Archivio Dicembre 2011

Molti studenti si sorprendono quando gli spiego che i cittadini possono opporsi all’atttività  della Pubblica Amministrazione.

Non son pochi quelli che mostrano scetticismo, se non proprio incredulità, al sentire che non solo è possibile opporsi, ma che addirittura è statisticamente più probabile la vittoria  per il cittadino che impugni un atto amministratvo di un ente pubblico,  a conclusione del giudizio.

E’ molto diffusa infatti l’idea che la Pubblica Amministrazione  sia un colosso difficile da abbattere e che per un gigante Golia che viene abbattuto , ci siano 99 poveri Davide che soccombono di fronte allo strapotere della Pubblica Amministrazione.

Intanto è bene precisare che il processo amministrativo è un giudizio di impugnazione, in quanto esso è diretto ad ottenere l’annullamento o la riforma di un atto amministrativo emanato da un ente pubblico ovvero da un suo organo.

Questi giovani si ricredono prontamente quando si trovino ad affrontare un concorso pubblico. Non è raro in effetti che una volta diplomati questi studenti si cimentino nella durissima selezione di un concorso pubblico; e che nel corso di questo cimento è frequente che essi avvertano una certa ingiustizia nell’operato della pubblica amministrazione (che poi si ripercuote sugli esiti dell concorso).

Una categoria importante di atti impugnabili è costituita perciò dai bandi di concorso ovvero, più probabilemte, dall’atto amministrativo con cui l’amministrazione ha proclamato l’assunzione dei vincitori del concorso.

E’ oopportuno qui ricordare che un atto amministrativo è annullabile quando esso contenga dei vizi di legittimità.

Tali vizi di legittimità ricorrono in tre casi: incompotenza, eccesso di potere e violazione di legge.

Nei concorsi pubblici ricorre talvolta la figura dell’eccesso di potere che ricorre quando il potere discrezionale della pubblica amministrazione è usato per perseguire fini diversi da quelli previsti dalla legge oppure tale potere è usato in modo non imparziale.

A questo punto è indispensabile sapere che in base all’art. 97 della Costituzione la Pubblica amministrazione deve essere organizzata in modo che siano assicurati il buon andamento, l’imparzialità e il rispetto della legge.

Il processo amministrativo si radica con un ricorso rivolto al Tribunale Amministrativo competente, entro un tempo abbastanza ristretto (30 o 60 giorni dalla loro emissione nella maggioranza dei casi) e deve avere determinati requisiti fissati dalla legge: è indispensabile identificare con sicurezza l’atto amministrativo impugnato, l’organo che lo ha emanato, le ragioni di fatto e di diritto che hanno portato all’impugnazione e le conclusione del ricorso (cioè quello che il ricorrente chiede al T.A.R.).

La materia del ricorso amministrativo è tra le più complesse  che ci siano,, ma possiamo concludere, almeno per adesso, dicendo che il ricorrente che avendo partecipato ad un concorso pubblico di assunzione abbia da recriminare sulle modalità di svolgimento del concorso e sugli esiti, deve tener presente che il partecipante ad un concorso pubblico non ha un diritto a vincere, ma l’ordinamento giuridico lo tutela  riconoscendogli un interesse legittimo a che la pubblica amministrazione agisca nel pieno rispetto delle leggi (in particolare con riferimento alla imparzialità nella sua azione amministrativa).

 

 

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La mia conterranea  Michela Murgia é stata eletta donna dell’anno 2011 dal quotidiano Sardegna 24.

La brava scrittrice, dopo avere ringraziato la redazione del quotidiano diretto da G.M. Bellu, ha dichiarato che il vero personaggio da eleggere in Sardegna è in realtà Ovidio Marras.

Ovidio Marras è un  imprenditore  agricolo sardo di 81 anni che vive e lavora a Teulada, in  provincia di Cagliari.

Ovidio Marras percorreva da decenni una via per spostare le sue greggi. A un certo punto un’impresa edile, che sta costruendo un imponente insediamento turistico vicino ai suoi terreni, ha occupato abusivamente quella strada che Ovidio Marras utilizzava per portare al pascolo le sue pecore.

Ovidio Marras naturalmente ha protestato: il colosso dell’edilizia, dall’alto della sua potenza economica, ha pensato che avrebbe potuto comprare il consenso di Ovidio.

E quando mai s’è visto un pastore sardo capace di fermare il progresso economico?

Sono stati  tacitati ad Ottana, a Portotorres, nei terreni che ora sono chiamati ” costa smeralda”; perché non possiamo comprarli a Teulada? Noi siamo il progresso, portiamo posti di lavoro, civiltà, soldi.

Ma Ovidio non ha voluto i soldi e si è rivolto al Tribunale che ha ordinato all’impresa di rimuovere le opere abusive e riportare al ripristino stato ante causa la morfologia del terreno (rendendo nuovamente agibile la strada campestre a favore di Ovidio Marras).

Questa è la storia che ha reso famoso  Ovidio Marras.

Ha fatto bene Michele Murgia a indicarlo come il vero personaggio sardo  dell’anno.

Ovidio, forse senza volerlo,  incarna la costante resistenziale sarda (per dirla con Giovanni Lilliu).

E smentiscono i vecchi disillusi e pessimissti come me, che hanno abbandonato i furori ideali di sardità della sua  prima gioventù, delusi dalla falsità dei politici (sardisti del PSd’Az in prima fila), dalla superficiale materialità dei  contadini sardi che giustamente tengono famiglia e prendono  i soldi a valanga della R.A.S. (parlando sì, in sardo, ma contando i soldi in italiano; quelli europei son più difficli da contare, a quanto sembra); disincantato di fronte a pastori trasformati in operai (ahimè troppo spesso cassintegrati); impotente di fronte a giovani che non conoscono più il sardo degli antichi avi, ma nemmeno l’italiano degli italici padri; o forse ormai arresosi definitivamente ad una cultura di matriice nazionalista ed etnocentrica.

Ma che importa? Ciò che importa davvero è che Ovidio Marras ha resistito alle lusinghe del danaro e del  progresso.

Anche se forse non sapremo mai esattamente il perché Ovidio Marras  l’abbia fatto.

