Archivio Febbraio 2012

Oggi é il blogging day per Rossella Urru, una ragazza Sarda, cooperante  coraggiosa e generosa, che é stata sequestrata in Algeria il 22 ottobre del 2011 mentre prestava il suo aiuto in favore degli ultimi.

E’ commovente oltre ogni limite la sua vicenda. Tutti noi vogliamo, come Sardi, come italiani, come uomini di pace e buona volontà che questa perla di Sardegna sia restituita ai suoi affetti, ai suoi cari, alla sua vita.

Io non posso fare altro per te, cara Rossella, che pregare il Buon Dio che tu torni tra noi al più presto, e scrivere sul mio blog “Forza Rossella!”

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Chi ha detto che la ricchezza  é una vergogna?

Beh, non é certo il caso di Melinda e Bill Gates (quest’ultimo é secondo in ricchezza soltanto al messicano Carlos Slim).

I due Paperoni ex Microsoft hanno già regalato alla Fondazione che porta i loro nomi ben 28 miliardi di dollari e si avviano a donare il 95% del loro immenso patrimonio personale.

Tra gli scopi della Fondazione Gates, oltre a quello di combattere le terribili malattie del pianeta terra, c’ é quello di alleviare la fame nel mondo, portando la tecnologia in Paesi come l’Africa, ricchissimi di risorse naturali ma incapaci perfino di dare la necessaria alimentazione a tutti.

Oltre ai soldi i due intraprendenti e genersoi coniugi americani, regalano alla Fondazione la cosa più preziosa in assoluto posseduta da un uomo: il proprio tempo.

Melinda e Bill Gates mettono a disposizione della Fondazione le loro spiccate capacità manageriali e girano il mondo incontrando capi di stato e di governo, responsabili di vertice di istituzioni internazionali di natura finanziaria, per studiare progetti capaci di aumentare le capacità produttive alimentari dei Paesi più poveri.

C’é anche chi da poco ha scritto che la ricchezza verrebbe esecrata e condannata nel Vangelo di Gesù Cristo.

Mi permetto di dissentire: il Vangelo, caso mai, stigmatizza negativamente l’uso egoistico della ricchezza, ma non certo la ricchezza in quanto tale.

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Salmo 50
Preghiera di Davide penitente

Dio, fammi sentire gioia e letizia;
distogli lo sguardo dai miei peccati;
rinnova in me, oh Dio, la Tua amicizia;
rendimi la gioïa dei salvati.
Esalterò sempre la Tua giustizia!
Tu non disprezzi i cüori umiliati.
Contro di Te, contro Te ho peccato.
Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto!

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Nel 1849 un gruppo di studenti universitari si riuniscono a Cagliari per festeggiare il Carnevale. Per paura della polizia piemontese che li tiene sotto controllo la loro riunione è segreta e a porte chiuse. Per un disguido le maschere di Garibaldi e di Anita non sono presenti. Mentre un gruppo di maschere decide però di aspettare l’arrivo di Garibaldi, un altro gruppo, quello formato dai nobili, guidati da Iroxi Cancioffali, decide di andarsene a far baldoria e lascia il Circolo al suono della rantantira. Mentre attendono l’arrivo della maschera dell’eroe dei due mondi e della sua compagna Anita, Su Majolu, una Maschera particolarmente intraprendente propone, per la consueta rappresentazione di fine anno, di allestire un copione dedicato alla Congiura di Palabanda, un tentativo fallito di ricacciare a mare i Piemontosi represso nel sangue, avvenuto nell’anno 1812 ad opera di alcuni Sardi rivoluzionari appartenenti ai Gremi, al mondo delle professioni e a qualche rappresentante controcorrente del clero. Mentre mettono in scena il dramma de “S’Annu Doxi” i tre sindaci dei rioni storici di Cagliari portano la notizia che Anita Garibaldi, quella vera, è morta e che al vero Garibaldi è stato impedito di sbarcare a Cagliari dai Piemontesi. Questo scatena l’ira degli studenti, anche se Garibaldi ha deciso di proseguire sino a La Maddalena dove sarà ospite di una famiglia amica. Il piano della finzione drammaturgica, durante le prove, si intersecherà così con la attualità del 1849, offrendo lo spunto alla maschere-attori di fare alcune riflessioni importanti sui loro progetti e sulle aspirazioni future della loro città e dell’infelice isola di Sardegna.

ATTO PRIMO
Scena Prima

(A Carnevale del 1849 gli studenti democratici, tutti rigorosamenti mascherati, sono riuniti nel loro Circolo di Castello; Re Zorzi esegue ben distinto il ritmo della Rantantira Le maschere cantano in coro le famose parole della celebre sfilata carnascialesca cagliaritana girando in cerchio nella stanza guidati da Re Zorzi: il tutto ha inizialmente il sapore goliardico, irriverente e boccaccesco tipico del Carnevale, anche se dopo l’uscita dei nobili il clima cambierà, trasformandosi radicalmente).

-CORO Maschere: Pisciu rey, sparedda e mumungioni- cambara, cambara, cambara e maccioni!!Pisci ‘ e luna, giarrettu e bacalliari, ciucara, dentixi, basuccu e procu e’ mari!!! Pisci ispada, murena e marganjoni, surellu, pagellu, mustela e isturioni!!!! (2 Volte)

(Una maschera, imponendo il silenzio al suono del tamburo, lancera un perentorio invito).

Re Zorzi – Donai attenzioni! Si presentinti Is Mascherasa!!!

