Archivio Agosto 2011

salmo2SALMI  22 e 23
Dio mio pastore e Ingresso nel Tempio
I
Pei Suoi pascoli erbosi mi conduce
E m’accompagna lungo tutti i viali;
Egli è dispensatore d’acqua e  luce
Neppure in valle oscura  temo i mali:
Nell’ora lieta come in quella truce.
Insieme a Lui non scendi mai,  tu sali.
Abiterò la casa del Signore,
Dove Egli mesce a mensa calici
[  traboccanti d’amore!]
II
Levate portoni i vostri frontali
E lasciate entrare il Dio della Gloria
Colui che  tutti quanti, tali e quali
Illumina e conosce  nella storia;
Colui che ha fondato montagne e  mari,
Bastone d’oggi e d’antica memoria.
Sua è la terra e quanto essa contiene:
tutto l’universo e i suoi abitanti!
[Egli è il Signore Dio del Bene!]

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il monelloL’estate infinita della mia adolescenza, nel mio paese, era scandita da giornate soleggiate trascorse tra la campagna, il fiume e i giochi di strada.

Un rito che costituiva una piacevole variante era lo scambio dei giornaletti.

A prezzo di copertina si scambiavano Bleck, Capitan Miki, Tex, Akim, Zagor, Intrepidi e Monelli. Nascosti, per sfuggire a qualche occhiata indiscreta di adulti sospettosi, c’erano anche Diabolik, Kriminal, Satanik, Isabella, Spectrus e altri fumetti i cui disegni stimolavano le nostre precoci fantasie sessuali.

Ricordo anche che i Topolini e i Paperini, dalla maggior parte degli scambisti, venivano accettati a metà prezzo: ci voleva cioè il doppio del valore in Paperini e Topolini per ottenere gli altri giornaletti.

Strano destino: la maggior parte dei giornaletti di allora sono scomparsi mentre i Topolini e i Paperini sono ancora in edicola e vanno forte.

Mio padre, preoccupato che quei giornaletti ci distraessero dai doveri e deviassero la nostra traiettoria educativa verso chine di fannullismo e di perversione, un giorno fece nel cortile di casa un enorme falò, aggiungendo ai giornaletti i gialli Mondadori che i miei fratelli più grandi tenevano nascosti in mansarda.

Oggi bisognerebbe mettere fuopco a certi canali TV, davvero beceri ed impresentabili.

Così trascorrevano le nostre estati, senza molti soldi in tasca,  ma con tanta voglia di leggere, di imparare e di conoscere, sfuggendo al controllo degli adulti, alla ricerca della libertà.

