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A fine anno venni promosso a pieni voti e potei ricongiungermi finalmente alla mia famiglia.

Debbo dire che il mio paese, la mia famiglia, i miei amici (a parte, ovviamente, quelli che avevano diviso con me i sacrifici della vita collegiale) mi erano mancati molto.

Al mio paese ritrovai tutto come prima. I campi assolati, le lunghe giornate  d’estate che sembravano non finire mai. Le gite al fiume su mezzi improvvisati: sulla canna di una bicicletta o  sul triciclo portabombole di Giorgio se si andava a “Funtananoba”, ma anche a piedi se si andava a “Sa Cascadedda” o a “Su Sifoi”.

Mio padre era drasticamente contrario che si andasse al fiume. Era proibito per i miei fratelli maggiori, figuriamoci per me. Lui manifesta a voce le sue  paure,  che lì,  fra le canne del fiume, i vagabondi del paese (mio padre chiamava così quei ragazzi più grandi di noi che frequentavano il fiume regolarmente, vuoi per pescare, per nuotare o per semplice, spensierato  vagabondaggio) potessero commettere degli abusi sessuali nei nostri confronti (o chissà, magari dentro di sè, aveva paura che i miei fratelli più grandi potessero abusare dei più piccoli).

Io per non sbagliare, ci andavo di nascosto anche  dei miei fratelli, così correvo meno rischi di essere scoperto.

E ad onor del vero io non sono mai stato sessualmente molestato in quelle innumerevoli volte in cui sono stato al fiume. Anche se debbo dire che mio padre non aveva in fondo tutti i torti.

Mi ricordo infatti un certo “Marieddu su tuffadori” (così chiamato perchè eseguiva dei tuffi davvero impossibili, da altezze per noi inimagginabili) che si era fissato su uno dei miei coetanei, un certo Caddeo (se la memoria non mi inganna). Marieddu cominciò col  dire, nel suo sardo colorito e turpe, una volta che Caddeo  volgendoci le spalle,  si dirigeva verso l’acqua per nuotare:

- ” Avete notato che il culo di Caddeo è bello come quello di una donna?” E ripeti oggi e ripeti domani, nella nostra fantasia di adolescenti a digiuno di tutto (e soprattutto, ovviamente, di donne) quel deretano bianco e formoso finì per apparirci desiderabile. Così un bel giorno, mentre Caddeo si trovava a mezza coscia già immerso nel fiume, Marieddu lanciò un urlo, incitandoci a cogliere quel frutto di femminile sembianza. Da buon capo branco fu il primo a lanciarsi verso l’ambita preda. E noi, stupidi inconsapevoli di   un gioco che poteva volgersi in atroce dramma, lo seguimmo.

Caddeo difese con le unghie e con i denti (nel senso letterale dei termini) il frutto dei desideri insani di Marieddu e tutto finì in quegli spruzzi e in quelle spinte di giocosa eppur focosa incoscienza.

Per fortuna arrivò a mio padre la voce delle mie gite proibite al fiume.  Così  fui costretto, insieme a qualche altro fratello che  col fiume non aveva niente a che vedere,  all’odiata siesta pomeridiana (quanto poi l’avrei amata e desiderata  negli anni seguenti lo dirò più avanti).

Io aspettavo che cominciasse a russare e poi me la svignavo alla grande; ovviamente, in tali casi, occorreva pianificare bene ed essere di rientro prima che mio padre si levasse per l’apertura del negozio (prevista per le 17,00). Ma in quel lasso di tempo era obiettivamente più difficile cacciarsi nei guai e combinare disastri.

Ma quando mio padre scoprì quel giochetto arrivò la misura più drastica, il massimo della pena: la sera sarei andato con lui in negozio, ad aiutarlo. Non che io fossi ion grado di aggiustare gli orologi, intendiamoci; ma intanto avrei dovuto imparare a stare al banco di vendita  (“quanttro occhi vedono meglio di due” ripeteva sempre per invogliarmi a seguire il suo lavoro, soprattutto quando esponeva gli oggetti d’oro ai clienti visitatori); poi stando accanto a lui nel banco da lavoro avrei imparato ad eseguire i lavori più semplici: scoperchiare gli orologi dal fondello con l’apricassa, senza graffiarlo; sostituire il vetro; sostituire le anse e il cinturo degli orologi; per poi passare a qualcosa di più complicato ma che  comportava  uno smontaggio solo parziale e limitato dell’orologio: la sostituzione di albero e corono di carica e la sostituzione della molla di carica (gli orologi elettronici, ovviamente, non c’erano ancora; più tardi, qualdo ero già studente universitario, presi l’abilitazione alla manutenzione degli olorogi elettronici analogici, ma anche di questo vorrei parlare più avanti all’affezionato lettore).

7. continua…

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Ci sono  dei momenti, nella vita di ciascuno di noi, in cui ci sentiamo sospinti da una forza invisibile che, come una corrente misteriosa, ci conduce da qualche parte, non importa dove. E non importa neppure dove noi vogliano andare. E’ la forza misteriosa che ci spinge; è lei che sa dove noi dobbiamo andare.

Di questi momenti nella mia vita ne ho vissuti di diversi. Per esempio nel 1968, quando la protesta studentesca mi trascinò, piano, piano, anno dopo anno, fin sulle  sulle barricate di una rivolta epocale, tremenda, cieca che voleva distruggere tutto e finì col distruggere gli aspiranti distruttori (mi fermò soltanto la mia idiosincrisa per ogni forma di violenza e di potere, il mio pacifismo convinto e idealista, il mio desiderio di conoscenza; lo stesso che mi spinse a Londra, al tramonto della rivoluzione, quando un’altra forza mi afferrò e mi spinse nelle lande nebbiose di Albione; ma di questo parlerò più avanti).

Nel 1965, al momento di scegliere la scuola media, fu ancora una forza misteriosa a spingermi verso Arborea.

Quell’anno, i neo-licenziati maschi  della quinta elementare del mio paese, scelsero di iscirversi al collegio che i Salesiani, con tanto onore, tenevano ad Arborea (la vecchia colonia fondata dai Veneti, chiamata prima Mussolinia, ed allora, come oggi, ridente ed attiva cittadina dell’oristanese, molto attiva nella produzione lattiero-casearia). Lì, i valenti sacerdoti di San Giovanni Bosco, formavano i futuri sacerdoti del clero sardo, prima attraverso un’adeguata istruzione nella scuola media unificata e, successivamente, per i più dotati e pervicaci, attraverso il ginnasio e il liceo classico.

In questa corrente, che di mistico e di religioso, come poi i fatti dimostrarono, non aveva molto,  io mi immisi di buon grado, complice il desiderio di mia madre di vedere almeno uno dei figli maschire con la tonsura e la tonaca nera da prete (mia mamma non ne faceva alcun mistero; anzi, a voce alta invocava il buon Dio perché le facesse la grazia di un figlio prete; ma, poveretta, fallì con me, come aveva fallito prima con un fratello maggiore e come fallì qualche anno dopo con uno dei fratelli minori!).

Così, senza una grande vocazione,  mi ritrovai nel Seminario di Arborea. occorre dire che ancora in quegli anni sessanta era molto vivo quel movimento, iniziato subito dopo la guerra, che spingeva i giovani in Seminario anche senza vocazione. Le famiglie sapevano che in quei luoghi di studio e di meditazione, venivano assicurate, in cambio di una modesta retta mensile (che per i più bisognosi veniva coperta dagli stessi Salesiani), una cultura ed un’istruzione adeguate, congiuntamente a un vitto e  a un alloggio decosrosi (che non tutte le famiglie potevano assicurare ai numerosi figli che la Provvidenza e la mancanza della televisione mandavano alle coppie precoci e fertili di allora).

La maggior parte di questi aspiranti sacerdoti lasciavano il seminario alla viglia dei voti e si ritrovavano sul mercato del lavoro con un diploma di laurea che, quantomeno, spianava la strada all’insegnamento nelle discipline umanistiche.

Mia madre, appoggiata da mio padre che, seppure anticlericale viscerale,  non voleva ostacolare le sue aspirazioni  celesti, mi dotò di un ricco e copioso corredo e così iniziò la mia carriera ecclesiastica (che, come il paziente potrà dappresso appurare, non fu invero molto lunga).

Arrivai qualche giorno prima dell’inizio dell’anno scolastico, a fine settembre (in quegli anni l’anno scolastico iniziava ancora ad ottobre).

Del primo giorno, oltre all’odore delle saponette,  della cancelleria e dei libri di testo, freschi di stampa, mi ricordo “il passo volante”.

Il passo volante era una specie di giostra, posizionata al centro dello sterminato  cortile che fungeva da parco giochi per le ore di ricreazione (indispensabili in ogni collegio dei Salesiani che si rispetti); la giostra era composta da un palo centrale al culmine del quale  ruotava  una corona dentata da cui si dipartivano delle catene che terminavano in altrettanti seggiolini di legno;   il giocatore, seduto a cavalcioni, spingeva con le gambe correndo attorno all’asse e, presa la rincorsa, spiccava il volo per poi atterrare, una volta esauritasi la spinta.

Mi cimentai in quel gioco in modo così azzardato che, ricordo ancora oggi, al termine di una corsa particolarmente spericolata, mi si avvicinò un sacerdote il qualche mi chiese se mi sentissi bene.

In effetti io stavo benissimo; almeno finchè si giocava al passo volante; mi piacevano  anche il calcio, la dama e la pallamano. Come hobby culturale, tra il traforo e la legatura  dei libri, scelsi la legatoria; una passione per i libri cartacei che ancora mi porto appresso.

A onor del vero mi piaceva molto anche studiare. Ricordo che Don Mancini, il direttore, che insegnava latino, per mostrarmi il suo apprezzamento, visto che i miei compiti erano sempre tra i migliori, mi assegnò il compito di rivedere i compiti dei miei compagni, per aiutarlo a identificare gli errori più vistosi. Anche in francese ero alquanto bravo. Occorreva memorizzare i verbi irregolari ed io, grazie all’esercizio della memoria che avevo sviluppato con lo studio delle tabelline, delle poesie e delle provincie italiane nelle scuole elementari,  me la cavavo alla grande. In  matematica non eccellevo ma, come diceva don Perucatti (si trattava di un diacono e non di un sacerdote, in quanto non aveva preso ancora i voti; ma vestiva come un prete e so che in seguito è divenuto un ottimo Salesiano) la sufficienza me la mettevo in tasca ben prima degli scrutini trimestrali.

Grazie alla mia voce squillante, ed alla buona intonazione, inoltre, venni inserito da Don Atzori (anche lui, come don Peruccati, era uno studente di teologia che non aveva preso definitivamente i voti, ma era sulla buona strada) nei Cantores (il gruppo base che cantava alle Messe) e, addirittura, nei SuperCantores (un gruppo ristretto, formato da dodici persone, che intonava i canti più difficili e solenni, nei momenti topici della funzione e che lo attorniava mentre lui suonava l’organo a canne). Quand non cantavo, ero adibito alla lettura della seconda lettura (di solito una delle lettere di San Paolo, oppure dei   Santi Apostoli Pietro, Giacomo, Giuda Taddeo o Giovanni Evangelista) per cui, nei giorni festivi, mi succedeva di presenziare a due e anche più Messe.

Eppure,nonostante questo mio agevole e variegato  inserimento, qualcosa non funzionò.

Ma di questo vorrei scrivere nella prossima puntata.

 

6. continua…

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L’anno successivo, nel 1965, frequentavo la quinta elementare: finalmente l’agognato fiocco rosso, che segnava la fine delle Scuole Elementari.

