Archivio Ottobre 2012

Qualche collega un po’ all’antica o qualche preside vecchia maniera l’avrebbero potuta definire come  una giornata di scuola persa o, alla meglio,  una giornata di attività parascolastica, per non dire proprio una vacanza.

Ma quando la scuola va a teatro (o il teatro viene a scuola) non si tratta  di una giornata persa; casomai di una giornata piena di cultura viva, di un modo diverso di imparare.

E quando sul palcoscenico salgono attori del calibro di Valentina Fadda,  Corrado Giannetti, Eleonora Giua e Luigi Tontoranelli, allora gli studenti apprendono divertendosi (che è il modo migliore di imparare).

Ottima scuola, quella dei quattro attori,  che descrivono  sul palcoscenico del ridotto del Teatro Massimo un interessante percorso del teatro di prosa che, partendo dal grande, irraggiungibile Plauto, si conclude con Achille Campanile, passando per Molière, Cechov, Feydeau e Ionesco.

Certo qualcuno potrebbe obiettare che mancava Goldoni vero anello di congiunzione tra la Commedia dell’Arte (basata sul Canovaccio) e il Teatro di Prosa contemporaneo (fondato sul copione, secondo la rivoluzione settecentesca del grande drammaturgo veneziano); qualcun altro potrebbe osservare che mentre l’accostamento tra Plauto e Molière appare azzeccato in pieno, se non addirittura doveroso, meno comprensibile appare l’apparentamento tra il commediografo francese del XVII secolo e gli alfieri francofoni del teatro dell’assurdo del XX secolo; eppure qualunque obiezione di carattere sistematico o classificatorio scompare davanti alla bravura dei quattro attori; eppoi, ogni proposta culturale, da contenersi in un ragionevole tempo di fruizione teatrale, sarebbe esposto a critiche del genere, perché sarebbe impossibile accontentare tutti, senza rischiare di appesantire troppo la rappresentazione sul palcoscenico.

Lo spettacolo è stato preceduto da un interessante visita guidata che gli studenti hanno mostrato di gradire , interessandosi alla spiegazione della guida.

Un grazie dunque agli attori e al Teatro Massimo (compresi la guida, il bigliettaio e le due pierre Barbara e Lucia).

E un grazie alla collega prof.ssa Tiziana Lecca che ha organizzato e coordinato questa interessante iniziativa che arricchisce il bagaglio culturale di studenti e docenti della scuola.

 

 

 

 

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E’ da tanto che volevo scrivere sulla scuola. Insegno da un quarto di secolo in una scuola pubblica della provincia cagliaritana. Si tratta di un Istituto di scuola superiore per ragionieri e geometri (lasciamo stare gli acronimi e le dizioni burtocratiche, almeno qui!). Non è una scuola di frontiera, anche se le prime classi diventano sempre più difficili da governare (da scolarizzare, si dice in gergo, anche se gli studenti dovrebbero arrivare da noi già scolarizzati). La dispersione scolastica nelle prime, in certe prime, sfiora il 50%, tra abbandoni, ritiri e bocciature (pardon: insuccessi scolastici).

Non voglio però parlare di soldi: se ne parla già tanto; io quando ho accettato di fare l’insegnante, dopo la laurea e il concorso, sapevo che lo stipendio non sarebbe stato alto; vorrei che si salvaguardasse almeno il suo potere di acquisto, che l’inflazione sta erodendo piano, piano. Magari, se non facessi la professione di avvocato, vorrei avere più soldi per l’aggiornamento: libri, codici, convegni, seminari, banche dati e quant’altro. Pago tutto io, con il mio studio legale: sarei un insegnante assai più povero (e non parlo di soldi) se non facessi la professione: dovrei entrare in classe con il solo bagaglio universitario di nozioni e conoscenze, anacronistico e ormai superato dal tempo (obsoleto, si potrebbe dire, se si trattasse di un apparato tecnologico).

