Archivio Novembre 2011

Alle ore 7 e 15 mi sintonizzo su radiotre per la rassegna stampa e sento Concita Di Gregorio leggere “dissuàdere” con l’accento sdrucciolo. Penso a una svista. Può succedere anche a una giornalista di grido, fra tante letture, sbagliare un accento.

Mi sposto al Caffè di Corradino Mineo, sulla TV (Terza Rete). Stesso articolo, stesso verbo, stesso errore: accento sulla terzultima invece che sulla penultima. Allora non è un caso: due giornalisti di grido che sbagliano lo stesso accento.

Supero l’irritazione, pensando che forse sono io a sbagliare o che magari si può pronunciare in entrambi i modi.

Mi concentro sulla notizia e la mia irritazione scompare del tutto.

Lucio Magri si è suicidato ed io sto qui ad indignarmi per un accento sbagliato.

Provo dispiacere per il gesto disperato del fondatore del Manifesto.

Forse mi sarei scandalizzato di meno per quell’errore sugli accenti, se i due giornalisti avessero dato più spazio al dibattito sulla scelta fatta del loro collega.

Poteva essere un’occasione buona per dibattere di eutanasia; o quantomeno per mettere in evidenza la debolezza che ci contraddistingue e che, tanto più sul volgere del tramonto della nostra vita, rischia di farci sentire più soli e indifesi che mai.

Invece ho avuto come l’impressione che le due rassegne stampa esaltassero (giustamente) il professionista, ma tralasciassero(erroneamente) di discutere l’uomo e la sua posizione nel Creato, accentuando piuttosto la sua libertà assoluta e indiscutibile di scelta sia in riferimento alla vita, sia in riferimento alla morte.

Anche qui sbagliando l’accento.

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Talento e creatività costituiscono il binomio tutto italiano che il libro del prof. Vittorio Marchis del Politecnico di Torino ha dedicato ai brevetti italiani degli ultimi 150 anni.

C’è di tutto: dalla Moto Guzzi, all’omino coi baffi della Bialetti, alla 500 di Dante Giacosa, alla magica 101 di Adriano Olivetti.

Insomma il meglio del genio italiano in un libro ricco di immagini, di idee geniali e di nostalgia.

Per saperne di più

http://www.leccoprovincia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1762:150-anni-di-invenzioni-italiane&catid=10:cultura&Itemid=182

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E’ un camper che viaggia nel tempo quello che tre giovani di Serri, piccolo paese di 800 abitanti  in provincia di Cagliari, hanno presentato al Concorso Internazionale ProArte, destinato ai giovani dei piccoli Comuni d’Europa.

L’idea che hanno avuto  Silvia Anedda, Federico Porcedda e Samuele Gaviano (quest’ultimo 29enne sindaco del piccolo centro del Gerrei, gli altri ancora ventenni) è semplice e geniale allo stesso tempo.

I tre giovani sardi hanno ideato un progetto dal titolo “Fragus, oltre ogni limite”, conquistando il Premio Speciale Internazionale per l’innovazione tecnologica.

Un premio ampiamente meritato.

Si tratta di un cinema dentro a un camper che proietta filmati sulla Sardegna in 4 dimensioni.

Oltre il limite delle 3 dimensioni canoniche (altezza, larghezza e profondità) i filmati conducono gli spettatori in una quarta dimensione che è magica, storica, etnica, antropologica, immaginifica, onirica, oltre ogni limite, per l’appunto.

Fragus, termine sardo che deriva dalla radice latina del verbo fragrare, significare odore, profumo, fragranza.

L’idea è quella di condurre lo spettatore, attraverso i diversi percorsi proposti, dentro le vicende proiettate nello schermo del camper magico, percependone non sogli gli idori, ma  anche i suoni, i canti, il calore.

I percorsi sono tanti e vanno da quello del pane, che conduce lo spettatore dal profumo del grano sino al calore del pane fragrante appena sfornato, a quello della pietra che diventa scultura, il legno che si fa arte, il ferro che diviene utensile.

La Sardegna deve saper puntare su questi giovani e sulle   potenzialità del loro ingegno, coniugandole alla vocazione turistica dell’Isola, alla sua grande cultura megalitica, alle sue tradizioni.

Complimenti dunque a Silvia, Federico e Samuele e in bocca al lupo per un futuro di successi e di affermazioni in campo professionale.

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Salmo 36
Fiducia nell’attesa

Acrostico di terzine con versi
Endecasillabi e decasillabi

Appassiranno gli empi come fieno,
brilla come luce la Tua giustizia;
confida nel Signore ed avrai pieno
d’ogni bene il cuore e di letizia;
esaudirà quanto nel tuo cuore
fervoroso attendi con mestizia!
Getta da parte sdegno e furore;
ha poco tempo ancora il malvagio,
il peso del giusto è cosa migliore;
l’abbondanza degli empi dà agio,
ma il Signore dei giusti è sostegno,
non saran confusi nel nubifragio;
osserva il giusto che avrà un regno,
perché nel Signore si è rifugiato,
quando l’empio ce l’aveva in pegno
rifiutando del Signore il dettato!
Spera nel Tuo Dio, seguine la via,
ti esalterà e avrai il seminato;
uomo di pace, avrai lunga dinastia
vasta come le stelle del cielo!
Zizzania invece dà a gente ria!

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Jimi Hendrix è stato votato come il più grande chitarrista della storia Rock da una giuria di esperti selezionata dalla Rivista specializzata Rolling Stone.

Nella Top Ten figurano Eric Clapton (2°) e Jimmy Page dei Led Zeppelin (Medagli di Bronzo) ed a seguire tanti altri grandi: da BB King a Van Halen. Mi ha sorpreso il fatto che in questa speciiale classificata non figuri David Gilmour dei Pink Floyd ma si sa che in certi campi i gusti sono opinabili.

Comunque il più grande è il mitico, leggendario, inarrivabile Jimi Hendrix.

Ricordo ancora il suo doppio “Eletric ladyland”. Mi arrivò per caso, nei primi anni settanta. Lo scambiai con un amico che lo detestava; in cambio si accontentò di una cassetta che conteneva degli insulsi brani romantici di una cantante italiana di cui non ricordo neppure il nome; non avevo altro da dargli se non quella cassetta.

Jimi Hendrix esplose nella mia testa e nel mio cuore come dei fuochi d’artificio che non ti aspetti di vedere.

E’ morto a 27 anni, troppo presto, come altri dannati del Rock: Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Whinehouse.

Se fosse vissuto ancora, chissà quante altre emozioni ci avrebbe regalato con la sua Fender che a Woodstock si mise a suonare persino con i denti. Pazzesco. Grandioso e sregolato Jimi, come tutti i geni.

Io penso che nell’aldilà qualche angelo approfitterà della sua presenza per incominciare ad intonare dei canti accompagnato dalla sua chitarra.

per saperne di più:

www.dailymail.uk

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Il nostro gattino, come tutti i cuccioli, è un gran giocherellone. Basta poco per farlo divertire. Gli arrotolo una busta di carta da lettere usata (meglio se con del cellophane) e gliela lancio

Shiwon (questo il nome coreano che mia figlia ha voluto dare al gattino) le si avventa felice e la fa rotolare, afferrandola con le zampette per poi spingerla ancora in avanti per afferrarla di nuovo; è come se lui fingesse che si tratta di un essere animato da catturare.

Ho soprannominato questo gioco (che ho iniziato ad eseguire invero con una palla da tennis) il gioco della palletta. E’ sufficiente così che io dica “la palletta” e Shiwon si mette sul chi vive, pronto a scattare. A volte si nasconde dietro un mobile, aspettando il lancio della palletta.

Quando si raggomitola al mio fianco gli accarezzo la testina; socchiude gli occhi, ma prima mi guarda intensamente, come se volesse parlarmi.

Allora mi chiedo che cosa si celi in quella testolina morbida; quali pensieri, quali ricordi, quali sinapsi guidino i suoi scatti, il suo moto, le sue azioni.

Chissà quanti millenni ha attraversato il suo cervello, in un lungo e complesso processo evolutivo, per giungere sino a noi in questa condizione domestica.

Chissà cosa serba il suo DNA di felino. Forse nei suoi cromosomi c’è ancora l’istinto del predatore selvaggio, abituato a vivere all’aperto e a procacciarsi il cibo tra mille pericoli.

Anche lui fa parte del gran mistero che avvolge le nostre esistenze.

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Lo sapete voi bambini,
Diligenti o birichini,
se quel lustro calendario
sia perfetto oppur sia vario?

Non abbiate dubbi o affani:
Solo il cielo che è perfetto
Ha dei cicli cui i nostri anni
Assomiglian per difetto!!

Lo volete il modo esatto
senza studio che sia matto
di contare anche le ore,
i minuti ed i secondi?
Ripetete allor giocondi
Tutti insieme con amore
Questa filastrocca intera
Che è completa, che è sincera:

“Trenta giorni a Novembre
con april, giugno e settembre
di ventotto ce n’è uno
tutti gli altri ne han trentuno!