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london5Ci offrì di seguito due sedie di fronte alla sua scrivania e ci fissò con aria interrogativa. Anch’io lo osservai con attenzione e curiosità.
Era la persona più magra ch’io avessi mai visto nella mia vita. Si può anzi dire che pareva non foss’altro che di pelle ed ossa,  tanto pronunciati e sporgenti aveva gli zigomi e le mascelle, le tempie, la fronte e tutto il viso. Se degli occhi incredibilmente vispi e straordinariamente verdi non avessero riempito le sue orbite oculari, avrei anche potuto pensare che si trattasse  in realtà di un teschio. Ma i teschi, normalmente, non parlano. Eppoi indossava degli abiti che lo facevano sembrare un uomo normale.
- “ Io sono Mr Winningoes. In che cosa posso esservi utile?” – chiese appena ci fummo accomodati.
-”Noi stiamo cercando un lavoro”- disse subito  Giorgio dopo una breve pausa.
-” Che tipo di lavoro cercate?”- fece l’uomo di rimando.
Nonostanti le apparenze, la sua voce era quella di un perfetto impiegato di agenzisa lavorativa londinese:
- ”Qualsiasi cosa andrà bene”- azzardai io, nel mio stentato inglese, dopo aver consultato Giorgio cogli occhi, quasi a chiedere conferma dell’intesa che, poco prima di entrare avevamo frettolosamente raggiunto, di non parlare affatto di Mr Joking e del suo cantiere.
-” Ah!” – esclamò l’uomo – “Vediamo,  allora”-.
Col dito scarno cominciò a scorrere  le righe di alcuni fogli poggiati su un passamano in pelle sdrucita che aveva davanti. Borbottava, anzi sfiatava senza senso e, ogni tanto, posava il suo sguardo attento ora sull’uno ora sull’altro di noi e poi, scuotendo il capo, riprendeva a leggere.
Era arrivato all’ultimo foglio, ed anzi sembrava che il dito già scivolasse ancora, dal foglio al passamano, e da questo al vetro verde che ricopriva il piano della scrivania, quando il vecchio pronunciò con vivacità:
-” Ecco! Ci siamo! Due giovani intelligenti, ottima salute, scapoli e disposti a viaggiare, cercansi per lavoro facile e piacevole. Ottime condizioni. Senza referenze”.
Come accidenti avesse fatto a leggere tutto quel romanzo a piè di quell’ultima pagina, non mi spiego ancor oggi, ma  parve leggervelo sul serio.
Al termine della lettura ci guardò sorridendo lievemente, senza peraltro mostrare i denti, che, forse, non aveva neppure.
Di tutte le richieste di lavoro che il mio cervello aveva macinate in quelle ultime settimane, questa era davvero la più strana e sensazionale.
-”Senza referenze!” -.
Che suono gioioso! Finalmente qualcuno che se ne fotteva di quelle stupide, assurde referenze. Io le odiavo anche prima che arrivassi a Londra. E se pensavo a quanti lavori mi erano sfuggiti in quei giorni a causa della mancanza di referenze, mi veniva la febbre gialla! Referenze! Come se un uomo non valesse per quello che è, per ciò che può dimostrare. E no! Ci dev’essere qualcun altro, un padrone, un prete, un magnaccia ad affermare che tu sei buono ,  vali qualche cosa e sei degno di fiducia.
-”Ah! Senza referenze!”- mi risuonò ancora in petto con godimento mentre raggiante guardavo Giorgio che era rimasto silenzioso a rimuginare chissà che!
-” Senza referenze”- fece lui a mezza voce,  facendo sibilare  le sillabe finali e storcendo un poco la bocca. -” Di che tipo di lavoro si tratta?”- disse quindi in un inglese elaborato, scrutando l’agente intensamente.
- “ Si tratta di un lavoro facile e ben retribuito”- rispose l’impiegato sostenendo lo sguardo di Giorgio – “ed anche ……..piacevole direi”-, aggiunse, tossendo quasi divertito  , avanti di pronunciare l’aggettivo.
-” Ad ogni modo”- fece poi cambiando tono – “i requisiti richiesti vengono considerati condizione indispensabile per ottenere il lavoro, per cui dovrete sottoporvi a delle visite mediche accuratissime. Se esse daranno esito negativo (trattandosi per lo più di tests di laboratorio, tesi a verificare le vostre condizioni di salute,  interpose l’uomo con un enigmatico sorrisetto di intesa), vi sarà dato un anticipo di 100 sterline e, già lunedì, potrete cominciare. Verrò io personalmente a prendervi ed a spiegarvi le vostre incombenze”.
Poco mancò che mi venisse fuori un grido di gioia. Anche se dal suo discorso, sono sincero, non avevo capito tutto, ero certissimo che avesse parlato di un anticipo di 100 sterline. Lanciai uno sguardo ebbro a Giorgio, ma egli non sembrò condividere più di tanto il mio entusiasmo.
Mr Winningoes attendeva certo un nostro cenno di assenso o di diniego. Dato che nessuno di noi parlava, diede per inteso che l’accordo fosse stato raggiunto.
-” Bene”- disse alzandosi lentamente dalla sedia – “cominciamo senz’altro con i tests. Seguitemi, prego”-.
Così dicendo infilò una porta alle sue spalle, di cui era appena visibile la maniglia. Ci inoltrammo in un corridoio stretto e buio dove, a malapena, si scorgeva la sagoma di chi camminava davanti.
- “ Come vi ho detto prima” – si udì dire dall’uomo, che ci precedeva entrambi, – “ si tratta per lo più di analisi di laboratorio. Vi saranno da sostenere anche delle prove di aritmetica e di computisteria. Non offendetevi se saranno troppo facili. E’ una pura formalità. Sono certo che la vostra intelligenza polverizzerà letteralmente tali semplici prove”-.
Come facesse ad esserne così certo, dato che ci conosceva appena, non lo so. Attribuii quelle affermazioni, come altre che le avevano precedute, alla stranezza del personaggio e degli Inglesi in generale. Nel buio quasi pesto di quell’infinito corridoio proseguii attaccato all’avambraccio di Giorgio che, a sua volta, tallonava dappresso lo strano uomo.
Finalmente il lungo corridoio volse al termine: scorgemmo, dapprima, una luce tenue sul fondo che si fece, mano a mano, più viva, sino a quando ci trovammo di fronte ad una porta con il telaio in legno ed un cristallo rigato, di forma rettangolare, al centro dello stesso. Tale porta ci immise in una stanzetta dalle pareti bianche: sulla destra vi era un divano in metallo laccato di bianco , dove la nostra guida ci chiese, gentilmente, di sedere e di attendere. Lo seguimmo con lo sguardo infilare una porta del tutto uguale a quella attraverso la quale eravamo sbucati dal corridoio, situata esattamente sulla parete di fronte.
Ci guardammo attorno: le pareti della stanza erano spoglie. Soltanto un crocefisso adornava la parete opposta ai nostri posti e, sotto di esso, una piccola teca, anch’essa in metallo, dello stesso colore bianco laccato del divano, con cinque o sei ripiani ricolmi di boccette, flaconi e scatole di medicinali. Completavano l’arredamento due sedie poste ai lati del divano ed un tavolino lungo e basso che ci stava di fronte, le une e l’altro sempre di metallo laccato.
Di fianco al divano, poco discosta, vi era una porticina di piccole dimensioni, con una croce rossa e la scritta W.C. in nero.
Quando la porta, a destra in fondo, si aprì di nuovo, con nostra grande sorpresa apparve, spingendo un carrello mobile, un’infermiera.
Era molto elegante nella sua uniforme bianco-celeste. Fasciava il suo corpo mettendone in bella evidenza il seno abbondante, i fianchi stretti e le anche robuste. Aveva un bel viso largo dalle guance rosee, gli occhi scuri e grandi, le labbra carnose e il naso un pò aquilino ma ben proporzionato. I capelli castani le si notavano appena, avvolti in una cuffietta bianca.
-”Salve”- ci fece entrando, con un sorriso sui denti bianchi e forti “sono Miss Goodhealth. Il dottor Winningoes sarà qui a momenti”.
Non si può certo dire che avesse perso tempo in chiacchiere. Nel pronunciare le sue ultime parole aveva infatti di già presa tra le mani una siringa. Dopo avervi avvitato e pulito con perizia l’ago, l’aveva deposta in un apposito contenitore di nichel sul carrellino mobile che aveva sospinto, entrando, sino a noi. Ripetuta la medesima operazione con un’identica siringa,  di seguito, mettendosi con grazia a sedere di fronte a  noi ,  in un dolce sussurro,  comunicò di dover procedere al prelievo di un piccolo campione del nostro sangue. Prese quindi con delicatezza la mano sinistra di Giorgio  e, sfoderandogli con abilità il braccio  sino al bicipite, dopo averne stretto la parte superiore  con un laccio emostatico, gli infilò con decisa precisione l’ago in vena. In un battibaleno lo stantuffo si ritrasse lasciando spazio al denso  liquido rosso.
- “Grazie”- fece con enfasi l’infermiera mentre estraeva l’ago, premendo contemporaneamente con un batuffolo di cotone imbevuto di alcool nel punto di prelievo. Giorgio aveva seguito i rapidi gesti della donna con apprensione e diffidenza.
-” E’ il tuo turno, ora, giovanotto” – fece quindi girandosi verso di  me. Scostò di lato il tavolino e ripetè l’operazione con la stessa precisione  e con immutata delicatezza.
Uscita che fu la donna, restammo soli per un breve lasso di tempo e,  quando la porta si riaprì,  fu Mr Winningoes ad apparirci. Indossava, con eleganza e naturalezza, un camice bianco dalle maniche lunghe.
-” Tutt’a posto?- ci apostrofò allegramente, sempre abbozzando quel suo enigmatico sorriso a labbra chiuse. Aveva in mano degli stampati e ce ne consegnò un fascio a testa. Senza attendere alcuna risposta alla precedente domanda, disse poi: -” Compilateli per me, prego”-. Ci porse delle penne e, dopo averci salutato, scomparve da dove era venuto, non senza averci prima ricordato che dovevamo riempire di urina dei piccoli contenitori di vetro che l’infermiera aveva lasciati sul tavolino.
Alcune schede riguardavano dati personali: ora, giorno, mese e anno di nascita, luogo di nascita, studi condotti, attuale residenza, lavori svolti in precedenza, status civili; diverse domande vertevano sulla salute personale e sulle malattie patite anche dai genitori e parenti stretti. Certi termini ci erano del tutto sconosciuti, ma rispondemmo con un “no” a tutte le domande che riguardavano le malattie sofferte da noi e parenti stretti,che, per quanto mi riguardava, doveva corrispondere al vero. Delle altre schede contenevano, invece, dei semplici esercizi di trasformazione di misure inglesi in misure metrico-decimali.
Così, ad esempio, ci veniva chiesto di trasformare, in metri e centimetri, yards e piedi; Kilogrammi e grammi, in once e pounds litri in pinte e così via enumerando. Non fu difficile neppure risolvere dei problemini che sarebbero stati di facile soluzione anche per un ragazzino di normali intelligenza e preparazione delle nostre scuole medie.
Giorgio era appena uscito dal servizio, con la sua boccetta di liquido  caldo e fumante in mano, quando Mr. Winningoes riapparve silenzioso. Il mio amico parve imbarazzato di farsi cogliere con la sua urina nelle mani.
-” Posa pure sul tavolo” – gli disse l’uomo in tono noncurante. -”Li avete compilati tutti?” – continuò nello stesso tono, scorrendo i fogli che avevamo posato sul tavolo.
- “ Sono soddisfatto di voi, molto soddisfatto” – aggiunse dopo una lunga pausa trascorsa ad esaminare gli stampati. Gli occhietti spogli gli brillavano leggermente, tradendo un’emozione interiore mai notata prima di allora.
Si infilò i fogli nelle capaci tasche del camice e ci chiese quindi di seguirlo.
Ci guidò con passo rapido, a ritroso per il lungo corridoio e alfine sbucammo nell’ufficio dell’Agenzia.
-” Sedete, prego”- disse chinandosi a rovistare nei cassetti della scrivania. Si sedette anch’egli e di seguito ci consegnò, una per uno, due buste di color beige.
-” Queste sono 100 sterline per il vostro disturbo di oggi. Se le analisi definitive confermeranno i primi dati raccolti, firmeremo il contratto e fisseremo il giusto compenso per le vostre prestazioni. Ora vogliate scusarmi: devo concludere i preparativi per lunedì. Vi accompagnerò per le scale – ”.
Mentre ci faceva strada per le scale diedi uno sguardo, di soppiatto, nella busta.
L’effigie della Regina Elisabetta Seconda d’Inghilterra, stampata su cinque biglietti da 20 sterline mi sorrise più volte nella penombra. Quell’uomo cominciava a divenirmi simpatico.
Ci accompagnò sin sulla soglia e ci seguì, dopo averci aperto il portone. Fuori, la luce dell’aria era quella di sempre, di quando eravamo usciti di casa, di quando eravamo entrati poco tempo prima. Il cartello dell’agenzia sbatteva ancora, nervosamente sul legno del portone ed il vento sembrava volerlo spazzar via da quell’ultimo legame che ve lo univa. Il nostro misterioso amico provvide di sua mano a staccarvelo e infilatoselo sotto il braccio disse: – “Ora non serve più. Tutto è pronto per lunedì. Tutto è pronto, ora”-.Mi parve di scorgere un luccichio di follia nei suoi occhi, mentre pronunciava quelle misteriose parole. Ma fu solo un guizzo quasi impercettibile.
- “ Mi raccomando, ragazzi! Andateci piano con i vizi, questo fine settimana. Se tutto va bene, passerò io stesso a prendervi, alle 7,30 in punto. Arrivederci a Lunedì-”. E così dicendo sollevò appena il braccio in segno di saluto e poi scomparve dietro il pesante portone che chiuse alle sue spalle.
Fine Capitolo Primo – Continua
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Salmo 21
Preghiera del giusto sofferente