Ma ho detto che non voglio parlare di soldi. Vorrei invece parlare di scuola. Ma ci siamo mai chiesti che cosa sia la Scuola? Quale sia la sua funzione civica e sociale? Che cosa ci aspettiamo come cittadini che ne sostengono i costi con i loro tributi???

Io come cittadino che paga i tributi  vorrei che a scuola mio figlio imparasse a essere onesto, a vivere con gli altri, tollerando le diversità; a capire che vivere in una società organizzata significa dare  il proprio  contributo (non solo in danaro, pagando le gisute tasse, le imposte e i contributi dovuti), ma soprattutto partecipando alla vita sociale e politica del Paese (facendo volontariato, andando a votare, candidandosi per essere votato).

E qui veniamo al punto: ma perchè in Italia, noi cittadini, siamo così distanti e distaccati dalla gestione della cosa pubblica? Perchè deleghiamo tutto ai nostri politici? (salvo poi pentircene amaramente e sistematicamente  cinque anni dopo?)

Rispondere dicendo che la colpa è dei politici lestofanti e ladroni è da qualunquisti; e comunque non centra il ploblema, ma lo elude; anche rispondere che in fondo  a noi cittadini ci fa comodo, ce ne laviamo le mani, loro rubano ma noi restiamo onesti, è assai semplicistico; eppoi non risponde al vero (oggi si scopre che in Sicilia il 52% dei cittadini aventi diritto non è andato a votare; quindi la gente non è complice dei politici ladroni; anzi se ne allontana disgustata).

Ma in questo, però, la distanza tra le isitituzioni e i cittadini, aumenterà ancora, sino a segnare un divario incolmabile!

Forse dovremmo trovare il coraggio per riprendere il bandolo della nostra vita civica in mano… Chiederci perchè ce ne siamo allontanati: si è trattato di puro menefreghismo, di latitanza opportunistica o di delega fatta in buona fede???

Una scusante, almeno al sud, ce l’abbiamo: l’atavica rassegnazione ad  un destino di sfruttamento e malversazione, con il contraltare di una perenne minaccia da parte di  di poteri (e contropoteri) in caso di ribellioni.

Ecco che il mio discorso si ricollega al tema iniziale:  il riscatto, secondo me, può e deve ripartire  da una scuola diversa.

La  scuola deve diventare avamposto di legalità, di educazione civica, di impegno sociale!!!

Ma possiamo davvero chiedere chiedere anche questo ai nostri insegnanti??? C’è qualcuno, là in alto, a Roma, intendo dire, che sia capace di dare il buon esempio??? E c’è qualcuno che abbia voglia di scommettere su una nuova generazione di docenti che intraprendano la lunga marcia del riscatto civico delle genti del sud?

Io ci scommetterei, se fossi lo Stato: contro la malavita organizzata, contro le bande armate, contro il menefreghismo, contro la rassegnazione!

C’è un problema, lo so: ma lo Stato vuole davvero combattere seriamente la malavita organizzata??? Vuole davvero che la gente, dal basso, si riprenda le istituzioni di base e le rilanci in maniera onesta?

E soprattutto lo Stato è abbastanza pulito ed onesto per intraprendere una simile battaglia???

A giudicare da ciò che sentiamo quotidianamente sui nostri politici, direi di no!

Non di meno io resto convinto che la strada giusta del rinnovamento sociale debba passare per la scuola.

Ci vuole una Scuola nuova, per rigenerare uno Stato nuovo!

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Salmi 112- 113

Lodate il Signore – La Bontà di Dio

I

Lodate, servi, il nome del Signore:

il Suo nome, per sempre, benedetto;

E sia lodato Dio nello splendore,

su tutti i popoli terreni eretto

sta ‘l Signore! Chi meglio osservatore

si china a sollevare il reietto

tra i più generosi della Sua gente?

Chi può creare la vita dal niente?

II

Che hai tu mare, per farti da parte?

E tu, Giordano, perché torni indietro?

E voi alture, qual brandi di sarte

Al vento saltellate senza metro?

Trema dunque o terra, davanti all’arte

Divina del Signore al Quale impetro:

la roccia e la  rupe in lago e sorgente

muta e trasforma, o Dio,   immantinente!

