Archivio della categoria “libri”

Quando il latino era la prima lingua al mondo, tutti gli scrittori dovevano cimentarsi nelle composizioni letterarie in quella lingua per sentirisi, in qualche misura, parte del consorzio letterario internazionale.

La stessa cosa succede oggi con la lingua inglese.

Piaccia o non piaccia, la conoscenza della lingua di Albione costituisce un veicolo di comunicazione internazionale. E come i nostri antenati dovettero rassegnarsi a veder nascere le mille varianti dei latino-parlanti, nel loro immenso impero, così gli Inglesi, fino al tramonto del loro attuale potere culturale, devono accettare i diversi modi idiomatici di esprimersi degli Americani, degli Indiani, dei Giamaicani e di tutti gli altri stranieri che, in differente misura, entrano in contatto con la loro lingua.

Nella linguascritta  il discorso si fa più sottile e più esigente. La lingua scritta infatti mal sopporta le alterazioni e gli imbastardimenti che invece devono essere, giocoforza, accettati nella lingua parlata. Può tollerarsi magari, in qualche misura, un uso idiomatico di certe frasi, ma occorre stare più accorti, perché la critica letteraria dei puristi può risultare alquanto impietosa, con chiunque si discosti dai modelli classici.

Infatti le regole grammaticali nello scritto sono più stringenti e inoltre la matrice linguistica dei grandi scrittori del passato (i cc.dd. classici) si impone a chiunque voglia cimentarsi nella scrittura della lingua madre. Non di meno io penso che ciascun popolo, anche nella scrittura, saprà distinguersi, nel senso che la propria lingua di appartenenza non potrà fare a meno di influenzare lo scrittore nella elaborazione del suo pensiero e del suo estro letterario nella lingua inglese.

Con questa premessa (che mi auguro dei lettori più preparati di me nella materia possano rilanciare ed approfondire) comunico che  mi sono recentemente cimentato nella scrittura di una commedia in lingua inglese, iscrivendola a partecipare  ad un concorso internazionale che si chiama “stroytelleruk2017″ (il relativo sito è raggiungibile attraverso il link sottostante).

Anche se dirigo un blog in lingua inglese da parecchio tempo e pur se scrivo  in lingua inglese da molti  anni ed ho pubblicato, in quella lingua,  diversi libri, forse questa è la prima volta che partecipo ad un vero concorso internazionale con un’opera composta direttamente in lingua inglese e con ambizioni di carattere letterario (spero non venga considerata troppo audace la mia messa in scena di un nuovo incontro, a 700 anni di distanza,  tra l’inarrivabile Virgilio ed il sommo poeta Dante).

Spero comunque che i miei sette lettori vorranno valutare  i miei sforzi letterari in lingua inglese esprimendo liberamente il loro giudizio attraverso il servizio recensioni di Amazon.

https://www.amazon.co.uk/Travelling-space-time-Virgil-drama-prologue-ebook/dp/B071FB9SGV/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1495895377&sr=1-1&keywords=travelling+in+the+spacetime+with+Virgil

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“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

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Scena Terza

 

Nel salone delle feste del circolo ufficiali del 48° reggimento Piemonte  fanteria di Alessandria si balla un walzer.

I garibaldini indossano ormai l’elegante divisa degli ufficiali piemontesi e mischiati ai vecchi colleghi, ballano con le giovani dame della borghesia alessandrina convenute per dare il benvenuto ai nuovi ufficiali e festeggiare così l’unità d’Italia. Ad un certo punto le coppie, venuta a cessare la musica, si disporranno su due ali laterali: donne a destra e uomini a sinistra.

Luigia Straneo comincerà a cantare l’aria di benvenuto.

ARIA DI LUIGIA

(soprano)

Benvenuti o Garibaldini

benvenuti qui dove son nata!

Benvenuti o figli d’Italia

nella terra che adesso s’inasta

alle terre da sempre sorelle

verso il mare che confini non ha!!

Mentre si formano le nuove coppie e riprende il ballo, i quattro amici, ora in uniforme regia, si ritrovano al centro della scena.

Gaspare

- Che  bella voce! E che incantevole creatura! Sapete per caso come si chiami?

Leopoldo

- Io no, ma Lorenzo e Francesco forse ne possono sapere più di me!

Lorenzo

- Parlate di Luigia Straneo?

Francesco

- Hei,  Gaspare, punti in alto tu!

Gaspare

- In che senso?

Lorenzo

Quella è la figlia primogenita dell’avv. Sebastiano Straneo, ricco viticultore del Monferrato e cavaliere di casa Savoia!

Leopoldo

E bravo Gaspare! Lì troveresti sticchiu, sordi, e cosett’e sida!!!

Gaspare

- Amici, il vostro Gaspare, quando cerca la donna della vita ha ben altro per la testa!

Lorenzo

- E quindi?

Gaspare

-Quindi se potete, fatemi sapere se si tratta di donna dalla irreprensibile condotta oppure no!

Francesco

Ohè! Ma allora fai sul serio?

Leopoldo

- Colpo di fulmine fu!

Gaspare

- E già! Un siciliano quando s’innamora fa sempre sul serio!

ARIA DI GASPARE

(Tenore)

Quando lasciai Mazara

a seguito di Garibaldi

lo feci per amor dell’avventura:

la gloria fu il mio compenso!

Ma anche sotto l’uniforme regia

pulsa il mio cuore intrepido;

Ove non potè il Borbone infame

vinsero i suoi occhi, i suoi capelli biondi

e la sua voce infine lo espugnò!

fine scena terza

…continua…

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Isaia

Cap.- 10

vv 5-19

“Assiria, verga del mio furore,

ti mando contro una nazione indegna

per distruggerla!” E quando il Signore

avrà terminato contro chi regna

su Gerusalemme e Siòn, sarà

il tuo turno a ritrovarti l’insegna

sporca nel fango! Infatti Dio ha

detto: ” Con la forza della mia mano

ho agito con la sapienza che dà

la mia intelligenza. Ogni sovrano

ho deposto, saccheggiando tesori

e spostando confini! Un insano

morbo manderò contro gli invasori,

la luce d’ Israele diverrà

un fuoco, divorando tra i bagliori

ogni cosa, e quel che resterà,

d’alberi e rovi, potrà enumerarlo

persino un bimbo con facilità!

