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Capitolo Quinto

La Nuova Accademia degli Increduli si riuniva ogni primo e ogni terzo lunedì del mese. Dopo la Devoluzione del 1598 e la conseguente perdita della sede di Villa Marfisa, il luogo della riunione era divenuto variabile. Era stata istituita una rotazione che prevedeva, tramite inviti con messaggi personali, di riunirsi in casa degli associati che avessero avuto la possibilità di ospitare un congruo numero di aderenti, considerando che le riunioni erano conviviali, prevedevano di norma la consumazione di un abbondante pasto ed un numero variabile di convenuti, che oscillava dai dodici ai ventiquattro invitati. Chi non poteva ospitare un numero così consistente di persone (per ragioni di spazio o per ragioni di altra natura) organizzava le sedute dell’Accademia alla Taverna del Saraceno, nei pressi di Porta San Pietro che disponeva di un ampio salone riservato al primo piano e si accontentava di far pagare una quota procapite a tutti i convenuti, levando dall’imbarazzo della spesa gli organizzatori.

Fra i più attivi ad organizzare in casa propria c’erano Annibale Manfredi (che disponeva di un vero e proprio palazzo nei pressi della Chiesa di Giuda e Simone); Odoardo Giraldi Cinzio  (figlio del famoso scrittore ferrarese Giovanni Battista) che aveva casa nel Borgo di Sotto; Federico Brugnoli, musicista e poeta, nipote in linea retta di uno dei maestri ferraresi del grande violoncellista Arcangelo Corelli, che aveva una cascina sulla via dei Sabbioni (la strada che metteva in comunicazione le case del Volano con quelle del  Primaro, i due bracci del Po su cui era sorto il nucleo primordiale della città); e naturalmente Pietro Marino de Regis che aveva ereditato dal Carminate, invero per il tramite di sua madre, la spaziosa casa già appartenuta al grande orafo ferrarese noto con il nome di Galletto, nel vicolo Vrespino (più tardi vicolo Gallo, in onore del grande artigiano ivi vissuto) dal quale il padre putativo di Pietro Marino  aveva comprato casa e laboratorio annesso. E dove un tempo bruciava il fuoco per la fusione e saldatura dei metalli,  ora la fiamma ravvivava le serate conviviali degli artisti Increduli, arrostendo nel contempo fagiani, aironi, anatre oppure maiali, vitelli e pecore mentre tra una disquisizione filosofica e una recitazione aulica i commensali consumavano i primi del giorno.

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Capitolo Quarto

Quando Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, incaricò gli architetti di corte di ampliare la città medioevale di Ferrara, Biagio Rossetti aveva previsto, sollecitato dal lungimirante duca Estense,  che la direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente  Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli,   fosse chiusa da una possente cinta muraria. A difesa delle incursioni delle temute milizie venete, oltre alla predetta cinta muraria e ad un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca Ercole ordinò al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare presidiata da una stanza fissa di 500 soldati, dodici cannoni a bocca di fuoco 120 (a cui suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo,  il cannone denominato “La Giulia”,  che suo padre Alfonso  aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la  morte dell’odiato papa Della Rovere).

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che,  oltre agli alloggi e alle mense dei militari (rigorosamente interdetti, per ragioni di sicurezza, ad ogni estraneo)  comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a  mattone crudo (quando non addirittura fatte di assi di legno) a presidio di orti e frutteti che,  numerosi più delle case,  abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria,  che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli. Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche spiccava una costruzione in pietra che, a ridosso di un’enorme  porcilaia che comprendeva anche un macello, di cui si servivano  tutti gli allevatori del borgo,  per anni aveva ospitato una taverna che dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del  Samaritano” ospitava una  casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo. La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500 (anche se certi documenti sembravano attestare invece la data  del 1577) quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitti ai gestori e proprietari del’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo de Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

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Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

 

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

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Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto).

Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia).

Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

 

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  papa Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

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Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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E quegli accademici, rimasti orfani dei grandi mecenati estensi, seppure sfrattati da villa Marfisa, avevano continuato  ad unirsi in segreto,  aggregando giovani talenti, per niente impauriti dai nuovi sovrani tonacati.

 E dopo la nomina di Barberini al soglio pontificio, erroneamente accreditato di un’apertura che mai emergerà nel  suo papato ( durante il quale si arrivò persino a  processare le nuove idee di Galileo Galilei), decisero di rifondare per l’appunto la Nuova Accademia degli Increduli, provvedendo a cambiarle il nome, per non dare troppo nell’occhio e non finire prontamente nel mirino dell’altra, non meno terribile e ancor più vecchia, Congregazione Pontificia dell’Inquisizione Universale (che più tardi avrebbe assunto il temibile nome di Sant’Uffizio). Ed avevano preso ad unirsi in segreto, inizialmente nella casa di vicolo Vrespino  che il Carminate aveva ereditato dal suo patrigno, oltre che tenersi in contatto epistolare, tra di loro e con le menti italiane  ed europee più fervide di quel secolo nuovo,  così ricco di innovazioni e di idee.