Non so perchè, quell ‘anno fummo riportati alla scuola del vecchio Convento dei Cappuccini. La quarta Elementare l’avevo frequentata con la maestra Soro nel nuovo edificio di via Vitale Matta, ma per la quinta ci riportarono nelle vecchie scuole dove avevo già frequentato la prima e la terza elementare.

Forse il boom economico aveva fatto crescere oltre il prevedibile il numero degli scolari. In effetti ricordo che in quegli anni le famiglie erano composte da un minimo di quattro figli con punte che arrivavano sino a 18 figli.

I figli unici erano delle specie di extraterrestri, privilegiati perché potevano godere di tutte le attenzione dei genitori, ma nello stesso fragili, quasi frangibili, da proteggere come una razza esile, in via d’estinzione, mentre noi (io ero il sesto di undici figli), quelli delle famiglie numerose potevano andare allo sbaraglio, nelle strade, scalzi e nei fiumi, dove si imparava a nuotare per non affogare sotto la pressione dei compagni più grandi.

Mi ricordo che certe mattine marinavamo la scuola proprio per andare a nuotare, in una specie di torrente (sa cascadedda o su su sifoi, qualcosa del genere) non distante dal Convento dei Cappuccino che ospitava la nostra quinta.

I nostri genitori non erano certo d’accordo.

Un giorno il padre di Gigi, un proprietario terriero che possedeva terreni coltivabili anche in   quella zona, ci colse in flagranza di reato.

Intimò al figlio di prendere i suoi vestiti e, nudo come la mamma lo aveva fatto (allora non si indossava il costume da bagno, quantomeno non al fiume) lo ricondusse al Paese a suon di cinghiate, lui dietro e il povero Gigi davanti, attento non solo a scansare i violenti colpi del genitore, ma anche a non ferirsi i piedi nel sentiero che dal fiume riportava al Paese.

Così ritornammo a concentrarci di nuovo sul nostro sussidiario onde prepararci al meglio per il nostro esame finale.

Di quell’anno mi rimangono impressi certi quaderni finalmente colorati che sul retro riportavano le gesta degli eroi del Risorgimento italiano: Enrico Totti che lanciava la stampella contro gli Austriaci; Pietro Micca che saltava in aria con gli odiati nemici; Ciro Menotti che incitava  i suoi aguzzini, i quali gli avevano promesso di salvargli  La vita, a patto che divenisse una spia austriaca, a procedere verso il patibolo con la celebre frase “Tirem innanz”!

Il nostro nuovo precettore era  il maestro Lai. Di lui ho un ricordo vago ma positivo.

Mi ricordo che in classe eravamo in tanti; molti erano i ripetenti; ricordo certi giangalloni grandi e grossi; con noi erano solidali ed il bullismo, almeno a scuola,  era inesistente. Forse quei ragazzoni avevano bisogno di noi per i suggerimenti e ci rispettavano.

I ragazzi più grandi, maliziosamente, avevano inventato che siccome  aveva perennemente le mani in tasca, soprattutto quando passava in mezzo ai banchi,  il maestro doveva avere le tasche bucate, così da potersi strusciare con le mani nelle parti intime. E anzi, per rincarare la dose, a volte lanciavano accuse a voce alta contro l’imbranato di turno, dicendo. ” Signor maestro, Tizio si sta toccando!”

Ma secondo me erano tutte fantasie della nostra pruriginosa adolescenza!

4. continua…

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Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

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Alzi la mano chi non ricorda con gioia un suo ultimo giorno di scuola!!! Magari soltanto uno particolare, alle elementari, alle scuole medie oppure alle scuole superiori, che si chiudevano con il famigerato, temuto esame di maturità (oggi si chiama esame di stato, ma sempre quello è).

Come studente io ne ricordo diversi. Tutti sono ammantati da un velo di malinconia. In fondo a scuola ci stavo bene. I maestri (ma un anno ho avuto anche una maestra, in quarta elementare, si chiamava maestra Soro) mi volevano bene; in seconda media  ho cambiato tre  scuole; il mio anno si concluse in una scuola siciliana; il mio compagno di banco, un ragazzone di nome Armando figlio di emigrati  rientrati dall’Argentina, si sorprese nel vedere nei tabelloni, non tanto il suo nome tra i bocciati, quanto piuttosto il mio tra i promossi.

Ci avevano sistemato all’ultimo banco: io dalla Sardegna, lui dall’Argentina; in qualche modo eravamo entrambi di ritorno: io, figlio di un siciliano nostalgico, lui figlio di siciliani forse stanchi di parlare castigliano in quelle sterminate pampas americane.

A quel tempo recuperi e svantaggi non erano presi in considerazione. Chi seguiva bene, chi non seguiva veniva bocciato. Ma io ero troppo orgoglioso per farmi bocciare. Avevo le mie mosse segrete, i miei guizzi, le mie intuizioni, il mio spirito di sopravvivenza che mi guidava,  a scuola,  come fuori; per loro ero “u sardignolu” anche se portavo un cognome siciliano; e il mio accento ed il mio orgoglio erano palesemente sardi, pur se il mio DNA era avvolto anche in spire normanne, o forse arabe, o chissà, persino spagnole o napoletane. Non credo faccia molta differenza sul piano biologico.

Mi rendo conto di aver divagato, sulle ali della memoria; forse sto invecchiando.

Quest’anno sto per restituire il mio trentesimo registro del professore (più o meno; il conto preciso degli anni di insegnamento preferisco farlo in prossimità della pensione; traguardo che la riforma Fornero, sembra avere spostato irrimediabilmente in avanti; staremo a vedere).

Certamente rilevo una fondamentale differenza tra l’ultimo giorno di scuola da studente e quello da insegnante.

Nel primo caso, come dicevo, prevaleva la malinconia, lo smarrimento, la prospettiva dei giorni estivi, lunghi e solitari (ma perché da adolescenti non si capisce il grande valore del tempo? Naturalmente sto parlando solo per me); l’ultimo giorno di scuola da insegnante, insieme ad un senso di liberazione della fatica dell’orario di cattedra, fatto di spiegazioni ed interrogazioni che si susseguono in un turbine di eventi, ha anche il sapore degli scrutini e degli esami di maturità. E l’estate, adesso, dura troppo poco.

1. continua…

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Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

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Quarta scena

(Miriam e Laura)

Miriam:- (c.s. ma quasi parlando tra sé;  mentre girovaga per il palco si imbatte nel libro di Laura buttato a terra da Stinko) Laura!!! Ma che strano… Laura è sempre così puntuale… Laura, bambina mia… Toh… un libro per terra…ma questo è il proprio il libro di Laura…(riprende a chiamare con più forza) Laura, bambina mia, dove sei???

Laura:- (dall’interno della Discoteca si ode la voce di Laura) Son qui, nonna!!! Aiutami, ti prego…

Miriam:- (guardandosi attorno con aria smarrita) Qui dove, Laura? Io non riesco a vederti…

Laura:- (c.s.) Qui dentro, nonna, aiuto, aiuto!!!

Miriam:- (sporgendosi all’interno della Discoteca) Laura, sei qui???

Miriam aiuta Laura ad uscire dal buco. Laura ha un’aria alquanto sfatta e provata e quasi non si regge in piedi.

Laura:- (appoggiandosi alla nonna, in tono smarrito e confuso) Sono sfinita nonna… Che brutta avventura…

Miriam:- (incredula, non riuscendo a capacitarsi) Ma cosa ti hanno fatto piccola mia? Cosa facevi là dentro?

Laura:- (cercando di discolparsi) Perdonami, nonna… io non volevo entrare… sono stata ingannata…

Miriam:- (cercando di incoraggiarla) Non ti affannare bambina… adesso è tutto finito…a casa mi racconterai.

Le due donne escono lentamente di scena

4. continua…

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Terza Scena

(detti e Miriam)

La nonna di Laura esce dall’ingresso della  Porta Stretta. Non si avvede della presenza dei bulli e prende a chiamare la sua nipotina. I bulli, come odono la voce della donna, vigliaccamente se la danno a gambe.

 

Miriam:- (prima in modo soave, poi in un crescendo di preoccupazione e disperazione) Laura, Laura, bambina mia, dove sei? Laura…

Alex:- Presto, filiamo! Questa dev’essere la nonna della bambolina!!!

Stinko:- (buttando a terra il libro di Laura) Caspita!!! Allora gambe, ragazzi!!!!

I cinque escono in fretta e furia

3. continua…

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Scena Seconda

La scena è quella del primo atto. In scena entrano schiamazzando cinque bulli: Alex, Lara, Stinko, EsQiu e Delgado. Sono vestiti stile Hell’Angels, in jeans e/o pelle, con  scarponi ai piedi e con gli accessori tipici.

Su una panchina a lato della Porta Sretta  sta seduta Laura che legge un libro assorta e non mostra di accorgersi  dei cinque; neanche questi ultimi, inizialmente, la notano.

Alex:-  (indicando la discoteca dimessa) Ehi, ragazzi, questa è la famosa Disco House!!!

Zara:- Altrimenti detta la Stonehell Disco!!!

Delgado:- I miei genitori raccontano di avermi concepito proprio qui!!!

Stinko:- (in tono sarcastico) E si vedono i risultati!!!!

Tutti ridono, all’infuori di Delgado!!!

EsQiu:- (Avvicinandosi alle tavole che chiudono l’ingresso, con una palese emozione nella voce) Si raccontano un sacco di cose su questa mitica discoteca….storie di mostri e di urla nella notte…

Alex:- (avvicinandosi anche lui all’ingresso e rivolto a Delgado) Ehi, Smilzo, visto che sei di casa, perché non vai dentro e ci racconti qualcosa???

Stinko: Sì, dai Smilzo! Sei l’unico dei tre a passare per quel buco!

Delgado:- (schermendosi) E perché non ci mandi la tua ragazza, puzzola?!?

EsQiu:- (in tono minaccioso) Peccato che tu sia senza palle, Smilzo, altrimenti ti saresti beccato un bel calcio tra le gambe!!!

I quattro ridono nuovamente del povero Delgado

Stinko;- (sporgendosi all’interno del buco che c’è tra le tavole di sbarramento) Maro’, che tanfo terribile!!!!

Zara:- Dicono che sia l’alito del mostro…

EsQiu:- (in tono triste) Ma quale mostro! Sono i bambini morti e abbandonati…

Alex:- (afferrando Delgado con violenza) Ehi, qui si chiacchiera troppo! Adesso tu vai dentro senza far storie!!!!

Delgado:- (prima divincolandosi e poi indicando Laura, nella panchina di fronte) Lasciami coglionaccio. E seguitemi che mi è venuta un’idea!!!

EsQiu:- Oddio, lo smilzo ha avuto una delle sue idee…

Zara:- L’ultima volta che ne ha avuto una siamo finiti in questura, vi ricordate?

I quattro, ridendo, si dirigono verso Laura.

Delgado (che nel frattempo ha raggiunto Laura, sempre assorta nella lettura, strappandole il libro dalle mani) Ehi, tu, ragazzina, che cavolo stai leggendo?

Laura:- (presa di sorpresa) Ma io, veramente…sto solo aspettando mia nonna…

Delgado:- (buttando il libro con un gesto di spregio)  I fioretti di San Francesco? Che roba è?

Stinko:- (fingendosi zoppo, raccoglie il  libro e si avvicina a Laura per restituirglielo) Ma Delgado, cosa fai? Ti sei dimenticato delle buone maniere? Lo scusi tanto signorina, sa, ha avuto dei problemi sin da piccolo…Io mi chiamo Stinko e lei?