Ma ricorda, ogni quattro anni
se non vuoi subire danni
e recuperar sei ore
di inserire un correttore
che è febbraio bisestile!
Tuttavia l’anno civile
resta ancora disuguale
al fratello tropicale!

Se tu vuoi perciò l’intento
Ottenere per intero
Quando l’anno ha’l doppio zero
Fai diviso quattrocento
e poi vedi se ci ha resto!
E se resto esso non ha
Bisestile allor sarà!
E ogni altro non fa testo!”

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Capitolo Nono

Luigia Straneo era la primogenita delle tre figlie che erano nate dal matrimonio di Sebastiano e Margherita Doria.

Forse non era la più bella ma sicuramente era la più intelligente, la più estroversa e la più pudica e osservante delle tre.

Ma non furono certo queste tre doti, che pur acquistarono un peso determinante in un secondo momento, a colpire di primo acchito Gaspare Nicolosi.

Il focoso e passionale siciliano, almeno inizialmente, era rimasto incantato dalla voce della ragazza, che aveva sentito cantare divinamente ad un ricevimento per i neo-promossi ufficiali del Regno, oltre che dalle sue forme rotonde e generose, che gli ricordavano tanto le donne della sua amata isola.

Il resto lo fecero certamente quelle doti e complessivamente la personalità della più matura delle sorelle Stranèo.

L’intelligenza di Luigia la portava ad ascoltare più che a chiacchierare; ed a Gaspare Nicolosi non dispiaceva affatto essere ascoltato, dato che essendo nato in una famiglia assai numerosa, tempo di ascoltarlo in casa sua non ce n’era mai stato abbastanza; la sua estroversione, d’altro canto, compensava il carattere fondamentalmente introverso di Gaspare Nicolosi; e in quanto alla ferrea osservanza cattolica, che per Luigia Stranèo non era un fatto di costume ma di autentica vocazione interiore, per Gaspare Nicolosi costituiva una sorta di recupero di quei valori che la sua prima educazione e soprattutto sua madre, gli avevano inculcato sin da piccolo, ma che lui, abbandonando la famiglia per seguire Garibaldi, aveva voluto deliberatamente e apertamente rinnegare.

Insomma i due giovani erano i classici opposti che però si attraevano a vicenda.

Ma Luigia, in particolare, non avrebbe mai scelto di accettare la corte del valoroso siciliano se le sue doti e le sue caratteristiche personali non le avessero ricordato la personalità di un cugino, con il quale lei era cresciuto e che aveva voluto bene come ad un fratello; il quale cugino, unico dei tre figli di un suo zio paterno, aveva abbandonato carriera e agi borghesi, per seguire proprio Giuseppe Garibaldi sin dalle sue prime avventure libertarie e che Luigia, una volta venutogli a mancare, rivide nella personalità altrettanto avventurosa e leale del suo corteggiatore siciliano.

Anche se in effetti i due garibaldini non si incontrarono mai sui campi di battaglia e si conobbero soltanto in maniera superficiale quando Lionello aveva ormai i giorni contati.

Infatti mentre Gaspare Nicolosi si faceva onore nel modo che abbiamo già narrato, Lionello, nella stessa battaglia di Calatafimi, era stato ferito in modo serio, seppure apparentemente non gravissimo, e quindi insieme ad una trentina di altri feriti aveva preso la via del rientro a casa.

Un solido e fraterno legame univa Luigia a suo cugino Lionello, molto più che ai due suoi fratelli (Bartolo, il più piccolo e Aimone il maggiore).

Lionello, oltre che essere in maniera assoluta il più intelligente e capace dei tre fratelli Stranèo, condivideva con la cugina un estro artistico particolare al punto che, quando Lionello ebbe la geniale idea di abbellire e rivoluzionare l’etichettatura della cospicua produzione vinicola che gli Stranèo ottenevano dalla loro tenute viticole del Monferrato, l’unica a credere veramente in lui e ad affiancarlo nel lavoro artistico e manuale, alla ricerca dei disegni da inserire nelle spente ed anonime etichette, fu proprio Luigia, anche se la madre di Lionello, in cambio del finanziamento che il figlio richiese per mettere in piedi un laboratorio di stampa e grafica (con tanto di operai e addetti per la produzione in proprio delle etichette) pretese ed ottenne che venisse inserito nella direzione della stamperia il figlio minore Bartolo che, in attesa di prestare il servizio militare di leva, frequentava con scarsi risultati e poca convinzione la Facoltà di Scienze Matematiche dell’Università di Pavia dove, se non altro, qualche nozione di disegno doveva pur averla ricevuta.

Sfruttando una legge favorevole del 1855 Lionello era riuscito poi, tra un intervallo e l’altro delle sue campagne a fianco di Garibaldi, a far riconoscere e tutelare a livello legale una tecnica grafica di disegno e riproduzione assai innovativa che si rivelò, contrariamente alle aspettative di tutto il parentado, un notevole successo commerciale, tale da conquistare il mercato, attirando l’interesse degli altri produttori di vino in bottiglia.

Quando anni dopo l’ingegnoso inventore seppe di avere i mesi contati, la sua geniale invenzione, che aveva conquistato tutti i mercati del nuovo Regno d’Italia, al punto che la nuova stamperia di famiglia si era dovuta trasferire in un capace locale del centro ed occupava, tra grafici e operai, una ventina di dipendenti, lo aveva di già reso un uomo ricco e di successo.

Lionello non amava il danaro; Luigia lo sapeva, perché sin da ragazzo aveva mostrato un’attitudine quasi vicina alla prodigalità; e non solo nello spendere danaro a piene mani si era mostrato prodigo, ma anche nello sperperare la sua salute, la sua giovane vita; nel consumarsi nei vizi e per i vizi; con le donne, nell’alcool, nel gioco, nella guerra; Luigia ricordava bene quando da ragazzo sfidava la morte, in ogni occasione, fosse un tuffo nell’acqua di un fiume da un’altezza straordinaria, o il lanciarsi (e a volte nel fare finta di lanciarsi per impaurirla) nel vuoto; o lanciando a folle corsa il calesse di casa sua; forse godeva a sentirla supplicare di stare attento, di non farlo, per carità di Dio e per amor suo, che gli voleva bene come una sorella; ma Lionello ne usciva sempre indenne e più spavaldo che mai; era arrivato a confidarle che tanto lui si sarebbe accontentato di vivere sino a quarant’anni, purché avesse vissuto a modo suo, godendo di ogni piacere, correndo ogni rischio, accettando e lanciando ogni e qualsiasi sfida, a Dio, alla sorte, alla vita.

E anche adesso che era diventato ricco di suo, mostrava ancora totale disinteresse per i soldi; e non li considerava affatto, se non in funzione dei piaceri che egli poteva ottenere spendendoli. In questo lui si sentiva simile al condottiero Giuseppe Garibaldi, che teneva in sommo dispregio il danaro, l’interesse personale ed il profitto; ciò che aveva portato Luigia, insieme alle gesta che il cugino le narrava in tono ammirato ed esaltante, ad apprezzare intimamente quel leggendario Garibaldi che, tuttavia, in casa sua, non godeva di molte simpatie, soprattutto da parte di suo padre.

Ma quel che a Lionello faceva più male, come confidò segretamente a Luigia in quella splendida mattina primaverile, che solo a respirarla faceva amare la vita al più disgraziato degli uomini, quando le aveva chiesto, procurandole una strana inquietudine che solo dopo comprese, di accompagnarlo per una passeggiata in carrozza, non era il pensiero di tutti quei soldi che aveva già fruttato la sua invenzione (e di quelli che prometteva di fruttare ancora di più in futuro ) e di cui lui non avrebbe potuto godere; e neppure il fatto che non avrebbe più indossato quella camicia rossa, lottando a fianco del suo generale, per portare a termine la missione di unificare l’Italia che Garibaldi si era prefisso, strappando Roma ai preti e Venezia agli Austriaci.

Quel che gli aveva quasi sussurrato, mentre Luigia ignara godeva follemente della sua compagnia, lungo i viali con gli alberi già in fiore della sua città, era il pensiero che se ne stava andando, lasciando la cosa più preziosa che la vita gli aveva dato e di cui solo adesso, a un passo dalla morte, capiva l’importanza: una figlia di quattro anni.

Quella notizia, che lei cercò disperatamente di fargli confessare come uno dei suoi soliti scherzi, architettati per farle paura, la sconvolse tanto da farla piangere.

Anche la delusione di essere stata tenuta all’oscuro da quella paternità che lei avrebbe accettato con lo stesso amore sincero che provava per lui, scomparve di fronte alla terribile notizia che suo cugino aveva una malattia incurabile che lo avrebbe presto portato alla morte.

