Archivio della categoria “politica italiana”

Piero Sansoneti sul Dubbio di oggi commenta in un interessante articolo la situazione in Catalogna.

E’ sorpreso e indignato, il bravo giornalista, per il silenzio degli Stati Europei sugli arresti eseguiti in Catalogna.

La sua indignazione è, a parer mio, pienamente condivisibile. Appena ieri, infatti, scrivevo su questo blog, come sia impossible incatenare le idee.

E quando per incatenare queste idee, come ha fatto la magistratura spagnola, si incarcerano degli eletti del popolo, allora il fatto divnta ancor più grave.

Sulla sorpresa espressa da Sansoneti sarei meno d’accordo.

A me, in realtà, il silenzio dei politici europei non sorprende affatto.

Questo silenzio è il frutto velenoso che ha una duplice origine.

La prima è un puro calcolo di convenienza. I governi europei, tutti, chi più e chi meno, sanno bene che lo stesso pericolo incombe in casa loro.

I Francesi già tremano pensando alla Corsica ed alle sue istanze da sempre indipendentiste.

Gli Italiani pensano al Sud-Tiloro, ai Sardi, alle stesse istanze leghiste, apparentemente superate dal salvinismo di oggi.

I Britannici tacciono per paura degli Scozzesi, dei Gallesi e degli Irlandesi e così via.

La secondo origine è il risultato di una sudditanza nei confronti della magistratura che ormai ha assunto delle dimensioni preoccupanti.

I politici, e il discorso vale ancor più per l’Italia, sono ormai sudditi della magistratura. Dal 1992, da quando cioè un’intera classe politica fu spazzata via dalla valanga giudiziaria che va sotto il nome di “Mani pulite”, i politici italiani vivono sotto la spada di Damocle della magistratura. E non è certo una colpa da ricondurre al corpo giudiziario. La colpa è della casta politica che non ha voluto e non ha saputo rinnovarsi, rifiutandosi di espellere dal proprio corpo gli organismi impuri, il tumore  mafioso che lo pervade, sguazzando nell’affarismo ingordo ed illegale che produce proventi per loro, evidentemente, irrinunciabili. Non sono stati neppure capaci di rinunciare  ad inaccettabili privilegi che li hanno resi invisi alla stessa base elettorale.

E’ chiaro che in questa situazione diventi succube di chi è chiamato istituzionalmente a fare rispettare la legalità (che i politici non intendono affatto rispettare).

Un’intera classe politica europea, burocratizzata e sclerotizzata nei privilegi e nell’arroccamento su posizioni di potere di carattere centralistico, ha preferito così chiudere gli occhi e tacere sui fatti di Catalogna, senza spendere una sola parola in difesa degli eletti del popolo arrestati ignominiosamente dai giudici madrileni.

Ho già detto ieri, e lo ripeto oggi, che io non sto parteggiando coi Catalani in maniera a critica. Riconosco e vedo bene anzi gli errori che i Catalani hanno commesso, nell’insistere in una dichiarazione di indipendenza che si basa su un risultato elettorale parziale e precario (ma qui i Catalani potrebbero difendersi agevolmente, dicendo che sono stati i poliziotti inviati da madrid ad annaquare i risultati elettorali, con il loro intervento inopportuno e violento).

Ma incatenare le idee, arrestando dei rappresentanti del popolo, anche se questi fossero in errore, questo no! Questo va fermamente condannato e contestato.

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A proposito di Catalogna e di Spagna vorrei ricordare la differenza, nota a tutti coloro che abbiano studiato diritto pubblico, tra il concetto di Stato e e quello di Nazione.

Lo Stato, cerco di definire con parole mie, è un’entità giuridica che presenta i tre elementi essenziali (sovranità, territorio e popolo) laddove la Nazione è un’entità culturale connotata almeno  dai  caratteri della identità linguistica, storica ed etnografica contraddistinta (e non necessariamente contrapposta) a quelle delle altre nazioni che formano lo Stato di appartenenza.

In Europa vi sono molti Stati multinazionali: Il Belgio (Valloni e Fiamminghi), la Spagna, per l’appunto, la stessa nostra Italia (chi potrebbe mai negare ai Sardi il riconoscimento di Nazione?).

Non di meno, non è detto che ogni Nazione debba trasformarsi necessariamente in uno Stato.

All’interno dell’Unione Europea mi piacerebbe che si affermasse l’idea che ogni Nazione ha diritto di continuare ad esistere, attraverso il riconoscimento giuridico dell’identita culturale distinta.

Occorrerebbe in buona sostanza avviare un processo culturale e giuridico che, abolendo i confini interni degli Stati, lasci libere le Nazioni di formarsi e di esprimere le proprie istanze culturali, economiche e giuridiche, eventualmente associandosi ad altre Nazioni per formare delle entità giuridiche sub-statali, capaci di sostituire, almeno in parte, gli attuali Stati centralisti.

Qui non c’è il tempo e non siamo neppure neolla sede adatta per scendere nei dettagli di un progetto lungo e complesso.

Certo non aiutano gli atteggiamenti antistorici e superati di Madrid che rivendica una supremazia giuridica centralista, per principio, sulle realtà nazionalitarie.

Se si fosse avviato da tempo un progetto di rifondazione dell’Unione Europea su base nazionalitaria e identitaria, sarebbe superata anche la posizione di Puidgemont e dei Catalani indipendentisti.

Che senso avrebbe infatti, all’interno dei confini europei,  rivendicare la creazione di un nuovo Stato, se il concetto stesso di Stato venisse superato e soppiantato dal concetto di Nazione nel senso che ho appena cercato di descrivere nella mia premessa?

Personalmente, come Sardo, sono stato in passato indipendentista. Oggi considero superata e inutile la lotta per l’indipendenza.

So di esistere come appartenente alla nazione Sardo e questa identità continuo a difenderla con tutte le mie forze.

Ma chiedo ai politici Sardi, a quelli Italiani e a quelli Europei uno sforzo di aggiornamento, di  fantasia e meno attaccamento al potere.

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I Catalani ci stanno provando e continueranno a provarci ad ottenere l’indipendenza da Madrid. Non so se ci riusciranno.  Oggi, 10 ottobre, alle 18,00, forse, ne sapremo di più.

Una cosa la vicenda catalana ha mostrato: la globalizzazione ed i poteri finanziari (più o meno occulti) dettano legge anche in politica.

Più dei poliziotti madrileni, saranno i poteri finanziari che impediranno alla Catalogna di staccarsi dalla Spagna.

Per quanto riguarda la Sardegna io penso che i potentati finanziari neppure si accorgerebbero della nostra ipotetica istanza di indipendenza da Roma.

Da giovane i sogni di indipendentismo mi infiammavano l’animo. I vecchi, al mio paese, pur condividendo i miei ideali, mi invitavano a riflettere: ” Chi pagherà le nostre pensioni, all’indomani della proclamazione della Repubblica Indipendente di Sardegna?”, mi chiedevano nel nostro antico idioma, con in bocca un mezzo sigaro o un ramoscello di menta.

Oggi, con occhi di disincanto, vedo maschere di improvvisati attori affannarsi sul palcoscenico dell’indipendenza sarda.

Mi chiedo se la loro agitazione sia il frutto di un reale sentimento e se davvero abbiano coscienza di ciò di cui parlano (alcuni perfino straparlano).

Mi sembrano dei pessimi attori che recitano un copione cha la Storia ancora non ha scritto.

Forse ho perso fiducia nella politica; o forse la politica mi ha rubato i sogni di gioventù. Prima di parlare di indipendenza vorrei che i nostri politici sardi parlassero di cultura, di storia, di lingua e dialetti sardi.

Magari potremmo tutti renderci conto che la vera libertà è quella che si trova nella cultura e nella conoscenza; e che un’istanza politica, se non affonda le sue radici nelle profondità dell’identità culturale sarda, diventa una pantomima, una recitazione sterile e vuota di contenuti.

Allora, invece di stare a sentire i manifesti dei neosardisti (qualcuno li definirebbe neoitalioti), preferisco cullare quel che resta dei miei sogni nei paesaggi, nelle forme e nei suoni che costituiscono il patrimonio autentico ed inestinguibile della nostra civiltà.

Quello non ce lo potrà rubare mai nessuno. Nè i prefetti romani, nè quelli di Madrid e neanche quelli di Bruxelles. Sperando che non saremo noi Sardi a diluirlo e a disperderlo nella vacuità di questa pseudocultura globale, che a forza di scimmiottare superficialmente modelli culturali angloitalioti , ci fa dimenticare (come aveva paventato il piccolo grande Sardus Pater di Barumini) di quello che siamo stati e di quello che abbiamo fatto nel passato.

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Ieri sera, guardando in TV il film di Gianluca Maria Tavarelli intitolato ” Aldo Moro – Il presidente” ,  interpretato da Michele Placido e da altri ottimi attori, un mare di ricordi mi ha avvolto, riportandomi indietro agli anni della mia gioventù.

Avevo finito da qualche anno  il servizio militare e studiavo ancora all’università quando, nel 1978, le Brigate Rosse sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana, l’onorevole Aldo Moro, trucidando i poliziotti della  sua scorta: Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi e Bruno Seghetti.

Non mi trovavo in Italia quando avvenne il triste fatto di sangue. Ero all’estero, in cerca di me stesso o forse fuggivo da qualche cosa, anche se  neanche io sapevo cosa.

Ricordo che negli anni immediatamente precedenti (prima che mi iscrivessi all’Università) ero stato impegnato nel Movimento Studentesco. Erano anni di scioperi, di proteste, di lotte sociali, attraverso le quali si cercava di ottenere una società più giusta, meno classista, dove la ricchezza fosse meglio distribuita. A livello politico si contestava la Democrazia Cristiana e si lottava per ottenere un’alternativa di governo e, seppure confusamente, forse ci si illudeva che il comunismo potesse essere una valida alternativa a quel tipo di capitalismo che non ci convinceva.

Mi allonatanai dal Movimento Studentesco per tanti motivi.

Sicuramente ero rimasto deluso dal fatto che mentre io ci credevo davvero nel cambiamento della società e, nel mio piccolo mi impegnavo per ottenerla, la maggior parte dei giovani studenti di allora si atteggiava a rivoluzionario ma in fondo cercava solo una vacanza dalla scuola.

Ma la cosa che mi allontanò più di qualsiasi altra dal Movimento Studentesco fu la mia percezione che il suo zoccolo duro, gli irriducibili, per così dire, fossero fautori e sostenitori della violenza.

Mi ricordo che a un certo punto girava la voce che l’estrema destra e l’estrema sinistra si sarebbero  dovuti unire nella lotta contro il potere e poi, una volta che lo avessero sconfitto, si sarebbero disputate la supremazia.

Ricordo anche che alcune frange del Movimento della mia città  si scontravano con i “fasci” (si chiamavano così quelli che militavano nei movimenti estremi di destra) a colpi di spranga.

Io non presi mai parte a questi scontri.

 

Ero sì, confuso; non sapevo bene cosa volevo (anche se sentivo l’ingiustizia della società, l’ipocrisia dei politici al potere e avevo sofferto, con rabbia, per le stragi di Stato, tipo quella di Piazza Fontana;  e avvertivo  la falsità delle accuse mosse a Valpreda e agli anarchici per nascondere le colpe di settori deviati dello Stato) ma ero certo di una cosa: io ero contro la violenza.

I miei idoli di allora erano Gandhi, Marthin Luther King, I Kennedy, Gesù Cristo (l’Uomo, non il Dio che ho riscoperto nella maturità).

Io ero per la pace. Forse anche per questo me ne andai lontano, a cercare un mondo ideale, nell’illusione che esistesse e senza capire che la pace la dovevo cercare dentro di me.

Nella tristezza che mi ha avvolto durante la visione del film, nel mio cuore ho ringraziato Dio per non avere mai ceduto alla violenza.

La mia rabbia di allora mi ha portato lontano ma mai verso la violenza.

Almeno in quello sono stato fedele ai principii nei quali continuo a credere.

Non voglio giudicare nessuno e so bene che il potere , a quel tempo, non si sarebbe mai potuto conquistare con la pace, in quanto lo Stato era armato ed i suoi uomini imbracciavano mitra, pistole e fucili.

Ma io non volevo e non ho mai voluto il potere.

Eppoi ho sempre detestato la violenza.

Che importa se qualcuno allora mi considerava un povero illuso?

Oggi mi sento contento di quella scelta; di essere sempre fuggito alla violenza.

Continuo a considerare la vita umana la cosa più sacra che ci sia.

E prego Dio che la pace vinca per sempre sulla guerra e sulla violenza.

 

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Adesso spero che i nostri amici Inglesi (anche per rispetto della memoria della povera Jo Cox, barbaramente uccisa dagli antieuropeisti nazisti) ci ripensino e rientrino nella compagine europea.

Ma in attesa che ciò accada (se mai avverrà) chiedo che si serrino i ranghi ed i Paesi Europei più volenterosi e forti, costituiscano finalmente una Europa politicamente più forte e credibile.