La Nuova Accademia era inoltre, grazie al Carminate (che aveva contatti epistolari con Federico Cesi a Roma e con  Giovan Battista della Porta a Napoli ), una succursale dell’Accademia dei Lincei. E proprio grazie a questa affiliazione la Nuova Accademia era uscita fuori da quei superficiali canoni meramente letterari e goliardici che avevano connotato l’esperienza accademica rinascimentale per tuffarsi, anima e corpo, nel nuovo ordine filosofico, morale e scientifico  che andava delineandosi nei primi lustri del ‘600, ormai maturo per abbandonare la ristretta visione aristotelica del mondo che aveva caratterizzato gli ambienti letterari sino ad allora. Nei suoi programmi, infatti, la Nuova Accademia prevedeva lo studio dell’Astronomia, della Meccanica, della Matematica, delle Scienze chimiche e botaniche, della Fisica,  della Filosofia  e della Morale, in sintonia coi  grandi visionari della nuova comunità scientifica, quali Tommaso Campanella, Francis Bacon e Galileo Galilei, le cui idee si andavano diffondendo sulla scia del sentiero spianato, forse suo malgrado,  dal grande scienziato polacco Niccolò Copernico (che non a caso, a Ferrara era stato di casa in gioventù).

Adesso, anche se non più giovanissimo, Pietro Marino non aveva smesso di sognare; pur conscio dei rischi che correva, aveva iniziato a scrivere “Il Manuale del perfetto orologiaio”, un racconto con il quale, sotto forma di autobiografia, intendeva diffondere le idee con cui  il grande scienziato Copernico, nel suo libro “De revolutionibus orbium coelestium “, aveva rivoluzionato la visione del mondo. Il libro di Copernico era stato prontamente censurato dalle gerarchie pontificie e messo all’Indice; ma i membri della neonata Accademia ne possedevano diverse copie e ne discettavano assai spesso nelle loro riunioni segrete.

-“ Le ho gabbate una volta, quelle sottane” – si vantava Pietro Marino con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – “ e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!”

La sua idea di fondo era quella di descrivere il nuovo sistema eliocentrico usando come metafora il funzionamento dell’orologio meccanico, la forza propulsiva dei pesi di trazione ed il movimento circolare e concentrico delle ruote del traino meccanico.

Dagli amici poeti e dai colleghi della potente corporazione degli orologiai Pietro Marino era stato sempre tenuto in grande considerazione. Dai versatori ancor di più dopo che un legato testamentario del Notaio Marino (a lungo referendario e protonotaro alla corte  del duca d’Este) lo aveva riconosciuto, in articulo mortis, come suo figlio naturale, dotandolo di una rendita annuale di 20.000 scudi d’oro all’anno, grazie al legato di una estesa cascina viticola  in Greve di Chianti; nonostante la conferma di quella illustre discendenza, vera o presunta ma comunque già adombrata nel doppio nome attribuitogli dalla madre, Margherita De Regis(una sartina la cui famiglia aveva, da sempre,  servito le nobili donne del casato d’Este), Pietro Marino, grazie al suo carattere generoso e nel contempo ribelle e anticonformista, era riuscito nell’impresa di unire sotto le insegne della Nuova Accademia degli Increduli i  migliori poeti delle due correnti letterarie che allora si fronteggiavano lungo l’italico  stivale. Nel 1623 avevano infatti aderito all’Accademia, tra gli altri, Antonio Muscettola, Giacomo Lubrano, Girolamo Preti, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Angelico Aprosio, Federico Meninni, Girolamo Aleandro, Scipione Errico, insieme a Tomaso Stigliari, Gabriello Chiabrera (più tardi seguito da Fulvio Testi), Erasmo da Valvasone e Federico Della Valle; tutti questi eccelsi letterati, sotto le stesse insegne dell’Accademia degli Increduli  riuscivano a superare le differenze e le rivalità, rinforzati da altri autori, più o meno conosciuti, che non si riconoscevano in nessuna delle due correnti opposte, come Tassoni, Bracciolini, Croce, Tesauro, Peregrini, Gòngora e tanti altri ancora. E seppure l’epoca d’oro dei grandi madrigalisti Luzzaschi, Gesualdo, Striggio e Fontanelli a Ferrara era ormai tramontata, non mancavano nella Nuova Accademia degli Increduli  grandi musicisti e pittori di talento.