E mentre quelle lacrime amare le rigavano il volto senza più ritegno, lui le chiedeva di interessarsi in prima persona di quella sua creatura che, almeno, perdendo il padre, si ritrovasse a fianco un riferimento affettivo sicuro (dato che la madre, non avrebbe potuto sopperire in tutto e dato che comunque il suo affetto, in aggiunta a quello della madre, non avrebbe di sicuro nuociuto alla sua bimba) e una persona fidata e onesta che amministrasse oculatamente i suoi beni di famiglia e quei profitti tanto copiosi quanto inaspettati, sino alla sua maggiore età.

Quando aveva capito che quella notizia atroce non era una delle sue burle, ancora scossa dal pianto e affranta dal dolore, Lionello, che da par suo riuscì a ribattere a tutte le sue obiezioni, vincendo la sua paura di non essere all’altezza di un simile incarico, le fece promettere che si sarebbe interessata all’educazione e alla crescita della sua bambina, pregandola di mantenere il segreto che nel suo testamento l’avrebbe nominata tutrice e curatrice dei beni che avrebbe lasciato a sua figlia.

Luigia promise, anche se in cuor suo sperava che i medici si fossero sbagliati e che per lui, col tempo, si trovasse qualche nuova cura.

Ma così non fu.

Luigia si ritrovò praticamente sulle spalle il peso dell’educazione di una bambina di quattro anni (che contava di condividere con la madre, ma che invece, forse affetta dallo stesso morbo del cugino, o magari angosciata dalla prematura dipartita di quel suo grande amore, dopo neanche un anno, morì anch’essa) e l’amministrazione di un patrimonio immobiliare, societario e finanziario che diveniva sempre più cospicuo (per la qual cosa, ad ogni buon conto, vista la sua completa inesperienza, come d’altronde aveva previsto suo cugino, poteva contare su suo padre; anche se, come si dirà più avanti, Lionello, nonostante la sua capacità precognitiva nell’escludere i fratelli dalla previsione testamentaria, non riuscì a impedire del tutto che i fratelli superstiti, seppure con le difficoltà e gli ostacoli che quella previdente designazione comportava, mettessero le mani sul patrimonio della infelice minore).

Una domanda angustiava però segretamente Luigia: ma quel giovane siciliano, che tanto si era mostrato interessato a lei, al punto da manifestare l’intenzione di chiedere la sua mano, avrebbe accettato quella situazione?

…continua…

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Salmo 35

Malvagità umana e Bontà divina

Strofe a nona rima di versi Endecasillabi 

Nel cuore dell’empio parla il peccato,

davanti ai suoi occhi non c’è timore,

dal momento che lui si è rifiutato

di esser fedele al suo stesso Signore.

Il loro Signore hanno abbandonato,

perché essi non sono retti di cuore.

La sorgente di vita a Te conduce,

da dove sgorgano le Tue delizie.

[ Alla Tua luce, vediamo la luce].

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EPILOGO (della Prima Parte)

La storia di Mr Winningoes era finita. O  così pareva, almeno per il momento.   Aveva terminato il suo discorso,   assumendo quegli esaltanti atteggiamenti da profeta, da grande demiurgo, inviato, salvatore dell’Umanità che, in più d’una occasione, nel corso del suo appassionante racconto, ci avevano sconcertati e talvolta spaventati; ancora una volta si era fermato con quel suo dito indice, scarno e lungo, sostenuto a mezz’aria, ad indicare forse la remota origine dei suoi supremi mandanti, irrigidendosi infine, in tutta la persona, con gli occhi sbarrati, immobile come una statua. Poi lentamente era rinvenuto dal suo tanto repentino, quanto provvisorio coma e aveva riacquistato la mobilità degli occhi e delle membra. Si era guardato attorno come se provenisse da un altro mondo e volesse capire il luogo in cui un’invisibile nave spaziale lo avesse fatto naufragare. Mi venne in mente, proprio allora, come un flash-back,  un vecchio compagno di giochi della mia infanzia che soffriva di epilessia. A volte, nel bel mezzo dell’azione, improvvisamente, veniva colto da una crisi. Se ne stava fisso, con un’orrida espressione in volto, per alcuni interminabili secondi. Poi rientrava in sé e, come se niente fosse, riprendeva il gioco da dove lo aveva lasciato. Così fece Mr Winningoes, dopo essersi ripreso.

- “ Il racconto della mia vita passata è finito.  Avrei  ancora tanto da dirvi, ma ciò   che segue fa già parte del presente, del grandioso programma che io attuerò, non appena gli ultimi, finali ma fondamentali tasselli andranno al loro posto” .

La sua voce stavolta suonò bassa e pacata, ma Giorgio non  ne aveva perduto un solo sfiato. Tant’è che utilizzando le sue stesse parole gli rivolse quella domanda che probabilmente gli arrovellava il cervello sin dal venerdì precedente.

-“ Le chiedo scusa, Mr Winningoes,  ma noi come entriamo in questo vostro, grandioso programma? “

La domanda poteva sembrare velata da un tono di ironia, ma Giorgio fu così serio e compìto nel formularla, che anch’io la presi seriamente.

Il nostro ospite parve non udire, immerso, come era suo solito,  quando non parlava, nelle sue remote elucubrazioni a capo chino, ma riscossosi all’improvviso alzò il capo e, dopo averci ammantati con uno sguardo benevolo e gratificante, disse:

“ Voi? Voi, amici miei?  Ma voi avete un grande, importantissimo ruolo in questo mio grandioso programma! Sentite bene” – soggiunse col  tono confidenziale di chi sta per svelare un eclatante segreto – “ voi credete, erroneamente, che io vi conosca assai poco; voi pensate che io vi abbia conosciuti quel giorno, all’Agenzia  ‘Geenna Geld’ e che mi sia bastato analizzare il vostro sangue e la vostra urina oppure leggere le vostre risposte a quelle banali domande dei formulari per valutare le vostre qualità. E invece no, amici miei!!! E’ giunto il momento che io vi dica tutta la verità. Di come ho sondato bene i vostri animi, a vostra insaputa, e non per ingannarvi, badate bene, ma perché il ruolo che vi è riservato in questa grande impresa, se voi vorrete accettarlo, me lo imponeva.

 Io infatti ero in quel bar italiano di Leicester Square, a Londra, quella mattina in cui voi vi incontraste per la prima volta, seduta a fingere di sorseggiare una bibita, nei panni di una insignificante turista!

Io ero Shailesh, lo studente indiano di scienze economiche che venne ad abitare sopra di voi, a Warwick Avenue!

E sempre io ero, ora l’arzillo vecchietto, ora il poliziotto gentile, ora l’anonimo, affamato barbone che seguiva, sotto mentite spoglie, i vostri passi!

 Io, che più di Flambeau, eccello nell’arte dei travestimenti, maestro di illusionismo e magia, ho scoperto in voi, giorno dopo giorno, da quel mattino in Leicester Square, i nobili sentimenti che albergano nei vostri cuori. E tutto ciò perché voi, non a caso, siete stati sospinti al di qua della Manica! Come Giulio Cesare e anzi più di lui, voi siete arrivati sin qui per compiere i grandi disegni del Cosmo! Ed ora, vogliate scusarmi per qualche minuto!”.

Così dicendo l’uomo si diresse con insospettata energia  fuori dalla saletta. Era davvero un personaggio fuori da ogni schema e imprevedibile! Ma ora tanti, piccoli particolari, giudicati strani o insignificanti, mi tornavano alla mente e assumevano un significato diverso. Anche se ancora non riuscivo a capire dove egli volesse andare a parare. Giorgio, al pari di me, appariva pensieroso e frastornato.

-          “ Che ne pensi, Giò “ – gli chiesi.

-          “ Cosa vuoi che ti dica?! Qualunque cosa sia, non mi aspetto niente di buono da questo pazzo esaltato” – mi rispose in tono cupo.

-          Shhh! Parla piano! Non dimenticare che è anche un cultore della lingua  italiana “ – feci io abbassando il tono della voce, a metà tra il serio e il faceto.

 Ma il mio amico mi prese tanto sul serio che si domandò, guardandosi in giro con fare circospetto, se per caso non vi fossero addirittura delle microspie o delle telecamere nascoste. Scrupolosamente  indaffarato,  si diede a controllare dietro quadri e mobili vari, mentre io lo canzonavo dicendogli che aveva letto troppi libri di spionaggio, quando si udì un tocco breve ma deciso alla porta.

-          “ Avanti” – dicemmo Giorgio ed io all’unisono.

       La persona che ci apparve davanti era l’ultima persona al mondo che io mi sarei aspettato di vedere.

-          “ E sempre io ero Mr Joking, il manager della Winpey Building Company Enterprise! Sorpresi, cari amici?” .

Impettito ed elegante, sorridente e beffardo, quell’uomo, che ormai non sapevo davvero più come chiamare, ci osservava con un’aria del tutto diversa da quella  usuale del vecchio, strampalato scienziato cui ci eravamo abituati in quella rocambolesca giornata.