Per saperne di più:

http://www.sardegna24.net/il-fatto/la-sardegna-che-vorrei-e-centro-e-non-periferia-1.49704

 

 

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 Quattro poeti, alla fine del XVII secolo, sfidando i divieti del Pontefice Clemente VIII, decidono di narrare la vita di Gesù in lingua volgare, ricavandola direttamente dalla versione  ufficiale latina del Nuovo Testamento. Il loro scopo è diffondere la parola di Gesù  tra il popolo e dimostrare che per capire ed amare il Cristo non c’è bisogno di intermediazioni culturali ma chiunque può pervenire alla Sua parola direttamente e per conto proprio.

 Per sfuggire alla repressione del  Sant’Uffizio e del suo braccio armato, il temibile Tribunale dell’Inquisizione, che attraverso una fitta rete di spie controlla tutto il territorio dello Stato Pontifico e degli stati limitrofi, decidono di retrodatare la loro opera di circa cento anni e di celare la loro vera identità assumendo i nomi dei quattro evangelisti, segregandosi in una remota località al confine con la Toscana.

Ma la notizia, pur gelosamente custodita, circola tra i poeti e gli amici  dei quattro, i quali, attingendo alle fonti apocrife,   li aiuteranno  a colmare le lacune dei Vangeli canonici nella vita terrena di Gesù.

Primo giorno-5 ottobre 1582-Mattino-Parte Seconda

Luca: Bravo Giovanni! Che bei versi! Ben degni dell’originale!

Giovanni: Oh, no, Luca! L’Originale è troppo in alto perché queste quartine possano esserne degne!

Luca: Certo, certo! Volevo dire che il volgare toscano comunque rende giustizia all’originale!

Giovanni: Beh, meno male! Sentirselo dire mi dà il coraggio per affrontare questa impresa così piena di incognite e di rischi……

Matteo. E tutto per colpa del divieto reintrodotto dal Papa…….

Luca: Consoliamoci pensando che agli occhi di Dio la nostra sincera intenzione è quella di diffondere la parola di Gesù tra il volgo. D’altronde, rispetto alla giustizia degli uomini abbiamo preso le nostre precauzioni……

Giovanni: Sì, è vero! Ma adesso a chi tocca?

Matteo: Ci sarebbero gli antenati di Gesù…..

Luca: Io ne ho una lista di 76……..

Matteo: Mentre i miei sono tre gruppi di quattordici per un totale complessivo di 42….

Giovanni: Propongo di inserire tutti e due gli elenchi nella storia!

Matteo: Bravo, son d’accordo! Inizia tu, Luca, che hai Adamo per primo nel tuo elenco!

 

Luca:

 

 

-“ Fra gli avi di Gesù, Adamo e Set

Vengono per primi. Poi c’è Enòs,

indi Cainam, Maleleèl e Iarèd.

 

Il settimo ascendente è invece Enòch:

Matusalem, Lamech e Noè sono

I successivi. Ora aggiungerò

 

Un’altra decina in ordine crono.

Sem, Arfacsad, Cainam, Sala, Ebèr,

e a seguire, con identico tono,

 

Falek, Ragau, Seruk, Nacor,  Tarè.

Or ne seguono ben cinquanta e sei:

Abramo, Isacco, Giacobbe e Farès

 

con suo padre Giuda, onor dei Giudei,

Esrom, Arni, Admin, Aminadab,

Naasson, Sala (diverso da quel dei

 

Secondi dieci), Booz, Obed, papà

Di Iesse, padre del gran fondatore

Davide Re, col suo figlio Natàm,

 

e con Mattatà che è  suo successore,

Menna, Melèa, Eliachim, Ionàm

Ci avviciniamo a Gesù Redentore

 

Con Giuseppe (omonimo del Santo),

Giuda, Simèone, Levi, Mattat,

Iorim, Eliezer, Gesù (state attenti

 

che non è ancora Lui), Er, Elmadàm,

Cosam, Addi e ne mancano venti-

tre: Malchi, Neri e Salatiel e, dopo,

 

Zorobabele, Resa e gli eminenti

Ioanam,  con Ioda, Iosek e all’uopo

Semèin, Mattatìa, Maat, Naggai!

 

Ora ne mancano undici allo scopo:

Esli, Naum e prima di Iannai,

Amos, Mattatìa, Giuseppe (non è

 

Santo neanche questo, se non lo sai),

e dopo Melchi, Levi, Mattat c’è

alfine nonno  Eli e San Giuseppe

 

proprio il padre di Gesù Cristo Re!!!”

 

Matteo:

 

 

- Genealogia di  Gesù Cristo, figlio

Del Re Davide e  del profeta   Abramo:

se consentite di darvi  un consiglio,

andate alla Genesi e poi da Adamo

partite; lo stesso se  da San Luca:

ma prestate   attenzione all’origamo

complesso, ‘sì  che esso non vi conduca

in fallo ! Sino a Davide però

nulla quaestio, se si eccettua la buca

di Admin di Matteo! Dopo Davide ho

da dire che nella genealogia

son diversi: fra quei ch’ei generò

Luca cita Natàm. La dinastia

Secondo Matteo cita viceversa

Salomone, Roboamo e Abdìa

E tutti i re sino a colui che persa

Ebbe poi la vista e la corona!

II

Se tutti i nomi tu intendi  imparare

Contane dieci da Adamo a Noè;

poi altri dieci da Sem sino a Tare;

quattordici sino a Davide re

ne conterai partendo da Abramo,

ma bada che Admin in Matteo non c’è!

Davide ancora come albero e ramo

Conteggia nella successiva schiera,

segui con Salomone e Roboamo

sempre in Matteo e alla stessa maniera

trovi Abia e Asaf sino a Giosia.

Quindi, in conclusione, con sicumera

Gli altri  quattordici da Ieconìa,

il re barbaramente deportato

sino a Gesù di Giuseppe e Maria!

L’elenco in San Luca è invece impostato,

come già abbiamo  detto al lettore,

così: dal fondator del Davidato

quarantadue son pria del Redentore

che puoi dividere sempre per tre:

il primo gruppo, ne avrai poi sentore,

inizia con Natàm, l’altro con Er;

l’ultimo alfine da Maàt conduce

ancora sino a Gesù Cristo Re!!!

…continua…

 

 

 

 

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Chi non ha sognato un mondo migliore ascoltando le belle canzoni di Elton John?