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Un altro professore che ricordo con affetto e ammirazione è Giacomo Gavazzi.

Era titolare della cattedra di Teoria generale del diritto.

Le  sue spiegazioni volavano in alto, come il fumo delle Marlboro che fumava ininterrottamente durante la lezione. Le sue parole avevano anzi  la stessa densità e la levità del fumo delle sue sigarette: parlava infatti  espirando il fumo ispirato come prima.

Il prof. Gavazzi aveva tradotto (non saprei dire adesso se dal danese o dall’inglese) il libro di testo di Alf Ross, “Diritto e Giustizia” che avevamo in adozione.

Debbo confessare che anche questo lo avevo divorato con interesse e curiosità. In quegli anni sentivo dentro di me una grande forza che mi spingeva ad apprendere.

Allora, come d’altronde ancora oggi, immaginavo l’Università (e lo studio in generale) come una grande scala, i cui gradini, nel salire, ti consentono di vedere il mondo dall’alto. E più sali e più riesci  a vedere ed a capire del mondo che ci circonda.

E le lezioni di Teoria generale del diritto mi chiarivano le idee sul significato più profondo del diritto, sulla sua funzione, sul senso che le norme giuridiche acquistano in rapporto alle vicende umane ed in relazione alle altre norme che giuridiche non sono; alla stessa stregua in cui le istituzioni e la storia del diritto romano mi mostravano il cammino millenario che l’uomo aveva percorso per giungere ad essere ciò che oggi siamo in termini di organizzazione e di disciplina delle relazioni umane, sia quelle tra uomini e sia quelle tra gli uomini e le altre entità giuridiche, pubbliche o private che esse siano; così come il diritto costituzionale mi avrebbe mostrato, più in là negli esami, l’organizzazione politica   in cui dal centro si dipana la fitta rete dellle strutture e degli enti politici, partendo dalla base elettorale e dalle cellule sociali di base che quella rete alimentano con la linfa democratica, tanto  più fluida e pulita, quanto più genuina ed onesta risulti essere quella base organica (e viceversa).

Più tardi avrei imparato che le categorie giuridiche sono una conseguenza dell’assestamento di quelle economiche e che sono queste ultime, in realtà, quelle che dettano le regole. Ma al tempo ero troppo ingenuo per capirlo.

Adesso che i miei sogni di affrancazione e di riscatto, coltivati negli anni degli scioperi e delle battaglie scolastiche,  mi avevano abbandonato, mi aggrappavo allo studio e alle lezioni di quei grandi uomini per dare e per trovare un senso nella mia vita, cercando di dipanare quella matassa che mi si era aggrovigliata nell’animo sin dalla prima adoloscenza.

Oltre a quelle lezioni mirabili, lenivano le mie angustie esistenziali le canzoni che ascoltavo alla radio oppure da certi miei amici, sempre all’avanguardia con i dischi e con gli impianti stereo. Talvolta, come nel caso degli Inti Ilimani,  mi infiammavo nel pensare alle ingiustizie del mondo e alla possibilità che il popolo unito potesse porvi veramente fine.

Ma ormai io mi sentivo sempre di più un sasso di fiume, un ciottolo abbandonato alla corrente che accetta con fatalismo di essere condotto dove la corrente fluisce, senza più forze e senza più voglia di  ribellarsi.

Così, nonostante avessi due fratelli maggiori che avevano già svolto il servizio militare, nonostante il mio favismo, nonostante avessi avuto il diritto di chiedere il rinvio per ragioni di studio (dato che negli esami ero del tutto regolare), arrivò a casa la chiamata alle armi ed io non feci niente per chiedere il rinvio (ed ancor meno fece mio padre, il quale era convinto che il servizio militare fosse una panacea che faceva guarire tutti i mali esistenziali e che fosse una insostituibile ed impareggiabile scuiola di vita).

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Nel primo anno di giurisprudenza non vi è dubbio che la materia più importante sia diritto privato.

Essa è propedeutica per la comprensione e lo studio delle materie degli anni successivi. Contiene inoltre numerosi paradigmi e strutture che gli studiosi delle altre materie utilizzano di frequente alla base dei loro ragionamenti, facendovi riferimento assai spesso nel corso delle loro spiegazioni.

Non di meno io mi appassionai molto di più al diritto romano.

Non voglio dire che il prof. Palermo (allora titolare della cattedra di diritto privato in quell’anno accademico 1973-1974) non fosse un bravo oratore. Tutt’altro. Le sue spiegazioni erano chiare ed intelligibili, oltre che infarcite di riferimenti alle istituzioni di Gaio ed ai responsa di Ulpiano e Modestino.