nuovi salmi2
Sulla terra verrò per  riscattare
Dei figli di mio Padre il gran peccato
i tanti mali che ebbe a originare;
Sarò da leoni  e cani attorniato!
La mia afflizione, Tu,  non disprezzare
Arido come coccio è il mio palato;
La mia lingua si è incollata alla gola
Ma Tu Signore sarai la mia forza
[la mia speranza sola]
II
Su polvere di morte questa sera
Forando le mie mani ed i miei piedi
M’hanno deposto e non mi pare vera
L’angoscia che Tu, Dio, Padre mio, vedi;
Il cuore mio si fonde come cera
Ma   so bene che Tu al mal non cedi!
Il Tuo nome ai fratelli annunzierò
Ai miseri non hai nascosto il volto
[Io so che presto lo vedrò]
III
Sul mio vestito gettano la sorte,
Mangeranno  i poveri a sazietà,
Ed è per tutti che scelgo la morte!
Ora di me Signore abbi pietà:
in terra non voglio più stare a corte;
Chi è  polvere, di polvere sarà!
Lo serviranno sempre i discendenti
E la sua opera verrà annunziata
[ a tutte quante le Genti]
IV
Ma Tu, Signore, non stare lontano!
Su, prega l’Altissimo,   tu che credi;
Il  tuo pregare non sarà mai vano
Si schiuderanno in  Cielo le sue sedi
Per l’uomo giovane e per l’uomo anziano;
Fa,  Re della Gloria,  che tutto vedi,
che i  popoli e i confini della terra
compiano  l’opera di fede e amore:
[così ci sarà pace e mai più guerra!]
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SALMI 19 e 20
Preghiera del Re e Ringraziamento per la preghiera esaudita
C’è chi dei carri si vanta e cavalli,
Noi siam forti nel nome del Signore!
Quelli per monti si piegano e valli,
Ma noi in piedi restiamo con vigore!
Tu al tuo re poni d’oro gli scialli,
con  corone l’avvolgi e con onore!
Dei Tuoi nemici farai un forno  ardente:
Alla Tua forza canterò Signore
[perché Tu sei grande e potente!]
nuovi salmi3SALMI 19 e 20