E’ giunta l’ora di lasciare da parte gli egoismi ed i sogni atavici di grandezza (se andiamo indietro nel tempo tutti abbiamo titolo per vantarne: Roma con l’Impero Roma, Vienna con gli Asburgici, e non solo i Francesi con Napoleone).

Adesso è il momento di rilanciare l’idea originaria di Europa, quella dei padri costituenti. Spero che la Francia e la Germania (parlo dei Paesi più forti e più intrappolati nell’illusione di una grandezza individuale che poco vale di fronte alle sfide globali di questo millennio e contro i suoi giganti emergenti (Cina, India, Brasile e non solo) e contro i giganti di sempre (USA e Russia in testa).

Insomma è giunta l’ora di capire che la cessione di porzioni di sovranità all’Unione Europea non solo è conveniente ma è è necessaria per creare un’Europa finalmente credibile e competitiva in tutti campi e in tutti i sensi.

Avanti, dunque, con o senza Londra!

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Oggi si celebra il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dei profughi dell’ Istria (L. 30 marzo  2004 n. 92).

Tra il settembre del 1943 e il 15 giugno 1945, le milizie jugoslave del maresciallo Tito, esaltate dal sogno della grande federazione jugoslava che andava delineandosi nello scacchiere internzionale, incattivite dagli eccessi fascisti e accecate dall’ideologia comunista, massacrarono migliaia di vittime innocenti, colpevoli soltanto di essere italiane, in un territorio destinato a divenire il “nuovo paradiso socialista in terra ” (Palmiro Togliatti dixit) dove non c’era posto per donne incinte e bambini italiani, preti, finanzieri, cattolici e italofoni vari, che non mostrassero di volersi prostrare ad adorare il nuovo feticcio con la stella rossa, stampata nell’incavo di una  falce a croce col martello.

Il  15 giugno 1945  l’incubo finì solo per Trieste, Gorizia e Pola; quest’ultima visse un biennio di speranza, sino al 10 febbraio 1947, quando insieme a tutta l’Istria (escluse, come già detto Trieste, Gorizia e qualche altra porzione di territorio giuliano) passò definitivamente nelle mani della Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito.

Ma tutto questo nei libri di storia non l’ho mai letto. Incominciai a intravvedere la verità negli anni settanta del secolo scorso, quando svolgevo il servizio militare di leva a Trieste.

In seguito,  le ripetute stragi, le follie utopistiche dei post-sessantottini, gli studi universitari, la silente ipocrisia dell’apparato politico italiano acquietarono, senza estinguerla però del tutto, quella sete di verità che prorompe tanto più fragorosa, quanto più a lungo è trattenuta e repressa.

Poi venne promulgata  infatti  la legge 30 marzo  2004 n. 92 con cui viene istituito il giorno del ricordo delle vittime delle foibe. Il giorno prescelto, non a caso, è il 10 febbraio.

Ora le vittime delle foibe aspettano il riposo eterno che i parenti vorrebbero innalzare, in loro memoria,  nella volta celeste, nella speranza che lassù, un giorno, si possano ricongiungere ai cari scomparsi nel silenzio della furia ideologica, colpevoli solo di avere rifiutato il paradiso socialista in terra. O forse soltanto ignari degli sporchi giochi che la politica gioca sulle teste innocenti.

Il velo ha cominciato a squarciarsi ma tanto c’è ancora da fare per restituire ai morti la dignità ed ai vivi la verità.

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Quali sarebbero  i poteri del nuovo Senato?

Palazzo Madama avrà molti meno poteri e verrà superato il bicameralismo: innanzitutto non potrà più votare la fiducia ai governi in carica, mentre la sua funzione principale sarà quella di “funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”, che poi sarebbero regioni e comuni. Potere di voto vero e proprio invece il Senato lo conserverà solo per le riforme costituzionali, per le leggi costituzionali, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali degli enti locali, diritto di famiglia, matrimonio e salute e ratifiche dei trattati internazionali.

Il ruolo consultivo del Senato. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze. Potrà esprimere, non dovrà, su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Più complessa la situazione per quanto riguarda le leggi che riguardano i poteri delle regioni e degli enti locali, sui quali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio, le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l’ultima parola spetta alla Camera.

Insomma, una vera e propria rivoluzione copernicana sulla forma di governo disegnata dai padri costituenti nel fervido biennio 1946-1947, al punto che qualcuno ha gridato al colpo di stato; fatto sta che, lo si dica o no apertamente,  un fantasma aleggia sui palazzi romani del potere: il fantasma dell’uomo forte, del duce, dell’uomo solo al comando che richiama gli improvvidi anni del ventennio fascista; una riforma nel senso auspicato da chi è stato al palazzo Chigi, quasi ininterrottamente,  in quest’ultimo ventennio, e che si lamentava perché i lacci e i lacciuoli, predisposti dai padri costituenti proprio per paura che un uomo solo potesse ancora nuocere all’Italia, non gli permettevano di lavorare e di realizzare i suoi ambiziosi (c’ e’ chi li chiamava  velleitari) programmi elettorali.

Riuscirà il pupillo a fare ciò che non è riuscito al suo maestro?

Personalmente penso che l’Italia non abbia ancora superato il trauma del ventennio fascista; troppa gente ha ancora davanti agli occhi le macerie della guerra, sicuro retaggio dell’uomo forte che voleva decidere da solo.

Eppure mi sorprende che Giorgio Napolitano, politico già comunista e sicuramente ancora antifascista, abbia recentemente spezzato una lancia a favore della riforma del senato in senso non elettivo.

Il fatto che lui i palazzi del potere li conosca bene mi fa pensare che chi rema contro questa riforma forse non ha del tutto la coscienza pulita.

Una cosa è però certa: noi cittadini siamo stufi di questa classe politica, sempre unita quando c’è da  chiederci soldi, sangue e tasse, salvo poi litigare in maniera improduttiva su tutto il resto.

Chi scrive questi appunti ha per decenni creduto nelle istituzioni democratiche ed elettive della repubblica.

Adesso,  invecchiando, mi tornano in mente le parole di quel vecchio professore che ricordava con nostalgia l’epoca in cui i treni arrivavano in orario; quando un uomo decideva per tutti e si era tutti contenti (o forse, quasi tutti). In fondo, chiosava quel grande vecchio, che cos’è diventata questa nostra  democrazia malata, se non  un esercizio di stile e di retorica, nelle cui pieghe si annidano affaristi, mazzettari, opportunisti, corrotti e corruttori?

La tentazione di cedere all’uomo solo al comando è veramente grande.

Forse per rinascere e per ricostruire davvero, occorre distruggere tutto, toccare il fondo e risalire.

Sperando che i ratti restino finalmente e per sempre nella fogna.

Ma il c.d. fronte trasversale, contrario al senato non elettivo di stampo renziano, non si dà per vinto, e sembra costituire un fronte invalicabile sulla via delle riforme costituzionali.

A settembre vedremo cosa succede.

Per adesso godiamoci queste brevi vacanze di Ferragosto.

Altre imposte e altre  tasse  ci aspettano a settembre. E quelle tocca di sicuro a noi cittadini pagarle.

Il resto è ancora nebuloso e incerto.

Chi vivrà, insomma, poi vedrà.

4. fine

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La riforma del Senato allo studio del Parlamento

 

A marzo 2015 è stata approvata in seconda lettura la riforma costituzionale con i soli voti della maggioranza.

Ricordiamo che si tratta di una legge  che riforma la Costituzione, quindi  i passaggi minimi sono quattro. Per considerare una legge approvata definitivamente, però, è decisivo che le camere la approvino senza apporvi modifiche, altrimenti continuerà il suo passaggio tra Camera e Senato. Se la legge non viene approvata con almeno due terzi dei voti favorevoli, può essere sottoposta a referendum confermativo (e di fatto la cosa avviene sempre, anche se in caso contrario la legge è da considerarsi approvata).

 

La riforma adesso deve comunque superare un ultimo passaggio a Senato. Illustri commentatori osservano che si sta formando un fronte trasversale per affossare la riforma.

Ma il Governo non sembra intenzionato a mollare.

Su questa riforma potrebbe crollare il Governo; e si tornerebbe a votare presto.

In tal caso alla Camera si profilerebbe, sempre secondo questi autorevoli opinionisti, un ballottaggio tra PD e Cinque Stelle; con probabile vittoria di Beppe Grillo.

Ma al Senato? Qui casca l’asino (lascio ai lettori dare un nome e un cognome all’epiteto, senza offesa, naturalmente, per l’ amico asino, nobile figura letteraria di antico lignaggio e utile ancora oggi nei lavori dei campi e nel trasporto in tante parti  del mondo): infatti al Senato si voterebbe, a questo punto, con il consultellum ma su base regionale; con gravi rischi di instabilità (stante, anzi, restante il bicameralismo perfetto) ma con grande pregio e rilancio della rappresentanza democratica.

Ma torniamo alla riforma del Senato.

Cosa cambia e cosa prevede questa riforma del Senato? Come funziona la riforma del Senato?

Ecco i punti principali:

  1. A Palazzo Madama siederanno in 100 in luogo dei 315 di oggi, così ripartiti: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica.
  2. Saranno i Consigli regionali a scegliere i senatori, con metodo proporzionale, fra i propri componenti. Inoltre le regioni eleggeranno ciascuna un altro senatore scegliendolo tra i sindaci dei rispettivi territori, per un totale, quindi, di 21 primi cittadini che arriveranno a Palazzo Madama.
  3. La ripartizione dei seggi tra le varie Regioni avverrà “in proporzione alla loro popolazione” ma nessuna Regione potrà avere meno di due senatori. La durata del mandato di questi ultimi sarà di sette anni e non sarà ripetibile. Andranno quindi a sostituire i senatori a vita e saranno scelti con gli stessi criteri: “cittadini che hanno illustrato la patria per i loro altissimi meriti”.
  4. I senatori non saranno quindi più eletti direttamente dai cittadini; si tratterà invece di una elezione di secondo grado che vedrà approdare in Senato sindaci e consiglieri regionali, il primo rinnovo del Senato li vedrà “eletti” tutti contemporaneamente, dopodiché la loro elezione sarà legata al rinnovo dei consigli regionali.
  5. Il sistema sarà proporzionale per evitare che chi ha la maggioranza nella regione si accaparri tutti i seggi a disposizione.
  6. I consiglieri regionali e i sindaci che verranno eletti al Senato non riceveranno nessuna indennità, il che dovrebbe portare allo Stato un risparmio di oltre 50 milioni di euro ogni anno. Con i risparmi che dovrebbero arrivare grazie all’unificazione degli uffici di Camera e Senato (e altro modifiche all’insegna dell’ottimizzazione, non meglio specificate) si dice che si potrebbe arrivare anche a mezzo miliardo di risparmi.
3. continua…
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Breve profilo storico dei sistemi elettorali con qualche particolare riferimento al Senato della Repubblica

La prima legge elettorale del dopoguerra (1948 – 1953) prevedeva una ripartizione dei seggi entro ciascuna regione in senso proporzionale: di fatto si trattava di un sistema uninominale proporzionale puro.

La prima legge elettorale del Senato (legge 6 febbraio 1948, n. 29) prevedeva infatti che il territorio di ogni Regione fosse diviso in tanti collegi uninominali quanti senatori le spettavano.

1953: La parentesi del premio di maggioranza (la c.d.legge truffa)

Nel 1953 l’allora presidente del Consiglio De Gasperi volle introdurre una riforma elettorale in senso maggioritario per ridurre l’instabilità dei Governi di coalizione quadripartita della prima legislatura e nel mese di marzo fu approvata quella che l’opposizione definì la legge truffa (n. 148 del 1953), che assegnava un premio di maggioranza, costituito dal 65 per cento dei seggi parlamentari, ai partiti apparentati che avessero superato il 50 per cento più uno dei voti validi. Alle elezioni del 7 giugno 1953 la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Democratico Italiano, il Partito Liberale e il Partito Repubblicano (in Sardegna anche il Partito Sardo d’Azione e in Trentino-Alto Adige anche la Südtiroler Volkspartei), tra loro apparentati, ottennero però solo il 49,8 per cento dei voti e quindi il premio di maggioranza non scattò. La legge venne abrogata l’anno successivo.

Dal 1954 al 1992. Il ritorno al proporzionale.

Le successive 9 tornate elettorali dal 25 maggio 1958 al 5 aprile 1992 si svolsero dunque con il sistema proporzionale già descritto.

Dopo le elezioni del 1992, su iniziativa di un comitato promotore guidato da Mario Segni, Augusto Barbera, Marco Pannella, Antonio Baslini  (cui si aggiunsero Franco Bassanini, Peppino Calderisi, Massimo Teodori, Mas- simo Severo Giannini ed altri) ci fu  una consultazione referendaria  sulla preferenza unica alla Camera, sulla legge elettorale del Senato e sull’ordinamento relativo ai Comuni. Per quanto riguarda l’elezione diretta del sindaco il Parlamento approvò la legge n. 81 del 1993, mentre il referendum abrogò la preferenza multipla alla Camera e la legge elettorale del Senato.