Anzi, forse fu proprio per questo che mi innamorai delle istituzioni di diritto romano.

Basti pensare che quasi tutti gli istituti del diritto privato che spesso troviamo nel codice civile, quali il possesso, l’usufrutto, la stessa obbligazione e perfino l’illecito affondano le loro radici nel diritto romano.

Perciò, istintivamente, al di fuori di ogni senso pratico e per il solo amore della conoscenza, presi a seguire con maggior passione le lezioni del prof. Carlo Augusto Cannata.

Se il prof. Palermo poteva dirsi un fine dicitore e un valente oratore, il prof. Cannata era in aggiunta un attore.

Nell’esporre le antiche formule del diritto romano egli mimava i gesti e pronunciava le parole che i pretori del foro romano dovettero allora pronunciare in risposta alle istanze e alle difese dei valenti patrocinatori romani.

Ed io, mentre lo ascoltavo, lo immaginavo avvolto in un drappo di seta forense, che con una festuca in mano ordinava perentorio “Mittite ambo hominem!”, accincendosi a sciorinare quelle sacre formule ereditate dagli annali dei Pontefici e  dalle Dodici Tavole, su cui si resse prima la Res Publica e poi il grande Impero Romano, dal sommo  Cesare Augusto sino al trepido Augustolo.

E che altro sono la “Demonstratio”  e la “Intentio” di imperiale, giuridica  memoria, se non la parte motiva e le conclusioni su cui ancora plasmiamo i nostri atti giudiziari, noi avvocati del terzo millennio?

Dentro di me sentivo di dover andare alla radice dei problemi; studiare il passato per capire meglio il presente; o forse volevo soltanto perdermi nei risvolti della storia, rifugiarmi nell’antichità per sfuggire un futuro che mi spaventava ed un presente che non capivo.

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Dopo il diploma, conseguito nella maniera rocambolesca che ho già narrato, mia madre convinse mio padre che avrei dovuto frequentare l’Università.

Non so che peso avesse avuto una simile richiesta nel loro equilibrio di coppia, ma mio padre, accantonata per il momento l’idea di farmi diventare il contabile dell’azienda di famiglia,  acconsentì di buon grado.

D’altronde mio padre non si era mai interessato ai miei studi, delegando tutta la questione (colloqui con i docenti inclusi) a mia madre. Debbo aggiungere, per onestà e completezza che il mio buon vecchio non mi fece mai pesare la mia condizione di primo e unico studente in una famiglia numerosa di lavoratori, come invece, ad un dato momento, fecero esplicitamente alcuni suoi coadiuvanti, pressati da mia madre che rivendicava le risorse finanziarie necessarie per farmi studiare.

 I miei genitori sono stati entrambi un fulgido esempio di generosità e abnegazione (mio padre, a detta di mia madre, anche troppo).

Basti pensare che quando si ritirò dagli affari regalò ai miei fratelli allora coadiuvanti (i due maggiori, pur tuttavia con motivazioni assai differenti e con elargizioni e concessioni quanto mai sbilanciate, se n’erano già andati di casa e si erano creati un’impresa autonoma e indipendente)  entrambe le gioiellerie di cui era unico titolare (con tutta la merce, gli utensili , le vetrine e gli arredi, con annessi, connessi e stigliature e  compreso l’avviamento) senza chiedere niente in cambio, neppure una lira.

La mia scelta cadde sulla facoltà di giurisprudenza. Si trattava comunque di una prima scelta: la professione forense era una delle mie priorità, dopo avere scartato il giornalismo, che pure mi attraeva non poco (ma allora occorreva andare a Perugia e io non ebbi neppure il pensiero, non dico il coraggio,  di chiedere ai miei genitori di essere mantenuto fuori sede, tanto più che l’appartamento che mio padre aveva comprato in città nel 1969, era a un tiro di schioppo da viale Frà Ignazio, la sede storica della facoltà di legge).

Anche lo psicologo e l’interprete mi affascinavano come professioni ma all’epoca,  a Cagliari,  non esistevano delle facoltà specifiche per le relative lauree e, in tal caso, avrei dovuto chiedere ai miei di mandarmi a Venezia,  a Napoli oppure a Roma.

Insomma, per farla breve, la mia domanda, indirizzata al Magnifico Rettore dell’Università di Cagliari, indicava la facoltà di giurisprudenza come richiesta di iscrizione.

A quel tempo la domanda di iscrizione andava presentata rigorosamente entro il 5 novembre di ogni anno e le lezioni iniziavano subito dopo quella data.

Così a Novembre mi ritrovai sui banchi di legno della facoltà di giiurisprudenza di viale Frà Ignazio.