Questo farò per voi e vorrò farlo.

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Ho letto l’interessante libro di Augias e Vannini  che dà il titolo al presente post, edito recentemente  da Rizzoli.

La sua interessante lettura mi ha riportato indietro nel tempo ai miei studi di filosofia, antropologia e storia delle religioni, condotti  invero da appassionato autodidatta, con particolare riferimento su autori come Sant’Agostino, B. Pascal,  E. Fromm, L. Feurbach, J.J. Bachofen e tanti altri illustri studiosi. Nel libro dei due autori italiani ne vengono citati anche altri e più di quanti  non abbia avuto la fortuna di studiare; ma, ripeto, iosono soltanto un autodidatta che ha studiato in maniera disorganica, spinto dalla passione e dalla ricerca della Verità.

Devo confessare che  in materia di fede io mi accontento delle verità semplici, non solo perchè sento mie certe rivelazioni della Bibbia e del Nuovo Testamento in particolare, ma soprattutto perchè le vivo nel mio animo come gioiose e vere.

Ciò non mi ha impedito pur tuttavia di trovare affascinanti certi passaggi del libro; per esempio laddove si rinvengono nelle dee madri, in Artemide, in Era e in altre figure della mitologia mediterranea, le antesignane di Maria, la Madre di Gesù, da noi venerata come Vergine e Santa. Oppure quando i due coautori ripercorrono l’evoluzione della figura materna di Maria, dalle origini ai nostri giorni, all’interno di un percorso le cui tappe sono i concilii di Nicea e di Efeso, congiuntamente alle Encicliche di vari Papi ed altri fondamentali scritti teologici.

Insomma una lettura che non offende i sentimenti di devozione che albergano nei cuori dei Cristiani,  anche se non sfugge che dietro i toni garbati di Augias e le  dotte esposizioni di Vannini si celano da un lato, l’incredulità del laico inveterato e dall’altro,  la scettica riserva mentale di chi è convinto di essere troppo colto per credere in ciò che credono le anime semplici dei devoti che Maria ha saputo attrarre in tutto il mondo, cattolico e non cattolico, tra i cristiani e i seguaci di tante altre religioni nel mondo intero.

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Dopo il fatto di Cana

il Tempio a Gerusalemme,

intanto, di soldi e gemme,

i mercanti avean in tana

di ladri e fartabutti

trasformato; talchè Gesù

li caccio via proprio tutti

a frustate; e per di più

gli disse: “Portate via

queste cose di mercato

che qui avete menato

dalla sacra casa mia!”

E chi sei tu, che osi tutto?”

Gli chieser quei sfidando.

Ed Ei, lor non badando:

“Quando saria distrutto

Io lo riedificherei

in tre albe e tre tramonti”

“Se d’anni quarantasei”

risposero quei tonti

è d’uopo la costruzione?”

Infatti Gesù parlava

della morte che bramava

e della Resurrezione!

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San Giorgio a Cremano è famosa anche per avere dato i natali al grande Troisi.

Da oggi in poi io spero che  diventi famosa anche per la Fiera del Libro, la cui Prima Edizione avrà luogo nei giorni di  sabato e  domenica prossimi, proprio nella attivissima città campana.

Nei giorni 20 e 21 settembre, infatti, si svolgerà a San Giorgio a  Cremano l’importantissima manifestazione culturale dedicata ad autori, editori e lettori”Ricomincio dai Libri”.

Auguro agli organizzatori che essa diventi per loro, per la Campania, per il Sud e per l’Italia intera una tradizione che si rinnovi, in una veste rinnovata e sempre più importante, negli anni a venire.

In bocca al lupo dunque agli organizzatori e atutti i partecipanti alla prima Fiera del Libro di San Giorgio a Cremano.

Per saperne di più:  http://www.lundici.it/2014/09/ricomincio-dai-libri-perche-invero-ricomincio-da-tre/

 

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Chissà cosa direbbe oggi il grande poeta Trilussa delle statistiche che si pubblicano sulle vendite dei libri e sul numero dei loro lettori.

Ecco i fatti: annunciano le statistiche che vengono venduti in Italia circa 68 milioni di libri all’anno!

Bene! Si  potrebbe esclamare; non è poi così male, in fondo; tolti i bambini e gli analfabeti (ne residuano pochi degli uni e degli altri), la media indica che ogni italiano, più o meno, si compra più di un libro all’anno!

Ma occorre fare attenzione: la statistica di Trilussa è sempre in agguato!

Vi ricordate i celebri versi che il  poeta romanesco scriveva tempo fa? Li trascrivo a memoria;  la sostanza, se non la forma,  è corretta:

“La statistica è quella cosa in base alla quale tu te   magni un pollo all’anno!/ E se non rientra nelle spese tue, / allora vor dì che c’è quarcuno che se ne magna due!!!”

Proviamo ora a sostituire i polli coi libri.

Leviamo i libri di scuola: anche se ci fosse qualche studente che ancora li legge, non sono loro a comprarli, ma i genitori.

Non consideriamo neppure i libri comprati dalle biblioteche pubbliche: quelli qualcuno se li legge di certo, ma non li paga lui!

Cancelliamo i saggi inviati a docenti, scrittori e giornalisti.

Domanda: cosa resta?

Risposta: restano i libri comprati dagli scrittori che li scrivono.

Sembra uno scherzo, ma invece è proprio vero!

La maggior parte delle case editrici, infatti, pubblicano soltanto a spese degli autori, subordinando la pubblicazione all’acquisto di un numero minimo di copie da parte dell’autore.

Le copie così acquistate, superfluo dirlo, restano negli scaffali degli autori, non letti ed invenduti.

