Capitolo V – Nancy

Un giorno si fermò a guardare certi distintivi, che facevano bella mostra di sé in una vetrinetta mobile nel centro del negozio che ospitava la mia postazione di vendita, una ragazza, che mi colpì a prima vista per il suo aspetto piacevole.
Era alta e slanciata ed aveva i capelli rossicci, tagliati corti e pettinati all’indietro, sul collo lungo e sottile; gli occhi verdi, di un colore molto intenso, spiccavano su un viso lentigginoso, con un naso ben proporzionato, leggermente all’insù.
Stava lì, col mento proteso in avanti, come se fosse miope, a ruotare l’espositore per i suoi quattro lati, con sul viso un’espressione poco entusiastica.
Ebbi come un impulso improvviso; mi avvicinai e le porsi uno dei “badges” che stava in basso, appuntato, come gli altri, sul velluto che ricopriva le pareti dell’espositore.
-“ Questo è forse il migliore”- le dissi consegnandoglielo.
Si voltò e con una voce modulata e soave, dopo avermi osservato per un attimo con la spilla tra le dita lunghe e snelle, disse:
-“ Sei spagnolo?”
-“Me lo chiedono in molti”- risposi io divertito – “chissà poi perché!”
-“Un inglese, di certo, non offrirebbe mai una rosa ad una persona sconosciuta!”
Non c’era alcun tono di rimprovero o di fastidio nel suo dire; anzi, mi sembrò di cogliervi una nota di femminile lusinga.
-“ E tu da dove vieni?”- le chiesi a mia volta.
- “ Io sono irlandese, ma ultimamente, tra un viaggio e l’altro, ho trascorso parecchio tempo in Spagna e ti assicuro che, a guardarti, sembri proprio spagnolo. Avrai quantomeno un po’ di sangue spagnolo nelle vene, non è vero?”
- “ Beh, può anche dirsi! La Spagna ci ha dominati per oltre quattro secoli e chi lo sa? La mia lingua ufficiale è comunque l’italiano!”
- “ Non ne facevo una questione di idioma ufficiale”- disse lei lasciando cadere il discorso.
- “ Ti va di fare quattro passi?” – ripresi subito io.
- “ Sì, perché no!” – mi fece lei convinta.
Consegnai la cassa con le monete e la leva dei gelati al manager di turno del negozio, pregandolo di dare uno sguardo alle macchine in mia assenza. Quantunque le gestioni delle due attività fossero separate, vi era tra noi gelatai e il personale del negozio che ci ospitava, un rapporto di solidale e simpatica colleganza.
Tagliammo Leicester Square in largo e, attraverso un dedalo di viuzze, sbucammo sulla Trafalgar Square. Ci arrestammo al centro dell’immensa piazza, sedendoci sul bordo di una imponente fontana squadrata, i cui alti e ampi zampilli a momenti facevano il solletico alle fauci dei quattro possenti leoni di pietra che maestosamente la delimitavano, ai suoi quattro angoli.
Il cielo era terso e il tiepido sole dominava la grande piazza splendente ed allegra, quel giorno, come non l’avevo mai vista prima. Lungo le panchine, disposte a tratti regolari per tutto il suo perimetro, alcuni pensionati spandevano amorevolmente a nugoli di colombi affamati, pane raffermo sbriciolato o semi di mais, questi ultimi acquistati in piccoli involucri da dieci pence, direttamente in loco, da certi venditori ambulanti che battevano la piazza offrendo in vendita agli avventori della piazza di tutto e di più.
Al sole brillavano anche le numerose spille che Nancy, come avevo scoperto chiamarsi la graziosa ragazza irlandese, aveva appuntate sui risvolti del suo giubbotto di pelle nera. Oltre alla rosa che aveva acquistato poco prima, ve n’era una che raffigurava una specie di jolly da carte americane con una linguaccia rossa di fuori; altre riportavano degli slogans o parole d’ordine dei movimenti giovanili allora in auge. Una in particolare, mi colpì più di tutte le altre, perché raffigurava una piantina verde eptafoliata con la scritta “legalize marijuana”.