Laura:- (timidamente, stringendo la mano che Stinky gli porge, dopo avere preso il libro con l’altra) Grazie, piacere mio, io sono Laura…

Stinko:- (riferendosi a Delgado) Se non avessi una gamba fuori uso gliela farei vedere io a quello zoticone!!!

Laura:- (c.s.) Ma no, non importa… lasci perdere…

Stinko:- (in tono di accondiscenda) Va bene signorina, però venga con me che ho bisogno del suo aiuto…

Laura:- (seguendolo con il libro stretto al petto) Se posso aiutarla, lo farò più che volentieri…

Stinko:- (indicando prima Delgado e poi la Discoteca) Quello screanzato  ha buttato  là dentro la mia stampella ed io ora non so come tornare a casa… Non è che lei può entrare a recuperarla per me?

Laura:- (porgendo il libro a Stinko) Beh, potrei provarci… non so poi se ce la faccio…

Stinko:- Ma si che può farcela… lei è così magra e snella…

Laura entra nella Home Disco e scompare attraverso il buco.

Alex:- (con ammirazione) Puzzola, sapevo che eri un figlio di buona donna!!! Ma non sino a questo punto!!!

Zara:- (a EsQiu) Il tuo moroso è davvero un grande attore!!!

Stinko:- (con falsa modestia) Cose da poco, ragazzi! So fare anche di meglio se mi ci metto…

2. continua…

 

 

 

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La Gita

Commedia di ignazio salvatore basile in atto unico e sette scene

Personaggi e interpreti

Professor Giorgio Serci: Un docente di liceo  sempre alla ricerca

Un gruppo classe ginnasiale

Laura: una brava e ingenua lettrice

Miriam: sua nonna

Alex Giusti: un bullo senza regole noto con il soprannome di Nicce

Lara Zurru : sua fidanzata, nota con il soprannome di Zara

Luigi De Sanctis: degno compare di Alex, noto con il soprannome di Stinko

Susanna Quadrotti:   nota con il soprannome EsQiu, fidanzata di Stinko

Fulvio Delgado: un ragazzo molto fragile, noto anche con il soprannome di Smilzo

Annamaria Mossa: ottima collega del prof.  Serci

Atto Primo

La scena si apre su uno spiazzo ampio; sulla destra un grande edificio in primo piano, sbarrato a croce di Sant’Andrea, con un’insegna in cima con su scritto “Disco Stonehell”; sulla sinistra, in campo più profondo, un edificio con un ingresso assai stretto sul cui stipite si legge invece la scritta “Stairway to Heaven”.

Al centro della scena un insegnante cerca di mettere in ordine una scolaresca alquanto rumorosa di alunni ginnasiali.

Docente:-  (in tono perentorio) E allora? Ci mettiamo in ordine e zitti? Avanti: formare tre file, qui di fronte a me!

Gli studenti, con i consueti mormorii si dispongono in tre file parallele al Palcoscenico.

Primo studente:- Prof, io sono stanco…

Secondo studente:- Ma quando si va a mangiare?

Terzo studente:- (voltandosi all’indietro con fare minaccioso) Se non la smetti ti spacco la faccia?

Quarto studente:- Guarda che non sono stato io, o scemo!!!

Docente:- (c.s.) Ehi, Ehi, calma e moderate il linguaggio, sennò si rientra in albergo e la gita finisce qua per tutti!!! E’ chiaro?

Il brusio si placa di colpo.

Quinto studente:- (in tono semiserio) Ma professore, perché siamo venuti qui?

Sesto studente:- Giusto! Ma perché non ci  porta al Centro Commerciale?

Settimo studente:- Io devo comprare i regali per casa!!!

Ottavo studente:- Anch’io, per il mio ragazzo!!!

Secondo studente:- E io ho sempre più fame!!!

Docente:- (sempre c.s.) Mi sembrate dei bambini delle Elementari piuttosto che dei ragazzi del Liceo!!! Allora, aprite bene le orecchie una volta per tutte: Primo punto, le mete didattiche sono state deliberate dal Consiglio di Classe; Secondo punto, questa è una gita di istruzione e non è uno shopping sotto le stelle o qualcosa del genere! Terzo e ultimo punto: qui siamo nella famosa  piazza del ’68! Non ne avete mai sentito parlare?

Nono studente:- Il  ’68? Come no? Non è quello dei moti carbonari?

Docente:- (mettendosi le mani nei capelli) Per carità! Cosa dici? Quello è il ’48! (scandendo le sillabe) Il 1848!!! Io vi sto parlando del 1968: centoventi anni dopo i moti dei carbonari!!!

Decimo studente: Sei il solito somaro, Ivan!!!

Risate generali

Undicesimo studente:- Io lo so prof! Il ’68 è quello di Che Guevara!!!

Docente:- Veramente Che Guevara è morto un anno prima del ’68! Comunque ti sei avvicinato; anche se con questa Piazza, Che Guevara non c’entra molto. Di lui vi parlerò in un’altra occasione!!!

Dodicesimo studente:- E allora, di cosa ci parla oggi, prof?

Docente:- (prendendo la palla al balzo e indicando l’edificio dalla porta sbarrata con gesti e toni enfatici) Oggi vi parlo della Disco Stonehell!!!!

Tredicesimo studente:- Ma non si può visitare all’interno?

Nono  studente:- (indicando l’altro edificio, quello sullo sfondo) E di quell’altro monumento, cosa ci può dire?

Decimo studente: – Oh scemo!!! Non lo vedi che non è un monumento?

Nono studente:- Tu che sei un intelligentone, dimmi allora che cos’è?

Terzo studente:- (dando man forte al nono studente) Se i prof ci hanno portato qui, saranno edifici monumentali o no?

Quarto studente:- (in difesa del decimo studente) A me sembrano comunque edifici!!!

Docente:- (spazientendosi e battendo le mani per ottenere silenzio) Se magari mi fate parlare, riesco a spiegarvi tutto io!!!

Gli studenti si acquietano.

Bene! Allora: per quanto riguarda la Discoteca Stonehell vi dirò che essa è sorta nel 1968 ed ha funzionato per un trentennio circa…

Quattordicesimo studente:- Perché l’hanno chiusa prof?

Docente:- (c.s.) E’ stata chiusa, come stavo per dire, dopo un trentennio dalla sua inaugurazione, dopo che numerosi fatti strani vi erano accaduti…

Quindicesimo studente:- Tipo?

Docente:- (in imbarazzo, quasi reticente) Mah, tipo, incidenti, fattacci…

Sedicesimo studente:- Prof, io non ho capito…

Docente:- (c.s.) Beh, le cronache registrano svariati interventi della Polizia…

Diciassettesimo studente:- E quindi?

Docente:- (c.s.) E quindi le autorità di Pubblica Sicurezza hanno decisa di chiuderla!!!

Diciottesimo studente:- Sì, ma questi fattacci, questi incidenti per cui interveniva la Polizia, cos’erano esattamente?

Docente:- (c.s.) All’inizio pare che si trattasse di stupri, aggressioni, risse; infine si verificarono strane morti…

Diciannovesimo studente:- Cioè? Come strane, prof?

Docente:- (c.s. ma sputando finalmente il rospo) Per farla breve, la leggenda vorrebbe che là dentro si celi un mostro enorme che divora le persone vive e per intero!!!

Ventesimo studente:- Cosa? Un mostro?

Primo studente:- (tra il serio ed il faceto) Una specie di Minotauro o che altro?

Secondo studente:- Zitti, per favore che a me sta passando la fame…

Terzo studente:- O una specie di Lochness di terra piuttosto che di mare??!??

Quarto studente:- Andiamo via per favore: io ho paura!!!!!

Quinto studente:- Ma va là, fifona!!!! Ancora credi a queste scemenze di mostri!!!!

Sesto studente:- (facendo coraggio più a se stesso che agli altri) Il prof ha parlato di leggende, vero prof?

Settimo studente:- Eppoi se il locale è chiuso, da mo’ che il mostro sarà morto!!!!

Docente:- (contento di avere conquistato finalmente l’attenzione della classe) E qui sta il bello!!! La leggenda prosegue nel narrare che il mostro riposa nelle viscere della terra… ma sempre pronto a divorare chiunque provi ad entrare!!!!

Ottavo studente:- (sviando il discorso, quasi fingendosi annoiato) E di quell’altro ingresso così angusto, al lato opposto della piazza, cosa ci può dire prof?

Docente:- (di buon grado) Domanda interessante! Avviciniamo ordunque all’altro ingresso!!!!

La scolaresca si sposta al seguito del docente verso il lato opposto della piazza.

Nono studente:- (fissando la scritta sullo stipite) La scritta sullo stipite è alquanto interessante.

Docente:- Certo, certo! L’esatto opposto della disco…

Decimo studente:- Ma c’è qualche attinenza tra i due edifici della piazza?

Docente:- Beh, la leggenda vuole che percorrendo le scale dei due edifici prima verso  il basso e poi verso l’alto, si arrivi allo stesso posto!!!

Undicesimo studente:- Ma non è possibile profe!!!!???

Dodicesimo studente:- Mi scusi professore, ma a me sembra una vera e propria castroneria…

Gli studenti ridono

Docente:- (imponendo il silenzio) Non siate sciocchi ragazzi… Non interpretate tutto alla lettera…

Magari, come spesso accade, le leggende nascondono una misteriosa simbologia…

Tredicesimo studente:- Professore, la mia guida dice che in certe notti di luna piena dalla Disco House si sente il pianto di numerosi neonati…

Docente:- Davvero? Pensavo che le guide non ne parlassero affatto… in effetti un’altra delle leggende che ruotano attorno a questo edificio narra come il mostro abbia divorato migliaia di creature innocenti…

Tredicesimo studente:- La mia guida spiega che la leggenda è nata per il fatto che forse lì si praticava l’aborto clandestino…

Quattordicesimo studente:- Io ho sentito dire che erano le mammane a praticare l’aborto clandestino…

Quindicesimo studente… e che infilivano in pancia alle ragazze incinte dei ferri di calza arroventati…

Sedicesimo studente:- (ridendo nervosamente) E ci credo che si sentono le urla… devono essere quelle delle ragazze costrette ad abortire in clandestinità!!!!

Alcuni degli  studenti maschi ridono ancora, seppure in maniera scomposta e nervosa…

Secondo studente:- Per favore, prof, io sto per sentirmi male…

Docente:- (in tono di rimprovero) Ha ragione il vostro compagno… questi non sono discorsi da affrontare in gita e con questa leggerezza!!!

La scolaresca esce- Fine Prima Scena

 

 

 

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COMUNICATO DELLA DIREZIONE DELL’ISTITUTO IN MERITO ALL’ARTICOLO PUBBLICATO DA “L’UNIONE SARDA” in data 20.09.2015

Carissimi genitori,
con grande rammarico abbiamo letto ieri l’articolo sugli “alunni maltrattati a scuola” apparso sul giornale L’Unione Sarda con esplicito riferimento alla nostra scuola media e alla Professoressa Franceschi Maria Grazia. Sono state scritte cose infamanti e molto pesanti, basate solo sulla parola di qualche studente. Le ritengo inaccettabili e condannabili in toto, perché conosco molto bene la professoressa Franceschi. Mentre riconosco in lei alcuni modi un po’ aspri e severi in alcune circostanze, non posso non attestarle sentimenti di stima e di riconoscenza per il lavoro educativo e professionale che svolge da anni nella nostra scuola.