La riforma del 1993: il sistema misto a prevalenza maggioritaria (c.d. Mattarellum)

A seguito della consultazione referendaria furono approvate la leggi n. 276 e 277 del 1993, fondate su un sistema misto per l’elezione dei membri delle due Camere (soprannominato Mattarellum), che assegnava il 75 per cento dei seggi col metodo maggioritario e il 25 per cento dei seggi col metodo proporzionale.

Con il Mattarellum si svolsero tre elezioni, il 27 marzo 1994, il 21 aprile 1996 e il 13 maggio 2001.

Il sistema elettorale Mattarellum era veramente complicato e venne abbandonato nel 2005 per lasciare spazio a quello introdotto con la legge  21 dicembre 2005, n. 270 noto come il Porcellum.

Questa legge (che è stata emendata dalla Corte Costituzionale nel dicembre 2013, dando luogo al Consultellum) prevedeva un sistema elettorale di tipo proporzionale con l’eventuale attribuzione di un premio in ambito regionale, caratterizzato dai seguenti elementi:

• attribuzione dei seggi, in ogni Regione, con sistema proporzionale alle coalizioni di liste e alle liste che abbiano superato, in ambito regionale, le soglie di sbarramento previste dalla legge;

• attribuzione, nell’ambito di ciascuna Regione, di un “premio di coalizione regionale” alla coalizione di liste o alla lista più votata, qualora tale coalizione o lista non abbia già conseguito almeno il 55 per cento dei seggi assegnati alla Regione;

• fa eccezione la Regione Molise: per l’assegnazione dei due seggi ad essa spettanti a termini di Costituzione, non è prevista l’attribuzione di un premio di coalizione (D.Lgs. 533/1993, art. 17-bis);

• fanno altresì eccezione la Regione Valle d’Aosta, che è costituita in un unico collegio uninominale, e la Regione Trentino-Alto Adige, per la quale si prevede l’attribuzione di sei seggi con metodo maggioritario nell’ambito di altrettanti collegi uninominali e l’attribuzione del restante seggio con metodo del recupero proporzionale (D.Lgs. 533/1993, art.1, commi 3 e 4).

Come già detto questa legge è stata oggetto di una parziale abrogazione da parte della Corte Costituzionale.

Il 4 dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato infatti  l’incostituzionalità di alcune parti del Porcellum, formalmente annullate il 16 gennaio 2014. Le parti annullate riguardano l’assegnazione dei premi di maggioranza, poiché indipendenti dal raggiungimento di una soglia minima di voti alle liste (o coalizioni), e l’impossibilità per l’elettore di dare una preferenza. Nello specifico della sentenza, “la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.

Il Consultellum cos’è, ovvero ciò che rimane del Porcellum…

Ne risulta, appunto, quello che oggi, sottraendo al Porcellum le parti cassate, viene definito, nella pubblicistica attuale, il Consultellum e cioè un sistema proporzionale semi-puro, paradossalmente molto simile a quello della I Repubblica, dato che – una volta cassato il premio (davvero abnorme) di maggioranza che il Porcellum attribuiva alla prima lista o liste sia alla Camera che al Senato, su base regionale, e una volta introdotta una o più (dovrebbe deciderlo il legislatore) preferenze, anche se l’indicazione di massima della Consulta pare optare per la preferenza unica – rimane in piedi un sistema che, sia pure all’interno del ginepraio di diverse e complesse soglie di sbarramento presenti nel Porcellum (e non toccate dalla Consulta) che resterebbero tali, per la Camera come per il Senato, è un proporzionale semi-puro, sia pure, appunto, con soglie di sbarramento molto più alte di quelle previste nel sistema proporzionale della Prima Repubblica. Un eterno gioco dell’Oca, dunque, quello che appena visto e che, attraverso ben quattro leggi elettorali diverse approvate e modificate in pochi anni, ci riporterebbe, con il Consultellum, ove l’Italicum non trovasse una sua definitiva e finale approvazione, ai tempi della Prima  Repubblica in cui si votava, appunto, con il proporzionale…

P.S. Nel frattempo la nuova legge elettorale per l’elezione della Camera dei Deputati è stata approvata. Ma resta ancora da approvare la complessa riforma del Senato; si tratta di una riforma di rango costituzionale e che quindi segue un iter legislativo assai più complesso di quello che è stato necessario seguire per l’Italicum. Ovviamente il lettore arguisce da sé che qualora la riforma del Senato non andasse in porto, in Italia, alle prossime elezioni politiche (previste per il 2018) si voterebbe con l’Italicum per il rinnovo della Camera e con il Consultellum per il rinnovo del Senato. Non oso immaginare il pasticcio che ne verrebbe fuori e le discrasie inevitabili tra le composizioni dei due rami del Parlamento. Chi vivrà, vedrà!

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Breve profilo storico

 

 

La legislazione elettorale del Regno di Sardegna, che caratterizzò – con alcune limitate modifiche il primo ventennio dell’Italia unita – fu definita quasi contestualmente all’emanazione dello Statuto albertino (4 marzo 1848), con il Regio editto sulla legge elettorale 17 marzo 1848, n. 680.

 

La normativa elettorale del 1848 era sostanzialmente censitaria e riservava il diritto di voto ai soli cittadini di sesso maschile di età superiore ai 25 anni che possedessero il requisito dell’alfabetismo e pagassero un’imposta diretta complessiva (censo) di almeno 20 lire per i residenti del continente. Per gli elettori residenti in Sardegna e per alcune categorie (artigiani, industriali, commercianti) il requisito del censo era sostituito da forme di accertamento induttivo della ricchezza, basati sul valore locativo dei beni immobili da essi posseduti.

 

Si derogava al requisito del censo per nove categorie di elettori (magistrati, notai,  professori delle università e delle scuole regie e provinciali, ufficiali e liberi professionisti) ammessi nelle liste elettorali sulla base di un criterio di capacità intellettuale.

 

 

Il sistema durò sino al 1882, esteso e adeguato alle porzioni di territorio che il Regno di Sardegna, trasformandosi in Regno d’Italia, andava via, via acquisendo negli anni 1859-1861.

 

 

 

Al termine di un complesso iter parlamentare il sistema elettorale del Regno d’Italia fu interessato da una complessiva riforma, con la legge 22 gennaio 1882, n. 593, relativa soprattutto ai requisiti per l’elettorato attivo, la legge 7 maggio 1882, n. 725, relativa all’introduzione dello scrutinio di lista, ed e il r.d 13 giugno 1882, n. 796, che ridefinì la mappa dei collegi.

La nuova normativa fu poi trasfusa nel Testo unico approvato con r.d. 24 settembre 1882, n. 999.

La riforma elettorale del 1882, strettamente connessa al passaggio del timone del paese dalla Destra alla Sinistra storica, realizzò diverse importanti innovazioni.

 

Sul piano del diritto all’elettorato attivo, il limite di età previsto dalla previgente legislazione fu abbassato da 25 a 21, mentre fu mantenuto il requisito dell’alfabetismo. Il criterio del censo non costituì più il titolo principale per l’elettorato attivo, perché questo fu concesso, indipendentemente dal censo, a tutti gli alfabeti che avessero superato le prove del corso elementare obbligatorio (o equivalenti), o fossero in possesso del titolo di studio superiore, agli impiegati pubblici (tranne gli uscieri e gli operai), a coloro che avessero tenuto per un anno l’ufficio di consigliere comunale o provinciale, di giudice conciliatore, di presidente o direttore di società commerciali, agli ufficiali e sottufficiali in servizio o in congedo. In tal modo, la platea degli elettori crebbe da 621.896 a 2.049.461.

 

In base alla nuova normativa il Regno fu diviso, accorpando i collegi esistenti, in 135 collegi plurinominali, che eleggevano 508 deputati.

 

 

 

Già nel corso degli anni ’80 del XIX secolo furono discussi diversi progetti per l’abolizione dello scrutinio di lista, criticato da più parti per non aver realizzato una reale dinamica competitiva tra partiti.

 

Con la legge 5 maggio 1891, n. 210, fu, dunque, stabilito il ritorno al collegio uninominale, aprendo la strada ad una nuova tabella dei collegi (approvata con r.d. 14 giugno 1891, n. 280).

 

Un anno dopo, la legge 28 giugno 1892, n. 315, modificò le norme sul ballottaggio, stabilendo che fosse eletto al primo turno il candidato che avesse ottenuto più di 1/6 dei voti degli elettori del collegio ed almeno la metà dei suffragi validamente espressi (al netto delle schede nulle).

 

Con la riforma del 1891-1892, la legislazione elettorale dell’età liberale trovò la sua sistemazione definitiva, grazie anche alla sedimentazione dei dibattiti politici ed accademici degli anni precedenti, nel senso dell’affermazione di un sistema uninominale maggioritario a doppio turno, sulla linea di quello costruito già all’avvio del regime rappresentativo nel 1848.

 

Con l’attivarsi, all’inizio del Novecento, di più complesse dinamiche politiche negli anni della prima evoluzione industriale dell’Italia, maturò nella classe dirigente liberale la scelta di intervenire nuovamente sul sistema elettorale.

 

Anche se con la riforma elettorale del 1913 non viene superato del tutto l’ostacolo del censo per il riconoscimento dell’elettorato attivo, furono introdotte non di meno  importanti novità come il  rimborso spese e l’indennità per i deputati, formalmente esclusa dallo Statuto albertino.

 

Fu invece rinviata, con l’approvazione di un ordine del giorno nel dibattito del 2 maggio 1912, la discussione sull’introduzione del suffragio femminile.

 

 

 

Preparata da una intensa discussione parlamentare, la legge 15 agosto 1919, n. 1401, successivamente rifluita nel Testo unico 2 settembre 1919, n. 1495, introdusse il sistema proporzionale nella legislazione elettorale italiana, dopo che la legge 16 dicembre 1918, n. 1495, aveva introdotto il suffragio universale maschile, dichiarando elettori tutti i cittadini maschi di almeno 21 anni di età.

 

La riforma elettorale proporzionale, affermatasi con larga maggioranza sia alla Camera che al Senato, corrispondeva ad una profonda evoluzione del quadro politico, con l’ormai avvenuta affermazione dei grandi partiti di massa (socialisti e cattolici) all’indomani della Prima guerra mondiale.

 

In base alla nuova legge elettorale, l’elettore era chiamato ad esprimere la propria preferenza di lista su schede a stampa obbligatorie che riportavano i contrassegni dei partiti, presentate, in ogni collegio da un numero di elettori variabile tra i 300 ed i 500.

 

L’elettore poteva esprimere da uno a quattro voti di preferenza per i candidati della lista votata .

 

Ai fini della formazione della rappresentanza, il territorio del Regno d’Italia fu diviso (r.d. 10 settembre 1919, n. 1576) in 54 collegi.

 

 

Dopo aver ripartito i seggi spettanti a ciascuna lista nell’ambito del collegio, i seggi venivano assegnati, nell’ambito delle liste, ai candidati che avevano la cifra individuale più alta, risultante dalla somma dei voti di lista con i voti di preferenza.

 

La nuova legge elettorale proporzionale fu applicata per la prima volta nelle consultazioni elettorali del 16 novembre 1919, che segnarono il ridimensionamento delle forze politiche di area liberale e l’affermazione del Partito socialista e del Partito popolare.

 

Strettamente connessa alla nuova legislazione elettorale fu una profonda modifica del Regolamento della Camera (1920-1922), con la previsione dei gruppi parlamentari e del sistema delle commissioni permanenti, composte di membri designati proporzionalmente dei gruppi, che, all’interno del processo legislativo, sostituì il vecchio sistema degli uffici.

 

 

All’indomani della marcia su Roma, fu varata una profonda revisione della legislazione elettorale, sfruttando le persistenti divisioni tra i partiti proporzionalisti ed i nostalgici del collegio uninominale. Al termine di un complesso iter parlamentare si giunse così all’approvazione della c.d. “legge Acerbo” (legge 18 dicembre 1923, n. 2444), in seguito rifluita nel Testo Unico 13 dicembre 1923, n. 2694. La nuova legge elettorale conteneva due importanti innovazioni rispetto alla legge elettorale proporzionale in vigore dal 1919: la creazione di un collegio unico nazionale, diviso in sei circoscrizioni, e, soprattutto, l’attribuzione alla lista vincitrice di un di un assai cospicuo premio di maggioranza.

 

La nuova legge prevedeva in sostanza l’adozione del sistema maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale.

 

 

Tra le innovazioni più rilevanti della legislazione elettorale del 1923 si segnala l’abbassamento dell’età per l’elettorato passivo alla Camera da 30 a 25 anni.

 

La “legge Acerbo” fu applicata nella sola tornata elettorale del 6 aprile del 1924, che segnarono la decisiva affermazione delle liste del Partito Fascista (64,9% dei voti), grazie anche alla confluenza nella Lista Nazionale (c.d. “Listone”) promossa da Mussolini, di esponenti della Destra liberale e cattolica, ed alla incapacità delle altre forze politiche a costruire un cartello elettorale alternativo.