- “ Ti piace fumare?- mi chiese guardandomi con gli occhi semichiusi.
Alla mia risposta di assenso mi porse un joint già bell’e confezionato! Aveva un aspetto tronco-conico, affusolato e solido, stretto alla base, più largo in cima; era stato confezionato con tre cartine; alla base era chiuso da un filtro di cartone; in cima i risvolti delle cartine erano stati ripiegati all’interno, per impedire che il contenuto ne cadesse di fuori maneggiandolo; il suo manufattore, chiunque fosse stato, era stato molto abile.
- “Cos’è?”- le chiesi odorandolo.
-“ E’ nero pachistano”- mi rispose facendo scattare il suo accendino. –“Viene dal Kashmir, mi è avanzato da una festa di ieri notte. E’ molto buono, fuma tranquillo!”
Bastarono un paio di boccate per capire che aveva ragione. A quell’ora del mattino, poi!
- “ Ne hai più tu del negozio!”- dissi ridendo, passandole lo spinello e continuando a guardare le sue spille. – “ E questa cos’è?! – aggiunsi subito, incuriosito da una banale spilla bianca su cui spiccava in nero una scritta in lingua tedesca che prima non avevo neppure notato. Vi stava scritto:“Das Mütterrecht”.
- “ Lasciamici pensare”- fece concentrandosi come per elaborare una risposta complessa. – “E’ il contrario di patriarcato”. E sorrise, consapevole e divertita dalla sua strana spiegazione.
Proseguì dopo un ulteriore momento di riflessione: – “ Il patriarcato è il nostro ordine sociale, incentrato sulla figura del padre, mentre nel matriarcato è la madre la figura sociale predominante. ‘ Das Muterrecht‘ sta ad indicare un sistema sociale e giuridico che regolava la vita organizzata in un periodo anteriore alla Grecia dei classici. Non si sa con esattezza quando, ma prima che gli dei che noi conosciamo stabilissero il loro potere nel mondo, vigevano un’altra autorità e un’altra legge: quelle naturali della vita. Questo è in poche parole il Matriarcato.”
Fece una pausa come per rendersi conto se la seguivo o forse per darmi modo di interagire.
.-“ Vai avanti” – le dissi passandole ancora lo spinello- “ ti sto seguendo con molto interesse”.
-“ Non ho altro da aggiungere, in realtà” – fece lei tra buffetti di fumo e tornando poi ad aspirare voluttuosamente dalla canna. – “ Piuttosto c’è da precisare che la contrapposizione reale non è tra uomini e donne, tra padri e madri, ma bensì tra libertà e schiavitù, tra diritto naturale e diritto imposto da un’autorità costituita dagli uomini. La stessa contrapposizione che, su un altro piano, si pone tra l’amore materno, disinteressato e spontaneo, e quello paterno, egoista e calcolatore che, piuttosto sembra essere la proiezione dei desideri e delle aspirazioni represse del padre nei confronti del figlio ed è finalizzato all’esigenza di lasciare a qualcuno le proprietà ed il potere acquisiti nel mondo, per conservarli e, possibilmente, per accrescerli ulteriormente. Questo fa degli uomini dei pagliacci scontenti. Il Muterrecht è un’alternativa concreta a questo mondo sempre più egoista e materiale; è un grido d’amore, un anelito di libertà!”
Tacque, come se quelle grida di amore e quegli aneliti di libertà li avesse lanciati verso il cielo ed ora s’aspettasse un’eco che li rimandasse indietro o magari una risposta. Piegò le ginocchia verso il petto e reclinandovi sopra il capo, mentre le cingeva con le sue lunghe braccia, sussurrò: – “Ad ogni modo io vivo lo stesso la mia vita; ho tanti amici che mi aiutano a capire il mondo e poi, io amo il sole……”
Il riflesso dei raggi dorati sul suo viso, nei suoi occhi luminosi, mi fecero pensare che quel suo amore fosse in qualche arcano senso contraccambiato dal sole splendente.