Principe di Moncalieri (in falsetto) – Deu su Principi de Moncalieri!

Coro Maschere: Principi caghineri!!!!

(risate e schiamazzi)

Marchesa: (sempre in falsetto) E io sono la marchesa manna di Val di Sassa!!

Coro Maschere: Troia manna e bagassa!!!!

(risate e schiamazzi)

Barone d’Anglona: (con voce scura) Deu seu su Baroni de s’Anglona e de sa Nurra

Coro Maschere: Bella trassa ‘e cugurra!!!!

(risate e schiamazzi c.s.)

Contessa: Io sono la contessa di Chieri e di Tortona

Coro Maschere: Bell’arrog’e callona!!!!

(risate e schiammazzi c.s.)

Visconte (con aria di superbia e superiorità) E deu seu po totusu su Visconti de Lacon y de Serra

Coro Maschere: Su chi candu camminara, non toccara in terra!!!!

(risate e schiamazzi c.s.)

Ducchessa (con voce particolarmente sensuale): Je suis duchesse de la Valleé d’Aosta

Coro maschere: Prima sa mia, e poi sa ‘osta!

(risate schiamazzi c.s)

Lucina: Deu inveciasa seu principessa, ma de Casteddu!!!

Coro Maschere: Bella passara ‘e………………

Gialeto (imponendosi al centro della scena). E deu seu Gialeto, fillu de Amsicora, rey de totusu is provincias de Sardigna e si nau ch’est’hora de andai a pappai zippulasa e a buffai binu a sa Cafeteria de Agostinu! Ahio a su Brugu! Su primu giru du pagu deu!!!!

(seguono grida di assenso e di gioia! Ma mentre la comitiva fa per seguire Gialeto un’altra maschera, Su Majolu, occuperà il centro della scena imponendo il silenzio e l’attenzione)

Su Majolu: Nisciunu si movara, po prexeri! Aturai attentusu!!!

Gialeto(in tono di rabbia): E ita e’, Su Majolu, is zippulasa e su binu no ri praxinti prusu?

Su Majolu (ignorando la sua domanda rabbiosa): No si poreus movi fintzas a candu non lompiri Garibaldi!!!

Su Piscadori: Tenir’arrexoni Su Majolu! Giommaria Arthemalle d’hari nau a mei puru ca si deppiara bistiri de Giuseppi Garibaldi!!!!

Lucina: E sa sposa sua, Emma Pinna, si depiara bistiri de Anita Garibaldi!!!

Re Zorzi: e cumenti mai no funti atobiausu?

Fra Massoni: Giommaria no esti homini de fai ritardu!!!!

Su Panetteri: E nimancu de mancai atobiusu de festa e de buffongiu!!!!

(Risate e schiamazzi)

Gialeto (cercando di riprendere le redini in mano): Deu si naru ca candu Garibaldi e sa sposa no s’agatanta innoi, s’hanta imaginai ca seusu in sa Cafeteria de Agostinu Urgias!!!

Su Majolu (c.s.): Ma si no m’arregordu mali propriu oy doppeusu scioberai sa cummedia de fai a fini ‘e annu!!!!

Gialeto (c.s.prendendo un fascicolo da qualche tasca interna del costume e gettandolo ai piedi di Su Majolu): E po cussu depeusu abettai a Garibaldi? Nè, piga sa copia de “Carlo Emanuele Ferdinandu in Sardigna”! D’hanti giai rappresentada and’e i Gesuitasa innoi in Casteddu dus annu’ faidi a oy!!

Su Majolu (brandendo anche lui un copione): A mei m’hiada praxi de prusu fueddai de “S’Annu Doxi”!!!

Don Obinu (restituendo il copione a Gialeto): Aguantiri su copioni de su collega ru o bellixeddu!

Frate Antonio: E de sa Cumpangia sua! A nosusu si bastara Nassiu de Laconi!

Gialeto (con un gesto di stizza lancerà una moneta d’argento a Su Majolu): Intzarasa nosu s’inciandausu! Custu è po is zippulasa e po su binu!

Su Majolu (raccogliendo la moneta): A tui tind’hanti donau trinta de custu scudusu! Spereusu chi no s’hianta frassusu cument’e a tui!!!!

Gialeto (ignorando l’invettiva di Su Majolu): Ahio, Re Zorzi! Sona sa Rantantira ca ‘ncindandausu de innoi, ca intendu fragu de carcina!!!

(Al suono della Rantantira di re Zorzi tutti i nobili lasciano la scena)

Fine Scena prima… continua…

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Celentano ha tutti i requisiti per essere considerato un profeta.

In primo luogo lui é convinto di esserlo. Ma questo, da solo, ovviamente non basta. Altrimenti il mondo sarebbe pieno di profeti. Invece quelli autentici, come lui, sono davvero pochi.

Dei  profeti, poi, l’Adriano nazionale ha il coraggio di andare controcorrente e di dire ciò che sente e non, come certi falsi profeti, ciò che la gente vuol sentire.

In terzo luogo Il Molleggiato é un artista vero: egli ha quella sensibilità d’animo senza la quale non esistono né profeti né profezie.

Last but not least, Celentano ha l’animo del fustigatore dei potenti. Andiamo a leggere la Bibbia: da Elia, a Geremia, da Daniele a Isaia, da Sofonia a Giovanni Battista, tutti i profeti dell’Antico e del Nuovo Testamento, richiamavano i potenti alla sobrietà, alla penitenza, al sacrificio, al rispetto di Dio. E i potenti regolarmente li ricambiavano con persecuzione e morte.