 Ritto come un fuso, pareva più alto e imponente, più robusto, sicuramente grazie a qualcuno dei suoi trucchi. Indossava gli stessi indumenti del venerdì precedente e, con i pollici infilati all’interno della vita dei suoi pantaloni, ci osservava in una posa buffonesca,  evidentemente divertito dal nostro esterrefatto smarrimento.

-          “ Ma come ha fatto?” -  riuscì a dire Giorgio, rivolto più a me che a lui.

“E’ semplice, amici miei. Più semplice di quanto immaginiate. Ve l’ho detto: noi siamo usi guardar le cose con gli occhi dell’abitudine, nella convinzione che esista solo la realtà ordinaria; e troppi particolari, così, ci sfuggono. Ciò che noi crediamo essere unico ed assoluto, è solo uno dei  mondi possibili, che sono consecutivi e posizionati come gli strati di una cipolla. Il fatto  è che noi non ci  rendiamo conto di avere a disposizione altre “attenzioni possibili”, le quali andrebbero sviluppate. Se noi riuscissimo a incrementarle, arrivando cioè a “percepirle”, ad averne piena coscienza, noi potremmo entrare in queste realtà non ordinarie.

Ed è ciò che io ho fatto con voi.

 Certo, ora che voi sapete,  non vi è difficile riconoscere in questa, apparentemente, giovane figura la mia reale identità di Lord Patrick Parnell Winningoes. Ma allora voi non sapevate, non potevate sapere”.

          In effetti, guardando bene la sua testa ed il suo viso, e spogliandolo mentalmente delle folte sopracciglia, del parrucchino e del cerone che sicuramente ricopriva le sue scarne guance, era facile immaginarsi il vecchio Lord inglese che ormai potevamo affermare di ben conoscere.

-          “ Ma “ – riprese quell’uomo – “ voi mi avete fatto una domanda, alla quale,  in verità, avrei dovuto rispondere già da tempo, se non che aspettavo il momento giusto. Credo che questo momento sia ora giunto, cari amici.

-          Vi dico sin d’ora che il teatro delle vostre gesta, se voi, come io auspico, accetterete di prender parte all’impresa, sarà l’Irlanda. Da lì dovrà partire la riscossa  dell’Umanità afflitta e repressa; proprio con la riunificazione dell’isola irlandese.

-          Ma questo è già qualcosa che non vi riguarda direttamente e non pretenderò certo che voi mi seguiate in questo; né mancherà chi saprà svolgere efficacemente tale compito. Nel vostro lavoro non ci saranno né implicazioni ideologiche o politiche, né implicazioni di carattere legale. Un punto è però fondamentale in tutta la questione: il vostro trasferimento in Irlanda. E’ inutile che io vi parli del vostro compito nell’impresa, se voi non accettate, sin d’ora, il trasferimento nella mia vera  patria d’origine.”.

Così dicendo si era accostato ad un mobiletto in legno e, apertovi un cassetto, ne estrasse di seguito una cartina geografica ripiegata. Sbarazzò il tavolo dalle tazze e dal vassoio che lo ingombravano e vi svolse la cartina, che occupò tutto il ripiano, con gli angoli che debordavano lievemente  lungo la sua circonferenza.  Raffigurava, fisicamente, tutte le isole britanniche, dal Canale della Manica al Mare del Nord.  Facemmo capannello, in piedi, attorno al tavolino.

-          “ Vedete, amici, noi siamo qui .” – Così dicendo aveva indicato col dito indice,  scarno e lungo, della mano sinistra una isoletta a sud dell’Inghilterra. Era, come avevo sospettato, l’isola di Wight. Senza attendere alcun nostro eventuale commento continuò:

-          “ Da qui, se accettate di venire, voleremo con il mio aereo privato alla volta di Geenna Geld, la mia residenza a sud di Dublino e lì, soltanto lì, potrò illustrarvi a pieno ciò che io desidero facciate per la mia causa.

-          Non abbiate timore e non tentennate. Non pretendo che voi agiate, come me, per supremi  ideali. La vostra opera sarà adeguatamente ricompensata, ed in qualsiasi momento sarete sempre liberi di andarvene. Definiremo, se del caso, tutti  i particolari, domattina. Pensateci bene, riflettete sulla grande, irripetibile opportunità che vi si presenta e cercate la giusta decisione nei vostri animi.”

Ciò detto, ripiegò la cartina e la ripose nel cassetto dal quale l’aveva estratta. Poi aggiunse:

-          “ Vi ho trattenuto a lungo, amici miei, e me ne scuso. Noi vecchi ci abbandoniamo spesso ai ricordi e non consideriamo che i giovani hanno più da vivere che da ricordare.

-           Andate pure. Heavengate è casa vostra. Il parco della villa è immenso e potete girarvi a vostro piacimento. Io non posso accompagnarvi, ma all’ora di cena saprò farmi trovare. Buon divertimento dunque, e a più tardi!”

Così dicendo aveva aperto la porta dello studiolo e vi si era impettito,  di  lato, come un soldato che ceda  rispettosamente il passo ad  un suo superiore. Nonostante il travestimento, nel comportamento e nel tono dei suoi discorsi era prepotentemente riemerso lo scienziato votato alla salvezza del mondo. Lo salutammo mentre già puntavamo, vogliosi di restare finalmente soli, attraverso il grande salone dove avevamo a lungo pranzato, verso il portone di ingresso. Fuori la giornata si era mantenuta chiara e il cielo era terso e luminoso. Respirammo a pieni polmoni l’aria fresca e profumata. Il sole volgeva a occidente e, dopo una breve sosta tra i girasoli e le piante di canapa indiana, puntammo proprio in quella direzione del parco, lasciando il giardino per mezzo di  un’apertura della rete di recinzione. Attraversata nel senso della larghezza la pista di atterraggio, ci dirigemmo alla volta di un boschetto, posto sul suo  confine, dal lato opposto della casa. Dopo una breve penetrazione ci fermammo ai piedi di un possente olmo, in uno spiazzo pianeggiante ed erboso. Ci impossessammo di  quel comodo tappeto verde, pronti a rilassarci, finalmente soli. Mi sdraiai sulla schiena, appoggiando la nuca sulle palme intrecciate delle mani, mentre Giorgio, sedendosi con le gambe incrociate, aveva preso ad armeggiare con delle cartine e dell’erba secca che aveva raccolto alla base delle piante di marijuana, di passaggio nel giardino della villa.

-“ E’ molto bello, qui” – disse Giorgio passandomi la canna affinché io l’accendessi.

-“ E’ una favola, Giò” – gli risposi con il mio miglior sorriso. Fumammo in silenzio, per un po’, quella soave delizia della natura. La giornata era stata così densa di avvenimenti e di emozioni che probabilmente non sarebbe bastato un anno di tempo per metterli bene a fuoco. Eppoi c’era la questione dell’Irlanda, ancora da risolvere. Ci saremmo andati oppure no? Avremmo accettato inopinatamente la proposta, ambigua e misteriosa di quell’uomo indefinibile? E non c’aveva fors’egli condotti a Heavengate a nostra insaputa? Non c’aveva egli stesso dichiarato che il suo scopo principale era quello di riunificare l’isola irlandese? Senza contare,  poi, tutti quei vaneggiamenti sulla super razza, sul riscatto dell’Umanità e sull’Aurora  del Nuovo Mondo che deponevano a favore delle preoccupazioni che il mio amico Giorgio aveva , a più riprese manifestate, e che io avevo tenacemente respinto!

 E se invece avesse avuto ragione proprio lui? Queste ed altre numerose domande si incrociarono nella mia mente, ed a nessuna di esse mi riusciva di dare una risposta soddisfacente.

Un senso indescrivibile di angosciosa impotenza sembrò impossessarsi del mio essere sul filo di quelle prolungate, affannose riflessioni. Feci uno sforzo di volontà per allontanarle dalla mia mente. Non valeva la pena di complicarsi la vita, cercando di comporre un quadro di logica coerenza con degli elementi così eterogenei e dissimili.

 Tanto valeva, perciò, di lasciarli liberi di comporsi a loro piacimento in qualche altro angolo remoto dello spazio. Rilassai tutte le membra del corpo, lasciandomi andare completamente sul soffice manto erboso, adagiando nel contempo i miei sensi tra lo stormire degli alberi ed il concerto degli altri suoni che ad esso sembravano contraltare. Pensai di affidarmi, per gioco, alla sorte. Visualizzai così una enorme margherita gialla e, lentamente, mi apprestai allo spoglio: Irlanda, non Irlanda; Irlanda, non Irlanda; Irlanda, non Irlanda……. Mi ritrovai a sperare che l’ultimo, soffice petalo bianco a restare attaccato al bocciuolo giallo e splendente di quel magico, odoroso sole, cadesse tra le mie braccia al dolce suono di ‘Irlanda’.