Riepilogando possiamo  concludere dicendo che in Italia la maggior parte degli italiani non legge e non compra libri. Alla faccia della statistica, appare quindi evidente che Trilussa ha ancora ragione: c’è qualche scrittore che di libri ne compra per dieci o per cento lettori.

Adesso ho capito chi era il Sarchiapone che Carlo Campanini teneva nascosto nel suo paniere in quel suo immaginario  viaggio in treno con Walter Chiari e Ornella Vanoni,  nell’Italia ancora in bianco e nero del 1958!

Ed ho capito persino a quale pollo Trilussa facesse riferimento nei suoi celebri versi sulle statistiche italiane!

E , parafrasando il grande Totò, mi chiedo  se noi italiani siamo dei polli oppure siamo dei sarchiaponi!

 

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di Chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; Aggiungi immaginepiù o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

Attorno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Ho letto da poco il romanzo “Quattro etti d’amore, grazie” di chiara Gamberale, edito da Mondadori.

All’inizio ho faticato ad andare avanti. Mi veniva di mollarlo. Ma ho resistito ed ho fatto bene.

Il romanzo non è male. Di questi tempi magri in cui gli editori pubblicano le più solenni porcherie, trovare un romanzo comunque profondo, al di là dei suoi pur evidenti limiti e difetti, è già qualcosa.

All’inizio, dicevo stavo per mollarlo. Forse più per i miei limiti, che a causa di quelli di cui soffre la storia.

Premetto che io non amo le fictions (e ancor meno le soap opera); in generale non amo la TV (neanche quella vintage, per intenderci; neppure targata U:S.A).

Qualcuno dirà: ma che c’entrano le fictions con il romanzo di Chiara Gamberale?

E io rispondo subito che c’entra; e anche molto.

Il romanzo infatti narra le vicende incrociate di due donne: Erica e Tea. La prima è una specie di moglie-mamma modello, invidiosa dell’altra, Tea, un’attricetta di una fiction di successo dal titolo “Testa o Cuore”, sposata da schifo con un vecchio professore psicopatico, attore e regista fallito,  che la tormenta anche a causa del successo televisivo di lei (che il professore pancione si ostina a definire, con dispregio, soap-opera, mentre in realtà, lo corregge la moglie, si tratta di una fiction; ma per favore non chiedete a me la differenza tra i due generi televisivi; lo intuisco, ma per me fa lo stesso); a sua volta Tea, però, invidia non poco Erica. Le due si incontrano soltanto al supermercato e sono i rispettivi carrelli della spesa a suscitare la reciproca invidia alle due giovani donne. In realtà Erica vede Tea anche in televisione: non si perde una puntata della fiction in cui Tea è protagonista; è coinvolta emotivamente nella storia d’amore di Tea con il protagonista belloccio della serie televisiva (che nella realtà è gay, confidente di Tea ma felicemente fidanzato con un certo Enrico, con cui si sposa alla fine del romanzo). Aggiungete che Tea nei suoi pensieri chiama Erica la signora Cunninghum, in omaggio alla serie televisiva “Happy Days” vero culto televisivo degli anni ’80 che io non ho mai seguito all’epoca, né riesco a seguirlo ora (ma ripeto, lo considero un mio limite; negli anni ’80 odiavo la TV molto più di quanto non la odi ancora oggi).

Insomma, adesso capite perché,  con queste premesse, io stessi per mollare il libro sin dai primi capitoli. Essi infatti si snodano tra le sdolcinerie televisive dei protagonisti della serie televisiva, condite con interminabili liste della spesa scritte a mano e con superficiali banalità di vario tipo (a titolo di esempio: il co-protagonista gay della storia d’amore che fa innamorare tutte le donne d’Italia è già di per sé una banalità, e mi fa pensare a una strizzata d’occhi dell’autrice alla moda del momento, tutta proiettata verso i gay-prides e l’ostentazione della nuova frontiera del terzo e del quarto sesso; ma anche la tormentata storia d’amore fra Tea e il professore-regista è al quanto superficiale e scontata, nella prima parte del romanzo).

Eppure il romanzo decolla più avanti; pur mantenendo il suo ritmo, piatto e lento, la storia si fa più interessante quando il lettore si accorge che la fiction “Testa o Cuore” è in realtà uno specchio in cui si riflettono le due protagoniste. Erica è tutta testa, nella sua storia d’amore con il marito Michele; (a proposito, gli uomini, in questo romanzo, ne escono con le ossa rotta; a parte i gay, naturalmente; leggere per credere: il marito di Tea è un invidioso, sadico, incapace di amare, che non vive e non lascia vivere la moglie Tea, che però a un certo punto si consola tra le braccia di un mascolo,  trainer televisivo, nonché italo-americano; Michele, marito di Erica, emerge dalla sua piattezza, ma in senso negativo, quando manda in pezzi il portatile di Erica, esasperato dal fatto che lei chatta in continuazione con i suoi ex-compagni di scuola, sospirando tra rigurgiti nostalgici, fughe in avanti di aneliti omossessuali con una ex-collega di banca e pianti a dirotto per la fine della serie televisiva da lei amata alla follia; Il marito, nello sfasciare il computer contro una parete, le urla: “Rivoglio la donna che ho sposata!” Mi pare che ogni commento sia superfluo.

Tea , al contrario, è tutto cuore, nella sua storia incredibile con un vecchio che non le usa nemmeno il riguardo di farla sentire donna. Io lo definirei un caso di femminicidio civile (o femminicidio bianco, se preferite). Ci sono molti modi per uccidere, anche se fanno più notizia quelli cruenti e sanguinari in voga tra le classi meno acculturate (il popolo dell’etere, se mi consentite il riferimento).

I due mariti sono entrambi di testa; più o meno bacati, ma comunque  senza cuore.

Il fulcro del romanzo sta nell’insoddisfazione che attanaglia le due protagoniste, curiosamente attratte dalla realtà immaginaria (e immaginata) dell’altra, ma paradossalmente entrambe scontente.