Nella serata finale di Sanremo 2012 Adriano Celentano se l’é presa ancora con il giornale della CEI ” l’Avvenire” e con il settimanale dei Paolini ” Famiglia Cristiana”.

Nessuno può negare che i due organi di stampa facciano capo a due potentati socio-economici non trascurabili.

Capire cosa sia esattamente la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) non é facile. Apparentemente sembra soltanto un’Assemblea rappresentativa del libero associanismo, come ce ne sono a migliaia in Italia. E forse lo é pure.

Ma i suoi componenti sono i capi delle cento e passa diocesi in cui é diviso il territorio italiano e che di fatto gestiscono l’ingente patrimonio che fa capo, in ultima  istanza, alla Città del Vaticano.

Insomma i vescovi sono gli eredi di quei vescovi-feudatari, baroni, conti e visconti, che nel passato fungevano da capi di strutture amministrative, oltre che religiose.

Insomma le diocesi sono centri di potere.

Sia chiaro: l’intento del mio  post non é demonizzare i Vescovi e tanto meno la Chiesa. Non ho mai nascosto e non nascondo affatto la mia fede cattolica; anzi la rivendico come il risultato di un travaglio interiore e di un approdo spirituale frutto di una ricerca personale e di una scelta di cui ringrazio Dio ogni giorno.

Ma ciò non toglie che io non abbia il diritto, e tanto più ce l’ho come credente, di criticare quelle che appaiono delle storture, delle deviazioni, delle discrepanze che emergono chiaramente analizzando l’azione della CEI.

Ed é ciò che Celentano ha impietosamente fatto dal palco di Sanremo.

Suscitando l’ira dei potenti in tonaca (e del loro codazzo di servitori).

Forse questi signori dimenticano che l’infallibilità é prerogativa esclusiva del Santo Padre (e non di ogni singolo vescovo diocesano).

Dei Paolini dirò soltanto che Don Alberione, il loro fondatore, é stato un uomo illuminato di Dio. Umile, intelligente e tenace ha saputo creare un vero e proprio mediatico. Niente di male. Anzi, tanto bene per la diffusione del Verbo di Dio.

Eppure son convinto che Don Alberiore non avrebbe permesso certe prese di posizione che il settimanale “Famiglia Cristiana” ha fatto e continua a fare.

E certi soloni tronfi e presuntuosi, arroganti e supponenti che ruotano intorno al suo mondo non gli piacerebbero affatto.

Ecco perché il discorso di Celentano non é piaciuto proprio a loro.

E se potessero lo metterebbero a tacere per sempre.

 

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Salmo 49

Vero culto

Davanti a me  riunite i miei fedeli
Che hanno sancito con me l’Alleanza!
Dio Giudice squarcia in cielo i veli
Della Sua giustizia! E’ già abbastanza
Che l’empio va sparlando senza peli
Dei miei detti. In ogni circostanza
tu, invece, rubi, fornichi e inganni!
Sol chi cammina per la retta via
[potrà occupar di Dio gli scranni!]

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Valutando la storia artistica e personale di Adriano Celentano, son portato a pensare che, mentre demoliva dal palco di Sanremo  le espressioni più vistosamente affaristiche ed ipocrite della CEI e dei Paolini (il quotidiano “Avvenire” e il settimanale “Famiglia Cristiana”) il Molleggiato aveva in mente quel bellissimo brano dei Vangeli dove Gesù, poco prima di essere catturato e condannato a morte, scacciava i mercanti dal Tempio di Gerusalemme, prendendoli a frustate ed apostrofandoli con male parole.

Anche se Celentano (come già prima di lui Giovanni Il Battista) non può (e credo neppure voglia) essere accostato neanche lontanamente al Figlio di Dio, non di meno, fatte le dovute proporzioni, il paragone, a parer mio, ci sta tutto. In fondo egli si é sempre dichiarato un profeta del Verbo, anche in tempi non sospetti, quando invece andavano di moda i portavoce dell’altra sponda, ed era più comodo e conveniente, spacciarsi per rivoluzionari  altruisti e proletari.

Gli affaristi diocesani e i mercanti paolini hanno reagito nello  stesso modo in cui reagirono quei mercanti scacciati da Gesù nel tempio di Gerusalemme, duemila anni fa.

Anche quei mercanti, si aspettavano le scuse di Gesù, chiedendosi chi mai credeva di essere quell’energumeno presuntuoso e violento che si permetteva di criticare chi nel Tempio, da tempo immemore, svolgeva un servizio (a pagamento) a favore dei fedeli.

Io capisco che i Paolini e la CEI facilmente potrebbero controbattere che essi vivono in un mondo di serpenti e che a essere troppo agnelli, in questo mondo, si perde facilmente la pellaccia (e la pelliccia).

E’ vero. Purtroppo la gestione materiale dei beni e la diffusione delle idee non si può delegare completamente ai laici, e che per il bene della Chiesa occorre occupare degli spazio che altrimenti verrebbero gestiti dal nemico (quello delle idee avverse, nemico di Dio per scelta e per partito preso).

Ma ciò non toglie che Celentano abbia colto nel segno anche questa volta, stigmatizzando un eccessivo attaccamento al potere materiale da parte  di chi, per vocazione, dovrebbe invece gestirlo a beneficio degli altri (magari degli ultimi, degli svantaggiati e degli oppressi).