 

 

 

 

 

 

Pochi mesi dopo le elezioni del 1924, fu promossa una nuova riforma elettorale, con la legge 15 febbraio 1925, n. 122, poi recepita nel Testo unico 17 gennaio 1926, n. 118, che reintrodusse il collegio uninominale.

 

La riforma elettorale non ebbe però applicazione perché, con il consolidarsi del regime fascista, maturarono altri modelli di rappresentanza, che, ormai, escludevano una reale competizione tra partiti contrapposti. Con la legge 17 maggio 1928 n. 1029 ed il Testo Unico 2 settembre 1928, n. 1993, fu dunque introdotto un nuovo sistema elettorale di tipo plebiscitario, come già allora lo si definì.

 

 

Con legge 19 gennaio 1939 n. 129, il Fascismo abbandonò del tutto il principio dell’elettività dei membri della Camera, sostituendo alla Camera la Camera dei fasci e delle corporazioni, composta da membri di diritto, in quanto titolari di cariche nel partito o in enti statali o corporativi, che decadevano allo spirare della carica rivestita.

 

 

 

  • Nella fase della transizione costituzionale, fu istituita un’assemblea provvisoria, in attesa della possibilità di indire regolari elezioni politiche: la Consulta nazionale.
    Il decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, n. 146, assegnava alla Consulta il compito di formulare pareri su questioni generali e sui provvedimenti legislativi del governo, che era obbligato a sentire il parere della Consulta su alcune materie quali bilancio, imposte e leggi elettorali.
    La composizione della Consulta fu stabilita con decreto legislativo luogotenenziale 30 aprile 1945, n.168. I consultori, inizialmente nel numero di 304, non erano elettivi ed erano espressivi dei partiti del CLN, di organizzazioni sindacali e professionali, della classe politica prefascista

 

 

Le elezioni dell’Assemblea costituente si svolsero a suffragio universale, dopo che, con decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23, fu concesso il voto alle donne. Il decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74, stabilì che le elezioni avvenissero sulla base di un sistema proporzionale, fondato su collegi plurinominali a liste concorrenti.

 

 

  • Proporzionale (1946-1993)

 

  • Il sistema elettorale che caratterizzò buona parte della storia repubblicana fu stabilito, per la Camera, con la legge 7 ottobre 1947, n. 1058, che introdusse un sistema elettorale proporzionale (giocato su circoscrizioni plurinominali concepite come sezioni del Collegio unico nazionale) a liste concorrenti, con la possibilità di esprimere tre o quattro preferenze, secondo l’ampiezza dei collegi. La Camera dei deputati fu eletta in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila.

 

 

 

 

 

Dopo un primo referendum per la riduzione delle preferenze esprimibili per l’elezione dei deputati e la possibilità di esprimere la preferenza con indicazione del numero di lista, svoltosi con esito positivo il 9 giugno 1991, il 18 aprile 1993 si svolse, con esito positivo, il referendum per l’abrogazione di alcune disposizioni della legge elettorale del Senato (legge n. 29 del 1948 e successive modificazioni) per sopprimere la norma che prevedeva l’elezione nel collegio uninominale solo previo conseguimento di un elevato quorum del 65% dei voti, determinandosi altrimenti la ripartizione dei voti su base proporzionale. Il risultato della consultazione referendaria indusse il Parlamento all’approvazione della legge 4 agosto 1993, n. 276 (relativa al Senato) e della legge 4 agosto 1993, n. 277 (relativa alla Camera), che introducevano sia per il Senato sia per la Camera, un sistema elettorale misto.

 

Il sistema era caratterizzato dall’elezione di tre quarti dei deputati e tre quarti dei senatori con sistema maggioritario a turno unico nell’ambito di collegi uninominali. I restanti seggi venivano attribuiti con il sistema proporzionale: alla Camera ripartendoli, nelle 26 circoscrizioni, tra le liste concorrenti che avessero superato la soglia del 4 per cento dei voti in ambito nazionale; al Senato, ripartendoli tra gruppi di candidati in proporzione ai voti conseguiti nei collegi di ciascuna regione dai candidati non eletti.

 

In particolare, con la legge 4 agosto 1993, n. 277, le norme per l’elezione della Camera dei deputati furono fortemente modificate introducendo un sistema misto in luogo di quello interamente proporzionale fino ad allora in vigore. La nuova disciplina portava ad eleggere 475 deputati con il sistema maggioritario in altrettanti collegi uninominali; 155 erano invece eletti con il sistema proporzionale, ripartendoli cioè in proporzione ai voti ottenuti dalle liste concorrenti presentate nelle 26 circoscrizioni.

 

Per la parte maggioritaria in ciascun collegio era senz’altro proclamato eletto il candidato nel collegio che aveva ottenuto il maggior numero dei voti.

Tecnicamente assai complessa era invece l’attribuzione dei 155 seggi per la quota proporzionale. La distribuzione dei seggi fra le liste avveniva a livello nazionale, in base alla somma dei voti ottenuti nelle circoscrizioni. Stabilito il numero dei seggi che spettavano alle diverse liste, l’accertamento dei candidati di ciascuna lista che risultavano eletti avveniva nelle circoscrizioni. Non tutte le liste erano ammesse alla ripartizione proporzionale, ma solo quelle che avevano ottenuto nell’intero territorio nazionale almeno il 4% dei voti validi (così detta “clausola di sbarramento”).

 

Due leggi di revisione costituzionale (17 gennaio 2000, n. 1, e 23 gennaio 2001, n. 1) hanno in seguito attribuito ai cittadini italiani residenti all’estero il diritto di eleggere, nell’ambito di una circoscrizione Estero, sei senatori e dodici deputati. Essendo rimasto invariato il numero complessivo dei componenti le due Camere, il numero dei seggi da distribuire nelle circoscrizioni nazionali – detratti quelli da assegnare nella circoscrizione Estero – si è quindi ridotto a 618 per la Camera ed a 309 per il Senato. La legge 27 dicembre 2001, n. 459, ha attuato la previsione costituzionale disciplinando l’esercizio del voto (per corrispondenza) e l’attribuzione (con sistema proporzionale) dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

 

 

La legge 21 dicembre 2005, n. 270 ha introdotto un sistema per l’elezione della Camera dei deputati di tipo interamente proporzionale, con l’eventuale attribuzione di un premio di maggioranza in ambito nazionale, che sostituisce il sistema misto precedentemente in vigore.

617 deputati sono eletti nel territorio nazionale in proporzione ai voti ottenuti dalle liste concorrenti presentate nelle 26 circoscrizioni; un deputato viene eletto con metodo maggioritario nel collegio uninominale della Valle d’Aosta; i restanti 12 deputati sono eletti nella circoscrizione Estero secondo le modalità stabilite dalla legge 27 dicembre 2001, n. 459, e dal relativo regolamento di attuazione (D.P.R. n. 104 del 2003).

I seggi erano ripartiti proporzionalmente in ambito nazionale tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento previste dalla legge. Sono ammesse alle ripartizione dei seggi soltanto le coalizioni che abbiano raggiunto almeno il 10% del totale dei voti validi e, al loro interno, le liste che abbiano ottenuto il 2% dei voti, le liste rappresentative di minoranze linguistiche con almeno il 20% dei voti della circoscrizione e la lista che abbia conquistato più voti tra quelle che non hanno conseguito il 2% dei voti. Partecipano inoltre alla ripartizione dei seggi le liste che non fanno parte di alcuna coalizione, a condizione che abbiano avuto almeno il 4% dei voti a livello nazionale.

Alla coalizione di liste (o alla lista non coalizzata) più votata, qualora non abbia già conseguito almeno 340 seggi, veniva attribuito un premio di maggioranza tale da farle raggiungere il numero di seggi in questione.

(2) continua…

 

 

 

 

 

 

 

 

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Insegno da circa trenta negli Istituti Tecnici che un tempo formavano i ragionieri (oggi si parla di programmatori e periti contabili).

Non ho mai mentito ai miei studenti. Ho sempre cercato di trasmettere loro la mia piccola scienza giuridico-economica e qualche frammento della mia grande coscienza civica.

Per il 70.mo anniversario della Liberazione la mia scuola ha organizzato,  per le quinte classi,  un programma teatrale che è stato prodotto  per le scuole da un gruppo culturale e che ha per  titolo “Partigiani Fratelli Maggiori” ispirato a un’idea teatrale di Gianfranco Macciotta.

In Consiglio di Classe, nell’aderire alla importante iniziativa, avevamo deliberato di affrontare l’argomento della Resistenza da diversi punti di vista, senza tralasciare i collegamenti tra il diversi movimenti di liberazione e il dettato costituzionale che scaturì dal confronto tra le diverse componenti ideologiche che, unite, si opposero al nazifascismo.

In classe, all’inizio della discussione, una maturanda, nella sua consueta forma, alquanto arguta e battagliera, ha esordito dicendo che lei era stufa di sentire ripetere le vuote formule della retorica resistenziale e che,  per di più,  non considerava giusto che questi qui (riferito al gruppo culturale che li attendeva in Aula Magna alle 11,30), si presentassero senza un’adeguata controparte, un contraltare ideologico,  che esponesse anche le ragioni degli sconfitti.

Vari altri studenti sono intervenuti successivamente, vivacizzando una discussione proficua e costruttiva.

Io ho cercato di mediare tra le due fazioni che sembrano contrapporsi nel dibattito: quella che considerava ormai superata e da archiviare l’esperienza dei partigiani e della loro resistenza al nazifascismo e quella che, al contrario, riteneva ancora doveroso tributare un ricordo di elogio e gratitudione a chi aveva combattutto per le libertà di cui abbiamo goduto in questi sette decenni di dopoguerra.

Ho convenuto ora con gli uni, ora con gli altri.

Naturalmente ho fatto anche presente, su un piano meramente tecnico o informativo, che nella Costituzione si potevano rinvenire, scorrendo i diversi articoli, le tracce delle differenti ideologie che in quella stagione si ritrovarono unite a combattere in un sol fronte contro il nazifascismo, a fianco degli alleati americani: la componente socialcomunista, quella cattolica e quella liberale sopra le altre.

A un certo punto, la stessa studentessa che aveva acceso il dibattito in avvio di discussione,  ha esclamato che anche i partigiani avevano ucciso e fatto delle vittime, magari anche innocenti.

Lì non ho potuto astenermi dal dire che anche io piangevo i morti dell’altra parte.

I morti meritano tutti rispetto, anche quando combattevano nella parte che la storia ha visto sconfitta; e ancor di più quando combattevanop per degli ideali in cui essi sinceramente  credevano.

Ecco, forse manca proprio questo, per una completa ricomposizione dell’unità nazionale e per una festa della Liberazione pienamente condivisa: il riconoscimento delle ragioni dei vinti.

 

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Venivano dal buio

 quegli uomini

che gambizzavano

sequestravano

ammazzavano

Ed io

che non stavo con loro

ma neanche con il loro nemico

cercai lontano

la Luce della Verità

Roma, marzo 1978

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Anche se c’è davvero l’imbarazzo della scelta, parlare dei misteri d’Italia non è facile.

La prima domanda che sorge spontanea: da dove iniziare?

A ben vedere anche la nascita di Roma, la città che diventerà Caput Mundi, è avvolta nel mistero, con la sua affascinante leggenda sui gemelli Romolo e Remo allattati dalla Lupa.

Per vedere l’Italia politica, da quel fatidico 753 a.C. ( data nota come “ab Urbe condita”) dovremo aspettare più di 2.600 anni.

Troppo lunghi per le mie modeste ambizioni, e troppi misteri per il tempo a disposizione.

Preferisco parlare subito e direttamente della Repubblica Italiana, limitandomi al periodo che ho vissuto come testimone dotato di un minimo di consapevolezza, concedendomi qualche flashback e qualche fuga in avanti.

Inizierò così la mia storia partendo dagli anni settanta.

Nei  primi anni settanta hanno luogo avvenimenti   cruciali nella storia recente della Repubblica Italiana.

Ancora non si sono spenti gli echi della bomba di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), che si viene a sapere di un colpo di stato programmato (e poi revocato  dallo stesso ideatore) dal principe  Junio Valerio Borghese (nomen omen, scriverà qualche ideologo di sinistra,  all’epoca), figura di spicco della Repubblica di Salò, in combutta con la loggia massonica  P2 di Licio Gelli, per sovvertire le istituzioni repubblicane.

Al Quirinale, con i voti del Movimento Sociale Italiano, capeggiato da Giorgio Almirante, era stato eletto il democristiano Giovanni Leone, destinato a non completare il settennato a causa di un processo  in materia di tangenti che lo vide coinvolto, antesignano dei grandi processi di Tangentopoli che, venti anni dopo, affosseranno ingloriosamente la Prima Repubblica.