Si! Volevo che quella strana avventura, trabocchevole di emozioni e mistero, di incredibili realtà e verosimili magie, continuasse ancora. Anzi,  volevo che non finisse più! Perché in fondo era quello ciò che il mio animo bramava. L’avventura, la magica, fantasiosa avventura che uccide la noia e l’abitudine; una vita dove l’estro più recondito dell’animo emerge a sconvolgere le scontate regole del vivere  quotidiano; dove i colori, come quelli del giardino di Heavengate, vincono sul grigiore dei palazzi di cemento; la musica e la pace dell’isola di Wigth sui rumori della città; il brivido dell’imprevisto, giorno dopo giorno, sulla piattezza del già vissuto, sul monotono susseguirsi di giorni squallidamente tutti uguali.

Non so dire quanto tempo trascorsi, sospeso in quella gradevole dimensione! Fu un brivido leggero, passandomi nella schiena, a richiamarmi alla realtà. Vidi Giorgio disteso sulla schiena, con le gambe accavallate e con una mano dietro la nuca, mentre con l’altra aspirava pensoso il fumo di una sigaretta, emettendo degli sbuffi a nuvola,  come dei segnali di fumo inviati a immaginari osservatori del cielo.

“- A Giò, te lo saresti mai immaginato che saremmo finiti sull’isola di Wigth?”

“- Eh già! “- mi rispose con un sorriso rilassato e felice il mio compagno, guardandomi intensamente negli occhi.

Quello sguardo, quelle scarse parole e il silenzio che ne seguì mi trasmisero più di centomila parole o di centomila libri messi insieme. Mi trovavo in uno di quei rari momenti in cui la tua anima sembra fondersi con quella di un tuo simile e con il mondo intero, come se Giorgio, io, i suoni degli uccelli che si rincorrevano nel bosco, di cui rilevavo le diverse intonazioni e i differenti timbri, gli altri suoni circostanti e l’intero paesaggio intorno fossimo una sola unità di materia e di pensiero.  Volsi lo sguardo in alto. Il lussureggiante fogliame sulle nostre teste, lasciava appena filtrare, a sprazzi informi, dei raggi di sole, che rendevano l’erba lucente e viva come mai l’avevo vista prima di allora. Così ci ritrovò Mr Winningoes, tempo dopo.

-“  Vedo che l’incantesimo di Heavengate ha conquistato anche voi, miei giovani amici. Ne traggo davvero un immenso piacere. Vi chiedo scusa, ma il sole è tramontato da un pezzo e tra un po’ scenderà il buio e farà molto umido,  in questo posto. E’ meglio rincasare”.

Così dicendo ci indicò di seguirlo.  Il sentiero che imboccammo nel bosco, doveva aggirare la pista, perché sbucammo direttamente nella parte occidentale della casa.

Più tardi, a cena, un Mr Winningoes tranquillo e rilassato ci tenne simpatica e gioviale compagnia. Avvertii che ormai si sentiva a suo agio insieme a noi, forse perché ci aveva confidato la sua storia. Molte delle barriere iniziali erano cadute e un’aria serena si era stabilita tra di noi.

Dopo cena andammo in biblioteca dove il nostro ospite ci mostrò, con evidente orgoglio, i suoi numerosissimi libri, ed in particolare quelli in lingua italiana, di cui si confermò un appassionato cultore. Tra questi ultimi ci indicò una serie di libretti  dal formato tascabile che, a suo dire, contenevano il meglio della letteratura  e della poesia rinascimentale italiana. Il che equivaleva  a dire, egli puntualizzò, che si trattava della quintessenza della letteratura umana di ogni tempo.

 Ne scegliemmo fra questi ultimi, dietro sua gentile insistenza, uno a testa e, augurataci la buonanotte ci ritirammo nella nostra stanza. E mentre Giorgio, che crollava dalla stanchezza, posò il suo sul comodino, senza neppure aprirlo io, non senza prima avergli chiesto licenza di tenere la luce accesa, aprii con curiosità il mio. Sulla facciata posteriore del risguardo, un viso dalla fronte ampia e stempiata, piantata su un collo slanciato, adornato con un colletto bianco simile a quello che un tempo usavano i sacerdoti cattolici a chiusura dell’abito talare, mi fissava   con lo sguardo profondo e un’espressione beffarda. Il frontespizio era illeggibile, salvo che a piè di pagina dove, tra il giallo umidiccio che macchiava quasi tutta la paginetta, si riusciva a leggere: ‘Firenze – G. Barbèra, Editore. – 1862’. Mi accinsi  subito alla sua lettura ma, nonostante il mio entusiasmo, la fatica e le emozioni di quella indimenticabile giornata presero il sopravvento sulla curiosità e, spenta la luce, caddi in un piacevole sonno, non senza che prima, nella mia mente, danzassero come fiaccole riverberanti quelle poche frasi dianzi lette:

Tutti gli Stati, tutti i dominii che hanno avuto ed hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e  sono o repubbliche o principati. I principati sono, o ereditari, de’ quali il sangue del loro signore ne sia stato lungo tempo principe; o e’ sono nuovi. I nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza; o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che gli acquista, come è il Regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi dominii così acquistati, o consueti a vivere sotto un principe, o usi a esser liberi; ed acquistansi o con l’armi d’altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù”.

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Le antinomie materia e spirito, corpo e anima, terra e cielo, vita e morte, come anche realtà e sogno, assumono, se osservati da un certo punto di vista, dei contorni sfumati e, a ben vedere, posseggono una loro intima unitarietà.

Quasi tutte le civiltà, anche nel passato, hanno cercato di abbattere quella invisibile barriera che separa la realtà dal sogno.

Fra queste civiltà mi ha affascinato particolarmente la civiltà Huichol.

Gli Huicholes sono nativi americani della Sierra Madre Occidentale del Messico.

Fin dall’antichità utilizzarono il cactus allucinogeno peyote .

Il cactus, venerato come una divinità in quanto dispensa longevità, fortuna, salute, provoca uno stato di estasi quando viene ingerito, perché contiene mescalina; prima della festa sacra, i huicholes si sottopongono ad una serie di riti propiziatori e purificatori, ovverosia privazioni, grandi digiuni, abluzioni con acqua sacra, continenza e castità.

I miti degli Huicholes contengono la storia “cosmica”, sotto forma delle gesta degli dei e degli antenati, gettando un ponte fra sacro e profano.

Una delle caratteristiche principali della loro religione consiste nell’associazione di mais, cervo e peyote, testimoniata dalle tante feste e dai rituali ad essi dedicati. Il mais ed il cervo rappresentano l’ancestrale sostentamento vitale, mentre il peyote è il mezzo più importante per trascendere il mondo profano e la manifestazione più ovvia del sacro.

Pur senza mai citarli esplicitamente, l’antropologo peruviano, naturalizzato nordamericano, Carlos Castaneda, nei suoi dodici libri di formazione esoterica (che diventarono negli anni un “cult” e quasi un “must” tra i giovani post sessantottini di tutto il mondo occidentale e di cui si vendettero ben otto milioni di copie), si riferisce proprio alla cultura dei Huicholes quando parla della sua iniziazione con il “brujo” (stregone)indiano don Juan Matos.

Castaneda utilizza una terminologia propria, il suo pensiero è quindi legato a tali termini e alla spiegazione che se ne ricava dagli scritti.

Tra gli strumenti che un “brujo” avrebbe a disposizione, per raggiungere i propri obiettivi ci sarebbe appunto
l’arte del sognare , cioè un modo di padroneggiare la dimensione del sogno.

Scrive Carlos Castaneda :« Ciò che noi crediamo essere unico ed assoluto, è solo uno in un insieme di mondi consecutivi, posizionati come gli strati di una cipolla. Egli affermò che anche se noi fossimo stati energeticamente condizionati a percepire solamente il nostro mondo, avremmo avuto ancora la capacità di entrare in quegli altri regni, che sono reali, unici , assoluti ed ingolfati come lo è il nostro mondo. »

Secondo Castaneda, il fatto più significativo nella vita di una persona è che non si rende conto di avere a disposizione altre “attenzioni possibili” (così lui le chiama), le quali andrebbero sviluppate. Incrementandole, arrivando cioè a “percepire”, ad averne piena coscienza, prima, disponibilità e controllo, dopo, l’essere umano secondo lui, potrebbe arrivare addirittura a compiere una “morte alternativa”.

Dopo un lustro di approvazione e successo, pur tuttavia, il mondo accademico voltò le spalle a Carlos Castaneda, sottoponendo il suo lavoro ad una revisione aspramente critica.
Qualcuno arrivò perfino ad affermare che il suo lavoro fosse copiato di sana pianta dal lavoro di un’altra grande antropologa, studiosa e partecipe diretta della cultura indiana Huichol, Barbara Myerhoff.