E invece di offendersi come dei galletti permalosi avrebbero fatto meglio a presentare delle scuse (invece di chiederle con precipitazione all’autore delle scudisciate morali), per essere costretti a svolgere il lavoro sporco che purtroppo sono costretti a svolgere per necessità e per dovere (ma facendo attenzione a non attaccarsi troppo alle poltrone e a non darsi troppe arie da soloni e sapientoni).

Dio i profeti li sceglie sin da quando riposano nel seno materno.

Che piaccia o no ai farisei di oggi, come non piaceva a quelli di ieri.

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Oggi la ventitreesima torcia umana si é data fuoco in Tibet per protestare contro l’occupazione cinese, che si protrae dal 1950.

E’ il ventitreesimo monaco buddista (oggi si trattava di una donna) che si é trasformata in una torcia umana per ricordare al mondo  la grande ingiustizia che il popolo tibetano sta subendo ad opera degli imperialisti cinesi.

In quei roghi umnani bruciano i libretti rossi di Mao-Tze-Tung; le illusioni della mia generazione, che sperava in un mondo migliore ad opera dei rivoluzionari cinesi; e dalle ceneri emergono le ipocrisie di una dottrina comunista oppressiva, materialista, spietata, che agisce anche peggio rispetto a quei capitalisti che essa criticava che negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso.

Del resto, come può essere buona una dottrina che rinnega l’esistenza di Dio?

Soffro per l’indifferenza del mondo intero di fronte a quegli uomini e a quelle donne di fede, che sono pronti a dare la propria per gli ideali in cui credono: la fede e la libertà!

Vorrei che tornasse quel sessantotto che ho vissuto da ragazzetto imberbe, ma con il petto carico di aspettative, di speranze, di voglia di cambiare il mondo.

Vorrei che ritornasse affinché potessi ancora marciare per le strade e gridare contro l’imperialismo cinese: “China go home” “China out of Tibet” “Tibet free”.

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Il testamento di Mr Winningoes- Parte Seconda

Cominciai con l’analizzare la richiesta di Eva da un punto di vista logico. Se l’uomo desiderato da Eva era originario di un paese del bacino del Mediterraneo, ma doveva amare l’avventura più del potere, non poteva trovarsi nei suoi luoghi natali, poiché così fanno in genere o coloro che amano troppo il potere o coloro che non amano l’avventura. D’altro canto l’accenno alla libertà che proviene dal non possesso, da un lato mi confermava appunto che l’ideale di Eva doveva per forza trovarsi lontano dal suo paese d’origine, dall’altro aggiungeva un altro probabile elemento al mio identikit: doveva trattarsi di un giovane la cui famiglia, nel suo paese d’origine, godeva di una condizione agiata. Inoltre doveva avere intrapreso, ma non concluso, degli studi universitari di carattere giuridico o filosofico, altrimenti Eva non gli avrebbe attribuito la contrapposizione tra due fonti diverse di verità (scritta e non scritta), nè avrebbe potuto fare riferimento al diritto naturale ed al diritto positivo, entrambi concetti giuridici di natura specialistica e filosofica. Infine, a parte i requisiti esteriori o comunque esteriorizzabili, relativamente facili da riscontrare, mi preoccupai dei requisiti caratteriali: Eva concludeva il suo ritratto ideale stigmatizzandolo con la bramosia d’amore in antitesi all’autorità, concludendo che egli avrebbe dovuto vedere nei figli la sete di conoscenza e libertà in antitesi alla continuazione della sua esistenza.
Fu abbastanza facile, ne converrete, circoscrivere il luogo della ricerca. Alla fine degli anni sessanta c’era solo un posto, in Europa (per ovvi motivi escludevo che Eva potesse guardare all’America, dove io avevo sofferto la mia prigionia della prima giovinezza, né gli altri continenti potevano avere le caratteristiche da lei descritte), dove un giovane tra i venti e i trent’anni, amante della musica rock, della poesia contemporanea e delle arti in genere, desideroso di libertà e assetato di conoscenza del mondo, potesse trovarsi, lontano dal Mediterraneo: questo non poteva che essere Londra, approdo dei giovani di tutta Europa amanti di musica e poesia, desiderosi di pace, di amore e di conoscenza.

Assai più difficile si presentava la risoluzione del problema della discendenza: a quale delle genti antiche del Mediterraneo si era riferita Eva? Come avrei potuto identificare con esattezza un giovane, passando attraverso gli ascendenti di una particolare gens mediterranea?

Ammesso e non concesso che io fossi riuscito a ricostruire o a rinvenire il DNA di qualche essere umano appartenuto ad una di quelle numerose, antiche genti, oppure discendente con certezza da loro, a cosa mi sarebbe servito confrontarlo con il DNA dell’aspirante fidanzato di Eva?