 

Adesso il figlio del multimilionario cantante ed autore di successi internazionali, ha compiuto un anno e daddy Elton, con papà David (suo inseparabile compagno), si sono concessi una bella vacanza alle Haway!

Non si può certo dire che il piccolo Elton junior non sia un bel bambino.

Per completezza preciso che la donna che lo ha partorito ha stipulato con i due attuali genitori del piccolo un contratto in base al quale essa ha affittato il suo apparato riproduttivo nel quale è stato impiantato un embrione maturato in provetta, impegnandosi a portare l’embrione a maturazione sino alla nascita del bimbo, rinunciando a qualsiasi diritto (naturale o positivo), con l’obbligo di consegnare il bambino ai due fidanzati in cambio di una somma di danaro.

Altri particolari non mi sono noti, anche se potrebbe darsi che lo sperma sia stato prelevato da David (compagno di Elton) mentre l’ovocita potrebbe essere della stessa madre surrogata (come gli Inglesi chiamano la donna che mettere a disposizione, dietro compenso, il suo utero).

Insomma, un garbuglio giuridico che in Italia non è neppure immaginabile perchè si scontrerebbe con mille divieti.

Non voglio dare qui giudizi morali che non mi competono.

Spero che l’ordinamento giuridico inglese abbia predisposto tutte le garanzie sufficienti a garantire e tutelare il minore.

Certo per uno vecchiaccio  come me é dura ammettere che un bambino possa crescere  con due figure genitoriali entrambe di sesso maschile, considerando anche che la Natura ha stabilito che la vita umana scaturisce dall’incontro tra un maschio e una femmina.

Insomma, di fronte agli occhi azzurri e alla luminosità di questa creatura di Dio, mi intenerisco e non posso non rilevare che questo bambino, senza l’intraprendenza del fantasioso cantante inglese, non sarebbe mai nato.

Il resto è materia per teologi e legislatori.

 

http://www.dailymail.co.uk/tvshowbiz/article-2078585/Elton-Juniors-album-A-year-life-musicians-pampered-son.html

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Duemila anni fa moriva il primo martire cristiano, Stefano, poi fatto santo, che viene festeggiato il giorno dopo il Santo Natale.

Dopo di lui sono morti a milioni nel nome di Cristo: sbranati dai leoni, squartati, arrostiti, spellati, seviziati, lapidati,imprigionati,bruciati,trafitti,crocifissi, decapitati, semplicemente privatii della libertà e della vita perche credenti in Cristo.

Gli ultimi sono 35 nigeriani, uccisi nel giorno in cui si festeggia l’incarnazione di Dio nell’Uomo Gesù. Il più grande regalo di Dio agli uomini.

E’ triste sentire che ancora si uccide un uomo per le sue convinzioni religiose.

Forse è giunta l’ora che tutte le chiese si uniscano per ribadire definitivamente  che Dio è uno solo, in qualunque modo Lo si chiami. E che ciascuno, pur mantenendo le sue peculiarità teologiche e dottrinali, riconosca all’altro il diritto di adorare Dio nel modo ritenuto più corretto, senza arrogarsi un diritto di monopolio divino dietro il quale molti uomini celano in realtà la loro sete di potere e la loro brama di comando.

Dal mio punto di vista vedo Cristo indifeso nella sua mangiatoia, venuto a portare la pace e l’amore, e Crocifisso Egli stesso, emblema e testimonianza della libertà di professare un Credo senza volere imporre niente a nessuno.

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Quando Augusto ordinò che con decreto

Nel mondo conosciuto un censimento

venisse fatto, con animo lieto,

Seppure prossima al concepimento

La sua sposa Maria Giuseppe avesse, Volendo assolvere al suo adempimento,

a registrarsi nel borgo di Iesse,

padre di re Davide, che in Giudea

aveva luogo, ordunque si diresse

verso Betlemme dalla Galilea,

Appunto con Maria sua sposa incinta!

I giorni del parto quivi essa avea

Completati e, dalla stanchezza vinta,

poiché non si trovava alloggio alcuno,

in una mangiatoia fu sospinta

dove, senza l’aiuto di nessuno,

al figlio primogenito diè luce!

Avvolgerlo e deporlo fu tutt’uno

In fasce ed in pastoie che di un Duce

Erano indegne per sicuro! In quella

Regione, onde sottrar il gregge al truce

Lupo, alcuni pastori a sentinella

Stavano. Un Angelo del Signore

Si presentò davanti a loro nella

Notte, avvolgendoli di lor fulgore!

Quelli furono presi da spavento.

Ei disse: “Non abbiate alcun timore!

Ecco, annunzio al popolo un lieto evento.

Nella città di Davide oggi è nato

Cristo Signore, Salvezza e Portento!

Questo è per voi il segno che Egli vi ha dato:

troverete un bambino in fasce avvolto

che giace con due ruminanti a lato

in una mangiatoia!” All’ascolto

tosto si udì l’esercito celeste

gloriare Dio l’Altissimo che molto

ama i suoi figli e della pace è teste!

Andaron senza indugio quei pastori

E fecero ai tre santi giuste feste!

Ne furono sorpresi gli uditori

Mentre Maria serbava per sua parte

Tutto l’occorso in cor! Come i latori

alati gli avevano detto, ad arte

fecero quei pastori ritornando,

come ogni storia narra e si diparte

glorificando Dio e Dio lodando!!!

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Salmo 40

Preghiera di un infermo

Il Signore sosterrà nel dolore
L’uomo che ha cura della debolezza
Del fratello. Lo veglierà ‘l Signore.
Risanami della mia nefandezza!
Si accumula la malizia nel cuore
Dei miei nemici! La gelida brezza
loro m’ha gelato e son sofferente!
Sia benedetto il Signore per sempre
[ che avanti a Sé mi ha presente]

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Oggi pomeriggio passeggiavo con la piccola delle mie figlie per le vie del centro.

-”Mi sembra un Natale triste!” – ha esclamato osservando i visi bui dei passanti.

Ho dovuto convenire che effettivamente i visi dei passanti parevano anche a me meno festosi e gioiosi  rispetto a quelli che ricordo assai più impegnati nella corsa sfrenata allo shopping natalizio degli anni passati.

Mi sono chiesto il perché. E la risposta è alquanto semplice:negli ultimi trenta anni abbiamo delegato ad occuparsi della cosa pubblica degli spendaccioni, incapaci, disonesti e pasticcioni.