III

Gli idoli delle genti son  d’argento

E dorati, opera di mani d’uomo;

hanno bocca e non parlano; hanno cento

occhi e non vedono; hanno orecchio indomo

senza udire; narici sopra il mento

ma non fiutano; mani e piedi in omo,

ma essi non palpano e non camminano

e dalla loro gola non  rantòlano!

IV

E sia come loro il fabbricatore

Dannato, e con lui chi in essi confida;

Israele confida nel Signore!

Egli è loro aïuto e in ogni sfida

Ei li protegge contro il malfattore!

Siate benedetti da Dio:   v’arrida

Fecondità eterna! Sono Suoi,

I cieli e la terra fatti per noi!!!

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Sono un melomane di lunga data e seguo le opere prodotte dal Teatro Lirico quando ancora si chiamava Istituzione dei Concerti  G.P. da Palestrina, prima ancora che assumesse la veste giuridica di Fondazione voluta per legge. Cagliari ha una lunga tradizione in materia di Teatro d’Opera. Non a caso la città è sede di una delle 14 Fondazioni italiane più prestigiose che  hanno accesso al FUS e che contribuiscono a tenere vivo il patrimonio dell’Opera italiana che tutto il mondo ci invidia con ammirazione.

Recentemente assisto sgomento e preoccupato alla nuova mobilitazione delle maestranze del Lirico in difesa della sopravvivenza del Teatro e quindi  del loro posto di lavoro. In rete sono incappato in un discorso del Sindaco di Cagliari che, salutando il leader del  suo movimento politico Nichi Vendola, in visita nel nostro capoluogo sardo, dal pulpito intratteneva il suo illustre ospite parlando della diatriba che lo vede opposto alle maestranze del Lirico. In difesa della sovrintente in pectore Marcella Crivellenti, il Sindaco, dopo un accorato discorso sui lavoratori dell’Alcoa (che di lì a poco avrebbero comunque fischiato il suo leader, stanchi come sono di questi balletti politici attorno al loro stabilimento, Massimo Zedda conclude citando la Costituzione. ” Quando si svolge un ruolo pubblico, nell’ambito delle istituzioni pubbliche, utilizzando soldi pubblici “ conclude il primo cittadino cagliaritano ” occorrono serietà, stile, dignità e onore“. Mi ha colpito questa citazione così generica e approssimativa da parte di un rappresentante di un’istituzione così importante, soprattutto per il fatto che la sua difesa di una nomina evidentemente non azzeccata (niente da ridire sulla ottima persona Marcella Crivellenti,  ma molto da ridire sul suo curriculum, chiaramente inadeguato al ruolo e sul metodo seguito dal sindaco, prima, durante e dopo, se si pensa alla contrarietà della nomina in seno allo stesso CdA da lui presieduto),  fa a pugni proprio con lo spirito e con la lettera della nostra amata Costituzione Repubblicana. Fermo restando infatti  il chiaro contenuto dell’art. 54 della Costituzione che,  richiamando il dovere di disciplina e onore cui devono attenersi i cittadini cui siano affidate funzioni pubbliche, forse ha ispirato la traballante citazione   del sindaco, a me, ascoltandolo, veniva in mente l’art. 97 della Carta Costituzionale, con quel suo perentorio richiamo al “alla legalità, al buon andamento e alla imparzialità” della pubblica amministrazione.  Mi è venuta così la curiosità di ricostruire la vicenda nei diversi passaggi.