Ho ricevuto telefonate e mail di solidarietà nei suoi confronti da exalunni/e e da genitori. Cito una sola mail per tutti, stralciando i punti salienti.
Gentile Direttore, come tanti altri genitori, ho letto l’infamante articolo pubblicato sull’Unione Sarda in data odierna (domenica 20 settembre) che ha scelto come ennesimo bersaglio mediatico una Vostra insegnante e con questa, evidentemente, la nostra scuola: mi permetto di usare il plurale “nostra”, perché è così che noi genitori la sentiamo, come se facessimo parte di una vera famiglia. La scelta “salesiana” è dettata non solo dal superiore bagaglio scolastico che donate ai nostri figli, ma anche e soprattutto dalle capacità didattiche e umane dei vostri insegnanti che, talvolta in sostituzione di genitori totalmente assenti, li accompagnano in un importantissimo percorso di vita, contribuendo alla loro formazione di buoni cristiani e onesti cittadini: la scuola non è solo cultura fine a se stessa, ma è anche condivisione, educazione, rispetto degli altri. Questi sono i principi sacrosanti che mia figlia (…) ha avuto proprio dalla Prof.ssa Franceschi e che spero abbia anche mio figlio (…), appena iscritto, volutamente nella stessa sezione B. Quanto appena detto è oggetto di assoluta condivisione di tantissimi genitori che ho personalmente sentito stamattina e che hanno avuto, come me, la fortuna di conoscere la professoressa Franceschi, insegnante dalle straordinarie capacità professionali e personali, della cui integrità morale non abbiamo mai dubitato. Inutile raccontarLe quanti apprezzamenti e moti di stima e solidarietà ho raccolto quasi per caso in poche ore. Spero vivamente che la scuola (…) tenga conto dell’opinione della stragrande maggioranza dei genitori degli ex alunni e anche delle nuove leve che hanno già potuto apprezzare, in occasione della gita a Solanas, le doti umane della loro insegnante di matematica (…)”.

Un cordiale saluto a tutti ed un sincero augurio di un felice anno scolastico sotto il manto dell’Ausiliatrice e con la benedizione di Don Bosco.
Cagliari, 21 settembre 2015
Don Sergio Nuccitelli, direttore

 

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Insegno da circa trenta negli Istituti Tecnici che un tempo formavano i ragionieri (oggi si parla di programmatori e periti contabili).

Non ho mai mentito ai miei studenti. Ho sempre cercato di trasmettere loro la mia piccola scienza giuridico-economica e qualche frammento della mia grande coscienza civica.

Per il 70.mo anniversario della Liberazione la mia scuola ha organizzato,  per le quinte classi,  un programma teatrale che è stato prodotto  per le scuole da un gruppo culturale e che ha per  titolo “Partigiani Fratelli Maggiori” ispirato a un’idea teatrale di Gianfranco Macciotta.

In Consiglio di Classe, nell’aderire alla importante iniziativa, avevamo deliberato di affrontare l’argomento della Resistenza da diversi punti di vista, senza tralasciare i collegamenti tra il diversi movimenti di liberazione e il dettato costituzionale che scaturì dal confronto tra le diverse componenti ideologiche che, unite, si opposero al nazifascismo.

In classe, all’inizio della discussione, una maturanda, nella sua consueta forma, alquanto arguta e battagliera, ha esordito dicendo che lei era stufa di sentire ripetere le vuote formule della retorica resistenziale e che,  per di più,  non considerava giusto che questi qui (riferito al gruppo culturale che li attendeva in Aula Magna alle 11,30), si presentassero senza un’adeguata controparte, un contraltare ideologico,  che esponesse anche le ragioni degli sconfitti.

Vari altri studenti sono intervenuti successivamente, vivacizzando una discussione proficua e costruttiva.

Io ho cercato di mediare tra le due fazioni che sembrano contrapporsi nel dibattito: quella che considerava ormai superata e da archiviare l’esperienza dei partigiani e della loro resistenza al nazifascismo e quella che, al contrario, riteneva ancora doveroso tributare un ricordo di elogio e gratitudione a chi aveva combattutto per le libertà di cui abbiamo goduto in questi sette decenni di dopoguerra.

Ho convenuto ora con gli uni, ora con gli altri.

Naturalmente ho fatto anche presente, su un piano meramente tecnico o informativo, che nella Costituzione si potevano rinvenire, scorrendo i diversi articoli, le tracce delle differenti ideologie che in quella stagione si ritrovarono unite a combattere in un sol fronte contro il nazifascismo, a fianco degli alleati americani: la componente socialcomunista, quella cattolica e quella liberale sopra le altre.

A un certo punto, la stessa studentessa che aveva acceso il dibattito in avvio di discussione,  ha esclamato che anche i partigiani avevano ucciso e fatto delle vittime, magari anche innocenti.

Lì non ho potuto astenermi dal dire che anche io piangevo i morti dell’altra parte.

I morti meritano tutti rispetto, anche quando combattevano nella parte che la storia ha visto sconfitta; e ancor di più quando combattevanop per degli ideali in cui essi sinceramente  credevano.

Ecco, forse manca proprio questo, per una completa ricomposizione dell’unità nazionale e per una festa della Liberazione pienamente condivisa: il riconoscimento delle ragioni dei vinti.

 

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Quest’anno, i coetanei del mio paese, hanno organizzato la festa dei sessantenni. Io avevo disertato la prima della serie: quella dei 50 anni. In questa occasione ha prevalso la nostalgia. Avevo voglia di tuffarmi nel passato, nei ricordi d’infanzia, trascorsa in gran parte al mio paese. Avrà sicuramente influito nella mia scelta anche la morte recente del mio fratello maggiore, al quale ero molto legato e alla cui memoria ricollego significativi ricordi del passato.

La festa si è svolta in un rinomato ristorante, a pochi chilometri dal mio paese. Eravamo un centinaio, circa. Il menù era grandioso. Dopo pranzo un animatore ha ravvivato il pomeriggio con il karaoke e con i balli di gruppo.

E’ stato bello rivedere quei vecchi compagni di scuola. Molti non li vedevo da mezzo secolo. Fa un certo effetto. Ho considerato una cosa: rivedere i vecchi amici del tempo andato è un po’ come guardarsi allo specchio. Non vedi degli anziani, ma bensì degli ex ragazzini.

Mi ha colpito anche un’altra cosa: in alcuni di loro mi sembrava di vedere i loro padri. Erano come dei cloni, e la loro visione mi riportava indietro di cinquant’anni. Incredibile!

Che grande mistero è la nostra vita!!

A volto mi chiedo: ma dove sono i 100 miliardi di persone che ci hanno preceduto sulla terra? Possibile che sia tutto confinato nei miei ricordi? Possibile che di que 100 miliardi sopravvivano soltanto quelle poche migliaia di esseri viventi le cui esistenze si sono incrociate con la mia?

A un certo punto mi ha assalito una vena di malinconia: è stato quanto Tore S. ha chiesto un minuto di silenzio per i ragazzi del 54 assenti perché il loro viaggio sulla Terra (o questo giro sulla Terra se siete Buddhisti) ha chiuso il suo cerchio materiale.

Allora non ho potuto fare a meno di considerare che, statistiche alla mano, i 3/4 della nostra vita (e forse anche più) se n’erano già andati; e che adesso ci aspettava il quarto meno divertente. Sarà per questo che si fanno più numerose le feste di ricorrenza anagrafica?

Poi ho voluto risalire la china, spazzando quel velo pernicioso di tetra malinconia.

Mi sono consolato pensando a ciò che diceva  Trilussa della scienza statistica: se la vacanza annuale che la statistica assegna  ad ogni italiano non rientra nelle spese tue, vuole dire che c’è qualcuno che di vacanze all’anno se ne fa ben due!!!.

Auguri a tutti di Buone Feste!!!!

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Un tempo c’era un grande vecchio che in Italia, dall’ombra dei palazzi del potere, macchinava a danno della democrazia e dell’Italia.
Oggi al vecchio si è aggiunto un bambino e insieme, dall’ombra dei palazzi del potere, hanno macchinato un piano per uccidere la democrazia.
Due esempi: ai dirigenti delle scuole di ogni ordine e grado verrà attribuito il potere di concedere gli aumenti degli stipendi ai docenti e, in una certa misura, di assumere e licenziare. Ciò significa la fine della libertà dell’insegnamento e della dignità stessa dei docenti.
Secondo esempio: il Teatro dell’Opera ha licenziato in blocco coro e orchestra; il sindaco Marino e il ministro Franceschini si sono affrettati a rassicurare gli artisti licenziati: molti di voi verranno assunti come esterni, con contratti da liberi professionisti. Canta e taci, artista del coro e tu, professore dei miei stivali ( già, proprio quelli di quando i treni arrivavano in orario, do you remember that?), suona e taci; solo così otterrete il rinnovo del contratto!
Almeno aumentasse l’occupazione! Invece niente: tutti sempre più poveri, a parte la casta, i loro diretti collaboratori ( un semplice archivista della camera dei deputati, guadagna ancora, dopo la tanto sbandierata spending review, 117 mila € all’anno) e i soliti ricchi speculatori della finanza globale!
E per di più i treni continuano ad arrivare sempre in ritardo!

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Capitolo 4

La morte dello studente Paolo Rossi e la prima occupazione dell’Università di Roma

 

Ricordo che eravamo in periodo elettorale: gli studenti eleggevano i loro rappresentanti ai consigli studenteschi di Facoltà.

Prima dell’esplodere del movimento studentesco che fece piazza pulita delle vecchie organizzazioni, le associazioni degli studenti erano più o meno apertamente legate ai grossi partiti politici nazionali. Le più importanti erano la G.A, i Goliardi autonomi che raggruppava socialisti e comunisti, poi c’era la FUCI che riuniva i cattolici e vantava un ex Presidente prestigioso, l’Onorevole Aldo Moro, poi c’erano la Caravella legata alle destre fasciste e l’AGIR, destre liberali.

I cattolici e le sinistre erano spesso alleati. Queste organizzazioni però riunivano una piccolissima minoranza di studenti, la percentuale di quelli che partecipavano alle elezioni variava tra il 20 – 30% ma gli studenti attivi nell’azione politica erano una sparuta minoranza. Proprio in quell’anno aveva fatto il suo ingresso nell’Università una nuova lista “la Primula” ispirata dall’Onorevole Pacciardi un transfuga del Partito Repubblicano che si era fatto sostenitore di una Repubblica Presidenziale forte.

Questa lista era abbastanza aggressiva e disponeva di notevoli finanziamenti. A quel che io ricordo le elezioni, nelle quali ero candidato per la G.A, si svolsero almeno nella Facoltà di Ingegneria regolarmente.

Ma ci furono voci di brogli e denuncie. Ci fu qualche tafferuglio. Io non so cosa esattamente accadde ma ci fu un morto, lo studente di sinistra Paolo Rossi: si disse che era morto cadendo da un muro mentre fuggiva da alcuni aggressori fascisti.

In conseguenza di questa morte l’Università fu occupata. Ci fu una grossa manifestazione al suo interno alla quale partecipò l’Onorevole Ferruccio Parri, assieme ad altri esponenti della sinistra e ad alcuni professori cattedratici.

I giornali delle destre tuonarono contro questo ingresso della politica nell’Università. Il rettore Papi dichiarò che essendo lo scopo dell’Università eminentemente didattico – scientifico egli non poteva tollerare questa intrusione dei partiti nel tempio del sapere.

Si dimise perciò. L’elezione di un nuovo rettore riportò sul momento la tranquillità. Le elezioni studentesche di quell’anno furono annullate. Ma ormai il clima nell’Università era cambiato. La politica aveva fatto il suo ingresso ed io intendo con la parola “politica” un qualcosa di assolutamente positivo: gli studenti cominciarono a discutere in libere assemblee non soltanto sui problemi studenteschi, come mensa universitaria e dispense per lo studio, ma anche  sui più vasti problemi sociali.