Preghiera del Re
e Ringraziamento per la preghiera esaudita
C’è chi dei carri si vanta e cavalli,
Noi siam forti nel nome del Signore!
Quelli per monti si piegano e valli,
Ma noi  restiamo in piedi con vigore!
Tu al tuo re poni d’oro gli scialli,
con  corone li avvolgi e con onore!
Dei Tuoi nemici farai un forno  ardente:
loderò la Tua forza  mio  Signore
[perché Tu sei grande e potente!]
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voltaire-rousseauinsideRousseau e Voltaire non si amavano. I due grandi pensatori del ’700 avevano idee divergenti perfino in materia teatrale.

Mi ha colpito la diatriba che  si innescò  tra i due in occasione del terremoto di Lisbona del 1755 che uccise 15.000 persone.

Voltaire si era risentito contro la Provvidenza domandandosi perché essa avesse permesso un simile disastro.

Rousseau rispose da par suo con una lettera inviata al suo rivale.

Ricordo che da ragazzo una delle cose che contribuì ad allontanarmi dalla religione fu proprio la mia incomprensione con riguardo a simili eventi luttuosi.

“Se Dio esiste”- mi chiedevo nelle mie acerbe riflessioni adolescenziali – “come  può permettere che accadano le guerre, i terremoti, lo sfruttamento dei poveri, l’ineguaglianza? E concludendo rifiutando l’idea di Dio.

Ed era lì che cascava l’asino.