Gli esami del primo anno erano: Diritto Privato, Istituzioni di Diritto Romano, Storia del Diritto Romano, Filosofia del Diritto ed Economia Politica,  più un esame complementare.

Economia Politica la accantonai, pensando di sostituirla prima della laurea (in realtà, strada facendo, mi venne in mente che,  oltre a fare l’avvocato,  mi sarebbe piaciuto anche fare l’insegnante, per cui buttai dentro il piano di studi, oltre all’Economia Politica (comunque già prevista),  tutta una serie di esami che spaziavano dal diritto tributario (la cattedra, al tempo, era tenuta dal grande studioso Antonio Basciu) alla Scienza delle Finanze e al Diritto finanziario (allora retaggio dell’illustre prof. Umberto Allegretti).

Come esame complementare per il primo anno scelsi Teoria Generale del Diritto i cui corsi erano tenuti dal prof. Giacomo Gavazzi.

Decisi che il tempo degli scioperi era da considerarsi per me definitivamente archiviato e mi ripromisi che avrei pensato soltanto a studiare (mantenni la promessa riguardo agli scioperi, anche se le interruzioni del mio percorso universitario furono più di una, come avrò modo di narrare al paziente lettore).

28. continua…

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A scuola rientrammo l’8 gennaio, dopo l’Epifania, come d’abitudine.

Per il secondo anno consecutivo, però, il rientro dalle vacanze di Natale non segnò la fine degli scioperi.

Adesso si riprendeva a protestare già dopo qualche settimana di studio (a ridosso delle interrogazioni di fine quadrimestre) e poi si proseguiva,  tra alti e bassi,  sino ad aprile-maggio, quando con gli appuntamenti  canonici ed  imprescindibili, del 25 aprile e del 1° maggio ci si ritrovava nelle piazze per chiudere la stagione delle proteste.

Gli animi degli studenti erano dunque ormai accesi praticamente per tutto l’anno scolastico.

Uno dei temi nazionali, oltre al tema delle stragi di Stato, ormai entrato nel linguaggio extra-parlamentare corrente, era quello del riconoscimento dei diritti agli studenti  di dibattere all’interno dell’orario scolastico. La rivendicazione scandalizzava i benpensanti e i reazionari che invece ribattevano come gli studenti dovessero pensare soltanto a studiare  (e ad obbedire).

Il disegno di legge n. 2728, che prevedeva una delega del parlamento al Governo per il riordino della scuola, stazionava in commissione sin dal 1970.

Dopo una serie di rimaneggiamenti questo disegno portò alla legge delega 477/1973, la madre del riordino scolastico con cui vennero concessi agli studenti i diversi diritti che essi reclamano sin dal 1968, tra cui il diritto alle assemblee d’istituto e alle assemblee di classe (oltre che alla rappresentanza studentesca nel consiglio d’istituto).

Motivo per cui  le manifestazioni ripresero subito dopo l’inizio delle lezioni.

Eppure l’anno era iniziato sotto gli auspici dell’allargamento della CEE alla Danimarca, alla Repubblica d’Irlanda e del Regno Unito (il cui ingresso era stato a lungo ostacolato dal generale De Gaulle che, come ogni buon francese che si rispetti, non amava molto gli Inglesi).

Ormai ci si incontrava molto spesso anche al pomeriggio. Nelle accesissime  discussioni, che si svolgevano per lo più alla Casa dello Studente di Magistero (allora sito nella Piazza d’Armi di Cagliari) si mischiavano i  massimi sistemi ed i temi di politica internazionale (la lotta di classe, la repressione della borghesia, lo sfruttamento del proletariato, la guerra del VietNam) con i problemi di pratica  quotidianità (la pendolarità, la mensa degli studenti, da estendere anche a noi degli istituti superiori, la carenza di laboratori,  palestre e strutture scolastiche in generale).

Erano temi più grandi di noi ma Dio sa se sulla maggior parte di essi non avevamo ragione. Io, per esempio, non sono mai entrato in un laboratorio e non ho mai usato una calcolatrice messa a disposizione dalla scuola; e per le lezioni di Educazione Fisica (oggi la materia si chiama “Scienze Motorie”) dovevo andare in contro turno al campetto della Rai di Viale Bonaria.

E per quanto riguarda i temi di più ampio respiro, se proviamo a sfrondare i discorsi di allora dai fronzoli e dai manierismi sessantotteschi, oggi non parleremo forse di sfruttamento del capitalismo o di lotta di classe, ma di redistribuzione più equa della ricchezza nazionale. E per quanto riguarda il VietNam e gli USA, beh, sappiamo tutti che ci sono a capo di quei Paesi due capoccioni fuori di testa, smaniosi di dare l’avvio alla più cruenta e distruttiva guerra mondiale che la Terra abbia visto, dai tempi della guerra di Troia ai nostri giorni!