At5torno a questo fulcro, a conti fatti, brillano alcuni pensieri dell’autrice che, qua e là, illuminano la scena.

Ripeto: in conclusione un libro che vale la pena di leggere.

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Che il papa emerito Benedetto fosse un fine teologo è risaputo. Stanno lì a dimostrarlo i due volumi della sua fondamentale opera teologica e pastorale, Gesù di Nazaret - Dal Battesimo alla Trasfigurazione  e Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione. A confermarlo nel 2012 è uscito, sempre per i tipi di Rizzoli, “L’Infanzia di Gesù”. Non si tratta di un terzo volume, si legge nella presentazione, ma piuttosto di un Preambolo ai due tomi pubblicati in precedenza.

Nessuno si aspetti tuttavia di trovare nell’ultimo libro di Joseph Ratzinger dei riferimenti biografici  capaci di colmare quelle rilevanti lacune che i quattro Evangeli canonici presentano sulla vita del Cristo. E’ noto a tutti infatti come il Vangelo di Marco inizi la sua narrazione con il Battesimo di Gesù che Giovanni Battista operò quando suo cugino aveva già trent’anni; mentre Giovanni Evangelista pone all’inizio del suo racconto evangelico quel mirabile riferimento al Verbo divino incarnatosi in vesti umane.

Soltanto i Vangeli di Luca e Matteo contengono alcuni scarni riferimenti all’infanzia di Gesù. Il medico siriano, il più prolisso dei due, ci narra tre singoli episodi: la circoncisione, avvenuta quando il piccolo Gesù aveva otto giorni; la presentazione al Tempio di Gerusalemme, fatta quando il divino neonato aveva già quaranta giorni; e, infine, Gesù che insegna nel Tempio dopo essere “sfuggito” al controllo dei genitori, episodio accaduto all’età di dodici anni.  Matteo dal canto suo ci informa soltanto che appena Gesù fu nato, un angelo avvisò Giuseppe di prendere il Bambino e Sua Madre e portarli in salvo in Egitto; e lo fa in una maniera così sintetica da far pensare che tale racconto sia in antitesi con quello di Luca, omettendo ogni riferimento alle due fondamentali tappe di ogni nuovo nato dei maschi di Israele: la circoncisione e la presentazione al Tempio, per l’appunto.

Orbene è proprio su questi episodi “canonici” che l’occhio profondo del teologo Ratzinger  intrattiene il lettore, applicando i due fondamentali principii di ogni buon esegeta: la ricerca del significato del testo evangelico nel momento storico della loro scrittura e una ricerca,  proiettata nel presente, tesa a verificare la veridicità e l’interesse di un testo che per i Cristiani, in prima istanza, riconduce e riconosce lo stesso Dio come Autore.

Ne segue una lettera agevole e affascinante allo stesso tempo, tesa a chiarire e ad approfondire degli episodi che, con la forza dell’abitudine, si tende col tempo quasi a banalizzare, dandone per scontato ogni significato più recondito e tralasciando di porsi degli interrogativi che invece ne arricchiscono la comprensione.

Insomma, un libro eccellente di una persona eccellente.

Certo resta inappagata la curiosità del lettore che vi cercava invece notizie sui primi trent’anni della vita di Gesù.

Ma questo non è un lavoro per teologi sopraffini e così altamente qualificati. Qui la parola deve passare ai poeti e ai narratori, che magari traendo ispirazione dagli Apocrifi, possono soddisfare finalmente la legittimità curiosità di quanti si chiedono ancora come abbia vissuto e come sia stata l’infanzia e la gioventù di questo nostro fratello così importante e così amato (che è anche nostro Dio)  chiamato Gesù Cristo Il Nazareno, che ha voluto regalarci la sua presenza di Uomo sulla terra, condividendo con noi le fatiche di nascere, vivere e morire, per poi risorgere.

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Ho letto recentemente un bel libro dello scrittore Angelo Ruggeri dal titolo “Poeti latini. Lucrezio ed Orazio” Edizioni Il Convivio – 2012. La prima parte è interamente dedicata al filosofo latino Lucrezio, autore del celeberrimo trattato poetico-filosofico “De Rerum Natura”. Il bel libro di Ruggeri illustra l’autore latino e la sua opera magistrale,  tradizionalmente  definita di ispirazione  epicurea, mettendo in evidenza, al di là dei luoghi comuni, la vera essenza del trattato lucreziano; a cominciare dal fatto, emblematico, che esso venne pubblicato (e forse anche emendato) da Cicerone che tutto poteva essere, ma certamente non uno scrittore influenzato dalla dottrina epicurea; anzi, al contrario, egli la osteggiò aspramente (e anche di questo dà ampio resoconto il libro del Ruggeri).

Ampie sezioni del libro sono poi dedicate all’influenza che Lucrezio ha avuto su tanti scrittori della cultura occidentale, italiani e non; due italiani su tutti: Dante e Leopardi.

Insomma un libro scritto in modo chiaro, con passione e cognizione di causa, leggibile da chiunque ami la poesia, la filosofia, la storia, la cultura.

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Prima di essere uno scrittore sono un appassionato lettore. Ogni tanto mi diverto a rileggere i classici; anche quelli di avventura della narrativa per ragazzi. Questa estate sto rileggendo “L’isola mistriosa” di Jules Verne.

Il romanzo, che fa parte della trilogia del capitano Nemo, narra le vicende di cinque naufraghi americani e del simpatico e intelligente cane Top.

Il sestetto, scappando dalla prigionia dei confederati (siamo in Virginia durante la guerra civile americana) dopo essersi impossessati di una mongolfiera, sbarca miracolosamente in un’isola disabitata del Pacifico.

Grazie all’ingegno ed al carisma del capitano Harding i  naufraghi sopravvivono in maniera decente nell’isola sperduta e innominata dell’oceano sulla quale succedono però delle cose strane che fanno sorgere dei dubbi ai nostri eroi sulla reale situazione dell’isola.

Non voglio svelarvi come va a finire per non rovinarvi il finale ed anche perchè sono arrivato appena alla metà del romanzo.