Tutto è cominciato con la nomina da parte del Sindaco di Cagliari, Presidente di diritto della Fondazione, del nuovo Sovrintendente. Come è noto a tutti il Sovrintendente è una figura chiave nella gestione di una Fondazione Lirica: in pratica è colui che è responsabile del bilancio e della programmazione, provvedendo a scegliere, con l’ausilio del Direttore artistico, i diversi cast e le diverse produzioni che riempiano i cartelloni delle singole Stagioni operistiche. La carica, diciamolo fuori dai denti, è essenzialmente politica. Niente di male se la scelta politica coincidesse con la scelta di una figura carismatica che assommi in sé la competenza artistica e le capacità gestionali. Purtroppo negli ultimi lustri le scelte dei nostri politici sono state alquanto infelici, se è vero come è vero, che la Fondazione ha accumulato debiti per 25 milioni di Euro (in parte risanati con una cura dimagrante imposta dalla   nuova gestione nell’ultimo anno). Insomma il Teatro ha rischiato di chiudere. E’ comprensibile quindi l’ansia con cui i circa 300 dipendenti dalla maggiore fabbrica culturale della Sardegna attendevano la nomina del nuovo sovrintendente. Ci si attendeva una nomina professionale all’altezza dell’arduo compito di completare l’opera di risanamento del Teatro senza rinunciare all’imprescindibile livello qualitativo che la tradizione e il blasone impongono alla Fondazione isolana.

Con la sua nomina, signor Sindaco, lei ha incrinato proprio il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione alla quale si appellava nel suo accorato discorso, violando perfino i limiti della legalità (che avrebbe imposto una scelta meno personale e più professionale, ispirata casomai al canone del Pubblico Concorso, dato che lei ama citare la Costituzione). Invece apprendo dalla Nuova Sardegna dell’11 ottobre appena scorso che, in risposta al consigliere PdL Farris, lei risponde in Consiglio Comunale che la Crivellenti è una nomina personale e non politica. E sempre dalla Nuova Sardegna (in data 17 ottobre c.a.) apprendo che la sig.ra Crivellenti da lei prescelta non è laureata, non ha le esperienze previste dallo Statuto della Fondazione e non ha neppure preso parte alla manifestazione di interesse. Insomma tutto il contrario di quanto avrebbe dovuto fare se davvero avesse voluto seguire lo spirito  della nostra Costituzione in materia di gestione pubblica. (E’ lei che cita l’aggettivo pubblico per ben tre volte, signor Sindaco, nel suo finale del discorso di benvenuto a Nichi Vendola del 21 ottobre; io seguo soltanto la sua linea di qualificazione).

In conclusione, signor Sindaco, lasci da parte il suo orgoglio; tutti possiamo sbagliare e lei sicuramente ha già sbagliato molto in questa vicenda. Siamo tutti con gli operai dell’Alcoa; ma siamo ancora con i dipendenti della Fondazione Teatro Lirico che difendono il loro posto di lavoro con dignità, con serietà, con stile e con onore. Io sono certo che lei sia una persona intelligente (non so perchè ma lo penso davvero). Ricominci da zero: consideri la buona fede dei lavoratori che vogliono soltanto un Sovrintendente capace e titolato; lo scelga lei; la scelta è doverosamente sua; vedrà che troverà appoggio in Consiglio di Amminitrazione, nei sindacati e nelle maestranze. Io, come cittadino, glielo chiedo per il bene di questa istituzione che tanto lustro ha portato e porterà ancora alla nostra città e alla nostra isola. Non mortifichi le aspettative di noi cittadini in una città migliore e in una società più pulita e trasparenze dove le cariche politiche da noi elette possano dimostrare, in maniera oggettiva, di operare le scelte,  che ad esse competono per legge, nella piena legalità, in maniera imparziale e per assicurare il buon funzionamento della Cosa Pubblica.

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Salmi 110-111

Glorificazione e Felicità del Giusto

Acrostico in terzine di versi

Endecasillabi e Decasillabi

 

Ammiro Dio con tutto il mio cuore;

Benedico l’Assemblea quando è retta;

Contemplo le opere del mio Signore!

Dura per sempre l’opera perfetta;

E’ il Signore tenerezza e speme;

Fa stabile l’eredità eletta;

Giustizia e verità Gli son  supreme;

Ha lasciato un segno dei Suoi prodigi;

Il Signore dà ‘l cibo a chi lo teme;

loda i Suoi atti: son sinceri e ligi!

Mostrò ‘l Suo popolo la Sua potenza

Nei secoli fedele, e Lo  respingi?!