Nel frattempo le indagini per la strage di Piazza Fontana imboccano stranamente e misteriosamente la pista anarchica, portando all’arresto di un ballerino dalla vita sciroppata, un certo Pietro Valpreda, il capro espiatorio ideale per un’opinione pubblica impaurita e benpensante, preoccupata di tutto e di tutti (degli studenti capelloni, delle droghe, della musica psichedelica, degli estremisti di destra e di sinistra, degli anarchici, del caro-dollaro e del collegato caro-petrolio, della guerra fredda, di quella del Vietnam, dell’avanzata delle donne che rivendicano la loro  libertà sessuale, del risveglio del movimento degli omosessuali, degli scioperi, dell’inflazione e persino degli UFO).

La stampa si butta a pesce sul mostro Valpreda: ballerino, separato e  anarchico. quali altri prove si aspettano per fare giustizia del responsabile della strage di Piazza Fontana?

La controinformazione di sinistra si scatena sul fronte opposto, dopo che un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, amico di Valpreda, vola misteriosamente dal quarto piano della questura milanese, nel corso di un drammatico interrogatorio, teso probabilmente a fargli ammettere delle colpe non sue. Il commissario Luigi Calabresi viene additato come il responsabile di quella morte truce e inspiegabile. Il 17 maggio 1972 anche la vita del  commissario Calabresi viene crudelmente spenta, come quella di Pinelli, come quella delle 17 vittime di Piazza Fontana; e come i morti delle stragi che seguiranno nel 1974: quelli sul treno Italicus a Milano e quelli di Piazza della Loggia a Brescia. Tutte vittime innocenti e inconsapevoli di un periodo oscure, in cui forze occulte e tenebrose hanno tramato per fini politici contro l’Italia, fragile crocevia di uno scacchiere politico internazionale che vedeva contrapposti cinici imperialismi atlantici e orientali, che hanno mosso le loro pedine in maniera spericolata, in una lotta spietata, all’ultimo sangue, la cui posta in gioco era il potere e  la supremazia in Europa e nel mondo intero.

Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978) vanno letti in questa ottica. altrimenti resteranno per sempre retaggio di quel groviglio di trame inestricabili e di disegni tanto temerari quanto inconfessabili, arditi e illeciti, che hanno visto coinvolti pezzi deviati dei servizi segreti italiani, gruppuscoli terroristici di destra e di sinistra, servizi segreti americani e sovietici, spie venute dal freddo e teste calde venute da lontano. Il tutto in nome del potere, mascherato dall’ipocrisia della giustizia, dalla retorica comunista che voleva il riscatto delle masse popolari, oppresse dall’imperialismo borghese; ma anche dal maccartismo cieco e barbaro, che vedeva nel diverso, nel comunista, nell’anarchico, nell’omosessuale, nell’artista eccentrico e anti-borghese, il nemico da battere (e da abbattere).

Nascono ballate, canzoni, pièces teatrali per celebrare la vittima dell’arroganza borghese, Giuseppe Pinelli, colpevole, prima di tutto, di essere un anarchico. Non saprei dire perchè non siano nate canzoni anche per Luigi Calabresi, per le guardie del corpo di AldoMoro e per lo stesso onorevole democristiano, vittima di un sistema democristiano che non volle e non seppe accettare e rischiare per un’alternativa che aprisse la società italiana verso il futuro. Il sangue di Aldo Moro (e delle altre vittime innocenti) è ricaduto su di noi, come il sangue innocente di Cristo, in un contesto universale e perpetuo, ricadde sui figli dei responsabili. E gli innocenti, come Cristo in Croce, continuano a piangere per il male perpetrato dai malvagi.

In quegli anni frequentavo  l’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.

Noi studenti, testimoni e vittime di quegli inganni del potere, non volevamo essere complici passivi e partecipi inconsapevoli di quelle manovre, di quelle stragi; e a modo nostro ci ribellammo.

Da parte mia (come di tanti altri) fu una ribellione pacifica; rumorosa ma non violenta; scomposta e confusa ma sincera; dietro il pretesto della guerra del Vietnam e delle altre guerre imperialiste (come in effetti furono l’invasione dell’Ungheria prima e quella della Cecoslovacchia poi); dietro gli slogans apparentemente vuoti e di facciata, si celava il nostro desiderio di capire cosa stesse succedendo veramente nel mondo; la nostra voglia di libertà; l’ambizione di poter contare e di potere incidere su una realtà più grande di noi. Altri ci provarono invece con la forza armata, con la violenza. Ma il nemico, palese oppure occulto che esso fosse, era più forte di loro e li ha sconfitti.

Anche noi siamo stati sconfitti, ma almeno non ci siamo macchiati le mani di sangue innocente.

E forse ha ragione il poeta quando scrive che i migliori della nostra generazione, quelli che hanno rifiutato la violenza e propugnavano solo la pace, l’amore e la musica, sono morti nelle spirali di morte della droga oppure affogati nei fumi dell’alcool. Noi siamo i superstiti di quella stagione e abbiamo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto: senza falsità senza alibi, senza scuse, senza nostalgie, senza sensi di colpa, senza vanagloria, senza mitizzare un passato che va soltanto raccontato e, tutt’al più, analizzato. Non certo mitizzato.

Oggi capisco perché i nostri governanti non vollero intervenire contro di noi in maniera frontale e  diretta, preferendo controllarci e tenerci a bada da lontano.

In alto si giocava una partita più grande e più importante.

Per i nostri governanti era fondamentale poterla giocare sino in fondo.  Una rivolta interna, o peggio, una rivoluzione, non rientrava nei loro piani. Qualche schedatura alla DiGos e qualche colpo di manganello potevano bastare.

1. – continua

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Un tempo c’era un grande vecchio che in Italia, dall’ombra dei palazzi del potere, macchinava a danno della democrazia e dell’Italia.
Oggi al vecchio si è aggiunto un bambino e insieme, dall’ombra dei palazzi del potere, hanno macchinato un piano per uccidere la democrazia.
Due esempi: ai dirigenti delle scuole di ogni ordine e grado verrà attribuito il potere di concedere gli aumenti degli stipendi ai docenti e, in una certa misura, di assumere e licenziare. Ciò significa la fine della libertà dell’insegnamento e della dignità stessa dei docenti.
Secondo esempio: il Teatro dell’Opera ha licenziato in blocco coro e orchestra; il sindaco Marino e il ministro Franceschini si sono affrettati a rassicurare gli artisti licenziati: molti di voi verranno assunti come esterni, con contratti da liberi professionisti. Canta e taci, artista del coro e tu, professore dei miei stivali ( già, proprio quelli di quando i treni arrivavano in orario, do you remember that?), suona e taci; solo così otterrete il rinnovo del contratto!
Almeno aumentasse l’occupazione! Invece niente: tutti sempre più poveri, a parte la casta, i loro diretti collaboratori ( un semplice archivista della camera dei deputati, guadagna ancora, dopo la tanto sbandierata spending review, 117 mila € all’anno) e i soliti ricchi speculatori della finanza globale!
E per di più i treni continuano ad arrivare sempre in ritardo!

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STORIA DEL MOVIMENTO STUDENTESCO ROMANO

CAPITOLO  III

 

Fantasio tu hai detto che il vostro movimento fu “estremizzato” e poi criminalizzato: mi vuoi spiegare come accadde ciò? Come fu che da beniamini del mondo culturale voi diveniste nell’opinione  della gente comune dei quasi terroristi? Quando avvenne il punto di svolta?”

“Ti posso rispondere per quel che riguarda l’Università di Roma. Furono la battaglia di Valle Giulia, la vendetta della polizia a piazza Cavour e l’intervento della banda di Caradonna all’Università i momenti della svolta. Prima di allora fra le forze della polizia e gli studenti non c’era animosità e odio profondo. Gli studenti riconoscevano che coloro che portavano l’uniforme erano figli di contadini e di operai: si gridava nei loro confronti con ironia ma senza disprezzo lo slogan: “Operai volete che i vostri figli vadano all’Università? Arruolateli nella polizia.” Con ciò si voleva alludere, oltre che alla presenza dei poliziotti in uniforme, ad un’altra presenza che molti sospettavano, cioè alla discreta sorveglianza delle assemblee e dei cortei da parte di poliziotti vestiti da studenti. Dopo Valle Giulia i rapporti andarono progressivamente e velocemente deteriorandosi. I sassi di Valle Giulia lasciarono il segno non soltanto nei corpi dei poliziotti, ma anche negli animi e nelle menti.

In essi crebbe il rancore contro quei “figli di papà” che si permettevano di insultare loro, figli di contadini. Effettivamente, specialmente dopo l’intervento della banda Caradonna all’Università ed il suo salvataggio per opera della polizia, gli slogan nei confronti dei poliziotti divennero più cattivi. Si cominciò a gridar loro “servi dei padroni”.  Ci si mise pure Pasolini con una sua poesia, che sembrò ostile verso gli studenti ed invece era profetica, che pressappoco diceva: “Non posso essere solidale con voi che a Valle Giulia avete mostrato il disprezzo dei borghesi nei confronti dei figli degli operai”. I commentatori critici della poesia dimenticarono di dire che l’Io narrante nella poesia era un militante del partito comunista e veramente dopo  i fatti di Valle Giulia questa opinione verso il movimento degli studenti si diffuse nel mondo operaio e i sindacati e i partiti della sinistra gli divennero ostili.

Dall’altra parte ci furono voci di gravi maltrattamenti nei confronti degli studenti arrestati, si parlava di giovani fatti passare in mezzo a due file di poliziotti che li bastonavano. Apparvero sui giornali foto che mostravano gruppi di poliziotti manganellare studenti inermi.

Io ho partecipato a molte manifestazioni, non ho mai assistito a scene di particolare ferocia da parte della polizia, però voglio dire che quando a Piazza Cavour e a Valle Giulia e a Piazza Colonna avvennero le cariche della polizia, il mio principale intento fu subito quello di allontanarmi il più velocemente possibile dai punti pericolosi, e in ciò obbedivo ad un istinto primordiale,  oltre che a ricordi dolorosi, quindi non sono stato a guardare quello che accadeva lontano da me, e le voci dei maltrattamenti io le ho udite da gente degna di fede. Posso anche dire che i caroselli delle jeeps della polizia facevano veramente paura perché si lanciavano sulle strade affollate e persino sui marciapiedi a grande velocità ed in più di un’occasione causarono feriti, ed anche le bombe lacrimogene, usate in grande quantità, se colpivano qualcuno, facevano male, e i gas lacrimogeni potevano avere conseguenze dannose sugli occhi dei malcapitati studenti. Io stesso in quel periodo cominciai a soffrire di una congiuntivite che mai più mi ha lasciato.

Mi torna in mente la polemica ottocentesca sulla “ cecità del soldato”, malattia che colpiva i soldati ed era forse dovuta agli effetti della polvere da sparo , però chi lo diceva passava guai. Ed anche la recente polemica sugli effetti delle bombe all’uranio arricchito. Chi spera che le autorità facciano luce su questi argomenti deve considerarsi un illuso. Ovviamente una congiuntivite per quanto fastidiosa non può paragonarsi a queste altre malattie, però  le autorità dovrebbero preoccuparsi di non esporre i cittadini inermi e nemmeno i soldati  ai rischi dovuti  all’uso di armi improprie.

 

Comunque l’informazione che i giornali diedero su quegli eventi fu sempre parziale, talvolta mirante ad aggravare i fatti – quelli compiuti dagli studenti- e talaltra a sminuirli, sempre privilegiando la versione delle autorità, sia accademiche che politiche. Mentre il numero dei poliziotti feriti si conosceva ed era pubblicizzato, nessuno seppe mai con esattezza il numero degli studenti feriti,  perché chi poteva si faceva curare privatamente. La cosa peggiore fu che sui maltrattamenti avvenuti nelle questure non si fece mai luce; a quello che io so non ci furono indagini nè processi, nonostante che alcuni giornali a lungo ne avessero parlato. Ed io ancor oggi provo  rimorso per non aver a quel tempo seguito la sorte dei tanti studenti arrestati nelle manifestazioni. Fu  un errore non solo mio, ma di tutto il Movimento e più che un errore fu una colpa, questa poca solidarietà nei confronti di chi si trovò in guai seri.

A mia discolpa posso dire che a quel tempo io conservavo una opinione “buona” degli uomini e perciò non credevo a chi raccontava episodi di crudeltà e questo mio “ottimismo” ha fatto sì che io anche in seguito e fuori d’Italia mi esponessi a grossi rischi. Una certa fama di “incosciente” mi ha sempre seguito.

Dunque gli scontri di piazza, le voci dei maltrattamenti, i feriti di entrambe le parti valsero a spingere il movimento verso posizioni estreme.

Ma nello stesso periodo ci furono fatti ben più gravi: la strage di Piazza Fontana, la successiva caccia all’anarchico, la morte misteriosa di Pinelli e le dichiarazioni del questore Guida.

“E’ chiaro sono stati gli anarchici, hanno voluto colpire i simboli del “sistema borghese” che essi combattono, le banche, l’altare della patria”. L’anarchico si trovò subito: Valpreda.