Infatti l’errore sta nel considerare Dio alla stregua di un’idea; l’idea è un prodotto tipicamente umano e, come tale, è soggetta ad errore.

Insomma l’equivoco sta nel fatto che noni siamo portati a considerare Dio una sorta di  Super-Uomo. Non lo so perché, ma è proprio così.

Noi, forse per semplicità, veniamo educati a considerare Dio una Entità superiore. Il che può anche essere vero. Ma, non di meno, questa Entità, non è un Super-Uomo.

Certo Dio esiste; o almeno io ci credo fermamente.

Eppure sento che non è un Super-Uomo. Non ragiona come noi. E’ un’ Entità che non può essere capita dall’uomo. Almeno non ora e non in questa epoca. E’ già tanto che siamo riusciti a capire che c’è davvero, che esiste e che Essa ha ha  che fare con la nostra presenza presenza sulla Terra. Ci son voluti parecchi migliaia di anni, ma ci siamo riusciti; anche se c’è voluto il sacrificio di Suo figlio e l’invio di un altro profeta.

Insomma, adesso ci sono svariati miliardi di persone che credono in questo Dio, pur con diverse sfumature, talvolta apparentemente insormontabili, questi miliardi di persone hanno mollato gli dei e credono in un solo Dio.

Ma quanto tempo ci vorrà ancora per capire come leggere la volontà di questa Entità che chiamiamo Dio? E riusciremo mai a farlo?

Beh, in attesa della risposta, vorrei osservare che, a parte i terremoti, le guerre, le ingiustizie e le altre ineguaglianze sono dovute all’egoismo umano e come tali non sono imputabili a Dio.

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abolizioneinsideNel 1838 in Sardegna, i Savoia posero fine al sistema feudale, scaricandone i costi sui Comuni, cioè sui cittadini, sul popolo, sulla gente comune.

Scoppiarono le rivolte, culminate nei moti del 1848.

son passati tanti anni da allora. Eppure le manovre in a atto presso tutte le Cancellerie del mondo mi fa tornare con la mente a quegli anni.

Chi paga il conto è sempre il popolo. Sono le classi più fragili che subiscono il peso degli errori dei governanti, delle crisi, delle carestie.

I ricchi si salvano sempre e comunque si rifiutano di sopportare il peso della crisi. Guardate la casta, ad esempio, in Italia: nicchia, tentenna, fa orecchio da mercante; le macchine blu non si toccano, gli emolumenti neanche, i privilegi manco a parlarne; e le pensioni d’oro, ottenute dopo appena due anni e mezzo di mandato? Quelle restano dove sono.

Ma nei paesi islamici la ribellione del popolo è iniziata da molto: in Siria gli innocentoi muoiono ma la mancanza di petrolio tiene lontano Sarkosy & C..

In occidente adesso si è svegliata l’Inghilterra, con Londra in testa.

Cosa aspettano i nostri governanti ad agire con serietà e responsabilità?

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salmo3Salmo 18

La gloria di Dio
Come sposo dalla stanza nuziale
fuoriesca il sole ai confini del mondo:
Prima esso sorge nell’alba  aüstrale
E , dopo un viaggio ch’è semirotondo,
Raggiunge l’altra metà borëale!
Fa gioire il mio cuore dal profondo
la legge del Signore che è perfetta.
Rinfranca l’anima, rende più saggi
[Ha gran profitto chi la rispetta]
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temasessionestiva

“Con riferimento alle vicende degli ultimi anni, parlate delle difficoltà in mezzo alle quali si è svolta la vostra carriera e dite in che modo avreste voluto potervi meglio preparare alla vostra futura attività professionale”

SVOLGIMENTO

Devo confessare di essere maturato precocemente, in mezzo ai dolori, a causa degli orribili misfatti che ho visto. Alla mia generazione rimane infatti il rimpianto di non avere goduto una fanciullezza serena, come sarebbe stato naturale.

Fino ai dieci anni ho trascorso dei giorni lieti insieme ai miei genitori e ai miei due fratelli più grandi, nati rispettivamente nel 1922 e nel 1926.

La nostra tranquilla esistenza si interruppe un giorno di giugno del 1940.

Ci fu un certo discorso alla radio che entusiasmò tutti quanti, all’infuori di mia madre. Infatti, subito dopo quel discorso, mio fratello Carmelo, quello più grande, venne chiamato alle armi. Era scoppiata la guerra, così, all’improvviso. Mia mamma diveniva sempre più triste, mano a mano che passavano i giorni. A ottobre, rientrando a scuola dalle vacanze, non ritrovai più il mio caro maestro, ma una maestrina incaricata di svolgerci un programma di emergenza.

Fu un inverno molto duro e freddo: a scuola, come a casa, mancava la legna per le stufe e cominciarono le restrizioni di tutti i generi di consumo. Le cose peggiorarono l’anno successivo, quando venni iscritto alla scuola media: di fronte alle cose che accadevano nel mondo, la scuola finì all’ultimo posto.

Bisogna riconoscere che molti insegnanti facevano di tutto per dedicarsi alla nostra istruzione, ma era davvero difficile dimenticare le preoccupazioni e i pericoli che incombevano su tutti noi, unitamente al pensiero degli approvvigionamenti e ai lutti.