C’erano, come ho già scritto, anche dei gruppi politici organizzati: Lotta Continua, Il Movimento marxista-leninista, I Maoisiti, su Populu Sardu, Servire il popolo,  e altri che adesso non mi ricordo; ma molti di noi studenti, e io fra questi, in realtà volevano soltanto una società più giusta, un’alternativa allo strapotere democristiano (che sembrava non avere rivali), e non avevamo un inquadramento politico vero e proprio.

Ecco uno scampolo tratto dai volantini in ciclostile, frutto di quelle nostre fumose ed accalorate riunioni:

“ STUDENTI! Ancora una volta la repressione colpisce il movimento di massa degli studenti in lotta. Ciò è quanto avvenuto al Siotto dove gli studenti dell’Artistico in sciopero si erano recati per affrontare il problema dell’edilizia scolastica, dove la polizia è intervenuta nel corso della libera assemblea per prendere le generalità degli studenti. Ma gli studenti del Siotto e dell’Artistico non si sono fatti certo intimidire dai servi della borghesia ed anzi, tutti assieme, si sono recati in Facoltà di Lettere dove, nonostante il tentativo del Rettore, gli studenti hanno proseguito lo svolgimento dell’assemblea. PER COMPRENDERE NEL SUO VERO SIGNIFICATO QUANTO E’ AVVENUTO AL SIOTTO E NELLA FACOLTA’ DI LETTERE BISOGNA INQUADRARE TUTTO CIO’ NELLA POLITICA CHE LA BORGHESIA ITALIANA STA PORTANDO AVANTI SU TUTTI I FRONTI. Il capitalismo italiano si dibatte in una profonda crisi. Questa crisi trae origine dai fattori interni del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento. Da una parte vi è un piccolo numero di sfruttatori e dall’altra le vastissime masse lavoratrici e popolari le quali prendono coscienza sempre più che questo sistema è contro di esse.”

E’ ben vero che su mille studenti scioperanti, ai cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento,  soltanto dieci partecipavano alle riunioni dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli studenti in lotta. La maggior parte degli studenti preferivano imboscarsi con le ragazze nei ritrovi della zona del Castello, la parte medioevale di Cagliari, strapiena di clubs privati (come si chiamavano allora i ritrovi sociali giovanili), dove si faceva di tutto: ballare, fumare, sfranellare e anche il resto.

Ma io avevo addosso il sacro fuoco della rivoluzione, e fedele ai miei principii e alle mie scelte, perseguivo e persistevo nella lotta senza contro le istituzioni.

A pensarci bene, non mi sarebbe convenuto farmi una ragazza e imboscarmi come gli altri in un circolo di Castello?

Non solo mi sarei risparmiato tante arrabbiature, ma mi sarei sicuramente divertito di più!

Invece, sulle ali del mio impegno politico, passi, forse senza rendermene conto, quel segno che qualcuno aveva tracciato per terra come limito massimo della protesta.

In seguito ad un’assemblea negataci dal preside  io mi recai nelle classi e, interrompendo sfacciatamente le lezioni, convocai l’assemblea permanente.

Alcuni docenti non gradirono evidentemente la mia interruzione e mi segnalarono al preside.

Non so se il Capo dell’istituto segnalò la cosa al di fuori della scuola (non l’ho mai saputo; e se lo ha fatto, tutto venne archiviato) ma so per certo che riunì il Consiglio di Classe e chiese l’adozione di seri provvedimenti. Si formarono all’interno del Consiglio di Classe due fazioni: una era per la linea dura ed implicava, con la sospensione sine die della frequenza, l’ espulsione dalla scuola; un’altra propugnava invece una linea più morbida, di comprensione, che prevedeva la sospensione temporanea, per un massimo di 15 giorni, anche per il fatto che il mio profitto scolastico, nei cinque anni, era stato, tutto sommato, più che buono. Alla fine prevalse la linea morbida, anche grazie alll’intervento di mia madre che si precipitò a scuola a perorare la mia causa, pregando i miei docenti di non rovinare la mia carriera scolastica e la mia stessa vita (si sa come sappiano essere melodrammatici i cuori di mamma per i loro figli, sempre innocenti, bravi ragazzi o tutt’al più birichini). Ciò non mi evitò comunque  una bella sospensione di 15 giorni, con annessi connessi.

Voglio precisare, per concludere, che la nostra era più una protesta culturale e sociale, piuttosto che politica.  Volevamo molto semplicemente  più spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari in unione con gli operai) fuori dalla scuola. Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).