Come ha fatto la polizia ad arrivare subito a lui ed al movimento 22 marzo? Allora c’erano a Roma e in Italia decine di gruppuscoli ben più forti e numerosi di quello.
Ammesso che gli attentati provenissero dalla sinistra extra parlamentare, la polizia avrebbe dovuto compiere un lavoro immenso per scandagliarli tutti, sottoporre a controllo migliaia di persone prima di individuare un possibile sospetto. Ma in un paio di giorni si arrivò al gruppo 22 marzo, a Valpreda e Pinelli. Come fu possibile ciò?

C’è solo una spiegazione logica: quel gruppo era il colpevole predestinato, già prima dell’attentato si erano organizzate le cose in modo che i colpevoli fossero individuati in quel gruppo, e Valpreda quando ciò accadde si trovava a Milano.

Ma anche dall’altra parte ci fu un atteggiamento sospetto: si cominciò a parlare di “strage di Stato”, perché strage di Stato? Si doveva semmai parlare di “strage contro lo Stato”. Perché – si diceva – la strage era stata compiuta con la complicità di organi dello Stato. Organi dello Stato? Attenzione! Si può semmai parlare di persone che ricoprivano un ruolo in organi dello Stato, le quali in complicità con ambienti esterni avevano organizzato la strage, o l’avevano coperta o avevano manovrato in modo da indirizzare la ricerca dei colpevoli verso certi settori, e ciò allo scopo di sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato. Quindi, questa è la mia tesi, si doveva parlare di strage contro lo Stato.

L’interpretazione che il movimento diede di questi fatti fu una: “Ci vogliono criminalizzare, vogliono farci apparire come sanguinari assassini, vogliono gettare il paese nel caos e forse in qualche caserma è già pronto il “salvatore della patria”.

E questa interpretazione era probabilmente quella giusta: la strage che colpisce persone innocenti non si può inserire nella strategia di un movimento che si proclama rivoluzionario e popolare, le cui azioni devono sempre avere come fine quello di allargare il consenso attorno alle proprie iniziative.

L’attentato contro un dirigente politico che sia impopolare, o contro un dirigente d’azienda o contro una personalità qualsiasi che abbia un ruolo notevole nel campo avversario può apparentemente essere giustificata in questa ottica, pur deforme. Ma la strage di persone innocenti non lo può. Il più fanatico degli estremisti politici sa bene che sarebbe un suicidio ricorrere a questo tipo di azioni, perché l’opinione pubblica di qualsiasi tendenza non prova altro che rabbia ed orrore nei confronti di tali gesti. Mi preme ricordare che queste bombe fecero vittime fra gente italiana non fra stranieri occupanti.

Ed infatti mentre gli attentati contro singole personalità sono state quasi sempre rivendicate dai gruppi che le hanno eseguite, le stragi, da quella della Banca d’Italia  a quella di Brescia a quella di Bologna, non lo sono state mai.

Per la semplice ragione che con questi attentati non si voleva colpire un “obiettivo nemico”, lo scopo era quello di suscitare nell’opinione pubblica rabbia e orrore e quindi, di converso, il desidero che la “legge e l’ordine” fosse ristabilita.

Lo stesso scopo si può raggiungere alimentando una campagna terroristica nella quale i terroristi di varie fazioni si uccidono fra di loro, ma anche dando eccessivo rilievo a fatti di criminalità comuni. In Italia il generale che volesse far marciare le divisioni allo scopo di imporre lo “Stato forte” non ci fu, però i giornali ampiamente parlarono di tentativi di colpi di Stato organizzati dalle destre con la complicità dei servizi segreti e anche la magistratura indagò su questi fatti ed alcuni generali furono processati.

L’interpretazione che il movimento diede dei fatti di Milano fu giusta, ma la reazione sbagliata.

Individuato il pericolo, bisognava mobilitarsi a difesa della democrazia e in effetti le reazioni della sinistra istituzionale andarono in questa direzione, ma nel movimento prevalse l’altra tesi: “Ci vogliono distruggere, preparano il colpo di Stato, quindi anche noi dobbiamo prepararci alla difesa, alla violenza si può rispondere solo con la violenza, il nemico è lo Stato, dobbiamo combattere lo Stato”.

Questa dicono che fosse la tesi di Feltrinelli – e la morte misteriosa dell’editore sembrò confermarla.

Va detto che nel movimento nessuno mai credette alla favole della bomba esplosa mentre Feltrinelli stava per far saltare un traliccio. Come può venire in mente ad un uomo ricco, potente, l’idea di mettersi sulle spalle una carica di tritolo ed andare a far saltare un traliccio dell’Enel? Ma questa fu la versione ufficiale. Si disse pure che Feltrinelli aveva preso contatti con alcuni banditi sardi per organizzare una guerriglia indipendentista in Sardegna.

Nacquero così i presupposti e la giustificazione ideologica della lotta armata. Mancavano ancora i soldati. Negli anni delle manifestazioni molti studenti avevano interrotto gli studi per dedicarsi anima e corpo al movimento.

Molti altri si laurearono, ma si erano troppo compromessi per potersi inserire nella società. Lo statuto dei lavoratori vieta alle aziende di assumere o licenziare in base alle opinioni politiche dei dipendenti. Quanto questa legge sia rispettata, ho potuto constatarlo sulla mia pelle. Io avevo partecipato attivamente all’occupazione di ingegneria, tuttavia ufficialmente non ero “compromesso” né “schedato” in quanto non ero mai stato fermato dalla polizia, non avevo conosciuto le stanze della questura, né mai avevo commesso azioni violente. E tuttavia quando dopo la laurea cercai lavoro, tutte le porte mi furono chiuse, dovetti emigrare.

Molti studenti del movimento dopo la laurea rimasero disoccupati e senza alcuna prospettiva di trovare lavoro. Altri avevano conosciuto il carcere e, dopo, l’emarginazione. Ma nel carcere erano entrati in contatto con elementi della malavita comune che essi cercarono di politicizzare, riuscendovi talvolta, e imparando da essi l’uso delle armi e della violenza come metodo per risolvere le questioni politiche.  E ci furono persino alcuni  carcerati per reati comuni che furono politicizzati dagli studenti: secondo autorevoli giornali lo stesso Feltrinelli tentò di fare del bandito Mesina un guerrigliero, uno “Che Guevara sardo”.

Del resto una nuova teoria politica stava nascendo: la classe operaia era ormai “integrata”, i dirigenti dei partiti della sinistra tradizionale erano “imborghesiti”. Gli unici in grado di accogliere un messaggio “rivoluzionario” erano gli emarginati delle borgate, i disoccupati, ed i più disperati fra questi: i detenuti e gli ex detenuti.

Nacquero così i primi nuclei di borgata.

“Che mi dici Fantasio della nascita delle BR, del delitto Calabresi, del delitto Moro…” “Proprio niente ti dico, in questo libro io racconto delle mie esperienze personali e di ciò che logicamente posso dedurre dalle mie esperienze . Quando avvennero i fatti di cui mi parli io già non ero più in Italia.

Sul terrorismo ricordo di aver letto una favola che ti voglio raccontare:

 

Un pastore avido possedeva un gregge di pecore che tosava senza pietà fino a scorticarle. Per quanto miti, le pecore si stancarono di subire tutte quelle vessazioni e cominciarono a fuggire; ogni volta che, dopo il pascolo, le riportava all’ovile, il pastore si accorgeva che qualche pecora mancava. Che fare per riportare l’ordine?

Chiese consiglio al Gran Pastore dei Pastori. “libera il lupo- disse costui- e poi spargi la voce che il lupo è nelle vicinanze, le pecore torneranno spontaneamente all’ovile”

Avvenne proprio così, ma non fu più possibile catturare il lupo che ancora si aggira attorno agli ovili.

Ti posso anche dire, non so se come aggravante o a parziale discolpa della classe politica italiana che la repressione avvenne a livello mondiale, in coincidenza o preceduta o immediatamente seguita dalla morte per mano violenta o naturale delle grandi personalità che sostenevano il movimento:

Che Guevara, Martin Luther King, Ho Chi Min, Mao Tse Tung, Sartre, Bertrand Russell e molti altri che, celebri un tempo, improvvisamente scomparvero dai giornali. Contro la famiglia dei Kennedy in America si scatenò una vera e propria campagna di linciaggio morale .

Fuori d’Italia la repressione fu più violenta: colpi di stato militari in Sud America con stragi e “desaparecidos” a migliaia, intervento militare russo in Cecoslovacchia, colpo di Stato sanguinoso in Indonesia, messa al bando delle “Guardie Rosse” in Cina, colpo di Stato in Grecia. In controtendenza la rivoluzione dei militari portoghesi che posero fine alla dittatura di Salazar e restituirono l’indipendenza alle colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico. Purtroppo in questi paesi scoppiarono sanguinose guerre civili.

In Cile la breve esperienza socialista di Allende fu soffocata dai militari di Pinochet.

 

Il movimento del ’68 fu differente dai  movimenti rivoluzionari dei secoli scorsi poiché  a scendere in piazza e a manifestare chiedendo un radicale cambiamento della società, non furono le masse proletarie, ma furono studenti ed intellettuali, perciò la repressione violenta del movimento ebbe come prima conseguenza quella di decapitare molte nazioni privandole della futura classe dirigente.

Fu così che quando in molti paesi fu ristabilita la democrazia  venne a mancare tutto quel ceto che avrebbe potuto guidare un cambiamento sostanziale della società.

Scomparve la dittatura dei militari ma rimase al potere una classe politica ancorata alle  idee precedenti il ’68, anzi alle idee del secondo ottocento, quelle che portarono alla grande guerra.  Gli ideali del socialismo furono dovunque sopraffatti.

Qualcosa di simile accadde nell’Italia subito dopo l’unità quando garibaldini e mazziniani che più e meglio avevano combattuto per l’indipendenza furono messi al bando e perseguitati: anch’essi, a differenza di quanto generalmente si crede, venivano per la maggior parte dai ceti intellettuali e borghesi, pochi furono i contadini e operai che si unirono ai patrioti, e invece molti furono quelli che si unirono ai briganti.

 

Dal Romanzo inedito di Angelo Ruggeri

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Nessun uomo intelligente affiderebbe la costruzione della propria casa a due architetti che avessero idee totalmente diverse su come costruire le case : l’edificio non sarebbe mai completato e se anche lo fosse sarebbe brutto.

Quando in S.Africa cominciai a lavorare in uno studio di progettazione mi accorsi che lì usavano criteri di progettazione diversi dai nostri. Dovetti mettere da parte i libri che avevo portato dall’Italia ed acquistarne di nuovi.

Mi accorsi pure  che in quel paese non si mettevano mai due persone a far lo stesso lavoro condividendo le stesse responsabilità per evitare che a lavoro compiuto l’uno accusasse l’altro per i propri errori. Nei cantieri non si tollerava che uno invadesse il campo riservato ad un altro. Anche se ciò non era garanzia che il lavoro fosse fatto a regola d’arte perché altri problemi intervenivano a complicare le cose – ogni paese ha i suoi problemi-  tuttavia si evitavano le continue liti, gli “scarica-barile” il “chi è stato lo s. che..” e l’innocente poteva scagionarsi da false accuse semplicemente dicendo “ ma quello non era compito mio. Interrogate chi aveva la responsabilità per quel lavoro.” Purtroppo in Italia questi semplici principi non riescono ad affermarsi, qui vale il principio : “siamo tutti sulla stessa barca, controllati e controllori, governo e opposizione” ed anche l’altro “la torta appartiene a tutti, piccola o grande tutti abbiamo diritto ad una fetta”. Quando poi si arriva al “chi paga?” scoppia la bagarre.

In quanto al proprietario della casa mal costruita da molti architetti, egli non saprebbe più a chi rivolgersi per rimediare ai danni, non potendo accusare nessuno ed avendo perso la fiducia in tutti. Un sistema politico  si chiama democratico non quando tutti governano insieme pur avendo idee differenti, ma quando chi ha idee differenti da quelle di coloro che governano è libero di manifestarle.

Cioè:  un sistema democratico deve permettere a chi governa di realizzare il proprio programma, consentendo a chi non approva di opporsi con i mezzi ed i metodi che la Costituzione definisce. Fare “ammucchiate” non è democrazia e non lo è opporsi sempre ad ogni provvedimento del governo semplicemente allo scopo di metterlo in difficoltà e farlo cadere.

La superiorità della democrazia sulla dittatura sta nel fatto che essa permette il dibattito, il libero confronto delle idee .

“Questi sono i problemi che la nostra società deve affrontare e risolvere, chi ha soluzioni da proporre si faccia avanti e le illustri al popolo. Il popolo sovrano faccia la sua scelta, ovviamente uomini ed idee devono essere in accordo fra loro, cioè non si può dare il potere a Tizio perché realizzi il programma di Caio se i due hanno idee diverse. Governi Tizio se il popolo ha scelto il suo programma politico e Caio faccia l’opposizione nel modo consentito dalle leggi ; se le sue idee sono migliori verrà il momento in cui il popolo sceglierà lui per governare.

E non venga mai a nessuno in mente di costringere Sempronio, il quale ha idee proprie ed è miglior oratore sia di Caio che di Tizio, di rinunciare alle proprie idee e farsi paladino di quelle degli altri due, cosa che gli italiani generalmente fanno con tutti gli scrittori con effetti che talvolta possono essere veramente drammatici.