Sapevo infatti benissimo, dai miei studi avanzati di bio-genetica, che il DNA dell’uomo, nella sua basilare essenza, è identico per tutte le specie umane, almeno negli uomini esenti da vizi genetici. Le sue molecole risultano infatti composte dagli stessi elementi di base: i quattro nucleotidi fondamentali. E’ pur vero che questi composti chimici di base sono disposti diversamente nei preziosi filamenti cromosomici, tali che risulta praticamente impossibile rinvenire due esseri umani geneticamente identici (si consideri che ogni cellula di DNA contiene circa 40.000.000.000 di nucleotidi); ma è altrettanto vero che né dalla loro disposizione, né tantomeno dallo studio sostanziale del patrimonio genetico di un uomo si può risalire alla razza, al popolo, alla nazione o addirittura alla gens di appartenenza. Questa certezza mi convinse ancora di più che in natura non poteva esistere alcuna razza superiore.
Era possibile che Eva avesse sbagliato nella sua elaborazione?
Ricontrollai tutta la rete neuronica di silicio che componeva l’apparato cerebrale di Eva. La collaudai con nuovi e complessi esercizi di matematica binaria, di algebra e di geometria; con sottili argomentazioni di logica e filosofia riverificai le sue capacità di ragionamento e deduzione; le sottoposi la elaborazione di nuovi, complessi e impegnativi calcoli di astronomia e di fisica: il cervello di Eva era perfetto!

Non restava quindi che un’altra soluzione: Eva, con la sua intelligenza e la sua sensibilità, era andata al di là delle mie stesse conoscenze! Essa era pervenuta cioè, attraverso le mie identiche conoscenze, a valutazioni critiche ed a conclusioni diverse dalle mie.
Avevo infatti studiato abbastanza di storia e di antropologia, per non sapere quali antiche, libere genti avessero abitato il bacino del Mediterraneo o, quantomeno, per sapere a quali genti, Eva, con il suo bagaglio culturale di conoscenze, fosse stata in grado di riferirsi.
Eppure il suo oracolo appariva alquanto contraddittorio, e quantomeno insanibile su un punto. In effetti, se con la mente andavo alle antiche genti del Mediterraneo, pensavo senz’altro alle eroiche figure della Grecia e di Roma antica. Ma questi eroi, com’erano a me noti allora, apparivano in genere amanti del potere e della proprietà; fautori del più accentuato autoritarismo; duri, violenti e, non di rado, anche crudeli. E soprattutto essi avevano le idee chiare su ciò che doveva fare un figlio come suo dovere principale nei confronti del padre: continuare la sua opera di affermazione, potere e proprietà.

E non era certo l’unico punto oscuro della sua richiesta. Come potevano risolversi tutte le contraddizioni apparenti o meno evidenti che si celavano nel pensiero di Eva? Naturalmente intrapresi con Eva un serrato dialogo, per farmi spiegare meglio ciò che sembrava poco chiaro. Ma invece di facilitarmi la soluzione dei dilemmi, quei colloqui, o meglio, quegli scambi di idee, parvero complicare ancora di più la già difficile ricomposizione del quadro indiziario.

Eva infatti fu irremovibile. Per lei, amore e autorità, libertà e potere, fantasia e proprietà, ricchezza di spirito e avidità, sincerità e durezza d’animo, forza e violenza, verità e scrittura, erano tutte delle antinomie inconciliabili.
Se insistevo con domande tese a farla cadere in errore, mi ripeteva con ostinazione che solo e sempre quello sarebbe stato il suo ideale d’ amore. Se, più umilmente, le aprivo con sincerità il mio cuore, mi ribadiva spietatamente che la mia fiducia incondizionata nella Storia era mal riposta, quantunque soltanto attingendo alla sua fonte sarei riuscito a risolvere l’enigma.

Ah! I giovani! Con quale presunzione e crudeltà frappongono le loro barriere di incoscienti certezze al dialogo coi padri! E con quanta forza e determinazione! Alla mia età, ormai tarda, avrei dovuto dunque rimettere in gioco le mie certezze e le mie convinzioni? Avrei dovuto ridiscutere il risultato di una vita di studi e di ricerche?

Amavo troppo la mia piccola Eva per non farlo, tanto più che per lei io ero l’unico sostegno, l’unica sua finestra aperta sul mondo esterno. Ed anche se mi sentivo stanco e desideroso di portare a termine i miei disegni, ebbene, l’amore filiale doveva avere la precedenza assoluta su tutto. Per di più, considerate, oh voi che leggete, che alla futura attività riproduttiva di Eva era legato il successo del mio grandioso progetto. A quel punto sarebbe bastato un figlio, un unico discendente di quell’essere perfetto, perché esso potesse realizzarsi nel migliore dei modi possibili. Avevo infatti messo a punto una tecnica di clonazione che mi avrebbe consentito di replicare ogni discendente di Eva in tanti esemplari quanti me ne fossero occorsi per mettere in atto i miei programmi.

Visto che Eva ormai non mi esplicitava alcuna spiegazione convincente, mi convinsi che la risoluzione dipendeva solo da me e decisi che sarei arrivato sino in fondo.

Una cosa mi colpì in particolare, esaminando e rileggendo i numerosi tabulati di risposta che Eva mi aveva dato sull’argomento: la pretesa antinomia tra verità e scrittura. Che cosa significava per lei scrittura? E che cosa invece verità? Notai che questa antinomia era emersa, nelle argomentazioni di Eva, soltanto in un secondo tempo. Esattamente essa era apparsa nel momento in cui io, superato lo sgomento che mi procurava vedere la mia creatura rinnegare i capisaldi del mio insegnamento, le chiedevo una chiave di lettura e di comprensione dei suoi sentimenti, delle sue idee, della sua visione filosofica della vita.

Capii ad un tratto che quell’antinomia era da interpretare come traccia di risoluzione dell’enigma e soltanto relativamente ad esso.