Dopo l’estate del ’43, quando già eravamo stremati dagli affanni della guerra, un barlume di luce parve illuminare le nostre speranze di pace.

L’8 settembre la radio diffuse la notizia della firma dell’Armistizio, ma in casa mia le cose, purtroppo, peggiorarono. Infatti, mentre mio fratello Carmelo, in quanto appartenente all’Esercito Regolare Regio ci confermava che in seguito all’Armistizio i nuovi amici dell’Italia erano gli Alleati, l’altro mio fratello, Ninì, partì all’improvviso, lasciandoci tutti nella costernazione. Con una sua lettera, ai primi di ottobre di quel disgraziato 1943, ci informava di essersi arruolato volontario nell’esercito della Repubblica di Salò che, capeggiata dal Duce Benito Mussolini, era rimasta alleata dei Tedeschi.

Per mia madre e per noi tutti fu il colpo di grazia. Certo, nella mia povera, piccola testa non restava tanto spazio per gli studi. Nella nostra avventurosa e incosciente in- genuità, soprattutto tra coetanei e compagni di scuola, ci chiedevamo con chi ci saremmo schierati al momento della chiamata alle armi.

Io, poi, ero ancor più dibattuto dei miei compagni: sarei stato per il Re, come Carmelo? O con il Duce, come Ninì?

Mio padre mi tacitava nervosamente: “Che pensassi a studiare! E basta!”

Mia madre, a volte, senza un apparente motivo, mi stringeva convulsamente al petto: ed io capivo che aveva paura, anche per me. E ancor più mi strinse a sé, tra lacrime di indicibile dolore e  disperata rassegnazione, quando giunse la notizia che i miei due fratelli erano entrambi morti.

Nessuno ci spiegò mai come, ma io, nella mia allucinata fantasia, immaginavo che si fossero sparati, dai fronti contrapposti, senza neppure riconoscersi.

Poi, nel 1945, la guerra finì, anche se  non finirono  le nostre sofferenze. Io intanto stavo per completare il mio secondo anno all’Istituto Tecnico.

Certo che sento il rimpianto di non avere potuto studiare come avrei dovuto e voluto. Se guardo indietro non è però quello il rimpianto più grande: penso ai miei due fratelli, alle sofferenze e ai lutti di tutti gli Italiani per le ferite della guerra. Poco danno sarebbe il non conoscere le declinazioni del latino o essermi dimenticato qualcuno dei trenta e passa Imperatori di Roma! Ma, se guardo avanti, penso che almeno oggi ho la speranza di un futuro e ciò che ho perso in conoscenze di scuola, l’ho purtroppo imparato in esperienze di vita.

Spero perciò, concludendo, di essere all’altezza del grande compito che ci aspetta: quello di ricostruire un’Italia di nuovo forte e di nuovo unita nella pace e nel progresso.

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londra2Quel venerdì lo seguii per dei viali larghi e alberati. Sui marciapiedi, le foglie cadute durante la notte, formavano uno spesso e soffice tappeto, su cui Giorgio camminava con fare divertito ma deciso.

Era una giornata incolore, di quelle che si contano numerose a Londra soprattutto nei mesi invernali. Una di quelle giornate in cui il chiarore diurno mantiene la stessa tenue intensità, dal mattino al pomeriggio, e la notte sopravviene improvvisa, quando il pallido e soffocato riverbero del sole, dietro una spessa coltre di nubi, ha concluso il suo faticoso ciclo giornaliero.

Soffiava una brezza fresca e leggera. Ma il vento, a tratti, diveniva impetuoso, e con violente folate sembrava spingerci, come per gioco o come se volesse incoraggiarci ad andare avanti.
La ricerca di un lavoro stava diventando estenuante.
- “ Non conosco più la Londra dei tempi andati” mi aveva detto Giorgio, appena la sera prima, uscendo da una delle tante agenzie del centro che avevamo inutilmente visitato.
Lo seguii nella sua marcia, concentrato sul rumore che i  nostri passi producevano calpestando le  foglie. Il rombo di un’auto distolse la mia attenzione.

-” Dove andiamo?” gli chiesi.

-” Proveremo a fare un largo giro per di qua”- rispose voltando leggermente il capo all’indietro. “Male che vada ci ricongiungeremo alla Maida Vale. Lì è pieno di agenzie di  lavoro.”.

Giorgio conosceva molto bene quella zona, o meglio la conosceva assai meglio di me. Ci abitava già dall’anno precedente. Aveva preso l’ampio monovano che adesso occupavamo insieme, con  una ragazza, ora rientrata in Italia, come mi aveva fugacemente informato, non senza che un’ombra oscurasse i suoi occhi tristemente ed io non avevo osato più chiedergli niente, nè lui aveva mai più ripreso l’argomento.
Camminavamo in silenzio. Ogni tanto incrociavamo qualche frettoloso passante o si scorgeva, quasi più che  udirsi , come una fugace apparizione, un’auto o una moto il cui rumore si diradava lentamente, come assorbito e diluito nell’immensità del silenzio circostante. Svoltando svariate volte, dopo un tempo indefinito, quel deserto di foglie secche parve interrompersi bruscamente contro una ringhiera di ferro. Mi appoggiai ad essa, ansimante ed eccitato per la marcia e per una strana emozione che, improvvisamente, mi aveva pervaso.