Io mi chiedo ancora oggi: l’Università aveva il compito di preparare la classe dirigente del domani, come avrebbe potuto farlo continuando ad ignorare quanto accadeva al di fuori delle sue mura?

Era il tempo nel quale in tutta l’Europa Occidentale ed anche in America gli studenti scendevano nelle piazze contro la guerra nel Vietnam, contro il razzismo, contro la dissennata legge del profitto che non rispettava né uomini, né città, né campagne.

In Italia si era allora in pieno boom economico ma il grande sviluppo era principalmente dovuto al petrolio a buon mercato, ed a un’industrializzazione selvaggia che non rispettava l’ambiente naturale.

Milioni di contadini avevano abbandonato le campagne specialmente nelle zone collinare e montane e si erano trasferite nelle grosse borgate che crescevano disordinatamente attorno alle grandi città.

Si cominciò allora a pensare che uno sviluppo così disordinato avrebbe avuto gravi conseguenze nel futuro, e gli studenti universitari vollero far sentire la propria voce su questi problemi.

Potremmo dire delle vicende del movimento studentesco quello che le nostre canzoni dicono dell’amore:

“L’amor comincia con suoni e con canti e finisce con dolori e pianti”

Ma sarebbe improprio perché l’occupazione dell’Università di Roma fu originata dalla morte di uno studente.

Io però non rimpiango i tempi precedenti, quelli della vecchia goliardia quando nei viali dell’Università si dava la caccia – per soldi – alle matricole e si cantavano in coro le “osterie”.

Un discorso a parte meritano le parole del rettore Papi successive alla grande manifestazione commemorativa della morte dello studente Paolo Rossi:

“E’ inconcepibile che alla radio, alla televisione, in orazioni funebri, educatori si abbandonino ad affermazioni le più diffamatorie, prive del più lontano indizio di prova per eccitare gli animi dei giovani all’odio, alla violenza, alla sopraffazione”.

Tra gli oratori di quella manifestazione c’era l’Onorevole Ferruccio Parri, uomo di sicura fede democratica e di grande prestigio morale, il primo capo di Governo – e rimasto unico – della Repubblica democratica italiana nata dalla resistenza antifascista, il quale nel 1947 fu anche la prima vittima della “guerra fredda”, quando forse anche su pressioni esterne all’Italia, fu in malo modo costretto alle dimissioni, per lasciare il posto ai vecchi notabili del pre-fascismo ed ai nuovi della Democrazia cristiana ,partito eterogeneo che racchiudeva molte anime.

Parri pur essendo idealmente schierato con le sinistre, non era legato ad alcun partito politico, si richiamava agli ideali garibaldini e mazziniani del vecchio partito d’azione e nel panorama politico italiano, la sua era sempre una voce libera e rispettata.

Io non lo udii in quella manifestazione, ma l’ho ascoltato in altre, mai l’ho udito incitare all’odio o alla violenza ed invece esortava alla calma ed alla ragionevolezza.

Così maltrattato in quell’occasione dalle autorità accademiche e dalla stampa anche Parri da allora tacque.

A tutt’oggi, dopo matura riflessione, io sono persuaso che aver chiamato la polizia all’interno dell’Università di Roma per cacciar via la politica fu un grave delitto.

Passò circa un anno da quell’episodio ed il movimento riprese vigore, ormai gli studenti , una parte di loro, avevano compreso che la politica non era necessariamente una cosa sporca e, se lo era, questa era una ragione di più per non lasciarla in mano ai politici di professione . “Riprendiamoci il nostro futuro”, si cominciò a dire ed alcune facoltà furono occupate con lo scopo di discutere sul nuovo progetto di riforma del ministro Gui ( In seguito travolto da non so quale scandalo, che anche travolse il ministro Rumor, anche lui compromesso nei vari progetti di riforma universitaria. Forse è una semplice coincidenza  ma tutte le maggiori personalità politiche italiane di quel periodo furono estromesse in malo modo, Leone, Tanassi. La tragica morte dell’onorevole Moro ha fatto dimenticare tutto il resto.)

La battaglia di Valle Giulia (1° marzo 1968)

La facoltà di architettura era stata occupata dalla polizia che ne aveva espulso gli studenti. Partì un corteo dall’Università per andare a Valle Giulia. Non c’erano idee precise fra gli studenti su cosa fare una volta arrivati.

I più volevano una manifestazione pacifica, alcuni dicevano che si doveva liberare la facoltà dalla polizia che l’occupava.

Il corteo attraversò le vie del centro senza che vi fossero  incidenti, scortato da pochi poliziotti. Si arrivò a Villa Borghese, la facoltà era presidiata da un numero esiguo di forze dell’ordine. Non so come iniziarono gli scontri, all’inizio sembrò che gli organizzatori della manifestazione, i capi degli studenti o quelli autonominatisi capi volessero parlamentare.

Ma all’improvviso, per iniziativa non  so di chi, iniziò una fitta sassaiola contro i poliziotti, molti dei quali caddero colpiti. Fu l’inizio della guerriglia, i poliziotti erano troppo pochi per essere in grado di disperdere i quattro, cinquemila manifestanti, rimasero perciò sulla difensiva.

Arrivarono in loro soccorso le prime camionette della Celere. Ma il terreno di Villa Borghese non si prestava alle tradizionali cariche dei mezzi della Celere poiché gli studenti, spostandosi sui prati ai lati delle strade bersagliavano dai bordi rialzati, con sampietrini e sassi i poliziotti dentro le camionette.

In questa fase per la prima e forse unica volta nel corso di una manifestazione di studenti a Roma i poliziotti ebbero la peggio. Molti furono i loro feriti, si disse attorno ai duecento, una diecina di camionette abbandonate dai celerini, non so come, presero fuoco.

Molto tardi i poliziotti si presentarono sul campo con forze sufficienti, ed io ricordo che arrivarono prima i vigili del fuoco che i rinforzi della polizia. Il contrattacco della polizia, condotto con forze soverchianti,  fu più metodico che violento, ricorrendo alla sperimentata tecnica delle retate, cioè, piuttosto che affrontare gli studenti nel corpo a corpo, i poliziotti si disposero su una lunga linea chiudendo tutti i varchi e bombardando al centro la massa degli studenti in ritirata coi gas lacrimogeni. In breve la gran parte dei prati di Villa Borghese, da Valle Giulia fino al Pincio, – la via di ritirata più percorsa – fu satura dell’acre odore dei gas lacrimogeni.

Moltissime persone furono prese nelle retate e portate in questura, tra le quali molti turisti e molte coppiette di innamorati. Nei giorni seguenti fra gli studenti circolarono voci che quanti erano stati presi e portati in questura erano stati picchiati subendo la “tortura del tunnel”, cioè venivano fatti passare tra due file di poliziotti, ognuno dei quali dava una manganellata o uno schiaffo.

Io ho partecipato a tutta la manifestazione di Valle Giulia anche se non sono intervenuto direttamente negli scontri, cioè non ho né tirato sassi né ingaggiato lotte e ricordo che subito  nei giorni seguenti ho cominciato ad avere qualche dubbio: perché, pur essendo noto che un corteo di quattro/cinquemila studenti si stava avviando verso la facoltà di architettura con l’intenzione di “liberarla”, questa fu lasciata pressoché sguarnita ovvero presidiata da un numero di poliziotti assolutamente non in grado di dissuadere quanti nutrissero intenzioni violente?

Perché, iniziati gli scontri, la celere tardò tanto ad intervenire e perché in un primo tempo arrivò con forze assolutamente insufficienti? Perché mandare i poliziotti a far caroselli dentro camionette scoperte in un terreno così accidentato?

Io sospettai: si voleva lo scontro, si cercava la battaglia ed erano necessari i feriti.

Da quello che io ho visto, temo che le autorità abbiano poi sottovalutato non tanto il numero quanto la gravità dei feriti: anche fra i poliziotti qualcuno può essere rimasto ferito gravemente.

La banda Caradonna all’Università di Roma (16 marzo 1968)

È passato tanto tempo e gli avvenimenti si sono affastellati nella mia mente per cui talvolta la memoria mi manca, non tanto nella rappresentazione degli eventi, quanto nella successione temporale degli stessi.

Solo recentemente leggendo vecchi giornali ho potuto ricostruire la successione degli eventi.

Ricordo che nelle Facoltà occupate si discuteva in assemblee permanenti e che le roccaforti del movimento erano le Facoltà di lettere, scienze e fisica.

La facoltà di legge era occupata dagli studenti di destra. Ma non c’erano scontri fra le due fazioni, che anzi già si parlava da alcuni di colloqui e di un’azione comune su certi temi, perché quando si parla di problemi concreti si può raggiungere un accordo, dimenticando le diverse ideologie di appartenenza.

Anche le destre si mostravano sensibili ai problemi del terzo mondo ed a quelli concernenti il diritto allo studio concesso a tutti ed anzi alcuni giornali, esagerando al solito, già parlavano di “ nazimaoisti”. È certo che alcuni leader degli studenti di destra di quel periodo subirono un pessimo trattamento.

Poi una mattina entrò nell’università la banda di Caradonna: una cinquantina o poco più di facinorosi, armati di bastoni e con la bandiera tricolore in testa, assaltarono la facoltà di lettere col proposito di liberarla dai “teppisti marxisti – leninisti”. Furono respinti.

Si rifugiarono nella facoltà di legge dalla quale cacciarono con la violenza gli stessi studenti di destra che pure dicevano di voler proteggere. Si barricarono all’interno e dalle finestre cominciarono a bersagliare con ogni sorta di oggetti, usando anche fionde, gli studenti che affollavano i piazzali sottostanti. Ci fu un tentativo di reazione da parte degli studenti di lettere che assediarono la facoltà occupata. Tentarono di sfondare le porte, chiuse e barricate dall’interno, ma non ci riuscirono. Furono respinti con numerosi feriti, fra i quali Scalzone che riportò la frattura di una vertebra cervicale.

Dopo parecchio tempo arrivò la polizia che caricò e disperse gli “assedianti”, ovvero tutti gli studenti che a quell’ora si trovavano nel piazzale fra le due facoltà, liberò Caradonna ed i suoi che furono fatti uscire dalla facoltà di legge e poi tranquillamente rilasciati come se niente fosse.

A me a tutt’oggi non risulta che per questa azione sia mai stato celebrato un processo e che qualcuno della banda Caradonna sia mai finito in carcere. Il giorno dopo i giornali parlarono di battaglia fra teppisti comunisti e fascisti all’interno dell’Università. Dopo questo fatto la polizia rimase per lungo tempo nell’Università di Roma. Pochi si resero conto del significato “storico” dell’evento che segnò la fine della “extraterritorialità” fino ad allora riconosciuta alle università italiane (e non solo italiane). Questo fu l’inizio di quel lungo processo di estremizzazione e criminalizzazione del movimento studentesco che portò alla sua distruzione.

Piazza Cavour.

Purtroppo non ricordo in che data avvenne  questo brutto episodio.

Una domenica mattina fu organizzata una manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia per chiedere la liberazione di alcuni studenti del movimento arrestati. La manifestazione era assolutamente pacifica, nessuno aveva intenzioni violente.

Non si andava ancora in quei tempi alle manifestazioni con le Molotov e i bastoni.

Parlarono alcuni studenti, non ricordo cosa dissero, ma nessuno incitò alla violenza. Tutto si svolse nel massimo ordine fin quasi alla fine.