Se Eva mi rimandava alla Storia, pur affermando che la mia fiducia in essa era mal riposta, e pur ribadendo l’antinomia tra verità e scrittura, era di tutta evidenza che io attribuivo alla Storia un contenuto più ristretto rispetto a quello che le riconosceva Eva.
Non la Storia, in quanto tale, era errata o falsa, ma lo erano il mio modo di interpretarla e, soprattutto, il significato che io le davo. Infatti Eva non riconosceva affatto la distinzione tra storia e preistoria; distinzione che, se si prescinde dall’invenzione della scrittura, è in effetti del tutto arbitraria. ‘La Storia non può arrestarsi sul confine tracciato dal fatum librorum’, mi scriveva in una delle sue appassionate risposte.

Fu proprio la rilettura di quel riferimento fatto da Eva alla casualità delle fonti storiche scritte che mi fornì la chiave di risoluzione che tanto avevo cercato! Il mio errore era stato di prendere in considerazione soltanto le genti e le civiltà mediterranee di cui la Storia, attraverso le fonti scritte, ci ha tramandato la memoria e le gesta. Ma quale errore madornale esso si rivelava ora! E pensare che Eva, collegando in maniera più corretta e opportuna, le mie stesse, identiche, conoscenze, era riuscita ad andare oltre il mio orizzonte visuale. Io avevo studiato i grandi eroi dell’epopea greco-romana, senza trascurare di indagare anche sui popoli che al predominio ellenistico prima e a quello romano poi, si erano gagliardamente opposti; avevo tenuto ben presenti le mirabili vestigia delle dinastie faraoniche; non avevo neppure tralasciato le civiltà sumeriche e babilonesi; conoscevo insomma tutti i popoli del mediterraneo; li avevo studiati direttamente, attingendo tutte le informazioni dalla penna dei loro storici, per poi ripassarli e rivederli da altri punti di vista, non da ultimo attraverso l’analisi storica dei testi di letteratura sacra antica, sanscrita, ebraica, buddista, cristiana, islamica, induista e tibetana. Ma la mia indagine, pur vasta e approfondita, grazie al contributo di Eva, si mostrò errata: io l’avevo svolta osservando le vicende umane attraverso la lente delle fonti scritte e non avevo saputo andare oltre. Mia figlia aveva avuto il coraggio e l’intuizione di spingersi oltre, a vedere quali civiltà animassero il mondo mediterraneo, quali gruppi etnici lo abitassero, prima dell’invenzione dell’alfabeto. E non solo li aveva scoperti, ma ne era rimasta a tal punto affascinata, da indicarmi quell’antico ideale di vita, trasformandolo nel suo ideale di amore. Con l’aiuto delle apparecchiature in dotazione ad Eva mi fu facile approfondire quell’affascinante tema. Fu come squarciare il velo su un mondo fantastico, neppure mai immaginato prima. Società basate sul disinteressato amore materno, piuttosto che sul retorico affetto paternalistico; sul reciproco rispetto piuttosto che sull’autorità costituita; sulla proprietà comune piuttosto che su quella egoistica e individuale; sulla fantasia, sulla forza, sulla sincerità, sulla libertà, da tutto e da tutti! Scoprimmo che agli albori della civiltà, nelle ere antecedenti l’invenzione dell’alfabeto, altri dei governavano le sorti degli umani destini: le dee Madri! Era lì che Eva voleva portarmi! E quella discendenza, che lei aveva individuato col suo ideale d’amore, era una discendenza culturale, ideologica, antropologica e non biologica, come avevo erroneamente pensato in un primo tempo.
Identificato il luogo e focalizzati i caratteri del suo uomo ideale, Eva mi confermava la validità e l’attualità della sua richiesta, nonostante il gran lasso di tempo trascorso. Era alfine giunto il momento di entrare in azione.

…continua…

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C’era una volta il CAF, acronimo per Craxi, Andreotti e Forlani, il trio dei segretari politici che dominava l’Italia.

Decidevano tutto: nomine, governi, incarichi, appalti, contratti, ambasciatori; il potere con la p maiuscola, ai massimi livelli nazionali.

Lo spread non c’era ancora, e se c’era, se ne stava buono, chiuso nelle contabilità delle banche e dei tesorieri.

I tre accontentavano tutti ed emettavano miliardi di titoli del debito pubblico; a vagonate, senza criterio e senza risparmio.

Noi governati sembravamo felici, ma ora quei titoli li dobbiamo rimborsare e siamo in crisi.

Oggi c’è però l’ABC, acronimo per Alfano, Bersani e Casini.

La triade sostiene il governo Monti, che cerca disperatamente di fare ciò che in venti anni, non son riusciti a fare diversi governi di centrodestra e centrosinistra: rimettere a posto i conti disastrati del CAF e dei loro immediati predecessori.

Quelli che non  cambiano mai siamo noi contribuenti: cornuti e mazziati!

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Salmo 48
Non lasciatevi ingannare

Porgete orecchio voi nobili e gente
Del popolo, poveri e ricchi insieme,
perché il mio cuore medita sapiente.
Perché di giorni tristi è la tua speme?
Perché tu temi le azioni violente
dei perversi? Sorte di chi non teme
e confida nel vano che riluce,
è il sepolcro dei suoi padri, ove non
[vedrà mai più la luce.]

II
Udite, popoli tutti del mondo!
Nessuno può dare a Dio il suo prezzo.
Anche se alle ricchezze vostre il fondo
Diate, non potranno mai sêr il mezzo
Per non morire e vivere a ridondo;
nessuno scampa della morte il lezzo!
Quando muore, con sé non porta nulla!
In vita si diceva fortunato
[la sua prosperità è fasulla!]