Opera con le mani di Sapienza,

per sempre immutabile il Signore!

Quelli che Gli son fedeli valenza,

rettitudine, esempio, splendore,

saggezza mostrano di possedere!

Terribile e Santo è il Suo timore,

Universale, Eterno è il Suo potere;

vede e s’adira e si consuma l’empio;

zittisce Ei però, l’iniquo  volere!

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Quarta Puntata – L’11 febbraio 1834, devono partecipare alla rivolta mazziniana per rovesciare la monarchia. Garibaldi scende a terra per mettersi in contatto con mazziniani, ma il fallimento della rivolta in Savoia e qualcuno che avverte l’esercito e la polizia causano il fallimento dell’operazione. Garibaldi, non può tornare a bordo della Geneys ed è considerato un disertore. Riconosciuto come uno dei capi della cospirazione, viene condannato “alla pena di morte ignominiosa” in absentia, come un nemico della nazione e dello Stato.

Garibaldi diventa così un “bandito”. Si rifugia prima a Nizza,  poi,  attraversato il confine si reca a Marsiglia, ospite del suo amico Giuseppe Pares2. Per evitare il sospetto, ha preso il nome di Giuseppe Pane e nel mese di luglio si imbarca sul Mar Nero, e il marzo 1835 lo troviamo a Tunisi. Garibaldi rimane in contatto con l’ associazione mazziniana tramite Luigi Cannessa e nel giugno 1835 è  introdotto nella giovine  Europa, prendendo come nome di battaglia Borel,  in memoria del martire per la causa rivolutionaria.

L’Italia ora è diventata inaccessibile a causa della pena di morte che incombe su di lui,; la sua vita sta prendendo in considerazione orizzonti temporali più lunghi. L’occasione gli  si presenta quando un brigantino italiano deve andare a Rio de Janeiro, in Brasile, l’8 settembre 1835. Garibaldi parte da Marsiglia, sotto il nome di Giuseppe Pane, con l’intento di diffondere gli ideali mazziniani. Inoltre, Rio ha una vasta comunità di marina ligure, che permetterà un arrivo inosservato.

Dopo la conquista napoleonica della Spagna, le colonie del Sud America sono impegnate in un processo di indipendenza  conclusosi con la sconfitta della Spagna. Il vice-regno viene suddiviso in un certo numero di repubbliche indipendenti tra cui la Provincia  Cisplatina, la Confederazione Argentina, Paraguay. Per quanto riguarda il Brasile, dopo l’invasione del Portogallo da parte di Napoleone, la famiglia reale andò in esilio a Rio de Janeiro e la colonia fu elevata a un regno. Giovanni VI tornò a Lisbona, a causa della rivoluzione liberale del 1820, mentre suo figlio Pietro divenne reggente del Brasile. Nel 1822, divenne imperatore del Brasile sotto il nome di Pietro I.  La sua politica centralizzata  porta presto alla rivolta e nel 1832 è costretto ad abdicare in favore del figlio Pedro II.

…continua…

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Premetto di non avere le competenze necessarie per analizzare e  capire il sistema finanziario globale che sta stritolando la Grecia, la Spagna e, sperando che non accada,  anche l’Italia. Posso solo supporre che chi  conduce la caccia, nelle stanze dei bottoni (Borse, Banche, Società di Rating e compagnia briscola)appartenga per censo e cultura alla èlite della nuova imprenditoria finanziaria, nata come una costola e discendente diretta dell’imprenditoria industriale,  di quelli che un tempo venivano chiamati i “padroni delle ferriere”.

Il sistema è fondamentalmente anarchico (nel senso liberista del termine, che non tollera cioè regole e mordacchie imposte dall’esterno).

Credo che la Tobin Tax costiuisca un tentativo dei governi, invero ancora non riuscito, di intervenire nel ricco piatto della succulenta partita finanziaria, da un lato per ragranellare dei danari indispensabili alla sopravvivenza, dall’altro per imbrigliare, per quanto possibile, il sistema finanziario sovrastatuale. Per noi “operai delle ferriere” non c’è molta scelta: o ci accontentiamo delle briciole che ci lasciano questi sacerdoti della nuova religione di questi dèi spietati e invisibili che loro sembrano coomandare quasi a bacchetta; oppure possiamo distruggere il sistema, rifiutando il modello culturale neo-liberista (e paternalista).