La fissai a lungo negli occhi: attraversare il suo sguardo era come volare sulle ali di una nuova, emozionante percezione, in un mondo fantastico mai neppure sognato, dove le ordinarie leggi dell’armonia, dei colori, delle dimensioni sembravano essersi magicamente scomposte in infinite, microscopiche unità; e lo spazio e il tempo segnavano un nuovo ordine, fusi in un sistema incredibilmente reale, assurdamente vero, paradossalmente plausibile, concepito non solo più con il cervello, ma con tutto il corpo; dove ciò che doveva essere statico appariva in una palpabile sequenza di continue mutazioni, mentre fiumi, laghi e mari parevano immoti ammassi di cristalli dai riflessi abbaglianti ed eri tu, non loro, a fluttuare perennemente sospeso, gas, fluido e materia, pensiero ed azione, raziocinio ed inconscio, dio e demone, coraggio e paura, appagamento e curiosità, dolore e gioia, riso e pianto, odio e amore, nell’Universo del Tutto Infinito.
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Questo articolo è stato pubblicato il Mercoledì, Giugno 13th, 2012 alle 11:53 e archiviato in On the road, Viaggi. Puoi seguire i commenti a questo articolo utilizzando RSS 2.0 feed.
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17 Giugno 2012 at 11:12
Ciao Albix, come stai?..spero bene, io invece sempre con problemi di vista perciò sto comentando di rado i tuoi articoli anche se con fatica e piacere cerco di leggerli sempre ( a proposito, grazie di avere aumentato la dimensione del carattere..)..purtroppo, per tali motivi, non riesco a commentarli tutti ma..Back to London essendo uno degli articoli preferiti, è quasi una tappa obbligata, che dire..Nancy è una bella sorpresa all’interno del romanzo, mi piace il suo anticonformismo mista alla sua purezza di ideali..mi piace molto il passaggio sulla rilfessione inerente la contrapposizione tra amore matreno e paterno..e tra libertà e schiavitù..mi verrebbe da dire che se l’uomo è il capo della famiglia la donna, a ben ragione, potrebbe essere considerata..” il collo che muove il capo dove vuole.” e magari anche per questo potrebbero essere definiti gli uomini ” dei pagliacci contenti “…eh, eh..scusate l’ironia…ovviamnete ad ogni regola si accompagna l’eccezione……….ciao Albix, stammi bene..a presto, Ely
17 Giugno 2012 at 18:57
Ciao Ely e ben ritrovata! Mi dispiace molto per i problemi che stai avendo con la vista. E a maggior ragione, per questo, ti ringrazio in modo ancora più forte e sincero per il tempo che tu dedichi ai miei post e in particolare al mio romanzo a puntate “Back to London”. Hai visto bene ancora una volta: la contrapposizione tra matriarcato e patriarcato é centrale nel romanzo; (anche se si tratta di un romanzo giovanile, non rinnego neanche questa tappa di studio e riflessione che ha fatto parte del mio processo di maturazione). E Nancy é uno dei personaggi che amo di più; a ben vedere amo tutta la galleria dei personaggi che sfila nel corso della narrazione; sarà che in qualche modo mi riportano agli anni verdi della mià prima gioventù; sarà quel loro fascino un poco avvolto nella nebbia londinese che ho cercato di dargli; sarà una mia debolezza romantica ma questi personaggi del romanzo (non dovrei dirlo, ma con te lo voglio dire) mi piacciono sul serio; non tutti nella stessa misura (forse quelli più amati verranno dopo, nei capitoli che seguono) ma in generale mi piacciono. Cara Ely, ti faccio tanti auguri perché tu possa guarire e rimetterti al più presto possibile; nelle mie preghiere chiedo al Signore che il Bene trionfi sul male e che la salute sorrida alle persone più care (e più in generale alle persone che operano il Bene); Hai già capito che io ti annovero tra le persone care e le persone che operano il Bene; quindi vedi di rimetterti al più presto. Ti rinnovo perciò i miei più sinceri auguri di cuore affinché la vita ti sorrida come meriti e tu possa essere felice e in salute. Ciao Albix