O forse, ancora più semplicemente, chi ha gestito la res publica, per accattivarsi il nostro consenso, ha indebitato lo Stato in maniera esagerata, ed ora è arrivato il conto da pagare.

E il conto, è sotto gli occhi di tutti, lo pagano gli onesti, i pantalone, gli italiani medi.

Eppure io non permetterò alla crisi, ed ai meccanismi finanziari perversi che hanno fatto emergere le contraddizioni e le storture di un sistema economico globale in cui pochi puntano e riescono  ad arricchirsi  a danno di  molti, io non gli  permetterò, dicevo, di rovinare il senso vero del Natale.

Anche nei miei anni più bui, quando vivevo lontano dalla fede, non ho mai disconosciuto l’importanza e la grandezza di Gesù; di questo Uomo (che per molti, me compreso, è anche Dio, ma che rimane comunque un grande Uomo) nato povero, che aveva a portata le più grandi ricchezze materiali del mondo e le ha ripudiate, rifiutate, disdegnate, preferendo vivere da umile artigiano, frequentando i poveri, difendendo le prostitute, i diseredati, i lebbrosi, gli ultimi.

No, la crisi non può e non deve farci dimenticare il senso più intimo e profondo del Santo Natale: l’altruismo, la spiritualità, la mano tesa verso gli ultimi, la ricerca del senso vero della vita.

Potrei e vorrei aggiungere tante altre cose ma preferisco concludere dicendo che approfitterò della crisi per riscoprire il senso vero del Natale, che non è nei regali, nello shopping, nella materialità di un benessere che, oltre tutto, si è persino mostrato fallace ed ingannevole.

Gesù è morto per i suoi fratelli, su quella Croce.

Se vogliamo possiamo anche disconoscere e criticare certi cardinali, certi alti papaveri del Vaticano, certi preti che hanno mancato al loro dovere, ma ciò non toglie niente al senso della vita di Cristo in terra: ciò che Egli ha fatto per i suoi simili resterà inalterato e indelebile nella storia dei secoli.

Gesù non ha mentito nella Sua vita terrena e non mentirà mai.

Tutto può crollarci intorno ma non confondiamo il bene con il male, il vero con il falso. e non sostituiamo mai lo spirito con la materia.

Buon Natale a tutti.

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LA VERA BIOGRAFIA DI GESU’
NARRATA DA  4 LETTERATI DI FINE SEICENTO
IN LINGUA VOLGARE
(attingendo alle fonti canoniche, ma non solo)

- Prologo-

Questa è la ricostruzione della biografia di un Uomo chiamato Gesù, mandato sulla terra da Dio per la salvezza dell’Umanità, composta in dieci giorni da quattro poeti di fine seicento, forse dal 5 ottobre al 14 ottobre 1690 e si basa sulle fonti canoniche del Nuovo Testamento (e non solo) per narrare le vicende terrene del Figlio di Dio, dalle Sue Origini sino alla Sua Resurrezione. Volendo scrivere  e diffondere la loro opera in lingua italiana, gli originari autori, seppure le loro intenzioni fossero oneste e devote, a causa del divieto assoluto di volgarizzazione della Bibbia che la Chiesa Cattolica Romana aveva introdotto con Papa Clemente VIII nel 1596 (che aveva incaricato il  Sant’Uffizio di reprimere con severità ed intransigenza  le relative violazioni), decisero non solo di restare anonimi, ma anche di  cambiare le date delle loro riunioni sostituendole con quelle che vanno dal 5 ottobre al 14 ottobre 1582. Avevano infatti studiato la questione da un punto di vista giuridico ed erano arrivati alla conclusione che, qualora fossero stati scoperti, l’imputazione contro di loro sarebbe dovuta cadere dinanzi al famigerato Tribunale dell’Inquisizione (il braccio armato del Sant’Uffizio) per il fatto che in seguito al Decreto con cui   Papa Gregorio XIII aveva riformato il calendario Giuliano, dal 4 ottobre 1582 doveva passarsi direttamente al 15 ottobre 1582. Così che nessun Ufficio Pubblico dello Stato Pontificio, e tanto meno un suo Tribunale, avrebbe potuto condannare qualcuno per un reato commesso in un periodo mai esistito. Gli autori pensarono così di celarsi dietro il nome dei quattro evangelisti canonici, attribuendo ai loro occasionali ospiti e collaboratori l’identità fittizia dei discepoli più stretti di Gesù. Si riservarono tuttavia di rilevare la loro vera identità soltanto dopo la stampa del libro. L’opera di ricostruzione è stata condotta su  alcuni frammenti degli scritti originari che hanno consentito, seppure con evidenti difficoltà, la presente pubblicazione.  L’idea originaria era dunque quella di narrare la storia di Gesù Cristo, Figlio di Dio, fattosi Uomo sulla Terra, in lingua volgare, facendo convergere  in un unico contesto letterario, tutte le vicende narrate dai testimoni diretti. Per loro maggiore tutela, ad ogni buon conto, come già detto, gli autori celarono la loro identità dietro gli pseudonimi di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, attribuendo ai loro amici e sodali, volenterosi di dare un contributo personale alla storia di Gesù,  l’identità di Pietro, Andrea, Giacomo il Maggiore, Giacomo il Minore, Giuda Taddeo, Bartolomeo Natanaele, Simone il Cananeo, Filippo, Tommaso e Giuda Iscariota. Anche il luogo ove i quattro si riunirono ed ospitarono i loro collaboratori occasionali è rimasta segreta, pur se si crede che essi furono ospitati in una casa isolata di Làmole, oggi sotto l’amministrazione toscana ma all’epoca  territorio soggetto alla sovranità del Papa. Nella stesura della loro opera letteraria gli autori  sembrano aver privilegiato la forma metrica della terzina di endecasillabi, anche se non mancano adattamenti della Canzone petrarchesca, della Ballata Grande, del Sonetto e numerose quartine di settenari, frammisti ad ottonari.

Prima Giornata – 5 ottobre 1582
Mattino (Parte Prima)

[Luca, Matteo e Giovanni, in attesa di Marco, che li raggiungerà nel pomeriggio con due tanto inattesi quanto graditi ospiti, gettano le basi della loro storia, presentando il loro personaggio sia nella sua origine divina (In principio era il Verbo), sia in quella terrena (Antenati di Gesù), proseguendo poi con l’Annunciazione, il Concepimento e la Nascita di Gesù.]