Ma mentre gli oratori parlavano la polizia aveva circondato in forze tutta la piazza. Questa volta avevano fatto le cose in grande. Quando l’ultimo studente parlò e ci si apprestava a lasciare la piazza, ci fu lo scoppio improvviso di un petardo. Fu l’inizio, fummo violentemente caricati da ogni lato. Un fuggi fuggi generale.

Ricordo che scappai con altri dentro un palazzo: fummo inseguiti fin sulle scale, fin dentro gli uffici e le abitazioni.

Mi rifugiai con altri in un ufficio, ma lì non ci volevano, ci dissero di uscire. Sentivamo i poliziotti correre per le scale: “Questa volta mi prendono, pensai, poi cosa gli racconto a mio padre?”

Per fortuna dietro ai poliziotti c’era un sottufficiale di buon cuore, il quale li calmò e ci permise di uscire. “Su, per questa volta lasciateli andare”, diceva ai suoi, ed a noi: “Ragazzi per questa volta vi è andata bene, uscite pian piano e tornate a casa”.

Quando uscii dal palazzo per fortuna gli scontri erano terminati, cautamente percorrendo via Cicerone , raggiunsi la mia macchina parcheggiata in via Cola di Rienzo e potei andare a casa sano e salvo.

Questa manifestazione fu per me la prova che gli incidenti erano voluti, cercati con ogni mezzo perché poi i giornali conservatori potessero gridare contro i “teppisti comunisti che mettevano a ferro e fuoco la città”.

Quale fu la conseguenza di questi fatti all’interno del movimento?

Che gli studenti moderati, quelli che cercavano la discussione e chiedevano le riforme rimanendo nel piano della legalità, si allontanarono e gli estremisti presero progressivamente il sopravvento, confortati dall’atteggiamento delle autorità.

“Ecco, essi dicevano, noi cerchiamo il dialogo e le riforme, quelli ci rispondono con la polizia ed il carcere. Questo sistema non si può riformare, si deve distruggere”. Viva la rivoluzione! E l’opinione pubblica e gli operai che all’inizio avevano guardato con simpatia al movimento, mutarono atteggiamento: “distruggono, incendiano, non sono studenti, sono teppisti”.

Le mamme ed i papà che avevano i figli studenti, dicevano ad essi: “guardati dal partecipare alle manifestazioni, alle assemblee, quelli sono violenti, quelli ti rovinano”.

                                                              Povero pellegrin salito al monte

mi veggio lasso a scender a la valle,

dove  subito è scuro ogni suo calle.

O erta vana, dilettosa e falsa,

quanto se’ vaga a l’ignorante ingegno!

Guai a chi passa e non riguarda il segno!

Passato sono, e sto e vo e corro:

stella mi doni lume a cui ricorro

                                                                                     Franco Sacchetti

Alcuni giornali di Roma portarono avanti una sistematica azione di calunnia nei confronti del movimento studentesco “Le facoltà occupate sono diventate bordelli, altro che assemblee, fanno le orge là dentro”.

Queste cose le scrissero e molti ci credettero.

Io andai a dormire qualche notte nella facoltà di lettere occupata, non privo di qualche speranza:  “I giornali certamente esagerano, ma che ci sarebbe di strano se fra giovani impegnati in una lotta comune nasca qualche amoretto? E’ così malinconica la facoltà di ingegneria priva di ragazze e priva di poesia!” La storia delle orge non era vera e forse nelle facoltà occupate  nacque qualche amore, però è mancato il poeta. Qualche tempo dopo  in una sezione del P.C.I. che frequentai per qualche tempo dovetti subire un corso di educazione sessuale a finestre chiuse : “Meglio chiuderle le finestre, non si sa mai, qualcuno da fuori può sbirciare”. Il corso era noioso e non poetico.

Qualche tempo dopo un libro sugli amori di due studenti del movimento scritto in coppia ebbe un certo successo di pubblico. A me non piacque per niente, a partire dal titolo: “ Porci con le ali”. Credo ci abbiano fatto anche un film.

Testimonianze dal romanzo inedito di Angelo Ruggeri “Il Movimento del Sessantotto Romano”

 

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STORIA DEL MOVIMENTO STUDENTESCO ROMANO

CAPITOLO  III

 

Fantasio tu hai detto che il vostro movimento fu “estremizzato” e poi criminalizzato: mi vuoi spiegare come accadde ciò? Come fu che da beniamini del mondo culturale voi diveniste nell’opinione  della gente comune dei quasi terroristi? Quando avvenne il punto di svolta?”

“Ti posso rispondere per quel che riguarda l’Università di Roma. Furono la battaglia di Valle Giulia, la vendetta della polizia a piazza Cavour e l’intervento della banda di Caradonna all’Università i momenti della svolta. Prima di allora fra le forze della polizia e gli studenti non c’era animosità e odio profondo. Gli studenti riconoscevano che coloro che portavano l’uniforme erano figli di contadini e di operai: si gridava nei loro confronti con ironia ma senza disprezzo lo slogan: “Operai volete che i vostri figli vadano all’Università? Arruolateli nella polizia.” Con ciò si voleva alludere, oltre che alla presenza dei poliziotti in uniforme, ad un’altra presenza che molti sospettavano, cioè alla discreta sorveglianza delle assemblee e dei cortei da parte di poliziotti vestiti da studenti. Dopo Valle Giulia i rapporti andarono progressivamente e velocemente deteriorandosi. I sassi di Valle Giulia lasciarono il segno non soltanto nei corpi dei poliziotti, ma anche negli animi e nelle menti.

In essi crebbe il rancore contro quei “figli di papà” che si permettevano di insultare loro, figli di contadini. Effettivamente, specialmente dopo l’intervento della banda Caradonna all’Università ed il suo salvataggio per opera della polizia, gli slogan nei confronti dei poliziotti divennero più cattivi. Si cominciò a gridar loro “servi dei padroni”.  Ci si mise pure Pasolini con una sua poesia, che sembrò ostile verso gli studenti ed invece era profetica, che pressappoco diceva: “Non posso essere solidale con voi che a Valle Giulia avete mostrato il disprezzo dei borghesi nei confronti dei figli degli operai”. I commentatori critici della poesia dimenticarono di dire che l’Io narrante nella poesia era un militante del partito comunista e veramente dopo  i fatti di Valle Giulia questa opinione verso il movimento degli studenti si diffuse nel mondo operaio e i sindacati e i partiti della sinistra gli divennero ostili.

Dall’altra parte ci furono voci di gravi maltrattamenti nei confronti degli studenti arrestati, si parlava di giovani fatti passare in mezzo a due file di poliziotti che li bastonavano. Apparvero sui giornali foto che mostravano gruppi di poliziotti manganellare studenti inermi.

Io ho partecipato a molte manifestazioni, non ho mai assistito a scene di particolare ferocia da parte della polizia, però voglio dire che quando a Piazza Cavour e a Valle Giulia e a Piazza Colonna avvennero le cariche della polizia, il mio principale intento fu subito quello di allontanarmi il più velocemente possibile dai punti pericolosi, e in ciò obbedivo ad un istinto primordiale,  oltre che a ricordi dolorosi, quindi non sono stato a guardare quello che accadeva lontano da me, e le voci dei maltrattamenti io le ho udite da gente degna di fede. Posso anche dire che i caroselli delle jeeps della polizia facevano veramente paura perché si lanciavano sulle strade affollate e persino sui marciapiedi a grande velocità ed in più di un’occasione causarono feriti, ed anche le bombe lacrimogene, usate in grande quantità, se colpivano qualcuno, facevano male, e i gas lacrimogeni potevano avere conseguenze dannose sugli occhi dei malcapitati studenti. Io stesso in quel periodo cominciai a soffrire di una congiuntivite che mai più mi ha lasciato.

Mi torna in mente la polemica ottocentesca sulla “ cecità del soldato”, malattia che colpiva i soldati ed era forse dovuta agli effetti della polvere da sparo , però chi lo diceva passava guai. Ed anche la recente polemica sugli effetti delle bombe all’uranio arricchito. Chi spera che le autorità facciano luce su questi argomenti deve considerarsi un illuso. Ovviamente una congiuntivite per quanto fastidiosa non può paragonarsi a queste altre malattie, però  le autorità dovrebbero preoccuparsi di non esporre i cittadini inermi e nemmeno i soldati  ai rischi dovuti  all’uso di armi improprie.

 

Comunque l’informazione che i giornali diedero su quegli eventi fu sempre parziale, talvolta mirante ad aggravare i fatti – quelli compiuti dagli studenti- e talaltra a sminuirli, sempre privilegiando la versione delle autorità, sia accademiche che politiche. Mentre il numero dei poliziotti feriti si conosceva ed era pubblicizzato, nessuno seppe mai con esattezza il numero degli studenti feriti,  perché chi poteva si faceva curare privatamente. La cosa peggiore fu che sui maltrattamenti avvenuti nelle questure non si fece mai luce; a quello che io so non ci furono indagini nè processi, nonostante che alcuni giornali a lungo ne avessero parlato. Ed io ancor oggi provo  rimorso per non aver a quel tempo seguito la sorte dei tanti studenti arrestati nelle manifestazioni. Fu  un errore non solo mio, ma di tutto il Movimento e più che un errore fu una colpa, questa poca solidarietà nei confronti di chi si trovò in guai seri.

A mia discolpa posso dire che a quel tempo io conservavo una opinione “buona” degli uomini e perciò non credevo a chi raccontava episodi di crudeltà e questo mio “ottimismo” ha fatto sì che io anche in seguito e fuori d’Italia mi esponessi a grossi rischi. Una certa fama di “incosciente” mi ha sempre seguito.

Dunque gli scontri di piazza, le voci dei maltrattamenti, i feriti di entrambe le parti valsero a spingere il movimento verso posizioni estreme.

Ma nello stesso periodo ci furono fatti ben più gravi: la strage di Piazza Fontana, la successiva caccia all’anarchico, la morte misteriosa di Pinelli e le dichiarazioni del questore Guida.

“E’ chiaro sono stati gli anarchici, hanno voluto colpire i simboli del “sistema borghese” che essi combattono, le banche, l’altare della patria”. L’anarchico si trovò subito: Valpreda.

Come ha fatto la polizia ad arrivare subito a lui ed al movimento 22 marzo? Allora c’erano a Roma e in Italia decine di gruppuscoli ben più forti e numerosi di quello.
Ammesso che gli attentati provenissero dalla sinistra extra parlamentare, la polizia avrebbe dovuto compiere un lavoro immenso per scandagliarli tutti, sottoporre a controllo migliaia di persone prima di individuare un possibile sospetto. Ma in un paio di giorni si arrivò al gruppo 22 marzo, a Valpreda e Pinelli. Come fu possibile ciò?

C’è solo una spiegazione logica: quel gruppo era il colpevole predestinato, già prima dell’attentato si erano organizzate le cose in modo che i colpevoli fossero individuati in quel gruppo, e Valpreda quando ciò accadde si trovava a Milano.

Ma anche dall’altra parte ci fu un atteggiamento sospetto: si cominciò a parlare di “strage di Stato”, perché strage di Stato? Si doveva semmai parlare di “strage contro lo Stato”. Perché – si diceva – la strage era stata compiuta con la complicità di organi dello Stato. Organi dello Stato? Attenzione! Si può semmai parlare di persone che ricoprivano un ruolo in organi dello Stato, le quali in complicità con ambienti esterni avevano organizzato la strage, o l’avevano coperta o avevano manovrato in modo da indirizzare la ricerca dei colpevoli verso certi settori, e ciò allo scopo di sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato. Quindi, questa è la mia tesi, si doveva parlare di strage contro lo Stato.