La sua lettera mi sta emozionando per davvero e in certi momenti mi sembra di essere ritornato ragazzo e sogno di trovarmi anch”io, naufrago su un’isola disabitata, alle prese con la vita avventurosa e piena di imprevisti.

Con la speranza che una nave compaia all’orizzonte per trasformare di nuovo la nostra vita.

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Uno dei grandi mali della nostra giustizia è notoriamente la lentezza. Quando ero un giovane avvocato mi arrabbiavo perchè, nonostante l’art. 81 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile fissi in un massimo di 15 giorni   il periodo di rinvio tra un’udienza e l’altra, i giudici istruttori rinviavano (e rinviano tuttora) con un intervallo minimo di sei mesi (ma non mancano, in certi casi,  anche i rinvii di diversi anni).

Molti mi chiedono se ci sia differenza tra le diverse giurisdizioni ed in particolare tra la giustizia civile e quella amministrativa. Lasciando da parte i tecnicismi e l’avvocatese (qualcuno lo chiama  anche giuridichese o legalese) dirò che le differenze sono tante, e i rispettivi processi, anche dopo l’entrata in vigore del c.d. codice del  processo amministrativo (è meglio chiamarlo col suo vero nemo che è: Decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104) mantengono notevoli analogie.

In forza dell’art. 39.  del predetto d.lvo 104/2010, che stabilisce un rinvio esterno, le norme del codice di procedura civile si applicano, in quanto compatibili o espressione di principii generali, anche al processo amministrativo.

Ciò significa che, oltre al già citato art. 81 delle disposizioni di attuazione del c.p.c.(codice di procedura civile), al processo amministrativo dovrebbe applicarsi anche il successivo art. 82. secondo il quale, in caso di impedimento del giudice istruttore, l’udienza (di prima comparizione e di istruzione) s’intende rinviata d’uffico alla prima udienza successiva.

La materia è tuttavia alquanto complessa. Bisogna tener conto che nel processo amministrativo, dove il giudice è sempre collegiale,  esiste un giudice relatore che non può essere sostituito se non in casi davvero eccezionali. D’altronde neanche il giudice istruttore, nel processo civile, può essere sostituito facilmente: anzi guai se una decisione venisse presa senza la presenza di questa figura fondamentale che conosce la causa da cima a fondo ed è colui che materialmente scrive la sentenza. Scusate se semplifico ma possiamo dire che le due figure, quella del giudice istruttore e quella del giudice relatore, in linea di principio coincidono.

Un’ultima annotazione mi sembra importante: nel nostro ordinamento giudiziario esiste un periodo feriale,  dal 1 agosto al 15 settembre,  durante il quale non si tengono udienze (ciò non vuol dire però che i giudici iun questo periodo non lavorino; al contrario il periodo è proficuo per sbrigare gli arretrati, scrivere sentenze, mettere in ordine l’ufficio e quant’altro).

Può accadere così che un rinvio deciso a luglio slitti di sicuro a fine settembre oppure a ottobre come niente (direi se va bene); infatti ad agosto e fino  al 15  settembre non si temgono udienze (escluse le direttissime ed altre urgenze nel penale, nonchè certe cautelari urgenti nel civile e comunque non le udienze ordinarie di nessun tipo o giurisdizione).

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SAPORE D’INFANZIA
ovvero
IL CULTO DEL PANE


La vita può essere paragonata ad una mensa imbandita: piatti prelibati, delizie del palato, profumi esotici, dolcezze morbide e tremolanti come leggere costruzioni di carta velina; ma anche piatti amari, aspri, nauseabondi, pesanti, indigesti.


E le tappe della vita umana hanno un po’ tutti mescolati insieme questi sapori, più o meno raffinati nel piacere, melliflui nella gioia, aciduli nella sofferenza, aspri e amari nel dolore.


Ma il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane è riservato all’infanzia.


Questa poggiava tutta e cresceva intorno ad una pagnotta di pane scuro, con su tanta farina bruciacchiata che, allungando le dita di nascosto, lambivamo come zucchero vanigliato.


Fette di pane asciutto, fette impregnate di vari sapori e altrettanti colori, morbide, tostate, annegate in ciotole di latte spumeggiante ancora caldo di tepore animale, frizzanti per una spruzzata di vino o talvolta di aceto, ricamate a ghirigori di filigrana di biondo olio, intrise degli umori aromatici delle nostre erbe, levigate con sfere succose di pomodori maturi. Puntuale e generoso era sempre lì il pane, nella credenza, unico alimento a portata di bocca. Tutto il resto era di solito tenuto al buio umido della cantina o al fresco asciutto del magazzino.


La maga del sacro rito era la nonna Andreana. Quanta bontà e quanta sicurezza in lei! Non sapeva leggere né scrivere, ma aveva saputo allevare i numerosi figli con sicura dolcezza. A tutti aveva fatto dono della sua affabilità, della sua grazia; a tutti aveva trasmesso un senso profondo della religione, un senso sacro degli affetti domestici, un rispetto istintivo per gli uomini e le cose.


Nell’aspetto era una matrona, una vera matrona. Fianchi poderosi ondeggianti tra le pieghe di una gonna di flanella blu, lunga fino alle caviglie, adorna all’orlo con due o più falpalà; su di essa un grembiule di seta con lunga frangia e piccole tasche colorate. Il petto robusto era costretto in un busto di panno rosso o verde, gallonato e chiuso dinanzi con lacci colorati di seta o cotone. D’ estate le maniche dello stesso corpetto venivano staccate e splendeva nel suo nitore una bianca camicia ricamata, appena rimboccata ai polsi. Indossava calze bianche e turchine e ai piedi pianelle con mascherina di pelle lucida o scarpine accollate e allacciate, con la punta allungata.