Luca: - Dunque, amici, siamo d’accordo?
Giovanni: – Sì, io sì! Mi sembra la cosa più saggia. Tu, Matteo, che ne pensi?
Matteo: – Ma sì! Anche se la nostra fama non se ne gioverà molto…. Pensate se questo libro, che in pratica sarà  il primo Vangelo in volgare, dovesse diffondersi! In fondo, oggi, con la stampa, potrebbe anche accadere…
Luca: - Beh, intanto la nostra è una storia, un romanzo, come si usa dire oggi e  non una Bibbia di carattere teologico…
Matteo: - Però ci siamo ripromessi di essere fedeli nel riportare le parole autentiche e le vicende vere della vita di Gesù! E poi, proprio i caratteri di originalità costituiscono motivo giusto per l’attribuzione di paternità che io reclamo, anche se, per altro verso, avrei paura delle conseguenze. La gloria e la fama attirerebbero l’attenzione del Sant’Uffizio…
Luca: - Se la mettiamo su questo piano ti do ragione; ma  mi viene   un’idea capace di salvare il vino e la botte…
Matteo: - Un’idea? Che idea?
Luca: - Sentite: potremmo compilare una carta testamentaria, rivendicando con essa la paternità letteraria dell’opera ma incaricando il Notaro ricevente di non rendere pubblica la nostra Carta prima che l’ultimo di noi abbia lasciato questa valle di lacrime…
Matteo: - Mi pare proprio una bella idea, nevvero Giovanni?
Giovanni: - Sì, certo! Ma Marco sarà d’accordo?
Luca: - Basterà chiederglielo al pomeriggio, quando arriva! Ma vedrete che sarà d’accordo!
Giovanni: - D’altronde sarebbe comunque prudente compilare la Carta a fine storia…
Matteo: – Già! Non si sa mai che qualche spia dell’inquisizione… Se quelli vengono a sapere che stiamo traducendo ampi stralci del nuovo Testamento in volgare, poveri noi…
Luca: - La prudenza non è mai troppa, anche se qui a Làmole i giudici dello stato pontificio non sono certo vicini!
Matteo: - Bene, animo dunque: come inizia la nostra storia!?
Luca: - Dal principio, naturalmente!
Giovanni: - In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio…
Matteo: - Bello! Come suona bene! Quindi questa sarà la  pagina uno del nostro libro?
Luca: – Penso di sì! Ma questo lo vedrà il tipografo! Non dimenticare che si usa anteporre il titolo e poi la prefazione… Noi cerchiamo di numerare le nostre pergamene secondo l’ordine prestabilito.
Matteo: - E’ vero! Hai ragione! Ti chiedo scusa, ma io fremo d’emozione: questo dovrebbe essere il mio primo libro a venire stampato!
Luca: - Anche per me. Ma non comparirà col nostro nome! Buffo vero?
Matteo: Già! Il nostro nome apparirà dopo morti!
Luca: Non ci pensiamo. Dai Giovanni, leggici il tuo primo brano per intero!

Giovanni:

-“In principio era il Verbo
E il Verbo era presso Dio
Il Qual teneva in serbo
Di riscattare il fio

Dell’umana corruzione
Mandandoci Suo figlio
Che nato da puro Giglio
È Sua rivelazione

In uno con lo Spirito
Ma puoi elencarne tre!
Come la Legge per Mosè
Fu data, la Grazia Cristo

Ci ha portato e Verità.
Pur se d’ogni cosa è Autore
L’uomo, mal riconoscitore
Lo ha trattato con viltà.

Ma a color che L’hanno accolto
Lui li ha resi fratelli
Dandogli i doni più belli
Senza riceverne molto.

Il Verbo fu carne e storia
Venendo a vivere di qua!
Noi vedemmo la Sua gloria
D’unigenità Verità!

Venne un uomo inviato
Da Dio, a nome Giovanni;
venne negli stessi anni,
la Luce ha testimoniato!

Egli non era la Luce,
ma d’Essa era testimone,
nel mondo il Vero Timone,
poscia venne, Vero Duce!

Tutto è stato fatto da Lui,
ma senza, niente è creato!
Lui non è stato accettato,
Astro splendente in cieli bui!

Dio, nessuno l’ha mai visto;
l’Unigenito Suo Figlio,
che nel Padre è consiglio,
viene rivelato in Cristo!

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Il mio cuore è triste. La mia immensa tristezza prevale sull’indignazione e sull’orrore che ha suscitato in me la notizia di un uomo che, per impedire alla moglie che voleva studiare contro il suo parere, le ha vigliaccamente amputato le cinque dita della mano destra.

Cosa importa se lo ha fatto per gelosia, per maschilismo, per malvagità e nella convinzione di averne diritto per l’atavica usanza dei suoi antenati di tenere la donna sottomessa, vigente ancora in tanti Paesi del mondo e in tanti uomini di ogni dove.

Ciò che importa è che egli l’ha  fatto!

Ha amputato le dita della mano destra della moglie solo perchè voleva studiare, voleva emanciparsi, voleva realizzarsi.

Forse questo truce episodio ci può far capire meglio da che mondo fuggano quei disperati che arrivano stremati nelle nostre coste, dopo aver navigato in balia dei marosi per giorni e giorni.

Il mio cuore è triste per le ingiustizie e le cattiverie del mondo.

Per saperne di più:

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2075435/Husband-chops-wifes-fingers-stop-studying-degree.html

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Salmo 39

Riconoscenza e supplica

Ho avuto molta fede  nel Signore,

ed Egli sopra  di me si è chinato;

la Tua legge si posa nel mio cuore,

la Tua fedeltà ho già proclamato;

in molti vedranno e avranno timore,

l’uomo che in Dio spera sarà beato.

Chi Ti cerca esclama: sono infelice!

  “Grande è il Signore!” –Chi Ti trova invece

[dice].

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Probabilmente è noto a tutti che il dlgs n. 70 del 2003 ha sancito il principio secondo cui i Providers di Internet (cc.dd. ISP) non sono responsabili per i contenuti che viaggiano nella rete, rivolti ai destinatari più diversi da privati, imprese, professioniti, associazioni e quant’altro.