Ma in nome di quale altro dio? E poi, chi avrà il coraggio di rinunciare a questo fatuo e tutto sommato ancora facile e possibile consumismo? Rispetto ai nostri avi di cento, duecento anni fa, abbiamo molto di più sul piano materiale (in quelle briciole, in fondo, ragranelliamo, bene o male,  una casa e degli abiti che ci difendono dal freddo; il cibo vario e sicuro; vetrine luminose sempre accese e l’illusione di potercela fare a entrare nella cerchia del nuovo clero finanziario che adora il dio quattrino e nient’altro che quello).

Poi ci soni cugini politici dei sacerdoti della finanza;  all’apparenza sono simili agli adoratori del dio quattrino: si vestono in modo simile, amano i soldi e il potere anche loro; ma sono adoratori della vacca sacra: la stanca e vecchia democrazia. Li riconosci perchè si riempiono la bocca con la democrazia, coi principii democratici (senza neanche marcare la doppia “i”); contendono ai cugini,  il potere, nei santuari della fiacca democrazia, nei parlamenti, nei governi statuali, ormai troppo piccoli e inermi contro il nuovo dio quattrino dalle cinque teste, ma condividono con loro l’amore per le armi (meglio se nucleari), la super tecnologia e le auto di lusso; come gli altri sono indifferenti all’inquinamento disinteressati alla salvaguardia del territorio.

Stiano attenti a non tirare troppo la corda questi burocrati e questi espiscopi in colletto e cravatta: se quelle briciole si assottigliano oltre l’insostenibile,  il sistema crollerà ancora (con nel 1789 in Francia, nel 1848 in Europa o nel 1917 in Russia).
Non solo in Italia ci sono i Grillo, pieni di coraggio e di incoscienza, pronti a buttare il tavolo in aria; e quando le carte dovessero volare via, non so davvero chi alla fine sarà il vincitore vero della rivoluzione.

In fondo, a ben vedere, non c’è solo la fame che guida le rivoluzioni (non oggi almeno).

C’è un’ideologia naturalista ed ecologista, pronta a gestire il potere politico contro i cugini degli episcopi della filagrana (quelli del dio quattrino); e se saltano gli uni, gli altri crollano (simul stabunt, simul cadunt, direbbe qualcuno).

Per la prima volta nella mia storria elettorale sto pensando di non andare a votare per il rinnovo del parlamento italiano nel 2013; ma se fossi giovane andrei sicuramente a votare e  non avrei dubbi: non voterei gli adoratori della vacca smunta.

Certo sul piano materiale sembra che abbiamo più benessere rispetto al passato.

Ma siamo sicuri che stiamo davvero meglio dei nostri avi?

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Premetto che detesto e aborrisco ogni forma di corruttela, bustarelle, disonestà, appropriazione indebita e quant’altro caratterizza e colora la cronaca politica e giudiziaria di questi nostri infausti tempi italiani.

Pur tuttavia, tutto ciò premesso, vorrei provare a fare una riflessione insieme ai declamatori dell’ infamia politica nostrana, siano essi vecchi come me, siano essi giovani, come i miei studenti (ma direi più con i vecchi che con i giovani).

Mi si consenta di partire da due ricordi personali: uno che appartiene alla mia prima gioventù, l’altro alla mia seconda giovinezza.

Quando ero studente  delle scuole medie superiori (primi anni ’70) ero uno degli animatori del movimento studentesco all’interno della mia scuola. Aderivamo allo sciopero in più di mille; all’assemblea, a dibattere i temi politici e le problematiche scolastiche, oppure a preparare le varie manifestazioni di protesta e i cortei studenteschi,  ci ritrovavamo in poco più di cento (quando andava bene). Detto per inciso, lasciai il movimento quando mi accorsi che tirava un’aria di violenta contrapposizione tra gruppi extra-parlamentari (violenza che purtroppo, di lì a poco, esplose in maniera tragica) e io ero un semplice, modesto  seguace di Cristo, di Martin Luther King e di Gandhi.