Ogni mattina rifaceva la sua chioma candida in piccolissime trecce annodate con un nastrino di velluto rosso e disposte in cerchio attorno alla nuca. Uno spillone grosso d’argento attraversava l’acconciatura . Un fazzolettone a fiorame, dai colori vivaci su fondo nero o bianco, fungeva da copricapo, scendendo fino alle spalle e formando angolo in mezzo alla schiena, mentre ugualmente all’insù erano ripiegate le nocche laterali. Agli orecchi pendevano orecchini di perline a mazzetti, al collo una collana di grossi grani di corallo con pendaglio centrale, alle dita un anello d’oro battuto, foggiato a crocifisso. Non mancava il fermaglio, una grossa spilla che d’inverno serviva anche a tenere uniti i lembi dell’ampio scialle di lana bouclè.


Le sue mani erano morbide e carezzevoli come piume, la sua parola sempre dolce e suadente, la sua anima colma sempre di conforto per la famiglia.
Con le mani appunto riusciva in brevissimo tempo a dare forma a una bianca palude di pasta lievitata che da tempo riposava nella madia , suddividendola in cestelli di vimini. Questi, riempiti a metà, pian piano si andavano colmando fino all’ orlo, continuando la pasta a lievitare sotto un telo di canapa, teso a ricoprire i panieri.


La nonna ne era gelosa in questi momenti e cercava in tutti i modi di liberarsi di noi ragazzini che quasi monelli dispettosi tentavamo tutte le strade per starle tra i piedi, fingendoci buoni e ubbidienti. Poi furtivamente affondavamo le dita in queste morbide forme, osservando stupiti come i buchi impressi dalle dita subito scomparissero al rigonfiarsi spontaneo della pasta. Una volta però uno di noi si accorse per caso che sulla morbida crosta delle forme di pane adagiate nei cesti dopo la cottura, la superficie era raggrinzita lungo i bracci di una croce tracciata nel centro. Al richiamo tutti noi rimanemmo stupiti e attenti osservammo se la stessa cosa si evidenziasse anche sulle altre forme.

Fu proprio così.


Attingemmo allora, senza che nessuno ci facesse lunghi discorsi, il valore per così dire sacro di quel rito che aveva avuto il suo inizio fin dalle tre del mattino.
Infatti non eravamo mai riusciti a capire bene perché fosse necessario ritrovarsi in due o tre, anche quattro di loro a compiere a quella ora ancora buia dell’incipiente mattino un lavoro che secondo noi poteva essere eseguito anche di giorno. Come sempre avviene, non convincendoci le spiegazioni logiche, fantasticavamo sul mistero di questi convegni spiegandoceli come una sorta di riti magici atti a propiziarsi, complice la notte, la buona riuscita dell’operazione. Credevamo che la magia avesse il compito di favorire e soddisfare le esigenze più semplici della vita umana, mentre in caso di estremo bisogno o di grandi favori bisognava piamente rivolgersi ai Santi.
Se pensavamo ciò era perché ad ogni nostra richiesta di assistere alla fase preliminare di quel lavoro, opponevano un secco rifiuto, apostrofandoci: “Dormite, voi !”.
Sicché l’unica cosa che ci era permessa era quella di trasportare i panieri in fila, l’un dopo l’altro, lentamente fino al forno al momento della cottura.


Il forno a cupola occupava un angolo dell’ampia cucina, alla destra del focolare. Basso di cielo, era sufficientemente ampio per poter contenere fino a quindici o venti pagnotte in una volta. Uno sportello di ferro chiudeva l’apertura centrale, e uno più piccolo nascondeva la porticina laterale attraverso cui si spiava l’andamento della cottura.


Il forno veniva dapprima surriscaldato con legna ben secca che ardendo scoppiettava nel suo ventre lanciando lunghe lingue di fuoco all’esterno, su per la muratura annerita. Poi ne veniva ben bene spazzato il pavimento con fronde di rami che fossero fresche, altrimenti la brace ardente, residuo del fuoco di prima, le avrebbe bruciate.
Compiuti i preparativi, la nonna dalle guance ormai completamente rosse e cocenti, ci chiamava invitandoci a procedere piano. Come sacerdotesse allora sfilavamo compunte fino a deporre le nostre primizie come offerte votive sull’altare del forno. E ancora con senso religioso si attendeva la magica trasformazione delle potenziali pagnotte in pane odoroso e croccante.
Saltavamo, cantavamo, danzavamo giocando come in misterici riti, e pregustavamo il piacere di assaporare delle ciambelle della stessa pasta del pane che ci venivano offerte poco prima che le forme venissero tirate fuori dal forno.
Si intendeva in tal modo ringraziare il buon Dio della felice riuscita di tutta l’opera e noi eravamo il tramite che concretamente si avvantaggiava dell’offerta votiva.


Finalmente apparivano una alla volta, regalmente, le forme d’oro brunito, croccanti, odorose. Ancora cocenti erano deposte in larghe ceste di vimini e ricoperte con panni di tela grezza tessuta in variopinte trame ; così venivano trasportate nella stanza che fungeva da dispensa, le cui pareti erano totalmente impregnate del profumo di cibi vari.
Questo avveniva perché esse, le pagnotte, non fossero toccate o maneggiate. Soprattutto dovevano essere desiderate in attesa che il pranzo collettivo ne richiamasse la legittima presenza sulla tavola profumata di lino fresco di bucato, sotto lo sguardo severo del nonno e la magnitudine della nonna. Un fiasco di vetro verde scuro adagiato in un cestello di vimini effondeva nell’aria un corposo profumo che a noi piccoli sembrava di cioccolato, e non capivamo perché dato che erroneamente facevamo risalire all’aglio il nome del vitigno che sentivamo definire “aglianico”. Qualche volta ne assaggiavamo un sorso tra sorrisi maliziosi del nonno e nostri ed occhiatacce della nonna.
Nel frattempo non ci restava che sbocconcellare pezzi di candida ricotta morbidamente adagiata tra le sponde di soffice focaccia, unico possibile trofeo di un rito religioso.