Purtroppo stare all’opposizione non piace ai politici, non offre le soddisfazioni che prova chi sta nelle stanze del potere. Allora essi cercano con ogni mezzo di entrare nel palazzo anche a costo di rinunciare agli obiettivi che si erano originariamente proposti. “una volta dentro- essi ragionano –sarà più facile ottenere per il popolo quello che ci eravamo proposti”.

Il realtà succede che troppa gente nel Palazzo, tutti che vogliono comandare, portano solo confusione. Poi per quanto sia grande il Palazzo e tenga le porte aperte, troppa gente non vi può entrare, fuori c’è la piazza che preme e incalza. A poco a poco il popolo perde fiducia in tutti. Oggi vediamo il presidente Ciampi esortare il popolo alla fiducia, qualche anno  fa abbiamo udito il presidente socialista Pertini lanciarsi in affermazioni ancor più entusiaste, “La casa è bellissima”. Certo avendo per tanti anni lui e gli altri della sinistra sostenuto la politica dei compromessi , Pertini, eletto presidente, non poteva smentire se stesso ed i propri compagni, così come oggi l’attuale presidente che fu già per un lungo periodo alla guida della Banca d’Italia, non può lasciarsi scoraggiare dagli scandali finanziari di questi giorni. “Siamo tutti nella stessa barca, dobbiamo aiutarci a vicenda”.

Entrambi potrebbero dire: “quando noi eravamo giovani la gente mangiava pane e polenta, i bambini camminavano scalzi e nelle scuole, quando c’erano, si insegnava a credere, obbedire e combattere. Ne abbiamo fatti di progressi da allora!”

Questo è vero, ma i giovani possono ribattere che l’aver studiato non giova se dopo si è condannati alla disoccupazione perché comandano gli ignoranti ed il benessere del quale hanno goduto i padri è stato ottenuto divorando le risorse del paese, quelle che appartenevano anche alle future generazioni.

“Ci avete lasciato uno stato in dissesto, con debiti enormi. Avete fondato il futuro del nostro paese sopra risorse che non c’erano, su un’industria che oggi sta smantellando.

Avete devastato il territorio in pochi decenni più che non sia stato fatto durante molti secoli e quali esempi di democrazia e di onestà ci lasciate!”

Ma a questo discorso le massime autorità dello Stato non rispondono mai, preferiscono invece invitare all’ottimismo il popolo ogni qualvolta accadono eventi che farebbero inclinare gli animi della gente al pessimismo.

I messaggi di fine d’anno delle massime autorità italiane lo provano sufficientemente.

A cura di Angelo Ruggeri

PREMIO NAZIONALE DI POESIA; NARRATIVA E FOTOGRAFIA  ALBERO

ANDRONICO- V Edizione 2011


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 “Fantasio tu parli generalmente male degli uomini politici ma io ti chiedo: per arrivare nei luoghi alti del potere gli uomini politici devono possedere qualche buona qualità, altrimenti non si spiegherebbe, con la competizione feroce che c’è, come mai alcuni, pochi fra tanti, raggiungono le vette e vi rimangono per tanto tempo.”

“Devono possedere delle qualità, non necessariamente buone e le qualità necessarie per conquistare il potere sono spesso in contrasto con quello che occorrono per ben governare.

Chi aspira al successo, in ogni campo ma soprattutto in politica , deve essere animato in primo luogo da una forte ambizione.

L’ambizione non è di per se una qualità negativa perché è sempre uno stimolo all’azione e chi non la possiede non farà mai niente di notevole.

Ma in chi si dedica alla politica essa è strettamente legata al desiderio di potere ed in ciò sta il male, perché chi governa, lo sostengono tutti i filosofi, deve in primo luogo servire il popolo , cioè porre come fine della propria azione il bene pubblico e non quello personale  o quello della parte che lo ha aiutato nella scalata..

Per ben governare occorre molta onestà e la capacità di sapersi mettere al di sopra delle parti e per conquistare il potere è necessario in primo luogo saper ingannare ed illudere gente di tutte le parti, con promesse che non sarà possibile mantenere perché, avendo a disposizione risorse limitate, è impossibile accontentare tutte le classi sociali che hanno interessi contrastanti.: imprenditori e operai , giovani e anziani, pensionati e disoccupati , piccoli commercianti  e megastores. L’onestà personale può non essere sufficiente se non è accompagnata dalla competenza in tantissime arti e mestieri : se è così difficile amministrare un condominio, figurarsi quanto dev’esserlo amministrare una città o uno stato. Però a ciò nessuno pensa quando si va a votare.

L’’argomento è stato ampiamente trattato da Niccolò Macchiavelli:

“ Chi aspira al potere in una società corrotta  deve saper usare con maestria le arti del leone e della volpe cioè conciliare l’astuzia con la forza.

Deve essere bravo negli intrighi, saper adulare le folle, promettere e mentire conservando l’apparenza dell’onestà, concedere di tanto in tanto qualche favore agli “amici”, pensare una cosa, farne credere un’altra,  quando necessario corrompere o in altro modo neutralizzare gli avversari facendo ampio uso della calunnia, non escludendo la violenza.”

 Questo si  faceva in tempi più violenti dei nostri e le pratiche erano considerate “normali” tanto che il  “Principe” di Machiavelli, probabilmente scritto a scopo di denuncia, è stato da molti propagandato come opera seria .Oggi forse le arti del “leone” sono cadute in disuso , ma non quelle della “volpe”: è assolutamente necessario per essere eletti a una qualche carica pubblica saper  mentire..

 Ma questi mezzi usati spregiudicatamente in campagna elettorale, si ritorcono poi contro chi li ha usati quando si trova a dover governare, perché le promesse fatte si devono in qualche modo mantenere.

Se prima la gente si accontentava del fumo, poi vuole l’arrosto, quasi mai si hanno i mezzi per accontentare tutti i sostenitori  e gli avversari non staranno a guardare inerti i vincitori spartirsi la torta, ma in tutti i modi cercheranno di  ripagare con gli interessi. i torti subiti o che pensano di aver subiti.. Lo stesso Machiavelli lo dimostrò, narrando la miserevole fine e i disastri causati da tanti principi del suo tempo, pur abili nell’usare le arti  necessarie a conquistare il potere: “chi di spada ferisce , di spada perisce”, non ci si può illudere di essere invulnerabili contro quelle armi di cui si è fatto ampio uso.

Ecco allora che tutti i nostri governanti  si sono specializzati nell’arte del temporeggiamento e le elezioni si susseguono con una rapidità che meraviglia gli stranieri, Si rinvia al governo successivo quello che non si è avuta né  la voglia né la capacità di fare.

Mio padre  raccontava spesso la storia di un giudice che chiamato a decidere fra due contendenti, li convocò separatamente, prima l’uno e poi l’altro, ed ascoltate le rispettive autodifese, al primo disse: “Tu hai ragione” e altrettanto  al secondo, mandando tutti e due a casa felici e contenti, poi per non smentirsi e non perdere il favore delle due parti rinviava continuamente l’emanazione della sentenza.. Ma questo è un gioco che non si può fare troppo a lungo anche se in Italia spesso riesce perché gli italiani, contrariamente a ciò che essi pensano, sono in politica molto ingenui. .

Le nuove elezioni non risolveranno mai niente finchè non cambia il modo di fare politica , cioè finchè le forze politiche non impareranno a presentare programmi concreti e fattibili , anche  sostenuti da valori ideali. I governi si succederanno gli uni agli altri , inconcludenti e litigiosi, mentre  la situazione del paese peggiora.. Ma anche l’atteggiamento del popolo deve cambiare: è necessario che esso impari a giudicare i candidati dalla capacità dimostrate nella vita attiva e non solo da quelle vantate,  ed anche dalla chiarezza nell’esposizione delle proprie idee e dei propri programmi perché è vero che chi sa ben dire e ben scrivere generalmente sa anche ben fare. Chiarezza nell’esposizione di idee e programmi vuol dire anche saper dimostrare che un provvedimento proposto giova veramente al bene della comunità  e questo è proprio ciò che nessuno fa. Per cui votare in queste condizioni è come giocare al lotto.

Ci vuole poi coerenza fra l’ideologia cui un uomo politico dice di ispirarsi  e i programmi che propone e le azioni che  mette in atto. Quante volte negli anni passati abbiamo visto  partiti ed uomini vincere le elezioni e poi fallire miseramente  nell’opera di governo?

Tutti i capi socialisti europei da Mitterand a Craxi e potrei anche nominare i “riformatori” russi, Gorbaciov in primo luogo, hanno  fallito, confermando che la politica del Giano-Bifronte che consiste per esempio nel fare agli industriali un discorso  ed agli operai uno diverso, illudendo gli uni e gli altri sulla propria sincerità, non permette di restare al governo per lungo tempo. Un socialista  che pratica una politica liberista in economia è destinato a fallire perché scontenta gli uni senza conquistare la fiducia degli altri. Nel passato maestra di questa politica era la chiesa cattolica che così riusciva a soddisfare tutte le parti in conflitto, approfittando della presenza nel suo interno di una gerarchia alta che gestiva i rapporti coi potentati   mondani e di ordini religiosi poveri  che   predicavano al popolo mostrando esempi di povertà. 

Oggi la chiesa può ben dire di aver superato con successo in duemila anni di storia, infinite traversie, rivoluzioni, persecuzioni  etc.., i Re, gli Stati, gli Imperi sono caduti, l’Impero Romano è crollato, così come quello di Carlo Magno, quello degli Asburgo e quello inglese, Napoleone, Hitler e Stalin sono passati,. ma la Chiesa è sempre lì e il suo potere si conserva senza legioni di armati né divisioni corazzate. I fedeli possono vedere in ciò il segno della protezione divina, ed altri la forza della superstizione e dell’abilità politica.

Ma al di là della potenza apparente della Chiesa Cattolica sorge spontanea una domanda: “Degli antichi ideali del Cristianesimo quali ancora oggi vengono insegnati con il Vangelo, cosa   ne è stato in questi duemila anni?”.La pace, la fratellanza universale, la liberazione dei poveri e degli oppressi, cosa ne è stato di tutto ciò?

Per duemila anni popoli “cristiani” si sono massacrati a vicenda ed hanno massacrato popoli non cristiani. All’interno di uno stesso stato, spesso all’interno di una stessa città, cristiani hanno perseguitato e ucciso altri cristiani di idee diverse. Allora ci chiediamo: la potenza della chiesa cattolica non è stata forse fondata sull’abbandono di quegli antichi ideali?

Sui compromessi con i potentati di tutti i tempi e di tutte la Nazioni?

Ma questa politica del giudice astuto ha avuto ed ha altri seguaci: in Italia i socialisti e tutte le sinistre  negli ultimi decenni hanno agito allo stesso modo. Facendo discorsi diversi alle varie classi sociali, essi hanno ottenuto grandi successi: in Italia c’è stato un periodo in cui il Capo dello Stato ed il Primo Ministro erano socialisti, per non parlare degli innumerevoli posti di rilievo in tutti gli enti e corporazioni statali che essi erano riusciti a conquistare.

Ma oggi possiamo direttamente constatare l’efficacia di questa politica: in breve tempo, per iniziativa di pochi giudici e di alcuni giornali, i socialisti hanno perso tutto ciò che avevano ottenuto Il loro capo è stato costretto all’esilio in un paese africano e gli Enti da essi nazionalizzati sono stati restituiti ai privati. Del partito socialista rimangono scarsi frammenti, della politica socialista degli anni passati non è rimasto nulla.

Però- qui sta la cosa interessante- nemmeno quelle forze che si sono succedute nel potere sono riuscite a realizzare i loro programmi, ammesso che ne avessero alcuno , sotto il loro governo la situazione dell’Italia è sicuramente peggiorata, essi hanno distrutto quanto avevano fatto pure di buono i governi precedenti , senza apportare niente di nuovo. Avevano promesso di risanare le finanze dello stato con le privatizzazioni, hanno svenduto i beni pubblici ma il debito pubblico è cresciuto a dismisura, in quanto alla lotta alla corruzione , gli scandali  si sono succeduti agli scandali ,travolgendo  alla fine quella che voleva essere la Repubblica dalle mani pulite!

 

E già sembra che si stia affermando un nuovo gruppo con gli stessi slogan di quelli che avevano fatto cadere la prima repubblica, nuova gente con le mani pulite, ma senza idee e senza programmi.

Articolo a cura di Angelo Ruggeri. Già pubblicato dall’Accademia Belli.

Per saperne di più:http://arspoeticamagazine.altervista.org/

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 Chissà se gli storici di domani, magari ricordando che la storia è fatta di corsi e ricorsi, faranno un paragone tra l’eclatante  caduta di Benito Mussolini (che ci riporta al 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo lo sfiduciò, costringendolo a rassegnare le dimissioni nelle mani del re, che non aspettava altro) e l’inizio della fine  di Silvio Berlusconi (che secondo me riporterà gli storici alla data del 27 novembre 2013).