L’interpretazione che il movimento diede di questi fatti fu una: “Ci vogliono criminalizzare, vogliono farci apparire come sanguinari assassini, vogliono gettare il paese nel caos e forse in qualche caserma è già pronto il “salvatore della patria”.

E questa interpretazione era probabilmente quella giusta: la strage che colpisce persone innocenti non si può inserire nella strategia di un movimento che si proclama rivoluzionario e popolare, le cui azioni devono sempre avere come fine quello di allargare il consenso attorno alle proprie iniziative.

L’attentato contro un dirigente politico che sia impopolare, o contro un dirigente d’azienda o contro una personalità qualsiasi che abbia un ruolo notevole nel campo avversario può apparentemente essere giustificata in questa ottica, pur deforme. Ma la strage di persone innocenti non lo può. Il più fanatico degli estremisti politici sa bene che sarebbe un suicidio ricorrere a questo tipo di azioni, perché l’opinione pubblica di qualsiasi tendenza non prova altro che rabbia ed orrore nei confronti di tali gesti. Mi preme ricordare che queste bombe fecero vittime fra gente italiana non fra stranieri occupanti.

Ed infatti mentre gli attentati contro singole personalità sono state quasi sempre rivendicate dai gruppi che le hanno eseguite, le stragi, da quella della Banca d’Italia  a quella di Brescia a quella di Bologna, non lo sono state mai.

Per la semplice ragione che con questi attentati non si voleva colpire un “obiettivo nemico”, lo scopo era quello di suscitare nell’opinione pubblica rabbia e orrore e quindi, di converso, il desidero che la “legge e l’ordine” fosse ristabilita.

Lo stesso scopo si può raggiungere alimentando una campagna terroristica nella quale i terroristi di varie fazioni si uccidono fra di loro, ma anche dando eccessivo rilievo a fatti di criminalità comuni. In Italia il generale che volesse far marciare le divisioni allo scopo di imporre lo “Stato forte” non ci fu, però i giornali ampiamente parlarono di tentativi di colpi di Stato organizzati dalle destre con la complicità dei servizi segreti e anche la magistratura indagò su questi fatti ed alcuni generali furono processati.

L’interpretazione che il movimento diede dei fatti di Milano fu giusta, ma la reazione sbagliata.

Individuato il pericolo, bisognava mobilitarsi a difesa della democrazia e in effetti le reazioni della sinistra istituzionale andarono in questa direzione, ma nel movimento prevalse l’altra tesi: “Ci vogliono distruggere, preparano il colpo di Stato, quindi anche noi dobbiamo prepararci alla difesa, alla violenza si può rispondere solo con la violenza, il nemico è lo Stato, dobbiamo combattere lo Stato”.

Questa dicono che fosse la tesi di Feltrinelli – e la morte misteriosa dell’editore sembrò confermarla.

Va detto che nel movimento nessuno mai credette alla favole della bomba esplosa mentre Feltrinelli stava per far saltare un traliccio. Come può venire in mente ad un uomo ricco, potente, l’idea di mettersi sulle spalle una carica di tritolo ed andare a far saltare un traliccio dell’Enel? Ma questa fu la versione ufficiale. Si disse pure che Feltrinelli aveva preso contatti con alcuni banditi sardi per organizzare una guerriglia indipendentista in Sardegna.

Nacquero così i presupposti e la giustificazione ideologica della lotta armata. Mancavano ancora i soldati. Negli anni delle manifestazioni molti studenti avevano interrotto gli studi per dedicarsi anima e corpo al movimento.

Molti altri si laurearono, ma si erano troppo compromessi per potersi inserire nella società. Lo statuto dei lavoratori vieta alle aziende di assumere o licenziare in base alle opinioni politiche dei dipendenti. Quanto questa legge sia rispettata, ho potuto constatarlo sulla mia pelle. Io avevo partecipato attivamente all’occupazione di ingegneria, tuttavia ufficialmente non ero “compromesso” né “schedato” in quanto non ero mai stato fermato dalla polizia, non avevo conosciuto le stanze della questura, né mai avevo commesso azioni violente. E tuttavia quando dopo la laurea cercai lavoro, tutte le porte mi furono chiuse, dovetti emigrare.

Molti studenti del movimento dopo la laurea rimasero disoccupati e senza alcuna prospettiva di trovare lavoro. Altri avevano conosciuto il carcere e, dopo, l’emarginazione. Ma nel carcere erano entrati in contatto con elementi della malavita comune che essi cercarono di politicizzare, riuscendovi talvolta, e imparando da essi l’uso delle armi e della violenza come metodo per risolvere le questioni politiche.  E ci furono persino alcuni  carcerati per reati comuni che furono politicizzati dagli studenti: secondo autorevoli giornali lo stesso Feltrinelli tentò di fare del bandito Mesina un guerrigliero, uno “Che Guevara sardo”.

Del resto una nuova teoria politica stava nascendo: la classe operaia era ormai “integrata”, i dirigenti dei partiti della sinistra tradizionale erano “imborghesiti”. Gli unici in grado di accogliere un messaggio “rivoluzionario” erano gli emarginati delle borgate, i disoccupati, ed i più disperati fra questi: i detenuti e gli ex detenuti.

Nacquero così i primi nuclei di borgata.

“Che mi dici Fantasio della nascita delle BR, del delitto Calabresi, del delitto Moro…” “Proprio niente ti dico, in questo libro io racconto delle mie esperienze personali e di ciò che logicamente posso dedurre dalle mie esperienze . Quando avvennero i fatti di cui mi parli io già non ero più in Italia.

Sul terrorismo ricordo di aver letto una favola che ti voglio raccontare:

 

Un pastore avido possedeva un gregge di pecore che tosava senza pietà fino a scorticarle. Per quanto miti, le pecore si stancarono di subire tutte quelle vessazioni e cominciarono a fuggire; ogni volta che, dopo il pascolo, le riportava all’ovile, il pastore si accorgeva che qualche pecora mancava. Che fare per riportare l’ordine?

Chiese consiglio al Gran Pastore dei Pastori. “libera il lupo- disse costui- e poi spargi la voce che il lupo è nelle vicinanze, le pecore torneranno spontaneamente all’ovile”

Avvenne proprio così, ma non fu più possibile catturare il lupo che ancora si aggira attorno agli ovili.

Ti posso anche dire, non so se come aggravante o a parziale discolpa della classe politica italiana che la repressione avvenne a livello mondiale, in coincidenza o preceduta o immediatamente seguita dalla morte per mano violenta o naturale delle grandi personalità che sostenevano il movimento:

Che Guevara, Martin Luther King, Ho Chi Min, Mao Tse Tung, Sartre, Bertrand Russell e molti altri che, celebri un tempo, improvvisamente scomparvero dai giornali. Contro la famiglia dei Kennedy in America si scatenò una vera e propria campagna di linciaggio morale .

Fuori d’Italia la repressione fu più violenta: colpi di stato militari in Sud America con stragi e “desaparecidos” a migliaia, intervento militare russo in Cecoslovacchia, colpo di Stato sanguinoso in Indonesia, messa al bando delle “Guardie Rosse” in Cina, colpo di Stato in Grecia. In controtendenza la rivoluzione dei militari portoghesi che posero fine alla dittatura di Salazar e restituirono l’indipendenza alle colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico. Purtroppo in questi paesi scoppiarono sanguinose guerre civili.

In Cile la breve esperienza socialista di Allende fu soffocata dai militari di Pinochet.

 

Il movimento del ’68 fu differente dai  movimenti rivoluzionari dei secoli scorsi poiché  a scendere in piazza e a manifestare chiedendo un radicale cambiamento della società, non furono le masse proletarie, ma furono studenti ed intellettuali, perciò la repressione violenta del movimento ebbe come prima conseguenza quella di decapitare molte nazioni privandole della futura classe dirigente.

Fu così che quando in molti paesi fu ristabilita la democrazia  venne a mancare tutto quel ceto che avrebbe potuto guidare un cambiamento sostanziale della società.

Scomparve la dittatura dei militari ma rimase al potere una classe politica ancorata alle  idee precedenti il ’68, anzi alle idee del secondo ottocento, quelle che portarono alla grande guerra.  Gli ideali del socialismo furono dovunque sopraffatti.

Qualcosa di simile accadde nell’Italia subito dopo l’unità quando garibaldini e mazziniani che più e meglio avevano combattuto per l’indipendenza furono messi al bando e perseguitati: anch’essi, a differenza di quanto generalmente si crede, venivano per la maggior parte dai ceti intellettuali e borghesi, pochi furono i contadini e operai che si unirono ai patrioti, e invece molti furono quelli che si unirono ai briganti.

 

Dal Romanzo inedito di Angelo Ruggeri

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Nel 1968 gli studenti di mezza Europa avevano dato origine ad un grande movimento che si proponeva di cambiare radicalmente non tanto la società, quanto il modo di pensare della gente.

Non si voleva allora né distruggere, né saccheggiare, né violentare vergini e bambini.

Ma si pensava che la società doveva essere cambiata perché l’industrializzazione forzata, il consumismo esasperato, l’avvento della nuova 

scienza dell’automazione degli impianti, avrebbero portato alla disoccupazione di massa, alla concentrazione del potere nelle mani di pochi, alla miseria di molti.

In quel tempo si cominciò a parlare non più in termini di nazione ma in quelli dell’umanità intera. 

E si parlava di “Rivoluzione culturale”, parole che ci vennero dalla Cina, con le quali si voleva affermare l’idea che il cambiamento doveva avvenire  nella mente e nel modo di pensare della gente, prima che nelle strutture sociali: ” portare la cultura al popolo”, questo era lo slogan più diffuso fra gli studenti. 

Si pensava, e lo scrivevano anche i giornali, che la povertà nei paesi in via di sviluppo, fra i quali si comprendevano tutti i paesi africani e gran parte di quelli latino-americani ed asiatici e la rapina sistematica delle ricchezze di questi, da parte delle multinazionali dell’Occidente ricco, avrebbero dato origine a tensioni che potevano portare ad una guerra totale. In quel tempo gli studenti guardavano con simpatia ai movimenti di liberazione di questi paesi, molti dei quali proprio in quegli anni avevano ottenuto l’indipendenza.

Agli americani non piaceva che il movimento di liberazione nazionale fosse guidato dai comunisti, che dopo avere sconfitto i francesi e costituito una repubblica indipendente e socialista nella metà settentrionale del Paese, avrebbero voluto riunificare tutto il Vietnam.

Dal Vietnam la guerriglia comunista si era estesa nei paesi vicini, il Laos e la Cambogia.

Gli americani, dopo essere intervenuti prima con pochi “consiglieri”, non riuscendo a vincere, accrebbero progressivamente il numero delle loro truppe fino a raggiungere i cinquecentomila soldati, facendo anche un uso massiccio di bombardamenti aerei ed armi chimiche , i defoglianti e il napalm.

Ma i Vietnamiti resistevano gagliardamente e la guerra degli americani divenne ben presto impopolare sia in Europa che negli Stati Uniti.

Il movimento studentesco si schierò unitariamente col Vietnam e con il suo capo Ho Chi Min, e popolare divenne il comandante dell’esercito vietnamita, il generale Giap, che a Dien Bien Fu nel 1953 aveva sconfitto clamorosamente i francesi.

Non solo gli studenti ma anche la gran parte degli intellettuali europei e americani simpatizzavano col movimento di liberazione vietnamita.

Si diceva poi che negli stessi paesi ricchi dell’Occidente la democrazia era più apparente che reale perché le classi dominanti mediante i mezzi di comunicazione di massa che essi controllavano, giornali, televisione e in una certa misura la stessa scuola, potevano formare a loro piacimento l’opinione pubblica.