Conviene comunque  rammentare che tra gli obblighi dei Providers che il decreto legislativo ha fissato, rientra quello di comunicare a chiunque ne faccia richiesta (autorità amministrativa ma anche bloggers che vi abbiano legittimo  interesse) gli estremi di identificazione relativi ad ogni e qualsiasi contenuto (commerciale  e non ) che viaggi in rete (art. 7 dlgs 70/2003).

In buona sostanza la ratio della norma si può identificare nella necessità che l’autore di ciascun contenuto che viaggi in rete (tramite un blogger, la posta elettronica, o per visualizzazione di  messaggio promozionale, ecc.,) sia sempre e comunque identificabile e che si possa perciò risalire alla sua identità certa ed inequivocabile onde consentire a chiunque vi abbia interesse, e tanto più quando vi siano violazioni di leggi civili, amministrative o penali, di intraprendere nei confronti dell’autore quelle azioni ritenute necessarie alla tutela dell’interesse pubblico e/o privato che (a seconda dei casi) siano stati lesi.

E’ opportuno altresì rammentare che il responsabile dei contenuti che viaggiano in rete è sempre l’autore. E quindi occorre agire e scrivere sempre nel rispetto delle leggi vigenti, soprattutto facendo attenzione ai profili di carattere penale.

Naturalmente,  una volta rammentato che la legge penale non ammette ignoranza, occorre precisare che, quantomeno sul piano civile,  il blogger, il quale  agisca in buona fede, senza l’intenzione di offendere ovvero senza la coscienza di violare i diritti altrui può e deve stare tranquillo in quanto i vecchi e cari principii di carattere generale si applicano anche in rete. Ciò significa in altri termini che il blogger, tanto per esemplificare, che adottando la diligenza del buon padre di famiglia,  si trovi a violare inconsapevolmente i diritti altrui, commette sì un errore ma, qualora non sia censurato dal Provider (che come già detto non è responsabile e neppure ha l’obbligo di farlo secondo la recentissima sentenza del Tribunale di Cagliari di seguito calendata) deve prontamente rimuovere il contenuto offensivo e/o lesivo dal suo blog appena gli sia stato comunicato dall’avente diritto la lesione e/o l’offesa.

A tal fine il dlgs 70 in esame prevede la possibilità che le comunità internautiche possano adottare dei codici di autocondotta che si rivelano davvero utili per evitare spiacevoli conseguenze legate ad un cattivo uso della rete e delle libertà connaturate al suo utilizzo.

A tal proposito appare interessante una recente pronuncia del Tribunale di Cagliari che riafferma il principio secondo cui “il provider non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.”  cfr Tribunale di Cagliari – Sentenza n. 3012/2011 del 9 novembre 2011

Il dlgs 9 aprile 2003 n. 70 è di facile lettura ed è molto interessante perchè contiene informazioni utili per chi naviga in rete quotidianamente.

Per consultarlo basta clickare sul link del Parlamento qui a fianco: www.parlamento.it/parlam/leggi/deleghe/03070dl.htm

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E’ doveroso constatare ancora una volta che i nemici più acerrimi dei Sardi si dimostrano gli stessi Sardi.

Oggi me ne faccio una ragione;  da giovane mi faceva rabbia, ora mi accontento dell’amarezza.

Ma non mi rassegno ancora e cerco di capire.

Da giovane ero convinto che bastasse l’orgoglio di essere Sardi, l’attaccamento alle proprie radici, il sentirsi tutti fratelli.

Oggi capisco che è solo una questione di soldi.

Siamo tutti attaccati al nostro campanile e nessuno di noi Sardi sembra disposto ad accettare di variare il suo idioma avito di un solo vocabolo.

E così si finisce con il continuare a stare divisi.

L’Università di Sassari inizialmente pare abbia accettato il piano triennale per il bilinguismo in Sardegna (Sardo e Italiano): quei soldigià stanziati dalla Giunta Soru e poi messi a disoposizione dalla Giunta attuale facevano comodo all’ateneo sassarese.

Poi, di fronte alla necessità di dovere impartire gli insegnamenti in lingua sarda è prevalso il campanile. In fondo non siamo neppure tanto Sardi, avrà pensato qualcuno a Sassari. A ben veder il nostro dialetto è in realtà un dialetto della lingua italiana, piuttosto che di quella sarda, avrà pensato qualcun altro.

Non sarò certo io a mettere in dubbio convinzioni che, se vai a vedere, hanno anche una base scientifica. e sarebbe un errore, oltre che una violenza, negare le specificità dei Catalani di Alghero, quella dei Carlofortini dell’Isola di San Pietro e, perchè no, magari anche quella dei tatharesi di Sassari.

Ma l’unico modo di impedire alla lingua sarda di morire è quella di creare una koinè e di imporla con programmi mirati ad inserire l’insegnamento di questa lingua unificata nelle scuole elementari. Poi ognuno, con i suoi amici e nella sua famiglia continuerà a parlare sassarese, carlofortino, campidanese o logudorese. Ma occorre intervenire con decisione e con i finanziamenti necessari a sostenere tale decisione.

I soldi ci sono, se è vero come è vero che la giunta regionale sta mettendo a bando 120 milioni di Euro per digitalizzare la scuola . Peccato che lo voglia fare in italiano e in inglese. Al Sardo solo 750 mila Euro e pure contestati.

Io sono un cultore della lingua inglese; e pure di quella italiana; ma prima di essere inglese, europeo, italiano, sono Sardo. E piango al pensiero che i figli di questa terra disconosceranno completamente la lingua sarda.

L’ex ministro della p.i. Tullio De Mauro osservava recentemente che più del 70% degli Italiani non sono in grado di capire un testo in lingua italiana di media difficoltà.Eppure sono 150 anni che si insegna, si legge, si scrive e si ascolta in lingua italiana.

Ma se vai a Milano, i milanesi, giustamente continuano a parlare il minlanese; così come a Roma, a Napoli, a Firenze e in tutte le altre mille città d’Italia.

Nessuno qua in Sardegna sembra preoccuparsi per il fatto che solo il 13% dei bambini conosce il Sardo (il suo sardo, quello dei suoi genitori e dei suoi nonni). E chissà se questi bambini saranno tra quel 70% che domani non saprà bene neppure l’italiano!