Ci sono tante similitudini nelle vicende politiche di queste due grandi e controverse figure della recente storia italiana.

Certo il voto di oggi in Senato, a prima vista, non sembra assimilabile a quello che si svolse nel massimo organo del partito fascista il 25 luglio 1943  in danno di Mussolini.

Eppure le similitudini non mancano.

Non  può infatti sfuggire ad una  profonda analisi della giornata di oggi che qualcosa di grave è avvenuto a danno della figura politica di Berlusconi.

E se le massime istituzioni dello Stato italiano (Senato compreso) non avessero già perso agli occhi dei cittadini ogni residua credibilità, qualcosa di molto grave dovrebbe registrarsi anche a danno della Repubblica.

Nel suo patetico crepuscolo Berlusconi, da quell’ingegnoso combattente che egli è, ha tenuto un accorato comizio a Piazza del Plebiscito, mentre non molto distante, a Palazzo Madama, i suoi avversari politici vincevano al pallottoliere della decadenza.

Se l’abilità di Silvio non ha evitato la sua decadenza dal seggio di senatore, è riuscita comunque a mostrare all’ Italia che la sua parabola politica non è ancora del tutto compiuta. E quello sventolare di bandiere azzurre ha contribuito ad addolcire l’amara pozione che i senatori di Palazzo Madama preparavano per lui.

Certo che il nuovo Ciano, che fa pure rima, (Angelino Alfano) e il nuovo Nino Grandi (che potrebbe essere Fabrizio Cicchito) sono pronti, dietro le maschere dell’ipocrisia, a pugnalare a morte il vecchio leader ormai sul viale dell’inevitabile tramonto.

Ma a ben vedere,  in realtà,  questi paralleli sono soltanto un gioco senza importanza.

Questa volta  non ci saranno i tedeschi a soccorrere il duce sfiduciato; anzi, i russi, che secondo  qualcuno erano a in Italia per soccorrere il leader deposto, si sono limitati a firmare contratti ultramiliardari con il nuovo Badoglio e il suo governo; e speriamo che l’assemblea popolare di piazza Plebiscito non  preannunci una nuova, cruenta guerra civile.

Spero perciò che i ricorsi si fermino a quelli già evidenziati e che B. sconti il fio dei suoi errori e delle sue colpe (storiche e giudiziarie) con dignità e rassegnazione.

Anche se ho paura che così non sarà.

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“Il potere logora chi non ce l’ha!” chiosava un grande vecchio oramai trapassato.

Al di là del fascino ambiguo e paradossale di questo apparente ossimoro, ho sempre pensato che invece il potere finisca per logorare chiunque lo gestisca; e quanto maggiore sarà l’incapacità nella gestione del potere, tanto più celere e definitvo scaturirà il suo logoramento.

La gestione del potere, infatti, è un’ alchimia alquanto complessa, fatta di forza, ma anche di fantasia; è una navigazione precaria tra bonaccia e marosi, fatta di dare e prendere, di illusione e materia, di dialoghi fittizi e di monologhi apparenti, tanto più oggi, in questa multiforme e stratificata democrazia che al popolo lascia in realtà poco o niente da decidere.

Lo dimostra anche la vicenda che ha visto da più di  un anno contrapposti la presidenza della Fondazione lirico-sinfonica di Cagliari ai sindacati dei lavoratori dello spettacolo più rappresentativi.

Arcinoto è il pomo della discordia: la presidenza (nella persona del sindaco pro-tempore di Cagliari, presidente di diritto della Fondazione) con l’accondiscendenza non proprio unanime dei membri del Consiglio di amministrazione della Fondazione, pretende di imporre, a capo della Fondazione, nel ruolo di sovrintendente, una figura  di scarso spessore professionale (magari anche con tanti pregi in numerosi altri campi, chi lo sa?), in dispregio non solo delle più basilari norme della gestione pubblica (e anche di quella privata) ma addirittura della sua stessa autonormazione e del tuo stesso Statuto.

Esempio eclatante, questo cagliaritano, di esercizio scriteriato del potere, che ha finito di logorare in capo al sindaco, un credito di potere enorme, riducendolo al lumicino e, forse, avviandolo al definitivo e precoce tramonto.

Nella sua inesperienza (ma qualcuno più maliziosamente parla di arroganza vera e propria) il sindaco-presidente prima si è autovincolato con una “Manifestazione di interesse” che ha sollecitato (giustamente) i legittimi appetiti di grossi calibri del mondo manageriale del mondo dell’opera (44 curricula tra nomi noti e meno noti); poi, inopinatamente, Zedda presenta in Consiglio un 45.mo curriculum, neppure firmato, di una aspirante sovrintendente, che fino a poco prima aveva svolto il ruolo di impiegata del servizio di biglietteria (pare su raccomandazione dello zio d’Italia Gianni Letta) che essendo totalmente priva dei requisiti di “esperienza nel settore dell’organizzazione musicale” e di “gestione di enti consimili”, congiuntamente richiesti dall’art. 9.2. dello statuto della Fondazione e dall’art. 13, comma 2, del d.lgs. n. 367/1996,  (v. sentenza TAR Sardegna n. 695/2013 – parte normativa), gode però della completa fiducia del sindaco-presidente (che qui pretende di comportarsi come un despota).

L’inizio della fine di questa gestione scriteriata del potere si è già vista nella sentenza del TAR sopra calendata. Non credo a grossi sconvolgimenti di un ipotetico ricorso al Consiglio di Stato,  azionabile nei 60 giorni dalla notifica della sentenza in caso di termine breve, oppure nei sei mesi dalla pubblicazione, nel caso di termine lungo (qui la scelta, giustamente,  spetta ai legali dei ricorrenti vincitori), così come non credo che il giudice amministrativo di secondo grado vorrà concedere una sospensione dell’efficacia di cui è dotata la sentenza di primo grado.

Pertanto resta in piedi soltanto il contratto che lega professionalmente la Fondazione e la sovrintendente.  Il contratto, a mio parere (ma si tratta di un parere a livello di blog, per così dire; sempre meglio acquisire i pareri professionalmente validi, nelle sedi a ciò deputate) si trova in una condizione di invalidità. Esso infatti risulta viziato in uno degli elementi essenziali; anzi direi che la volontà della Fondazione, a seguito dell’annullamento delle delibere di nomina della Crivellenti operata dal TAR nella nota, recente sentenza, manca del tutto. Al momento non ho ancora studiato a fondo il profilo di questa invalidità: se fosse di genere assoluto (nullità, per capirci) quel contratto è già morto prima ancora di nascere, e chiunque (anche i lavoratori, ad esempio) potrebbero rivolgersi al Tribunale Ordinario per farlo dichiarare nullo. A seguito di tale nullità la sovrintendente, a pare mio, dovrebbe restituire tutti gli emolumenti percepiti, in quanto mancherebbe radicalmente ogni titolo che giustifichi la riscossione di tali emolumenti. Se si profilasse invece uuna invalidità di tipo relativo (annullabilità, sempre per chiarezza) la situazione sarebbe più complessa e meno netta, ferma restando l’illegittimità e l’irregolarità della nomina a sovrintendente.

Per quanto riguarda i danni, anche qui io farei una distinzione: se chi ha agito istituzionalmente a nome della Fondazione (il presidente di diritto, ad esempio) risultasse avere agito con dolo o colpa grave, non c’è dubbio che dovrebbe lui (o loro, se risultassero responsabili anche altri soggetti) a pagare tutti i danni subiti. Se invece si fosse di fronte ad una incapacità gestionale, a una dabbenaggine di tipo caratteriale, ovvero ad una vera e propria deficienza nel discernere tra il bene e il male, tra il lecito e l’illecito, tra il positivo ed il negativo, beh, in tal caso, pur angosciato come cittadino e come appassionato dell’opera, il problema diventa più complesso sul piano delle responsabilità.

Mi piacerebbe sapere comunque cosa ne pensa la Corte dei Conti; a parer mio chi amministra la cosa pubblica dovrebbe comunque ascoltare i consiglieri più esperti e capaci, soprattutto quando si arriva in giovane età, del tutto inesperti, ad occupare cariche troppo importanti (come è il caso del sindaco di Cagliari, presidente di diritto della Fondazione; anche se qui c’è stato un investimento popolare che comunque giustifica la sua presenza in quello scranno per lui tropppo alto);; io non credo però che la giovane età, l’inesperienza e l’immaturità possano giustificare decisione strampalate, eccentriche ed originali, come quella di nominare un ssovrintendente che non ha neppure firmato il suo curriculum, al di fuori di una procedura adottata dalla stessa Fondazione e contro un’alzata di scudi subito avvenuta da parte di sindacati, mondo politico e una parte della stampa (c’è tutto o quasi scritto nella sentenza del TAR).

In conclusione, non oso pensare a cosa sarebbe successo se i sindacati non si fossero per tempo e con le garanzie di legge; e soprattutto cosa sarebbe successo se la magistratura, da potere indipendente qualee essa ancora è, non si fosse espressa in maniera così chiara e perentoria.

Il potere, comunque lo si voglia definire, è meglio perciò che sia separato, in capo a centri separati e indipendenti, e distribuito in maniera sempre più equa tra datori di lavoro e dipendenti, con la magistatura a fare da garante su uno scranno indipendente.

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Qualcuno ha detto che la cronaca politica di oggi è la storia di domani. E domani i nostri nipoti studieranno nei libri di storia che il 2 ottobre 2013 è stata, per la repubblica italiana, una giornata storica. Quella che doveva essere la data dell’ingloriosa e devastante caduta del governo Letta si trasformò invece in una sorta di rinascita di un premier giovane che in pochi mesi era riuscito a ridare all’Italia un’immagine di efficienza e di credibilità in tutto il mondo.

Chissà se gli storici di domani, magari ricordando che la storia è fatta di corsi e ricorsi, faranno un paragone tra l’eclatante  caduta di Benito Mussolini (che ci riporta al 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo lo sfiduciò, costringendolo a rassegnare le dimissioni nelle mani del re, che non aspettava altro) e l’inizio della fine  di Silvio Berlusconi (che secondo me riporterà gli storici alla data del 2 ottobre 2013).

Ci sono tante similitudini nelle vicende politiche di queste due grandi e controverse figure della recente storia italiana.

Certo il voto di ieri in Senato, a prima vista, non sembra assimilabile a quello che si svolse nel massimo organo del partito fascista il 25 luglio 1943  in danno di Mussolini.

Ieri non si votava contro o a favore di  Silvio Berlusconi ma a favore o contro il premier in carica Enrico Letta. Inoltre proprio Silvio Berlusconi, nella sua dichiarazione, nella giornata convulsa di ieri, ha confermato il suo appoggio al giovane e capace nipote del suo fedelissimo amico e collaboratore di sempre Gianni.

Eppure non può sfuggire ad una più profonda analisi della giornata del 2 ottobre 2013 che qualcosa di grave è avvenuto a danno della figura politica di Berlusconi.

Per la prima volta questo novello duce, che come pochi è riuscito a incarnare e a rappresentare lo spirito più autenticamente liberale, ma anche più contraddittoriamente individualista del popolo italiano, si è trovata in minoranza all’interno del suo stesso partito.

Al punto che l’ex premier, astutamente, ha preferito votare a favore del governo Letta, proprio per nascondere la spaccatura già maturata e evidente del popolo della libertà e della stessa Forza Italia.

Ma quella foglia di fico, paradossalmente, ha messo in evidenza le nudità che si volevano nascondere.

Quel monolite, fatto di ingegno, di etere, di speranze, di vanità, di ridicolo  gallismo e maschilismo puro, di italiche passioni, di legittimo e comprensibile odio anticomunista, ma anche di pericoloso e viscerale amore per un condottiero che prenda decisioni senza consultare altri che il suo ego sconfinato (tutti sentimenti, soprattutto gli ultimi due, molto italiani), insomma tutto ciò che si leggeva nelle pieghe sventolanti delle bandiere azzurre di Forza Italia in questo travagliato e disgraziato ventennio, ieri, 2 ottobre 2013, per la prima volta ha tremato fin dalle sue fondamenta, rischiando di crollare e di sommergere il suo fondatore e i fedelissimi rimastigli a fianco.

Solo l’abilità di Silvio ha evitato il crollo. Ma era evidente a tutti che Forza Italia, quella che abbiamo conosciuto, è finita.

Il nuovo Ciano, che fa pure rima, è Angelino Alfano; mentre Nino Grandi potrebbe essere Fabrizio Cicchito; anche se in realtà questi paralleli sono soltanto un gioco senza importanza.

E adesso?

Beh, io spero che Silvio Berlusconi ci risparmi una nuova repubblica di Salò e una nuova, cruenta guerra civile. Del resto, questa volta, non ci saranno i tedeschi a soccorrerlo e a rimetterlo in sella.

Spero perciò che i ricorsi si fermino a quelli già evidenziati e che B. sconti il fio dei suoi errori e delle sue colpe (storiche e giudiziarie) con dignità e rassegnazione.

Anche se ho paura che così non sarà.

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