Questa tesi era affermata con particolare forza dagli studenti tedeschi che organizzarono grosse manifestazioni contro l’editore Springer. Il capo degli studenti tedeschi Rudi Dutsche subì un attentato, prendendosi un colpo di pistola alla testa e morì anni più tardi misteriosamente in Svezia.

Negli Stati Uniti la figlia di un grosso editore fu rapita da un misterioso movimento di liberazione, si innamorò del capo e si unì ai guerriglieri.

Ci fu un ampio dibattito nella società americana, discutendosi molto sulla sincerità di quell’amore.

Si constatava pure come la nostra società non assicurava per niente l’eguaglianza dei diritti fra tutti i cittadini.

Si poteva facilmente osservare nell’Università che i figli degli operai e dei contadini erano una minoranza.

“La scuola italiana è una scuola di classe due volte”, diceva uno degli slogan più famosi.

Due volte: perché l’istruzione universitaria era principalmente riservata ai figli dei benestanti e perché i contenuti di quell’istruzione erano (e sono) quelli che servono alla classe dominante.

Esempio: in materia di arte e letteratura l’interpretazione che si da alle opere dei nostri grandi artisti, scrittori, poeti, etc. non tiene affatto conto delle idee che costoro professarono in vita, ma si attribuiscono ad essi quelle idee e quei pensieri che piacciono alla nostra classe borghese.

Nel lavoro non è il merito quello che permette di progredire, non sono i migliori che vanno avanti, ma coloro che si sono “integrati” nel sistema, cioè quelli che hanno acriticamente accettato tutti i valori, le abitudini, le tradizioni, il modo di procedere, i pensieri di quelli che hanno il potere. Gli altri vengono emarginati.

Quanto ciò sia vero, io ho potuto constatare direttamente nella mia carriera professionale.

In un ambiente dominato dalla legge del profitto, la competizione si svolge sul piano della capacità di ciascuno di assicurare quei servizi leciti o illeciti, morali o immorali per i quali viene pagato, senza che egli si ponga problemi sul fine di quello che fa, sia in bene che in male; cioè l’imprenditore si rivolge all’impiegato dicendogli: “Io voglio da te un lavoro che a me produca un reddito. Tu non ti devi porre problemi sulla moralità di quello che io faccio e faccio fare a te. Siamo qui per guadagnare”.

Così nel campo dell’arte non sarà il grande scrittore ad aver successo, ovvero colui che indaga con l’animo acuto nel cuore dell’uomo e nei problemi della società, ma colui che sfruttando i pregiudizi, le illusioni ed il desiderio d’evasione di masse indottrinate, plagiate dalla pubblicità, riesce a sfornare un best seller dietro l’altro.

Nel campo della politica vince il demagogo, colui che ignorando i problemi profondi, si rivolge alle masse proclamando: “Dobbiamo pagare tutti meno tasse” o solletica le corde nazionalistiche “Siamo i più grandi nel mondo e dobbiamo restarci” o colui che porta avanti rivendicazioni settoriali per niente curando se queste danneggino gli interessi collettivi.

Nel campo finanziario viene premiato chi è più abile nel gioco in borsa, ed in quello dell’ingegneria e dell’architettura chi meglio riesce ad evadere le leggi edilizie ed a gestire i contratti d’appalto con vantaggio dell’imprenditore.

Un avvocato è considerato “bravo” quando riesce a far assolvere i più noti criminali, un commercialista quando è bravo a trovare il modo di non far pagare le tasse ai suoi clienti senza che il fisco se ne accorga e così via.

Poi c’era il grande problema del rapporto con gli operai: “E’ giusto, si diceva, che il lavoro e quindi la vita di milioni di operai dipendano dalle decisioni di poche migliaia di persone che in fabbrica non ci entrano mai?

Non ha l’operaio, che in fabbrica ci passa otto ore al giorno, il diritto di partecipare alle decisioni ed alle scelte da cui dipende la sua vita e quella dei suoi figli? Ed oltre che il diritto non ha anche il dovere di mantenere le sue rivendicazioni e le sue richieste di aumenti salariali ed altro nei limiti consentiti dall’economia dell’impresa?”

Dobbiamo costruire una società a misura d’uomo od a misura di macchine?

Dobbiamo licenziare gli operai e far lavorare i computer e gli automi solo perché così l’azienda può dare maggiori profitti agli azionisti? E dobbiamo produrre l’inutile, il superfluo, il dannoso, come le armi, piuttosto che cose utili e necessarie in un mondo nel quale più della metà della popolazione soffre la fame? ( E perché non dar posto al bello oltre che all’utile? Aggiungo io oggi, perché il bello è utile! Se si torna ad apprezzare il bello nelle cose, allora veramente può rinascere l’artigianato e le piccole imprese posso riemergere, altrimenti sono dannate all’estinzione).

Questi erano i temi del ’68 prima che il movimento venisse coscientemente spinto su posizioni estreme, utopistiche, irrealizzabili, per essere poi criminalizzato e sconfitto, oppure essere deviato su altri temi che non incidevano sulla struttura della società, liberazione sessuale, etc. tutti argomenti nei quali lo stato meno interviene, meglio è, ovvero dovrebbe intervenire solo allo scopo di punire reati esplicitamente riconosciuti come tali dalla Legge.

Angelo Ruggeri

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Ormai è ufficiale. Il vecchio programma Comenius dell’Unione europea, che ha consentito a migliaia di giovani studenti europei di incontrarsi e scambiarsi emozioni e cultura andrà in soffitta il 31.12.2013.

Dal 2014 partirà il nuovo programma Erasmus+.

Ancora non si sa molto su questo nuovo programma: quel che è certo è che sostituirà il vecchio Comenius e fungerà da veicolo per il finanziamento di tanti progetti che vedranno protagonisti ancora i giovani e le loro scuole.

Se siete interessati ai nuovi “LLP: Longlife Learning Projects” sul link sottostante verranno presto pubblicate le linee guida per la presentazione dei nuovi progetti di scambio culturale intereuropeo e per il loro finanziamento.

http://ec.europa.eu/dgs/education_culture/

Per i lettori di lingua italiana v.  inoltre: http://www.programmallp.it/box_contenuto.php?id_cnt=3173&id_from=1&style=llp&pag=1

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Un anno e mezzo fa, circa, fui invitato, tramite amici comuni,  in Francia, nella bella città di Villeneuve s/Lot, per svolgere una relazione sulla vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, dato che il Consiglio Comunale di quella città aveva deciso di dedicare all’eroe dei due mondi una piazza.

In quell’occasione vennero a sentire la mia relazione alcuni studenti di un vicino Liceo ( il Saint Caprais di Agen) accompagnati dal loro insegnante. Simpatizzai immediatamente sia con il docente, sia con gli studenti, al punto che lanciai l’idea di un gemellaggio tra le nostre scuole (anche io insegno in un liceo tecnologico) dato che gli studenti della mia scuola  hanno la stessa età di quelli francesi.

Precisai inoltre al mio collega che il gemellaggio avrebbe potuto prendere spunto dal fatto che io dirigo un gruppo teatrale ( che in quel periodo avevo già realizzato un’opera teatrale, da me scritta in lingua italiana, dal titolo “Big Brother School” interamente ambientata dentro un’aula scolastica ed avente dei contenuti   educativi e didattici) e che avremmo potuto rappresentare l’opera nella loro scuola, dotata di un capace ed attrezzato teatro.

Per svariati motivi, soprattutto di carattere finanziario, nell’anno scolastico 2012-2013 non fu possibile avviare il progetto di gemellaggio. Anche se nel frattempo i miei colleghi di lingua francese avevano realizzato una bellissima traduzione del lavoro teatrale “Big Brother School”, il preside ci disse che non c’erano soldi e lanciò l’idea di richiedere un finanziamento attraverso il Comenius.

Il collega di francese, per motivi suoi, lasciò cadere la cosa, forse giudicando troppo impegnativo (dal punti di vista burocratico) avviare un progetto Comenius di gemellaggio con una scuola francese (con tutto ciò che comporta dal punto di vista organizzativo e  realizzativo: scambio di studenti, programmazione didattica, visite guidate, scambi di protocolli e lettere d’intenti, organizzazione di scambio vitto e alloggio tra studenti, prenotazione d’aereo e d’albergo per i docenti e quant’altro si possa immaginare).

All’inizio dell’anno scolastico 2013-2014 i miei studenti del mio gruppo teatrale mi hanno chiesto a gran voce di interessarmi presso il preside per essere autorizzati a portare in Francia l’opera teatrale da noi rappresentata con successo, in lingua italiana, al Festival di Grosseto, intitolato all’artista “Giorgio Gaber”.

Spinto dall’entusiasmo dei ragazzi (giuro che senza la loro sollecitazione non mi sarei mosso; è faticoso e stressante organizzare, anche se con il teatro, a scuola, ho avuto tante soddisfazioni, scoprendo un modo nuovo di stare con i miei studenti e di emozionarmi insieme a loro sul palcoscenico) e incoraggiato dal Dirigente Scolastico ad avviare le formalità per il finanziamento Comenius ho contattato via web l’agenzia italiana più importante in ambito Comenius (quella di Firenze)  ed oggi ho ricevuto i primi, positivi riscontri.

Sono cosciente che la strada per ottenere il finanziamento è lunga e ardua; il progetto deve superare più di un vaglio finanziario e quello di merito; non di meno, ritengo di avere più di una chance di ottenere qualche finanziamento; tanto più che altri colleghi, tra i più qualificati, si stanno unendo al progetto con entusiasmo e volontà di fare.

Naturalmente io, da uomo di teatro, scaramantico come non mai, tocco ferro e incrocio le dita, ma orami, comunque, il dado è tratto.

Il resto si vedrà.

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Incredibile Malala! Sedici anni soltanto, ma tanto, tanto coraggio! Sarebbe già da ammirare se avesse sfidato solo i Talebani! Ma insieme ai Talebani ha sfidato il millenario pregiudizio che incatena le donne alla schiavitù del patriarcato, all’arroganza del maschio, alla subordinazione perenne e perpetua! Mi sono emozionato ascoltanto la sua voce, acuta e potente, mentre spiegava all’Assemblea dell’ONU l’importanza della cultura per affrancare le donne e i bambini dall’oscurantismo terrificante in cui vivono in quelle società arcaicamente arretrate. Una penna, un quaderno, un libro! E un insegnante per imparare  ad usarli!!! Ecco cosa basta. Ci voleva una ragazzina di 16 anni, scampata all’attentato dei seminatori di odio e di terrore, agli assassini della cultura e della libertà,  per dirlo ai potenti?

Ho pensato ai nostri studenti di 16 anni che controvoglia si recano a scuola, incoscienti ed incapaci di capire il grande dono della scuola, della cultura, del sapere che le scuole gli  spalancano davanti!

Se fossi il ministro della P.I. (o del M.I.U.R., se preferite) inviterei tutti i  i Dirigenti Scolastici d’Italia a convocare studenti e insegnanti per una sessione straordinaria e proietterei sui grandi schermi di una rete telematica,  che forse ancora non c’è nelle scuole italiane, l’accorato discorso di Malala all’Assemblea dell’ONU.

Questa piccola donna ha mostrato al mondo intero la miseria umana e sociale che la nostra epoca sta vivendo.

Questa piccola, grande donna ha fatto cadere le maschere di tanto razzismo, disseminato ovunque: del razzismo di genere, del razzismo religioso, del razzismo etnico, politico e culturale.

Eppure a volte basta una scintilla per incendiare gli animi!

Per saperne di più:

http://ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/07/12/Onu-Malala-talebani-mi-ridurranno-mai-silenzio_9014167.html

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