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Se trovate uno scheletro

legato con il fil di ferro

ad un altro scheletro

legato  ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello sono io.

Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

in quei recessi profondi e contorti

che in vita chiamavo foibe.

Avvolgetemi in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.

Non odio nessuno e perdono tutti.

Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

Cagliari marzo 2004

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I mali del mondo sono

Le guerre mosse dai potenti

Che celano il proprio tornaconto

Dietro la scusa dei grandi ideali;

I mali del mondo sono

Le invidie dei ricchi per i ricchi

E quelle di coloro che non sanno

Che poveri non son ma ben più ricchi;

I mali del mondo sono

Gli insani appetiti sessuali,

l’ingordigia di beni e danari

e la presunta superiorità;

Di tutti i mali del mondo

A tutti spetta di portarne

Solo una parte nella croce

Che quotidiana ci portiamo dietro;

Ma un dì Qualcuno tutti quanti insieme

Si mise sulle spalle questi mali

E per salvarci si fece inchiodare

A quella Croce che li conteneva.

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Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione
nell’ordinare che fossero fatti
molti filmati e molte foto.
OLOCAUSTO
Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…
E’ una questione di Storia ricordare che,
quando il Supremo Comandante delle Forze alleate
(Stati Uniti, Inghilterra, Francia, etc.),
Generale Dwight D. Eisenhower,
incontrò le vittime dei campi di concentramento,
ha ordinato che fosse fatto il maggior numero di foto possibili,
e fece in modo che i tedeschi delle città vicine
fossero accompagnati fino a quei campi
e persino seppellissero i morti.
E il motivo, lui l’ha spiegato così:
‘Che si tenga il massimo della documentazione
– che si facciano filmati – che si registrino i testimoni –

perchè, in qualche momento durante la storia,
qualche idiota potrebbe sostenere
che tutto questo non è mai successo’.
‘Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male,
è che gli uomini di bene non facciano nulla’.
(Edmund Burke)
Ricordiamo: Questa settimana,il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto
dai piani di studio scolastici
poichè “offendeva” la popolazione musulmana,
che afferma che l’Olocausto non è mai esistito…
Questo è un presagio spaventoso sulla paura
che si sta diffondendo nel mondo,
e che così facilmente ogni Paese
sta permettendo di far emergere.
Sono trascorsi più di 60 anni
dal termine della Seconda Guerra Mondiale.
Questa e-mail viene inviata come una catena,
in memoria dei 6 milioni di ebrei,
20 milioni di russi,

migliaia di omosessuali

10 milioni di cristiani,

e 1900 preti cattolici

che sono stati assassinati, massacrati, violentati,
bruciati, morti di fame e umiliati,
nel mentre la Germania e la Russia
volgevano lo sguardo in altre direzioni.
Ora, più che mai, a fronte di qualcuno che sostiene
“L’Olocausto è un mito”,
è fondamentale fare in modo che
il mondo non dimentichi mai. L’obiettivo che si vuole raggiungere inviando questa e-mail
è che venga letta da, almeno, 40 milioni di persone in tutto il mondo. Sii un anello di questa catena
e aiuta ad inviare via l’e-mail o condividerla in tutto il mondo.
Traducila in altre lingue se necessario!
Non cancellarla.

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Salmo 47

Sion Città Regale

Grande è ‘l Signore e degno d’ogni lode!

Il Suo monte santo, altura stupenda,

è la gioia dove la terra gode,

o monte Sïon, divina prebenda!

Ha fatto fuggire, sin dove s’ode

Forte il vento, i re nemici! S’estenda

Agli estremi confini della terra

Il nome del Signore che ci guida

[ e che mai erra!]

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CAPITOLO QUINTO

Il testamento di Mr Winningoes

Mercoledì 14 Novembre 1979

L’indomani mattina ci preparammo di tutto punto: la nostra vanità ebbe il sopravvento su tutto. Si trattava pur sempre di comparire davanti a una signora, anche se del tutto speciale. Girammo un po’ per un labirinto di corridoi prima di imbatterci, con l’ausilio delle indicazioni, nella cucina. Eravamo alquanto sorpresi di non essere stati svegliati, ma forse Mr Winningoes aveva deciso di farci dormire a volontà. Nell’ampio refettorio trovammo Miss Goodhealth e Big Joe, seduti ad un tavolo, con la testa tra le mani, immobili come statue. Li salutammo senza ricevere alcuna risposta.
-“ Dov’è Mr Winningoes?” – chiese Giorgio, dopo esserci scambiati uno sguardo perplesso.
Soltanto allora Miss Goodhealth sembrò accorgersi di noi e soltanto allora mi resi conto che doveva essere successo qualcosa di molto grave.  Si voltò verso di noi col viso rigato di lacrime e gli  occhi  arrossati. Quell’espressione di fiammeggiante rimprovero, con cui ci aveva fulminati il giorno prima, aveva lasciato totalmente il posto a un sentimento di sincero dolore, anche nel tono della voce. Prima di lasciarsi andare ad un pianto dirotto disse:
-“ Lord Winningoes non è più. E’ morto.”
A quelle parole anche Big Joe scoppiò in lacrime. Faceva uno strano effetto vedere quel gigante  piangere come un bambino. Sedemmo anche noi, sbalorditi da quella inattesa, terribile notizia.
-“ Com’è andata?” – domandò Giorgio dopo un po’, riscuotendosi.
-“ Sono andata nella sua stanza, come ogni mattina. Il mio signore sembrava dormire, serafico come sempre, nella sua consueta posizione supina. Invece………”
Nonostante i suoi sforzi Miss Goodhealth non riuscì a controllarsi e riprese a singhiozzare, sopraffatta dal dolore.
Big Joe, che fino ad allora era rimasto immobile e piangente, senza peraltro guardarci né muoversi, disse:
-“ Ieri notte, prima che mi congedassi da lui, il padrone mi ha detto che se gli fosse successo qualcosa, nottetempo, vi avrei dovuto consegnare questa lettera.”
Così dicendo ci indicò semplicemente con lo sguardo, una busta bianca che spiccava sul ripiano del tavolo. Conteneva alcuni fogli manoscritti con una grafia nitida e minuta. Era scritta in inglese e la passai a Giorgio che, leggendo ad alta voce, così la tradusse:

“ Londra, Domenica 11 luglio 1979. Oggi è per me un giorno di festa! Finalmente ho trovato l’uomo ideale per mia figlia  Eva Seconda, la Regina del Nuovo Mondo. Quanto tempo è passato da quando, dopo averle impiantato   la prima coltura batterica di ‘Escherichia coli’, nel Quartier Generale di Gehenna Geld , nell’amata Irlanda, ho visto   i suoi occhi illuminarsi di rosso, segno  che la    sua vita interiore aveva avuto inizio! Dopo quattordici anni  tutto è ancora impresso nella mia mente e riprovo la stessa, profonda emozione,  al solo ricordo! Dalla   stanza dove essa ha visto per la prima volta la luce del mondo, sono poi sceso alla Centrale di Controllo ed ho regolato il suo ambiente alla temperatura sufficiente e necessaria ad attivare le  cellette solari della sua epidermide,  per consentire al computer che trasmette e regola gli ordini di movimento agli organi periferici motori di funzionare. Col cuore in gola l’ho osservata,  sullo schermo centrale, dapprima muovere le dita delle mani e dei piedi, poi, lentamente, scuotersi dal suo lungo torpore e, infine, alzarsi dal letto sul quale giaceva.
Che grande emozione ho provato! E’ stato uno degli attimi più felici della mia vita! Sono corso di sopra, trafelato. Mi sentivo leggero e forte, come un ragazzo. Ero ebbro di felicità, come se stessi correndo ad abbracciare tutto il globo terracqueo o, come posso immaginare, taluno di noi correrebbe ad abbracciare un fratello proveniente da una galassia lontana, tanto atteso e desiderato.
L’ho stretta tra le braccia, la mia bambina, col cuore che mi batteva all’impazzata. Avrei voluto che quel momento fosse  durato un’eternità. Ma dopo un tempo indefinibile è stata proprio lei a riportarmi alla realtà. Sembrava guardarmi con aria interrogativa mentre con le braccia distese mi allontanava da sé.
‘Che sciocco!’-  pensai dopo un attimo di sbigottimento – ‘  Per quanto sofisticati possano essere i suoi circuiti e i suoi programmi informatici, le occorre pur sempre   un input  per potere interagire con il mondo esterno.’ Tralascio qui di esporvi gli immani sforzi, che si  protrassero per  lunghi anni,  alfine di  perfezionare il suo funzionamento e per consentirle di sviluppare al meglio sia la sua natura scientifica, sia la sua natura umana.
Così, dopo i necessari adattamenti, fu in grado di rapportarsi a me nel migliore dei modi, anche se prese da subito a chiamarmi col mio nome di battesimo. Mi disse inoltre  di sentirsi sola e di avere bisogno di amore. Povera cara! E’ proprio mia figlia, in tutto e per tutto! Io le ho trasmesso la mia scienza, il mio sapere, ma anche i miei sentimenti, le mie sventure, la mia solitudine.
In un primo momento pensai di portarla con me in viaggio, a conoscere il mondo, la gente, l’amore. Ma poi, considerando che il cambiamento di ambiente potesse nuocerle, decisi che sarebbe stato meglio portare il mondo da lei. Gli chiesi dunque quale fosse il suo ideale d’amore. Dopo una lunga riflessione mi rilasciò la seguente descrizione del suo ideale di uomo:
‘ Il mio uomo ideale ha più  di venti anni ma meno di trenta. Ama la pace e non la guerra;  apprezza ogni forma d’arte ed in particolare la poesia  contemporanea  e la musica rock; ha sete di avventura più che di potere e persegue  la ricchezza che dà il non possedere. Ama la verità che sta scritta nei cuori e non crede a quella tramandata nei libri. Del pari crede nella superiorità del diritto naturale su quello positivo. E’ bello ma virile, forte ma non violento, sincero ma non duro. Il suo concetto di libertà non è astratto ma concreto. Bramoso d’amore ma non d’autorità, discende dalle antiche, libere genti del Mediterraneo e deve vedere in me la madre dei suoi figli e nei nostri figli la volontà e il desiderio di conoscenza e di libertà, piuttosto che la continuazione del suo essere’.

Capite, voi che leggerete, quanto arduo fosse per me soddisfare una tale richiesta, tanto più che essa appariva quasi un oracolo criptico e indecifrabile. Ma se Eva richiedeva per sé un tale uomo, era segno che egli esisteva. Ed io lo avrei cercato, per mari e per monti, anche se ce ne fosse stato al mondo soltanto uno. Del resto, che cosa non fa un padre affezionato per la sua unica figlia?
… continua…

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