Il grande scrittore peruviano, non di meno, dopo avere descritto nel dettaglio le esperienze provate e vissute con l’assunzione di “Mescalito”, come il suo maestro don Juan definiva il peyote, nel suo quarto libro chiarì che l’assunzione delle sostanze psicotrope (il peyote, ma anche la datura ed altri allucinogeni naturali) non era strettamente connaturata alla via della conoscenza, ma nel suo caso si era necessaria a causa della sua testardaggine, ovvero della scarsa fludità della sua intelligenza e del suo cervello (come gli spiegava don Juan).

Questo è per concludere l’aspetto che più mi preme sottolineare dell’opera e della personalità di Carlos Castaneda.

A ben vedere il tentativo e la ricerca di altre dimensioni ultraterrene è tipico di ogni civiltà.
Anche i mistici cristiani, con il digiuno, la preghiera, la rinuncia alla carne e alle altre distrazioni, entrano in contatto con una dimensione estatita che gli consente di lievitare, di bilocarsi e di separare la dimensione materiale da quella spirituale.

Lo stesso Gesù, digiunò 40 giorni nel deserto.
Ma quel che è importante è che i mistici cristiani non hanno bisogno di assumere alcuna sostanza, più o meno allucinogena, per entrare in contatto con la dimensione ultraterrena e/o divina.

Ed è questo che bisogni insegnare ai giovani: da una lato che ciò che essi, incautamente, cercano nella droga e nell’alcool è una dimensione spirituale, diversa da quella ordinaria; dall’altro, che non c’è bisogno di assumere sostanze allucinogene per raggiungere dimensioni spirituali.

Questo grande equivoco (la necessità di assumere sostanze estranee per cercare un contatto con la divinità, con altre dimensioni non ordinarie) ha distrutto e continua a distruggere tanti giovani, come purtroppo apprendiamo dalle croinache quotidiane.

L’insegnamento, la cultura, il dialogo, dunque, più della cieca repressione, potrebbe salvare tante vite umana e restituire alla nostra civiltà una corretta dimensione spirituale, indispensabile per vivre pienamente la nostra vita.

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Salmo 34
Invocazione contro i persecutori

Terzine moderne di
Endecasillabi

Signore giudica Tu chi mi accusa,
combatti chi mi combatte. Afferra
i Tuoi scudi e trova Tu una scusa
in mio aiuto. E con la scure atterra
chi mi insegue. Dimmi che sono ïo
la Tua vera salvezza sulla terra!
Coloro i quali al destino mïo
Attentano, fa che siano umiliati,
confusi e coperti dall’oblïo!
Siano come la pula ventilati,
la strada gli sia buia e scivolosa,
quando l’Angelo li avrà pedinati,
chè mi hanno teso una rete vischiosa
e perché m’hanno scavato una fossa;
la loro sicurezza venga ascosa,
siano sommersi dalla terra mossa!
Invece io, nel Signore farò festa:
in interezza tutte le mie ossa
dicano, dai piedi sino alla testa,
chi può chiamarsi come Te, Signore!
Chi è con Te mai senza aiuto resta;
i poveri salvi dal predatore.
Sorgevano testimoni violenti
E pensavano in fondo al loro cuore:
esultiamo soddisfatti e contenti.
Gioisca invece chi ama la legge
E lodi il Buon Dio dei Comandamenti!

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Orsù! andiamo!

Lasciate fare, lasciate passare!

Oggi non è più tempo, adesso,

di sparare addosso alla gente

Non sapete che oggi

è il 9 Novembre 1989?

Oggi non è più tempo di bloccare ancora le merci!

Orsù! Soltanto mille dollari ti costa un camion pieno!

Alle 9 e 21 della sera il muro sta crollando!

Lasciate fare, lasciate passare

Ci saranno radicali cambiamenti che aspettano le vostre vite!

Il muro sta crollando insieme

con le nostre illusioni le loro false promesse

l’erronea secolare speranza!

Andiamo! Il muro non occlude più i totem del progresso!

Andiamo ad adorare

gli dei scintillanti

che avanzano con decisione!

Lasciate fare, lasciate passare!!!

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Sino al 1975 nessuno li aveva mai neppure visti, neppure i mitici fratelli Villa-Boas.

Poi il governo brasiliano lanciò un programma umanitario grazie al quale i Kreen-Akrore entrarono in contatto con il c.d. mondo civilizzato.

Nel giro di pochi anno dei 250 individui censiti, ne morirono quasi 200, a causa di malattie per le quali non avevano mai sviluppato gli opportuni anticorpi.

Poi, poco a poco, i Paranà (come pure son chiamati i Keen-Akrore), tornati nel mato Grosso, loro ambiente originario, si sono ripresi ed ora si contano ben 350  individui.

I Keen-Akrore sono chiamati anche “The Indians Giants”. Essi sono infatti decisamente più alti della media degli Indios dell’Amazzonia, approssimandosi ad una statura media di quasi un metro e settanta.

Questo popolo, caratterizzato da una grande timidezza, porta i capelli molto corti ed era convinto, sino al 1975, che nel mondo esistessero solo gli Indiani dell’Amazzonia.

I Kreen-Akrore, tuttavia, sono alquanto diversi dalle altre tribù che vivono nell’Amazzonia, e non solo per i capelli, che soltanto loro portano corti. Essi, inoltre, coltivano banane e cereali, ma non con il sistema del “taglia e brucia”, tipico delle altre tribù, ma bensì in maniera sistematica e stabile.

Essi mangiano inoltre carne di scimmia e utilizzano frecce, asce e bastoni, più per cacciare che per l’autodifesa, in quanto evitano ogni contatto possibile con l’esterno.

Purtroppo per loro sono gli altri (ed in particolare noi occidentali, cc.dd. civilizzati) a cercare i contatti. Anche a costo del loro sterminio.

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Fra i tanti popoli che vivono lungo la cordigliera delle Ande, sia negli altipiani e sia nei bassipiani, mi hanno sempre affascinato i Cayapas, che vivono su un terriotrio vasto circa 10.000 km, nella selva ammazzonica, attorno al fiume omonimo e sino alla città di Esmeraldas, sulla costa dell’oceano Pacifico.

Di loro ammiro la proverbiale riservatezza, i loro silenzi, la loro grande abilità nello scavare tronchi d’albero per ricavarne canoe, colle quali viaggiano lungo i corsi d’acqua dell’Amazzonia, alla ricerca del loro cibo quotidiano: proteine da accompagnare con il platano, una banana saporita e farinosa, più grande della frutta che conosciamo noi, che costituisce la base della loro alimentazione.

I Cayapas parlano una lingua  che  si riferisce sempre a oggetti concreti, materiali. L’occhio, per esempio, è detto caduca, palla che vede; la testa nushpuca, palla che sa; la mano tyaapa, tavoletta lunga; il dito tya mishu, testa della mano; l’aeroplano jè mu cule, canoa che vola.

Certo non si può dire che vivano a lungo (la loro vita media è di 40 anni); e neanche che vivano bene: nel loro territorio piove per 300 giorni all’anno e nei loro sentieri c’è sempre un metro di fango in cui affonda la loro marcia; e forse per questo che preferiscono percorrere i sentieri dell’acqua, con le loro rudimentali ma efficienti canoe, in cui sono maestri anche nella conduzione.

Come tutti i popoli primitivi hanno una spiccata spiritualità, alla quale i missionari cristiani, con saggezza e discrezione, sono riusciti a saldare i fondamentali della religione fondata da Gesù duemila anni fa.

Essi chiamano il loro Padre fondatore, nella loro lingua “Apua”; così, dopo l’arrivo degli spagnoli, è nato “Diosapua” che è la sintesi del nome che i Cristiani danno al loro Dio, con quello che i Cayapas danno al loro.

Un Cayapa, quando si vuole sposare, deve rivolgersi a una sorta di Consiglio degli Anziani che sceglierà la moglie più adatta a lui; e senza possibilità di appello.

Inoltre un uomo può cambiare nome diverse volte, durante la sua breve vita. Il che equivale a dire, in un certo senso, che i Cayapas sono uomini senza nome, in un certo senso.

I reati come il furto, l’omicidio, lo stupro, la rapina, sono praticamente inesistenti, così come ogni idea di proprietà privata ovvero di predominio legato ai possedimenti.

Per il resto resta in piedi, almeno per me, l’antico dilemma: ma chi è più felice sulla terra? Noi, con il nostro progresso, oppure i popoli antichi con lel loro immutabili leggi di natura?

Ecco, quando rivado con la mente a questi popoli, che ancora resistono all’incalzante (per loro distruttivo) progresso, entro quasi in crisi e mi chiedo: ma dove andiamo noi occidentali? Andiamo verso Marte e verso la conquista dell’Universo? Oppure andiamo verso l’autodistruzione del pianeta terra?

Io vorrei soltanto andare verso Dio.

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Salmo 33

Dio protettore del giusto

Acrostico in terzine di versi

endecasillabi e decasillabi

Al Signore canto la mia lode

Benedetto Egli sia ogni giorno

Celebrate ed esaltate il prode

Di Lui cerco e Lo ritrovo intorno

E da ogni timore mi ha liberato

Felice e raggiante d’aura adorno!