Il secondo ricordo è legato alla  metà degli anni ottanta. Al mio paese, invitato e sollecitato da numerosi giovani (che lamentavano l’immobilità degli amministratori cittadini e la loro collusione coi potentati locali),  iniziai a far politica.

Al momento di riunirci nella sede  del circolo culturale da cui era partita la sfida al rinnovamento politico era un problema concordare un giorno e un orario in cui incontrarci per dibattere. Ci ritrovavamo spesso in quattro gatti e, una volta, mi ritrovai persino solo. Chi non voleva rinunciare al pisolino serale, chi era impegnato con la ragazza, chi aveva da fare, ancora non so bene cosa,  e chi frapponeva impegni vari. Quando poi divenni consigliere comunale, quei quattro amici continuarono a starmi accanto ma gli altri che presero ad orbitare attorno al nostro gruppo politico, avevano tutti dei fini personali reconditi e, talvolta, sfacciatamente palesi.

La mia quinquennale stagione politica si concluse per gravi ragioni familiari che mi impedivano di dedicarmi anima e corpo all’attività politica.

La riflessione che intendo proporre è la seguente: tutti noi oggi, giustamente,  diamo addosso con rabbia e frustrazione ai vari Lusi, Fiorito, Penati e ai tanti altri corrotti e corruttori ,  indignandoci a ragione per loro ruberie, lo spreco di danaro pubblico, l’arrogante e dissennata gestione dei nostri sudati denari.

Sento anche dire da più parti che la politica deve essere un servizio a favore dei cittadini, disinteressato e idealista; come dire, per la bandiera, per l’amor di patria, per il bene comune.

Tutto giusto e tutto vero.

Io però, sempre se mi consentite, ho un’obiezione: ma  noi  siamo tutti disposti a fare le ore piccole in consiglio comunale (o in altro consesso)? siamo disponibili a lasciare i nostri affetti, le nostre abitudini, i nostri agi e i nostri figli per delle interminabili, noiose riunioni di partito dove spesso si discetta di aria fritta e si sentono discorsi interminabili tenuti da masturbatori mentali logorroici e inconcludenti? siamo tutti disposti a sacrificare la nostra vita privata in nome del bene pubblico o di un ideale non meglio identificato?

Se non lo siamo (come in effetti non lo siamo ora e non lo siamo stati in passato) non lamentiamoci più di tanto se coloro ai quali abbiamo scaricato le rogne e la responsabilità di un’attività impegnativa e faticosa, approfittando del potere concessogli,  si sono attribuiti privilegi e prebende che sono sfociati nell’arbitrio, nelle ruberie, nel marcio di quelle fogne che oggi sono straripate, inondando le strade della viabilità mediatica, a tutti i livelli.

Ciò non toglie, naturalmente, che gli eccessi vadano censurati e che le violazioni della morale e della legge vadano sanzionati come sta facendo l’informazione e come sta cercando di fare la magistratura.

A questo punto io istituirei il servizio comunale obbligatorio, come un tempo si faceva con il servizio militare (per favore, senza perdere troppo tempo con leggi e leggine: le norme esistono già; basta leggersi l’art. 2 della Costituzione per capire che non c’è alcuna rivoluzione normativa o giuridica da fare.

Magari, una rivoluzione culturale; quella sì.

Però, chissà perché,  io ero convinto che ci fosse già stata;  negli anni sessanta e settanta.

Ma forse il mio è stato solo un sogno.

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Il Messia Re e Sacerdote

I nemici a sgabello dei tuoi piedi
Pone il Signore Tuo, per giuramento,
a te che come principe ora siedi
dominatore nell’accampamento
già ostile! Splendidi santi  vedi!
Io ti ho creato senza pentimento.
Annienterà i re nei giorni dell’ira!
Tu,  placata la sete, avanti tira

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