Non c’è altro modo per salvare la lingua sarda: i sassaresi da soli non riuscirebbero ad imporre lo studio del sassarese nelle scuole; così come non ne sarebbero capaci i campidanesi, i logudoresi o i carlofortini. Ma tutti insieme si può.

 

Altrimenti, anche se siamo nati Sardi, moriremo un po’ italiani e  un po’ inglesi, ma senza essere stati veramente italiani o veramente inglesi.

 

Per saperne di più:

http://www.sardegna24.net/cultura/ai-docenti-di-sardo-lezioni-in-italiano-1.46195

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Da un’indagine effettuata a quattro mani da Eurispes e Telefono Azzurro emerge quello che già si sapeva: la scuola italiana è malata.

I motivi sono arcinoti e l’indagine li ha messi in evidenza tutti:

1. La scuola è scollegata dalla realtà;

2. L’arruolamento dei docenti si svolge in modo improvvisato e inadeguato;

3. L’aggiornamento dei docenti in servizio non è adeguato, anzi praticamente non esiste ed è lasciato alla libera iniziativa dei singoli docenti;

4. Gli spazi all’interno della scuola sono inadeguati;

E l’elenco potrebbe continuare.

Le cause che hanno originato questo malessere sono profonde e complesse ma si possono sintetizzare in una sola e semplice affermazione: mancanza totale di programmazione e di  investimenti.

E lo scrivo con la consapevolezza di un ex-studente della scuola pubblica che nella sua carriera scolastica può sostenere di avere incontrato degli ottimi insegnanti; e lo scrivo come docente che si è pagato e si paga da solo il suo aggiornamento (grazie alla sua attività di libero professionista) e che si sente attorniato da colleghi onesti e capaci.

Per saperne di più:

 

http://www.leccoprovincia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1993:gli-studenti-vogliono-una-scuola-diversa&catid=17&Itemid=172

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Una cameriera entra in scena e apre le due ante dell’armadio su cui troneggia una enorme testa di Karl Marx.

Con l’interno rivolto allo spettatore, le due ante simulano gli scaffali di una libreria.

Dall’interno dell’imponente armadio la cameriera estrae un divanetto a due posti e un basso tavolino che con una sedia a dondolo e alcune altre sedie in tinta, completano l’arredamento del salotto di casa Marx.

Siamo a Londra, negli anni cinquanta del 1800. Karl Marx ha già pubblicato nel 1848 “Il Manifesto del Partito Comunista”  scritto a quattro mani con Friedrich Engels. Karl Marx e la sua famiglia si son dovuti rifugiare a Londra a causa dei sospetti della polizia belga, p reoccupatache il grande economista e filosofo, fondatore della scuola marxista, voglia esportare anche in Belgio la rivoluzione, che furoreggia in Francia nel 1849. Neanche la Francia, d’altronde, è ospitale per Karl Marx: troppi creditori arrabbiati. E le finanze della famiglia di Karl Marx non vanno certo meglio a Londra: i beni di famiglia vanno avanti e indietro dal Monte di Pietà, tra un invio e l’altro di danaro del mecenate e sodale Friedrich Engels.

Ma nella commedia di Adele Cambrìa, rappresentata a Cagliari nel giorno 10 dicembre 2011 per la regia di Marco Parodi, le difficoltà finanziarie e le ristrettezze economiche in cui vivono Marx, sua moglie Jenny von Westphalen e le loro due figlie fanno soltanto da sfondo al nucleo centrale del dramma: con i Marx vive da sempre una cameriera, Helen Demuth, che divide con loro le fatiche e le miserie di una famiglia a cui, un pur sì notevole pensatore ed una nobile prussiana decaduta, non riescono ad assicurare un minimo di serentità economica.

Helen serba nel suo animo un grande segreto che verrà disvelato al mondo intero soltanto più un secolo dopo: il bambino che Helen ha partorito in casa dei Marx, e che è stato prontamente dato in affidamento, è figlio di Karl Marx, frutto di un rapporto extraconiugale consumato tra la cameriera ed il suo datore di lavoro, sotto il tetto coniugale.

Sembra incredibile come proprio in casa del più grande pensatore comunista della storia del pensiero rivoluzionario si sia consumato un dramma così borghese. E nel triangolo inusuale ed abnorme (oggi Marx rischierebbe, come minimo, una condanna per mobbing) chi ne esce con le ossa rotta è proprio il grande intellettuale tedesco. Il suo mito viene polverizzato sotto le macerie della sua incapacità di gestire e di accogliere gli stessi frutti del suo matrimonio (quattro figli della coppia legale su sei moriranno praticamente per mancanza di assistenza materiale) e della sua meschina, banale e pavida dimensione maschilista.Viene spontaneo chiedersi a cosa serva una intelligenza sopraffina, spesa a scrivere libri e manifesti in difesa dei deboli, se poi il suo autore si dimostra insensibile ai destini dei deboli che gli stanno accanto: i figli indifesi che muoiono sotto i suoi occhi affetti da incapace impotenza e la proletaria Helen, strappata alla sua famiglia appena undicenne e totalmente succube sia socialmente e sia economicamente della sua nuova famiglia.

Sta in questa enorme contraddizione la grandezza del testo di Adele Cambrìa; un testo coraggioso e irriverente che scrollandosi di dosso ogni timore reverenziale, frantuma il mito del pensatore, del filosofo, dell’intellettuale e del rivoluzionario a cui si sono ispirate tutte le grandi rivoluzioni socialiste (dall’URSS alla Cina; dal Vietnam a Cuba), anch’esse miseramente fallite, mettendo a nudo l’uomo e proiettandolo nella sua dimensione più intima e umanamente delicata:il suo rapporto con le donne. Un testo egregiamente interpretato da Elena Pau e Simona Guarino che nell’arco della durata dello spettacolo fanno emergere due intense e positive figure femminili che piano, piano ma inesorabilmente, finiscono per ridimensionare la figura umana di Karl Marx (presente sul palcoscenico solo con la voce calda e pastosa di Gianni Esposito), riuscendo a colmare perfino, grazie ad una solidarietà tutta femminile, anche il divario sociale e culturale che le separa sin dalla nascita.

Qualcuno può esser portato a pensare che il testo pecchi di eccesso di femminismo e che sia portatore di una tesi apodittica ma la storia sul palcoscenico regge e si regge bene. E tanto basta.