Dal mio punto di osservazione, alte chiome d’albero nascondevano  l’orizzonte e   potevo vedere soltanto, lievemente ondeggiante nel vuoto, un cartello verde con la scritta Winpey in caratteri cubitali rosso-cupi. Sentivo un prurito piacevole per tutto il corpo. Una sensazione che fu subito di leggerezza. Un desiderio di lasciarmi andare,  di librarmi nell’aria, verso quel cartello, verso il cielo.
-” Vieni, scendiamo per questi gradini”-
La voce di Giorgio mi distolse da quei pensieri. Mano a mano che scendevamo la scalinata, la visuale, sotto di noi, assumeva i suoi reali contorni. Quel cartello, che dall’alto mi era sembrato sospeso nell’aria, era la sommità dell’altissimo traliccio di una gru che capeggiava al centro di un immenso cantiere edile. Alzai di nuovo lo sguardo verso quella scritta e notai che si stagliava contro un cielo carico di piombo, senza uno sbalzo di tonalità. Una cappa plumbea fin dove arrivava il mio sguardo.

-” Siamo di mattina o di sera, Giò?” – Feci serio.

-”Che differenza fa?!” – mi rispose quasi canzonandomi – “ Comunque qui stanno lavorando, andiamo a sentire”. – Mi fece ancora.

Per trovare l’accesso al cantiere, che occupava un largo spiazzo al centro di un crocevia, percorremo per circa metà il perimetro del cantiere. Le spesse tavole che lo delimitavano avevano degli interspazi di quindici centimetri circa, attraverso i quali si intravedevano numerose macchine: scavatrici, pale meccaniche,betoniere,  impastatrici, tutte ferme, come mostri addormentati o morti, nel silenzio più totale.

-” Come fai a dire che c’è gente che lavora qui? Io non vedo nessuno”.

Giorgio diede anch’egli uno sguardo all’interno, chinandosi un poco.

-”Saranno fermi per uno dei tanti “tea-times” che gli Inglesi fanno. Cerchiamo l’entrata e poi si vedrà”.

L’entrata stava proprio alla parte opposta al punto in cui, per la prima volta, su dal viale, avevo scorto il traliccio della gru. Entrammo. Tra macchine e pale, mucchi di sabbia e cataste di sacchi di cemento, mattoni, legnami, ferri ed utensili vari, notammo una piccola casetta di lamiera rossa che stava quasi al centro del campo di lavoro. Ci stavamo avvicinando quando si aprì una porticina che,dipinta dello stesso colore del casotto, quasi non si notava dal resto.

-”Salve ragazzi!” – Ci fece un signore uscendo, nel vederci.

-”In che cosa posso aiutarvi?”-. Il suo tono era cordiale e allegro. Era come se vedesse due persone già conosciute .

-” C’è bisogno di qualche manovale, qui da lei?” – Gli fece Giorgio senza preamboli e ridendo anche lui.

Ci fermammo a quattro passi e così ebbi modo di osservarlo meglio: aveva una carnagione dai riflessi cerulei che contrastavano con il nero forte dei capelli. Vestiva con eleganza un abito marrone su camicia bianca e una cravatta a strisce rosse e nere, oblique, che si intonava bene.

-”Non avrei niente in contrario davvero” – riprese l’uomo nello stesso tono gioviale di prima-” ma la nostra ditta assume solo tramite l’agenzia. Adesso vi dò l’indirizzo e così andate a vedere. Ci sono buone speranze. Seguitemi nell’ufficio dunque”-, ci spronò vedendoci indecisi.
L’ufficio era improvvisato, da campo. Anche al suo interno si notavano numerosi secchi pieni di martelli, scalpelli, picchetti, livelle, cazzuole ed altri attrezzi da muratore. Appena dentro, Mr. Joking (così si era presentato, chiedendoci a sua volta i nostri nomi) era passato subito al di là di una scrivania in legno carica di scartoffie, di alcunio campioni di piastrelle colorate e di qualche attrezzo minuto.

Ci scrutò meglio da capo a piedi.

-” Da dove venite?” – Ci chiese dopo un attento esame, distogliendo lo sguardo.

-”Dall’Italia” – rispose pronto Giorgio precedendomi.

Sembrammo superare il suo esame, perchè ci sorrise soddisfatto.

-” Eccovi l’indirizzo dell’Agenzia” – disse dopo avere scarabocchiato qualche cosa su un pezzo di carta, – “ e buona fortuna!”-, aggiunse mentre porgeva a Giorgio il biglietto!