Godrà chi da Dio verrà ascoltato;

Hanno fame i ricchi e sono arroganti;

Il Signore chi cerca ha appagato;

L’Angelo del Signore agli   affranti

Manda consolazione e salvezza,

nulla di nulla manca ai Suoi Santi!

O figli che bramate la purezza,

per gustare della vita il bene,

quale rifugio e quale certezza

ricercherete a lenire  le pene,

se non la via che conduce al Signore?

Tienti lungi dal male e accosto al bene!

Uccide con malizia il malfattore.

Venite dunque figli alle mie lene!

Zucchero sulle labbra è il Suo amore!

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CAPITOLO QUINTO

Il figlio di Mr. Winningoes

 

Guidai come un pazzo nelle strade ormai deserte. Ero un medico e il mio dovere era cercare di salvare quella giovane vita dalla morte. Ma, avendo anche di già valutata la gravità della sua ferita, sentivo dentro di me che quell’uomo, rantolante nel retro della mia vettura, era la vittima designata dal destino per l’inizio del grande esperimento che avrebbe trasformato il mondo e la storia dell’uomo.

Non vi sembri spietato il mio pur colpevole animo, amici miei, ma la vita di un uomo vale poco nei disegni misteriosi e preordinati del Cosmo. Nessuno nel mondo muore per caso, eppure centinaia e migliaia di morti al giorno, lasciano immutato il corso dell’umanità e sono, in qualche modo, previsti e studiati, perché questo corso si compia nel modo dovuto.

Deciso a tutto pur di procedere nei miei alti programmi, io, che dovevo per sommo incarico, compierli, venni esentato dal compiere il più atroce dei crimini, il più nefando dei mali. Il Fato uccise per me, attraverso l’incosciente mano di un giovane diseredato.”

Mr Winningoes tacque un attimo, come a cercar  conferma nei nostri occhi ai suoi nobili sentimenti. I toni esaltati ed enfatici con cui aveva introdotto prima gli scopi dei suoi studi, avevano lasciato il posto al tono tranquillo e regolare di un narratore, appassionato e partecipe della sua storia ma, nello stesso tempo, compassato e imparziale. Dal canto mio, mi ero già scordato della folle luce che avevo intravisto nei suoi occhi, poco prima, durante il suo racconto. Ed ora, rassicurato da quelle nobili parole, percepivo l’animo di un vecchio equilibrato e savio. Mi sembrò che anche Giorgio gli esprimesse con gli occhi le mie stesse sensazioni, cosi che l’uomo, dopo aver bevuto ancora avidamente un bicchier d’acqua, riprese a narrare nello stesso tono tranquillo di prima. Noi lo ascoltavamo ormai affascinati.

-“ Durante l’angoscioso viaggio verso casa mia, il giovane feritore, che si chiamava Adam, mi raccontò, fra singhiozzi di disperazione ed inutili accorati appelli alla sua vittima, di essere figlio di immigrati portoricani e di essere venuto alle mani prima e ai coltelli poi, con quel suo compagno di sventura, per futili motivi.

Come avevo previsto, ogni sforzo per salvare la vita al ferito, si rivelò inutile. Quando il suo giovane cuore emise l’ultimo fievole battito chiesi ad Adam, che lo aveva assistito con me in quella notte di agonia, che cosa volesse fare.

 

Adam si disse disposto a pagare fino in fondo per la sua colpa, ma io seppi convincerlo della inutilità di marcire in una cella per il resto dei suoi giorni, o peggio, di finire stupidamente sulla sedia elettrica.

Gli prospettai, senza scendere in particolari incomprensibili, i grandi accadimenti che lo avrebbero visto protagonista dei futuri destini dell’Umanità, e, seppure non senza qualche resistenza, alla fine egli accettò di sottoporsi all’esperimento di trasmissione del “ nouchefalon”, incoraggiato anche dal fatto che forse il suo compagno sventurato sarebbe rivissuto in lui, attraverso l’essenza della vita, e maggiormente ancora, dal fatto che gli promisi una forte ricompensa in danaro. Ciò che il giovane accettò volentieri, non tanto per sé stesso, quanto per la famiglia dell’ucciso.

Quale mirabile esempio di superiorità e di eccellenza d’animo! Nel mondo vile della materia e del danaro, quell’uomo, poco più d’un ragazzo, figlio di miseri emigrati, cresciuto in una famiglia numerosissima ai margini della disgustosa opulenza americana, rinunciava a dei soldi che la sorte gli offriva, a vantaggio di altri.

Piano, piano, presi a cuore la vita del giovane Adam. Il mio interesse scientifico si congiunse ad un altro, indefinibile sentimento, affatto nuovo per me.

Ogni tanto spedivo un cospicuo assegno alla sua famiglia e a quella del suo amico, involontariamente offeso, per lenire la vita di quei miseri profughi almeno un po’.

Anche nella scelta del giovane, il Fato si era mostrato avveduto. E come avrebbe potuto essere altrimenti?

Il capostipite della nuova,  futura razza, quella che avrebbe condotto l’uomo sui retti binari del progresso materiale e spirituale, colui che sarebbe stato il capo della nuova grande tribù del popolo eletto, poteva forse non avere un animo eccelso?

Senza indugio alcuno, con trepidazione, ma con lucidità e perizia estreme, ricavai, con un apparecchio da me stesso costruito e di già collaudato, il prezioso liquido e lo trasfusi nell’uomo prescelto dagli Astri, il giovane Adam, attendendo con viva emozione i risultati.

Nel frattempo lo avviai agli studi, mentre andavo sempre più affezionandomi a lui.

Il giovane apprendeva con incredibile prontezza e, giorno dopo giorno, lo vidi crescere in sapienza e intelligenza, inarrestabile come il sorgere del sole. Ma mi sarei fermato, ormai, soltanto al culmine, soltanto alla perfezione.

Così in quegli anni, la stampa, con allarme e indignazione, riportò numerosissime notizie di orride mutilazioni di cadaveri, che altro non erano se non mere amputazioni encefaliche; macabro ma necessario olocausto al prosieguo dei miei esperimenti. Gli ignari giornalisti non riuscivano a spiegarsi come mai i cadaveri deturpati fossero tutti appartenuti a giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni, morti per cause accidentali, e soprattutto perché ne venissero asportate solo le teste.

Naturalmente i poliziotti attribuivano i singolari furti ad un pazzo, e messi alle strette da un’opinione pubblica sempre più allarmata e timorosa (sciocchi son gli uomini si sa, che invece di preoccuparsi delle minacce ai vivi, si allertano per dei morti senza più anima), predisposero dei controlli sempre più rigorosi sino a che, dopo un periodo di soste forzate, non escogitai di asportare alle inermi cavie, soltanto il loro prezioso cervello, ricucendone poi alla perfezione le scatole craniche. Ciò che permise a me di continuare a lavorare indisturbato al mio progetto, ed ai poliziotti di vantarsi di un altro, millantato successo.

Il lavoro però procedeva a rilento. Mi apparve evidente quindi che la reversibilità del “nouchefalon” umano era più lenta e laboriosa di quella degli altri animali. Del resto, come già detto, andavo affezionandomi  al giovane Adam sempre più, ed assieme ai successi scientifici perseguivo anche quelli di padre, e questi ultimi implicavano il compimento di immancabili impegni e doveri, che poi erano anche dei piaceri.

All’improvviso, proprio mentre il padre sembrava avere avuto il sopravvento sullo scienziato, mi resi conto che avevo fatto centro.

Il mio allievo, il mio pupillo, volava ormai sulle ali della più limpida e pura intelligenza. La geometria euclidea, l’Algebra, il pensiero di Galileo, Newton, Maxwell, il periodismo di Mendelèev,  Einstein, per lui erano divenuti patrimonio di sicuro apprendimento e di immediata esposizione. Anzi, egli era già in grado di criticarne i difetti, metterne a nudo i limiti, indicarne i necessari sviluppi evolutivi. Così fu per la Filosofia, le Lettere, le Scienze Sociali, la Biologia, la Medicina. Qualsiasi branca dell’umano scibile, cui egli rivolgesse la propria mente, cedeva a lui ogni suo più intimo segreto. Già trovavo io, con i miei numerosi lustri spesi sui libri, qualche difficoltà a confrontarmi con lui. Era quanto!

Volli adottarlo, così che egli potesse portare il mio nome ed un domani il mio titolo, e sul mio patrimonio costruire il nuovo mondo. Egli avrebbe detto basta alle violenze, alle guerre, alle sofferenze. Egli avrebbe assommato nelle sue mani il potere del mondo intero e avrebbe dominato per l’Arte e per la Scienza, conducendo l’uomo alla scoperta dell’Universo infinito ed al  suo dominio assoluto. Egli ne sarebbe divenuto il Signore incontrastato. Oltre le meschinità quotidiane, oltre le mediocri rivalità tra gli uomini, oltre il misero terrestre potere, ben altro vi era da conquistare!”