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Salmo 38
Caducità della vita
I

“Io veglierò per non essere incline“

mi dicevo- “ a peccare senza torni

frenanti alla bocca, mentre col crine

 

nanti son gli empi di fortuna adorni.

 

Rivelami, Signore, la mia fine,

Quale sia la misura dei miei giorni

E saprò quanto è breve la mia vita

Misurata nei pochi palmi delle

[tue dita!”]

II
La mia vita davanti a Te è nulla,

soltanto un soffio è ogni uomo che vive;

egli come un’ombra, dalla sua culla,

següe il cammino sino alle rive,

ove è vana ogni ricchezza fasulla,

alle pendici del monte declive!

Distogli il Tuo sguardo dalla mia vita,

prima che dalla terra me ne vada

[e sia finita!].

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Girando per la rete mi capita talvolta di leggere di donne che rifiutano il matrimonio, nonostante le insistenze di compagni che amano e da cui sono sicuramente riamate.

A parte l’irrisolta (per me) questione di cosa sia veramente l’amore, devo confessare che queste donne costituiscono una novità e un’eccezione notevoli.

Un’eccezione se ripenso ad un amico di un tempo lontano, uno che aveva girato il mondo per davvero, e che un giorno mi disse che dappertutto nel mondo aveva potuto notare nelle donne una costante.

“Tutte le donne”- mi disse questo amico- “hanno in testa sempre e soltanto una cosa : il matrimonio. Puoi girare dove vuoi: in Asia, nelle tribù dell’Africa, nelle isole del Pacifico, in Europa e perfino in America tra gli Indiani, ma la donna ha sempre quel chiodo fisso in testa: sposarsi e solo sposarsi. Tutto il resto non conta.”

Una novità perchè penso che questo nuovo atteggiamento sia legato alla emancipazione della donna.

E’ proprio vero: il tempo passa e il mondo cambia in continuazione.

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Ave o Madre dél Dio Vivente

scrigno dél più prezióso déi tesòri,

generatrice dell’Onnipotènte,

di Colui che esiste dagli albori

di Colui che pér sèmpre sarà!

Madre che lenisci i nòstri dolóri, luce di confòrto e pietà!

Avvocato di cause nòstre infelici,

inimitabile virtute e beltà!

Aiuto a peccatóri e peccatrici,

rifugio che ci ami e sostieni!

Modèllo di bontà e sacrifici,

minièra dai filóni ripieni

di giòie d’inestimabile valóre,

che sòla richièdi e ottieni

da Tuo figlio Gesù Il Redentóre,

che riscatto sèi stata di Eva,

umilménte servèndo Il Creatóre

nél progètto che pér nói prevedeva

il perdóno dall’antico peccato!

Perfezióne e Mistèro che s’eléva,

arduo da capire e complicato!

Madonna Madre di Gesù Salvézza

Che còl Suo sangue l’uòmo ha riscattato

Dalla sua originaria nefandézza!

Non basta il pensièro umano

Pér spiegare il mistèro di grandézza,

che pur venèndo da così lontano

s’è fatto carne in quésta tèrra;

e Tu, Tu l’hai cresciuto, piano, piano,

covando in cuor ciò che ógni mamma inserra

per il sangue dél suo sangue,

pur cònscia dél Suo destino; èrra

chi nón avvèrte il cuor che langue

di una mamma che generosaménte,

il frutto di Sua carne esangue

nón vuòle abbia soffèrto inutilménte!

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Un mio studente, nell’ambito del corso di studi in Economia Politica che svolgiamo nel triennio superiore,  mi ha chiesto di parlare del signoraggio.  Il discente ha precisato di averne sentito parlare alla TV e di aver cercato di approfondire l’argomento nella Rete ma di esserne uscito più confuso di prima.

Trenta anni fa una simile domanda sarebbe stata impensabile.

A quel tempo non è che mancassero i ragazzi curiosi e intelligenti ma i canali di informazione erano ancora quelli tradizionali; quelli stessi di cui potevo aver fruito io, ai tempi dei miei studi superiori: libri, giornali, radio; con l’aggiunta della TV, certo, ma non di quella satellitare che oggi è così ricca di offerte.

In effetti la Rete ha cambiato tutti.

Oggi con un semplice click, trovi davvero di tutto e di più.

Ma l’offerta eccessiva, come insegna anche la storia dell’asino di Buridano, non sempre è positiva e talvolta addirittura finisce per confondere i fruitori e i destinatari.

La verità è che per affrontare e per capire certi argomenti, occorre avere delle basi.

Inoltre occorrerebbe avere anche un certo metodo di cercare e di studiare in Rete.

Ma la scuola, da questo punto di vista, si è mostrata impreparata.

L’innovazione tecnologica è sopravvenuta così improvvisa ed incalzante che la classe docente non è riuscita a stare al passo. Anche per colpa del Ministero, sempre prodico di riforme a costo zero, ma assai avido nel predisporre strumenti e, soprattutto corsi di aggiornamento.

Gli studenti così, con il fai da te, si sono ritrovati davanti al computer, da soli, a gestire una marea ingente di informazioni che andrebbero invece selezionate, classificate e spiegate.

A ciò si aggiunga una TV (e qui mi riferisco soprattutto alle emittenti private, con o senza padrone) che mettono in onda programmi che divulgano con una certa approssimazione e con eccessiva disinvoltura, l’informazione scientifica, contribuendo a rendere il quadro di riferimento dei nostri giovani studenti, alquanto confuso ed agitato.

Naturalmente abbiamo parlato in classe del signoraggio e riprenderemo certamente l’argomento.

Ma per approfondire  e capire bene il suo significato, dai diversi punti di vista, occorrerà prima spiegare alcuni argomenti che sono collegati e propedeutici al delicato tema.

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Salmo 37

Invocazione d’aiuto e di perdono

Strofe ottave e  a nona rima


Dio mio, Ti prego,  non stare lontano,

pur se dalle mie colpe sono oppresso;

son triste, in me non c’è nulla di sano,

afflitto ruggisco come un ossesso,

si spegne la forza della mia mano,

e dentro mi sento come uno fesso!

Ecco, confesso la mia nefandezza:

accorri in mio aiuto, Signore, mia

[salvezza].

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