Io, pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli anni,  rifiutavo per indole e per istinto la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi estremisti di destra.

Detestavo (e detesto tuttora) ogni forma di violenza. i miei idoli erano Kennedy, Marthin Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati, mentre detestavo con tutta la forza dei miei diciotto  anni le gerarchie vaticane (non è che mi facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).

Questo mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).

Ma questo fa già parte della prossima puntata.

26. continua…

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Se mi chiedessero oggi, in forza di  quale sfrontatezza o coraggio, in nome di quale diritto o in base a quale dovere,  in quell’ottobre del 1972, io mi misi a capo  degli studenti  della mia scuola e, insieme ad altri coraggiosi e sfrontati,  del movimento studentesco  delle scuole superiori, non saprei cosa rispondere.

O forse risponderei che io sentivo di vivere intensamente  uno di quei momenti, ciclicamente ricorrenti nella storia dell’umanità, in cui delle forze ancestrali e misteriose, sembrano muovere delle masse umane contro il potere costituito, illudendole di poter alfine spezzare quei vincoli invisibili che li costringono a seguire per una strada già segnata, senza alternativa e senz’altra scelta che quella, per essere finalmente protagonista della tua storia , della tua vita, del tuo destino. E allora, come un’aquila che spicchi per la prima il suo volo dalle sommità di una vetta, trattieni il respiro e poi ti lanci nell’aria, per vedere se le tue ali son capaci di volare, per vivere realmente o morire.

Oppure, più prosaicamente, risponderei che i vecchi leaders si erano diplomati e se non avessi preso io le redini in mano, tutto si sarebbe fermato. E io non volevo che quel sogno di riscatto e di libertà, in cui ormai credevo ciecamente,  finisse soltanto perché io non avevo trovato la forza o l’ardire di continuare quella lotta che sentivo giusta e sacrosanta.

Per capire meglio quegli anni e quei sentimenti occorre ricordare che mentre in Francia  il movimento del 68 si è accontentato della testa del generalissimo De Gaulle (ed è finito con la caduta della sua onorevole testa); e che  se in Inghilterra la rivoluzione è stata subito assorbita e metabolizzata nel tessuto di concessioni e miglioramenti economici e sociali che la classe politica astutamente e prontamente ha concesso ai giovani ed ai proletari in rivolta (qualcuno ha scritto che la nobiltà inglese soffre ancora la sindrome della ghigliottina del 1789, per cui, pur di tenere la testa ben salda sul collo, e le rendite parassitarie intatte , sarebbbe disposta a cedere ad ogni richiesta che la Casa dei Comuni, l’unica Assemblea elettiva e realmente  rappresentativa, avanzi in nome del popolo sovrano);  e che se infine le diverse dittature hanno soffocato nel sangue  i rigurgiti rivoluzionari degli spagnoli e  dei paesi dell’est europeo, in Italia la rivoluzione sessantottina è stata soltanto l’inizio di un lungo e sofferto cammino che i giovani della mia generazione  hanno percorso e vissuto attraverso diverse tappe; un decennio terribile, iniziato nella gioia e nei colori del ’68 (che, a sua volta, affondava le sue radici nella rivoluzione dei figli dei fiori di San Francisco e dintorni, della metà degli  anni sessanta, poi diramatosi in mille rivoli, a Berkeley, a Seattle, a Woodstock) e sviluppatasi negli anni successivi nelle lotte politiche e nei movimenti della sinistra extra-parlamentare, per sfociare infine nelle sanguinarie azioni dei gruppi armati, la cui deriva politica e storica, può farsi  risalire al rapimento e alla barbara uccisione dell’onorevole Aldo Moro (1978), la vittima innocente, l’agnello sacrificale, il capro espiatorio di una classe politica cinica e corrotta che ha segnato un’epoca.

Insomma l’Italia, forse anche a causa della sua instabilità politica, di quel suo essere una terra di confine ideologico, dove ancora si fronteggiavano due partiti di opposte ed inconciliabili vedute politiche (la DC ed il PCI) che facevano capo ai due blocchi allora predominanti nel mondo (la Nato ed il Patto di Varsavia), fu teatro di uno scontro interno in cui alle schegge impazzite di una sinistra ormai decisa a rompere  definitivamente  il cordone ombelicale che la legava a Mosca, per entrare a far parte delle forze di governo, risposero le manovre occulte di apparati dello stato, collusi e manovrati dai burattinai americani, per niente convinti della buona fede dei comunisti, anzi diffidenti che   la loro manovra fosse un cavallo di Troia i cui fili erano mossi dai sovietici per espugnare Roma. Solo così si spiega il triste epilogo del tentativo di Aldo Moro di traghettare i comunisti italiani nell’area di influenza ideologica occidentale. Ma i grandi uomini e i grandi progetti spesso vengono equivocati ed interpretati con diffidenza dagli animi affetti di piccineria e dagli uomini offuscati dalla sete di potere.