Questo nuovo accesso finale, quasi declamato in tono profetico e delirante, mi riportò alla realtà. Mi ritrovai a pensare, ancora una volta, come potesse quell’uomo accomunare lucidità e follia in maniera così naturale. Come potessero convivere nella sua mente sentimenti così profondamente umani insieme ad altri diabolici e perversi. Ma oramai il mio interesse per la sua storia era al culmine e, comunque, il mio animo sereno. Ripresi quindi ad ascoltare.

-     ”Volli, amici miei, che la riscossa del mondo partisse dalla verde Irlanda, dalla terra che tanto mia madre aveva amata, da sacrificarle la sua libertà e la sua stessa vita. Ci trasferimmo quindi in Irlanda, mio figlio ed io; in Irlanda, che ancora soffriva divisa in due. Ci trasferimmo nella parte libera, in una villa del centro di Dublino, da sempre proprietà dei Parnell. Da lì, come vi dicevo, sarebbe partito il nuovo corso del mondo. Sposai Adam ad una dolce, gaelica  fanciulla, di nome Eva, che doveva divenire la madre della nuova, illuminata prole. Immaginate perciò, amici, il mio grande giubilo, quando seppi che la ragazza, la moglie di Adam, era stata concepita. Le mie fatiche! Com’erano state ben ripagate!!! Ero felice al punto che tutte le mie sofferenze passate, caddero nel dimenticatoio. Ma ahimè! Che rio destino mi attendeva, me tapino, me ignaro! Mio figlio, il mio amato Adam, in un accesso di follia, uccise sua moglie proprio poco prima della data prevista per il parto, e poi si tolse la vita. Solo un breve, arido messaggio restava a giustificazione del suo insano gesto: ‘ Caro Padre, abbiamo troppo osato. Dio ci perdoni.’, nient’altro. Che cos’era successo? Che cosa aveva determinato in lui la folle decisione? Forse un morbo? Un raptus improvviso? Un presagio? O forse io, pazzo incosciente, gli avevo inconsapevolmente trasfuso dei geni malati di follia???

Come avrei voluto fossero falliti i miei esperimenti!!! Avrei rinunciato a una vita di studi e di ricerche, al successo che mi aveva arriso, seppure nell’ignoranza degli accademici e della scienza ufficiale, pur di avere ancora  con me il mio Adam, la mia cara, amata famiglia. Come avrei voluto, allora, essere morto anch’io!”

Questa volta non ebbi dubbio alcuno. Furono proprio delle lacrime, delle vere lacrime a luccicare in quegli occhi intelligenti e stanchi. Ma anche stavolta l’uomo, con un gesto repentino della mano, ne cancellò ogni traccia col tovagliolo. Commosso  e imbarazzato pensai a quanta forza   dovesse esserci nell’animo di quello strano vecchio. Anche Giorgio parve imbarazzato. Si accese ancora una sigaretta e, dopo averne offerta una anche a me, ci  accingemmo  a seguire la storia di Mr Winningoes che volgeva al termine.

“ Vissi innumerevoli giorni di mestizia e pene profonde, meditando di porre fine alla mia oramai inutile e vuota esistenza. E lo avrei certamente fatto se un giorno il destino non avesse guidato i miei stanchi passi verso una nuova aurora.

Me ne stavo seduto in una solitaria panchina dalle parti di O’Connol street, nel centro di Dublino, ad osservare il traffico intenso della città, considerando dentro di me quanto sia vano l’umano vivere,  quando un’improvvisa folata di vento mi gettò addosso un foglio di giornale vecchio e sgualcito. Lo presi in mano e, quando stavo per accartocciarlo, un titolo a caratteri in grassetto attirò la mia attenzione. L’articolo riportava la notizia che due biologi americani, tali Watson e Crick, erano riusciti nella mirabile e rivoluzionaria impresa di isolare il DNA, l’acido nucleico responsabile della trasmissione dei geni nelle specie animali. La notizia mi colpì come un fulmine, ridandomi quell’energia e quella voglia di vivere che avevo considerate per sempre perdute. Se ogni uomo aveva un codice genetico e se questo codice genetico veniva trasmesso con l’acido nucleico DNA, sarebbe stato possibile, ora, grazie alla nuova scoperta, isolare il patrimonio genetico degli individui più dotati e trasmetterlo ad altri esseri, sino a formare la nuova super-razza, la nuova classe dominante, l’èlite del nuovo mondo! Per Adam, per me, per i miei avi materni e per l’umanità intera, sentii di dovere riprendere i miei studi. Quella nuova scintilla aveva fatto riaccendere in me il sacro fuoco della Scienza. La mia missione sulla terra poteva, doveva essere  ripresa e condotta a termine!”

Mentre narrava questi avvenimenti, Mr Winningoes si era trasformato nuovamente. Da quell’uomo mesto e vinto che piangeva la morte dei suoi cari e la fine della sua stessa vita, era ridiventato un uomo battagliero e convinto, rizzando la schiena e sprizzando una nuova e potente  energia dai suoi occhietti verdi. Lo immaginai nella medesima metamorfosi, in quella solitaria panchina del centro di Dublino mentre si ridestava dal pietoso torpore dell’angoscia, ergendosi a nuove battaglie e a nuovi traguardi.

-“ Il resto,  amici miei, è tutto un filo unico con le odierne vicende, anche se si tratta di un filo lungo e contorto. Lasciai quindi l’Irlanda, dove niente più mi tratteneva, e tornai di nuovo ai miei studi, ancora una volta negli Stati Uniti.

All’inizio  non avevo un piano preciso. Mi buttai nella direzione indicatami dai due studiosi americani che erano riusciti ad isolare il DNA, materia nella quale ero comunque già abbastanza avanzato, collegando tali nuovi studi a quelli vecchi sul ‘nouchefalon’, mantenendomi sempre a livello di studio teorico.

In quegli stessi anni, un’altra grande   frontiera del sapere si apriva alla conoscenza umana: l’Intelligenza Artificiale! Dapprima vagamente, poi con sempre maggiore insistenza e precisione, si pronosticava la creazione di macchine capaci di pensare, macchine intelligenti che avrebbero, poco a poco, sostituito l’uomo nei compiti più complessi e difficili.

Era quello il campo in cui i miei studi teorici avrebbero potuto e poi dovuto, trovare pratica applicazione. Per la mia mente, anche se stanca e sfruttata, non fu difficile acquisire quella nuova, ulteriore branca della scienza. Anzi, per me più facile che per altri studiosi, in quanto il mio studio non conosceva né distrazioni, né condizionamenti di qualsivoglia natura. Fu una nuova fulgida giovinezza a guidarmi in quei meravigliosi meandri, alla scoperta di insperati, mirabili orizzonti. Non posso certo spiegarvi qui, in quattro parole, tutti i passaggi del mio complesso programma, che prevedeva nuove prove e nuovi studi.  Sappiate però che avevo concepito di costruire una macchina, intelligente e perfetta, capace non solo di analizzare, dedurre, sintetizzare; capace non solo di pensare, ciò che l’avrebbe comunque posta al di sopra perfino delle più attuali e progredite generazioni di computers, ma capace bensì anche di riprodurre esseri a sé somiglianti. Mi mancava solo una tecnica di laboratorio capace di consentirmi la duplicazione all’infinito del DNA. Poi,  aggregando e sviluppando questi doppioni di cellula, sarei stato in grado di procreare e di generare i perfetti, gli infallibili, gli invincibili padroni del futuro del mondo,  destinati a porre fine a ogni guerra e  ad ogni violenza in questo nostro pianeta malato. E quando in ciò io fossi riuscito, avrei potuto veramente dire di avere in mano la chiave per aprire la porta che conduce a una Nuova Era della Storia dell’Uomo sulla Terra!”.

…continua…

 

 

 

 

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Quando ero ragazzo le zucche vuote si davano a fine anno scolastico a quegli studenti che non avevano particolarmente brillato nei doveri scolastici: “sa crocoriga” si dice zucca in Sardo e infatti “scrocorigau” si diceva per chi era stato bocciato.

Le zucche anglosassoni, invece, in occasione di Halloween, rappresentano una sorta di carnevale, di festa mascherata condita di allegria e spensieratezza.

Ma quest’anno le zucche sono amare a New York.

Gli “indignados” americani del movimento “Occupy Wall Street” hanno  sfilato con le zucche di Halloween, sempre più indignati e sempre più incazzati contro gli speculatori finanziari, ladri di profitti e ladri del futuro dei giovani.

Ecco quindi che il cerchi si chiude sui banchieri americani: a loro assegno volentieri “sa crocoriga” di Halloween; una sonora bocciatura per la loro condotta speculativa, immorale e scorretta, che impoverisce sempre più la gente comune, i piccoli risparmiatori e i giovani senza occupazione e senza futuro.

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