soprattutto le pubblicazioni di stampo spirituali (ma non solo).

Memorabile e meritoria, fra le tante pubblicazioni all’atttivo della Casa Editrice Abbà,  la pubblicazione della biografia  del martire Mons. Giovanni Battista Soggiu scritta da Padre Felice Rossetti  e apparsa per i tipi della casa editrice cagliaritana nel 2000 con il titolo “La Croce sulla collina gialla” che ha ispirato il dramma teatrale “L’uomo che disse subito sì” anch’esso incentrato sulla figura eroica di questo valoroso figlio della terra di Sardegna ucciso dai briganti cinesi nel 1930 in odore di santità.

Dopo gli anni come editore si dedica ancora ai libri, scrivendo e proponendo incontri culturali.

Il Manifesto di Napoli è lieta di annoverare tra i suoi membri Maria Cristina Manca.

Colgo l’occasione per ricordare che il Manifesto di Napoli è un’Associazione Culturale (per adesso solo on line) apolitica, apartitica, aconfessionale e senza scopo di lucro.

Naturalmente tra gli aderenti al Manifesto ci sono scrittori e artisti di ogni estrazione politica e di ogni confessione religiosa; cattolici, islamici, ebrei, buddisti, laici, atei, agnostici, tutti possono aderire al Manifesto ma solo per invito da parte di un altro membro e purchè condividano lo spirito di tolleranza e rispetto reciproco di ogni religione e di qualsiasi orientamento politico che anima l’Associazione. La prima occasione per ritrovarci tutti insieme sarà, a Dio piacendo, nel 2014; sede ancora da decidere (forse Cagliari, Taormina, Napoli o Roma; salvo altri). In quella occasione si deciderà se costituire con un atto fondativo formale l’associazione oppure se continuare così: liberi e on line. Ma tranquilli:  liberi e on line lo saremo sempre e comunque!!!

 

Bibliografia completa di Maria Cristina Manca:

PORTA DI SPERANZA – con prefazione di Padre Antonio Sanna –

«Possiamo dire che il romanzo Porta di speranza è un percorso per accompagnare a vivere le cose del mondo con coraggio, con l’ambizione di superarle, di lasciarle dietro, o meglio dentro, quindi assimilarle per dare maggiore potenza alla conoscenza di sé. (…). Guardare sempre, continuamente, senza timore, in fondo a se stessi per trovare il senso della propria esistenza. In questo modo diventare consapevoli protagonisti della vita » (dalla prefazione di Padre Antonio Sanna S. J.).

 

Della stessa autrice:

La via stretta che conduce al Cielo. Casa editrice Abbà

Alzati, rivestiti di luce! Pseudonimo Jaakov De Montfort. Casa editrice Abbà.

Santi e preghiere. Breve raccolta di Santi, Beati, Servi di Dio. Casa editrice Abbà.

Possa tu avere molta gioia! Ricerca di versetti biblici e spirituali sulla gioia. Casa editrice Abbà.

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La via stretta che  

conduce al Cielo

Romanzo di Maria Cristina Manca

RECENSIONE   di   MARIANO CUCCU :

«Non siamo più abituati a leggere i romanzi “edificanti” : quelle letture, cioè, che attraverso la narrazione ci indirizzano verso la pratica dei valori fondanti della fede cristiana.

E’ invece il caso di questo racconto (La via stretta che conduce al Cielo – Maria Cristina Manca – Casa Editrice Abbà).

Ad una prima lettura la protagonista sembrerebbe una ragazzina di quindici anni, Laura; invece, man mano che ci si addentra nel racconto, appare in primo piano la figura della nonna, Miriam, con la quale Laura vive da quando le sono morti entrambi i genitori.

Ci sono degli elementi che consentono di collocare l’ambientazione nel mondo d’oggi (il telefono cellulare, la discoteca), eppure tutta la narrazione riporta ad un mondo totalmente diverso da quello che viviamo.

C’è poi un riferimento ad un valore che è vissuto in modo diametralmente opposto rispetto al mondo: la bellezza.

L’autrice sottolinea la bellezza di Laura e di Miriam, ma si comprende subito che quella di cui parla è una bellezza che viene dal di dentro, è la bellezza che nasce dal cuore dell’uomo che fa e vuole il bene.

… «Trillò un telefonino. Rispose un ragazzo in russo! Nonna Miriam sussultò, era la sua lingua d’origine! Sì, quello che giungeva alle sue orecchie era proprio il suo idioma natale … ».

Con queste parole inizia una digressione, un vero e proprio flash-back attraverso il quale la protagonista ripercorre a ritroso tutta la sua vita, a cominciare dal momento della morte di suo padre, che aveva così lasciato lei e il fratello Ivan organi, visto che la madre era già morta anni prima.