Adriana Pedicini -
Il racconto è tratto dal libro edito I luoghi della memoria, di Adriana Pedicini, arduino sacco edotore 2011

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Voglio proporvi oggi un’interessante corso di Psicoformazione che si terrà ad Iglesias il prossimo 14 aprile 2013 . Pubblico di seguito la locandina con la preghiera della massima condivisione.

 

ore 9,00 – Presentazione
ore 10,00 – Il questionario,
strumento di acquisizione
d’informazioni (esperienza
pratica)
ore 11,00 – Pausa
ore 11,15 – Il gioco di ruolo,
cos’è?
ore 12,30 – Pausa pranzo a
buffet
ore 14,00 – Gioco di ruolo
(esperienza pratica)
ore 16,00 – Pausa
ore 16,15 – La valutazione della
formazione (esperienza pratica)
ore 18,00 – Fine lavori

Iglesias, via Roma 25, 7/B Cell. 3428883603   agusantonio@tiscali.it- marticarta@tiscali.it

 

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Per chi ne avesse piacere, comunico che la Casa Editrice “La Riflessione” di Davide Zedda, organizza una serata di presentazione al Lazzaretto di Cagliari (Salone Principale) sabato 9 febbraio alle ore 17,00. L’autore sarà lieto di accogliervi personalmente e di rispondere alle domande che gli organizzatori e il pubblico vorranno sottoporgli. Vedere Locandina a lato.

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Mr Moonlight è Tito Stagno.

Ho letto recentemente la sua biografia, scritta a quattro mani con  Sergio Benoni (Edizioni Minimum Fax). Un testo che presenta diversi piani di lettura. Uno è quello che riguarda il suo rapporto con la comunicazione ed in particolare con la televisione. Tito Stagno e la Televisione Italiana costituiscono ormai un binomio inscindibile.

Tito Stagno è stato il primo a rendere popolare  il TG Nazionale; è stato l’uomo che ha fatto la telecronaca dello sbarco  sulla Luna, nel luglio del 1969; è stato il primo a condurre la Domenica Sportiva ad un livello altamente professionale; ed è stato il maestro di tanti giovani in TV sino al suo pensionamento, avvenuto nel 1994.

Curioso ed avvincente,  questo piano di lettura conduce il lettore, sul filo della memoria, dalla neonata TV di Stato, negli anni cinquanta, sino alla lottizzazione partitica degli anni 70, al Decreto Craxi pro-Mediaset dei primi anni ottanta e all’affermazione della c.d. TV Commerciale.Non mancano  dei flashes illuminanti sui personaggi che hanno calcato la scena televisiva, politica e sociale di quegli anni, nel bene e nel male: Giovanni XXIII, Giuseppe Saragat, Aldo Moro, le Brigate Rosse, Enzo Biagi, Licio Gelli, Michele Sindona.

Un libro scritto e curato con la perizia di un maestro della comunicazione quale Tito Stagno è diventato, sul campo, teoria ricavata ed elaborata sapientemente dalla pratica; qualcosa che solo i grandi ingegni riescono a fare.

Ma quello comunicativo non è il solo piano di lettura cui si presta il libro di Stagno e Benoni.

C’è un piano di lettura, per così dire,  universale, che guida il lettore nel cammino di un uomo che può fungere da paradigma di un modo di essere, di una maniera di vivere, dove il lavoro è terra di impegno, di sudore, di affermazione e  strumento per la realizzazione dell’uomo  e non, come purtroppo accade oggi troppo spesso, e non solo in TV, terra di conquista per potenti e i loro famigli e clientes.

C’è poi un piano di lettura più personale. Tito Stagno è un profugo dell’Istria, remota provincia della Nazione Italiana, abbandonata a sè stessa dopo le disgraziate vicende della Seconda Guerra Mondiale. Una pagina di Storia Italiana ingiustamente dimenticata e negletta, oscura e sconosciuta, messa da parte per volontà di politici che molto hanno avuto da nascondere e tanto da farsi perdonare; e che nessuno sdoganamento politico è riuscito ancora a recuperare alla memoria nazionale della Patria.

Insomma, una vita avventurosa quella di Mister Moonlight.

Un Sardo cittadino del Mondo, capace e meritevole che si è ritagliato un posto incancellabile nella storia della comunicazione.

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La via stretta che  

conduce al Cielo

Romanzo di Maria Cristina Manca

RECENSIONE   di   MARIANO CUCCU :

«Non siamo più abituati a leggere i romanzi “edificanti” : quelle letture, cioè, che attraverso la narrazione ci indirizzano verso la pratica dei valori fondanti della fede cristiana.

E’ invece il caso di questo racconto (La via stretta che conduce al Cielo – Maria Cristina Manca – Casa Editrice Abbà).

Ad una prima lettura la protagonista sembrerebbe una ragazzina di quindici anni, Laura; invece, man mano che ci si addentra nel racconto, appare in primo piano la figura della nonna, Miriam, con la quale Laura vive da quando le sono morti entrambi i genitori.

Ci sono degli elementi che consentono di collocare l’ambientazione nel mondo d’oggi (il telefono cellulare, la discoteca), eppure tutta la narrazione riporta ad un mondo totalmente diverso da quello che viviamo.

C’è poi un riferimento ad un valore che è vissuto in modo diametralmente opposto rispetto al mondo: la bellezza.

L’autrice sottolinea la bellezza di Laura e di Miriam, ma si comprende subito che quella di cui parla è una bellezza che viene dal di dentro, è la bellezza che nasce dal cuore dell’uomo che fa e vuole il bene.

… «Trillò un telefonino. Rispose un ragazzo in russo! Nonna Miriam sussultò, era la sua lingua d’origine! Sì, quello che giungeva alle sue orecchie era proprio il suo idioma natale … ».

Con queste parole inizia una digressione, un vero e proprio flash-back attraverso il quale la protagonista ripercorre a ritroso tutta la sua vita, a cominciare dal momento della morte di suo padre, che aveva così lasciato lei e il fratello Ivan organi, visto che la madre era già morta anni prima.

Attraverso le vicissitudini avute nella città di Parigi e dopo un incontro casuale (ma per i cristiani esiste il caso?) con un tassista che le fece ritrovare la fede, Miriam si riporta nella realtà di oggi.