Non avevamo neanche avuto il tempo di leggerlo che si udì un vocione alle nostre spalle che diceva: “ -Il vecchio Pat non sopporta che si pronunci male il suo nome e quello della sua Agenzia e soprattutto non sopporta che gli si raccontino delle balle. Se lo farete, non avrete nessun lavoro da lui”. Poi,  rivolto a Mr Joking aggiunse:

- “Pat il boia sta per vincere ancora, non è vero?” -

Voltandoci scorgemmo un gigantesco uomo che rideva sguaiatamente.
Giorgio era rimasto perplesso, con il biglietto in mano, a guardare ora il gigante, che si teneva il pancione dal gran ridere, ora Mr. Joking, che pareva invece  alquanto imbarazzato.
Mi feci più vicino a lui quando lo vidi leggere il foglietto. Vi stava scritto, su una sola riga: “Pat Winningoes – Gehenna Geld”, e nient’altro.

-” Strani nomi, gli ultimi due. Sembrano tedeschi”-, esclamò Giorgio con voce smarrita.

- “ Non ha messo neppure il numero di telefono. Glielo chiediamo?”-, feci io.

-” Casomai lo cercheremo sulla guida telefonica. Sempre che esista”-, mormorò Giorgio. E mettendosi il foglietto in tasca , infilò la porticina della casetta. Uscimmo senza salutare con un passo veloce e nervoso. Prima di giungere all’uscita del cantiere, ci sentimmo chiamare.

-” Hey, aspettate un momento, prego!”. Mr. Joking ci raggiunse affannando un pochino. -”Non fate caso a Big Joe, è un burlone” – aggiunse sorridendo come quando ci aveva visti la prima volta, con un tono di voce rassicurante. “Venite, prego”-, fece poi guidandoci oltre l’uscita. “Attraversate la strada in quella direzione e imboccate decisi il viale che avete di fronte; poi contate la terza a sinistra e non potete sbagliare: di fronte avrete un grosso portone in legno scuro. Lì c’è l’Agenzia. Andate e……ancora buona fortuna”!

Aveva parlato tutto d’un fiato e in modo così convincente che ci eravamo già dimenticati di Big Joe e dello scherzo di prima. Prendemmo    il viale che ci aveva indicato Mr. Joking, ed alla terza traversa a sinistra ci trovammo in un vicolo cieco, largo e corto. Sul fondo si stagliava un grosso portone in legno scuro.

Più che l’ingresso di una delle tante agenzie di lavoro londinesi mi parve di avere di fronte una residenza ricca e lussuosa. Dei gradini in marmo davano su di un atrio straordinariamente luccicante, ai cui lati si ergevano, anch’esse in marmo, due possenti colonne.
Giorgio fu il primo a salire i gradini e ad un certo punto   parve inciampare . Si rimise subito in equilibrio, mormorando un seccatissimo “Accidenti!” e controllandosi il fondo delle scarpe, come se lì cercasse la causa dell’incidente.
Il vento,  fattosi più insistente, formava  in quel vicolo un sibilante mulinello,  sbattacchiando violentemente sul portone un cartello rettangolare che vi era stato malamente affisso con del nastro adesivo solo per un lato. Con la mano lo fermai sul portone. Vi  leggemmo, in una chiara grafia dai caratteri corsivi

“London Trickery and Illusion Centre”.

- Ma dove cavolo ci hanno mandato quei due?”-, sbottò Giorgio guardandomi in faccia.

- “Boh”-, feci io di rimando, mollando la presa del cartello, che riprese subito a sventolare.

- “ Stai a  vedere che c’hanno tirato un bidone, quei due sbruffoni!”-, mi dissi stizzito. Eppoi rivolgendomi al mio compagno – “Non abbiamo,  per caso, sbagliato nel contare le traverse?”. E feci per tornare indietro a controllare.

- Corri a guardare, oh!” -, mi gridò dietro Giorgio in quel mentre, con una nota di emozione nella voce. Tornai velocemente sui miei passi e mi  avvicinai. Con la mano destra fermava il cartello sul portone e con sorpresa stavolta vi lessi : -”Pat Winningoes- Gehenna Geld Agency- 1st Floor”.

-” Che diavolo di storia è mai questa?-, feci a Giorgio che mi guardava beffardo, con la mano sempre ferma sul cartello.

-” La storia è tutta qua”-, rispose. E con gesti enfatici, come un prestigiatore che sveli al pubblico un trucco sorprendente, girò il cartello dalla parte in cui lo avevo fermato io la prima volta, dove si leggeva appunto quell’altra scritta. Lo voltai da una parte e dall’altra, per un paio di volte, come per farmi convinto, mentre Giorgio già spingeva l’altra metà del portone.

L’ingresso era oscuro, ma dopo esserci chiusi il portone alle spalle, notammo, sulla sinistra, una porta aperta. Vi si intravedeva, appena, una fioca luce.Imboccammo delle scale,  anch’esse scarsamente illuminate, dopo avere , quasi a tentoni, superato un angusto anditino. Non vi era segno alcuno di vita. Al primo pianerottolo trovammo, ancora sulla sinistra, una porta aperta e ci affacciammo a vedere.

-” Avanti, avanti”- fece una voce da dietro una porta a vetri dischiusa. E prima ancora che potessimo fare o dire qualche cosa, un viso scarno comparve sulla soglia ed in tono più fermo replicò:

-“Avanti dunque”-.

…continua…

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