Attraverso le vicissitudini avute nella città di Parigi e dopo un incontro casuale (ma per i cristiani esiste il caso?) con un tassista che le fece ritrovare la fede, Miriam si riporta nella realtà di oggi.

L’altro tema costante che percorre tutto il libro è la Grazia: Dio interviene nella vita di tutti i suoi figli, e chi non se ne accorge, sostiene l’autrice, è perché non se ne cura o è distratto dagli innumerevoli impegni della vita.

C’è poi il filo rosso della Provvidenza, al quale spesso le due protagoniste si rivolgono.

Ma ciò che davvero è singolare è il coraggio della testimonianza cristiana.

Di solito oggi sentiamo celebrare un cristianesimo di comodo, sommesso per non disturbare, e soggiogato dalla cultura dominante del più forte, del prepotente, del ricco e del famoso: chi non riesce, peggio per lui, è condannato alla pubblica gogna.

Nel romanzo, invece, Laura, che è affetta da una malattia, muore (ma senza una compiaciuta descrizione dell’autrice) e chiede a Dio di salvare dalla perdizione la sua migliore amica, Mary, per dare un senso alla sua morte: questo viene descritto come un atto di eroismo.

Si parla persino dei Novissimi (morte, giudizio, inferno e Paradiso) e di ciò che attende ogni uomo dopo la morte, per cui non manca l’aspetto della catechesi per chi (e siamo moltissimi) avesse scordato in cosa credono i cristiani.

Insomma col romanzo, che per orecchie abituate al rumore delle discoteche o al turpiloquio gratuito può risultare persino irritante, si recupera il senso della fede in Gesù Cristo:

credere ad una Persona e ad un Evento,

e lasciare agli opportunisti e ai tiepidi il cristianesimo fatto di consigli umanitari e di sterili buone intenzioni.

A proposito, il romanzo viene editato da Abbà, una piccola e coraggiosa casa editrice che sta a Cagliari, e che pubblica anche saggi di carattere religioso ».

Il volume lo si può trovare nelle migliori librerie. O lo si può richiedere

all’Agenzia di Promozione Editoriale Manca Tel/fax  070 – 73 23 296

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Oggi, 2 dicembre 2012, il comitato cittadino di Cagliari della  Dante Alighieri, riunito nel Teatro di Sant’Eulalia, ha rinnovato per il quadriennio 2013-2016, gli organi statutari: Il Presidente, Il Direttivo ed il Consiglio. Alla presidenza è stato riconfermato il prof. Sergio Congia, personalità di spicco nel panorama culturale italiano, già presidente della Dante Alighieri di Parma per oltre vent’anni, e sommo esperto dell’opera dantesca. Per quanto riguarda i due organi collegiali, il comitato dei soci ha deliberato di riconfermare tutti gli uscenti proponendo all’unanimità di cooptare in seno al Direttivo la dott.ssa Pinella Trincas,  la stilista cagliaritana Rita Piredda e l’avvocato Ignazio Salvatore Basile.

Insomma, vecchi e nuovi simpatizzanti e dantisti appassionati, uniti non solo per arricchire l’offerta formativa (già di di per sè alquanto ricca, anche per il passato) ma soprattutto in previsione del Congresso Internazionale  dei Dantisti che dopo 57 anni si svolgerà, nel 2013, nella nostra bella città. Un’occasione che spero i nostri amministratori sapranno sfruttare al meglio.

Tra gli intenti espressi in seno al comitato, oltre all’organizzazione del Congresso già citato, il reperimento di una sede fissa (da richiedere al Comune) e la ripresa delle letture dantesche ed in particolare dei Canti della Divina Commedia, da tenersi una volta al mese (il sabato o la domenica).

I due grandi attori presenti alla riunione, i soci onorari Tino Petilli e Sergio Soi, si sono dichiarati disponibili a recitare i Canti. Il Presidente non ha escluso  la possibilità di allargare le iniziative culturali dell’Associazione, includendovi la presentazione di nuove pubblicazioni in campo letterario e poetico.

Ho accettato di buon grado di entrare a far parte di questo meritorio ed illustre consorzio culturale e, nonostante io abbia messo in evidenza  di non avere se non poche sere al mese da dedicare al Comitato, gli amici dantisti ed il presidente hanno con molta cortesia insistito perchè io vi aderissi. Cercherò con impegno e competenza di meritare la fiducia e la simpatia che essi mi hanno mostrato, anche perché sono da sempre appassionato del grande poeta fiorentino e della sua opera magistrale in particolare.

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