L’altro tema costante che percorre tutto il libro è la Grazia: Dio interviene nella vita di tutti i suoi figli, e chi non se ne accorge, sostiene l’autrice, è perché non se ne cura o è distratto dagli innumerevoli impegni della vita.

C’è poi il filo rosso della Provvidenza, al quale spesso le due protagoniste si rivolgono.

Ma ciò che davvero è singolare è il coraggio della testimonianza cristiana.

Di solito oggi sentiamo celebrare un cristianesimo di comodo, sommesso per non disturbare, e soggiogato dalla cultura dominante del più forte, del prepotente, del ricco e del famoso: chi non riesce, peggio per lui, è condannato alla pubblica gogna.

Nel romanzo, invece, Laura, che è affetta da una malattia, muore (ma senza una compiaciuta descrizione dell’autrice) e chiede a Dio di salvare dalla perdizione la sua migliore amica, Mary, per dare un senso alla sua morte: questo viene descritto come un atto di eroismo.

Si parla persino dei Novissimi (morte, giudizio, inferno e Paradiso) e di ciò che attende ogni uomo dopo la morte, per cui non manca l’aspetto della catechesi per chi (e siamo moltissimi) avesse scordato in cosa credono i cristiani.

Insomma col romanzo, che per orecchie abituate al rumore delle discoteche o al turpiloquio gratuito può risultare persino irritante, si recupera il senso della fede in Gesù Cristo:

credere ad una Persona e ad un Evento,

e lasciare agli opportunisti e ai tiepidi il cristianesimo fatto di consigli umanitari e di sterili buone intenzioni.

A proposito, il romanzo viene editato da Abbà, una piccola e coraggiosa casa editrice che sta a Cagliari, e che pubblica anche saggi di carattere religioso ».

Il volume lo si può trovare nelle migliori librerie. O lo si può richiedere

all’Agenzia di Promozione Editoriale Manca Tel/fax  070 – 73 23 296

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Un altro grande scrittore se n’é andato. Lo scorso 5 giugno è venuto a mancare, all’ età di novantadue anni, Ray Bradbury.

Lo scrittore nordamericano ha certamente segnato in maniera indelebile il mondo della letteratura con la genialità dei suoi racconti e romanzi.

Qualcuno ha creato per la sua scrittura  l’etichetta di fantascienza sociologica, perché Ray Bradbury, attraverso essa, intendeva mettere a nudo i segreti che si celano nella società contemporanea.

Fu autore di oltre trenta libri divenuti leggendari, seicento racconti, decine di testi teatrali e riadattamenti cinematografici.

“Non ha mai avuto paura delle cose sconosciute, non ha mai temuto il diverso, il nuovo, l’inatteso”.
Non amava molto internet e, soprattutto, i libri elettronici. Ma é comprensibile in un uomo che, pur intelligintissimo, aveva quasi novantadue.

Egli era nato infatti nell’Illinois nel 1920. Da giovanissimo si era però trasferito nella più ricca california in cerca di fortuna ma anche per sfuggire la morsa della grande depressione che nel 1929 era scoppiata negli USA, estendendosi poi in tutto il mondo c.d. civilizzato.

Quello che mi colpisce sempre, parlando o scrivendo di scrittori americani é che da giovani, per pagarsi gli studi o per sbarcare il lunario, vendevano i loro racconti a riviste specializzate. Una gran cosa! Considerando che in Italia, a certe riviste, se non sei un figlio di X, o del partito o movimento YZ, o della bottega dell’integhillenzia K, non ci arrivi mai.

Il suo più grande capolavoro é del 1953 e si intitola Fahrenheit 451.

Dal romanzo é stato tratto un celebre film diretto da François Truffaut nel 1966.

L’ambientazione è quella di un ipotetico futuro in cui leggere libri è reato e l’unica forma di informazione e istruzione possibile è la televisione, attraverso la quale il governo controlla l’etica e decide cosa è giusto e cosa sbagliato.

Per contrastare il reato di lettura è stato istituito un corpo speciale, i “bruciatori di libri” con il compito di trovare i libri clandestini e, appunto, bruciarli (che visione, ragazzi! a me ricorda certi fanatici e  zelanti barbuti, o anche dei pedanti funzionari cinesi e comunisti,  che oggi (come ieri) bruciano i libri che non riportano la dottrina ritenuta assoluta e veritiera.

C’è chi crede che questo capolavoro volesse essere un richiamo al periodo dei roghi nazzisti dei libri, o ancora un velato tentativo di mostrare la società odierna dei consumi di massa e dei media capaci di plasmare le coscienze.
Ma c’è ancora un’altra ipotesi: gli anni 50 negli Usa furono un decennio molto particolare. Il senatore McCarthy, in carica per dieci anni, creò scompiglio tra politici e non solo, addirittura attori, ossessionato dalla sua tendenza anticomunista. In quegli anni, persone di varia estrazione vennero accusate di essere spie sovietiche o simpatizzanti comunisti e furono oggetto d’indagini e accuse riguardanti le loro opinioni e la loro adesione a movimenti. Furono riservati a queste persone trattamenti poco democratici.

E in effetti Bradbury avvalora questa ipotesi con le sue parole: “Lavorai a Fahrenheit 451 mentre Joseph McCarthy stava facendo vivere un brutto periodo a molta gente e la sua commissione non lavorava davvero secondo i dettami della nostra democrazia. Visto che avevo bisogno di soldi pensai di vendere il racconto a qualche rivista, ma tutti avevano paura di pubblicarla per timore di finire sotto accusa”.

Nell’opera diversi critici trovarono analogie con Orwell (1984) e Huxley (Il mondo nuovo).

Le analogie ci stanno tutte, anche se gli stili di scrittura sono alquanto diversi.

Per saperne di più vai al link sottostante

http://www.scrivendovolo.it/web/2012/06/15/tributo-a-ray-bradbury-di-martina-bortolotti/

 

 

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