Ma su Aldo Moro e sul 1978 tornerò ancora, se il lettore vorrà seguirmi. Adesso siamo ancora nel 1972, anche se molti avvenimenti di quell’anno sono come un preludio degli avvenimenti futuri, come d’altronde è per ogni vicenda umana.

A scuola rientrammo  Lunedì 2 ottobre 1972.

Voglio ricordare però tre episodi importanti che avvennero prima del rientro a scuola:

Il primo avvenne a Venezia il Sabato 16 settembre 1972.

Il papa Paolo VI a Venezia nella sua breve visita pastorale nella città lagunare, al termine della Messa celebrata  in piazza San Marco,  si toglie la stola papale, la mostra alla folla e la mette sulle spalle del patriarca, Albino Luciani, visibilmente imbarazzato. Il gesto del Pontefice non viene ripreso dalle telecamere che hanno già chiuso il collegamento ma è documentato da numerose fotografie. Albino Luciano sarà il papa di un mese nel 1978. La sua morte repentina è ancora oggetto di tante chiacchiere e dicerie sulla congiura che sarebbe maturata nei palazzi a suo danno.

La seconda è datata Giovedì 21 settembre 1972. L’isola di Santo Stefano, in Sardegna,  viene concessa agli USA come appoggio militare per i sommergibili nucleari. Di tale concessione non venne mai esibito da Andreotti (e dagli altri politici responsabili) alcun Trattato, per cui si dovette presumere trattarsi di un accordo segreto. Tutto il movimento studentesco si sollevò contro tale concessione e non soltanto in Sardegna.

La terza ed ultima notizia e di Lunedì 25 settembre 1972 e riguarda le dimissioni di Storti, segretario CISL, per contrasti con la destra interna contraria all’unificazione sindacale. Si tratta della famosa unificazione sindacale nella triplice, CGL, CISL e UIL che fu per decenni una vera e propria potenza politicl-sindacale.

Venerdì 13 ottobre 1972 la Corte di cassazione trasferisce a Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana, anche su richiesta della stessa procura di Milano, convinta che «il procedimento non possa essere celebrato in Milano in un clima di sufficiente serenità».

Venerdì 20 ottobre 1972 vengono iIndiziati  di reato, Catenacci, Provenza e Allegra   per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana. Elvio Catenacci era dirigente degli Affari riservati del ministero degli Interni. Gli altri due erano i capi degli uffici politici delle questure di Roma e Milano e si chiamavano Bonaventura Provenza e Antonino Allegra. Il provvedimento è legato in particolare alle indagini sulle borse usate per gli attentati di Milano. Valpreda continua però ad essere detenuto (verrà scarcerato soltanto a dicembre).

Sabato 21 ottobre 1972 ci sono degli attentati ai treni che portano a Catanzaro i sindacalisti per una conferenza sul Mezzogiorno: 6 feriti.

Mercoledì 8 novembre 1972 Richard  Nixon trionfa nelle presidenziali Usa. Farà un’uscita di scena ingloriosa a seguito dello scandalo denominato Watergate prima della fine del suo mandato. Vicepresidente è confermato Spiro T. Agnew.

A novembre la 126 scalza la 500 Fiat nelle preferenze degli automobilisti italiani.

Venerdì 10 novembre 1972 si festeggia In tv “Nascita di una dittatura” . A cinquant’anni dalla “marcia su Roma” (28 ottobre 1922), Sergio Zavoli conduce la prima delle sei puntate di Nascita di una dittatura, trasmissione storiografica che ricostruisce la situazione politica, economica e sociale che portò all’avvento del fascismo.

Lunedì 13 novembre 1972 nel corse del XXXIX congresso del PSI a Genova viene eletto segretario  Francesco De Martino.

Domenica 26 novembre 1972 viene dato fuoco alle auto di nove impiegati Fiat.

L’atto criminoso verrà rivendicato dalle   Brigate rosse . Questa organizzazione terroristica di sinistra farà a lungo parlare di sé per tutti gli anni settanta. Il suo potere e il suo terrore culmineranno nel 1978 con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e con lo sterminio sanguinoso della sua scorta. Si erano illusi di poter conquistare l’Italia non con le armi della democrazia ma attraverso un’insurrezione popolare. Si accorsero ben presto che gli italiani non erano disposti a seguirli e che erano soltanto un gruppo di fanatici sanguinari che sognavano una rivoluzione impossibile. E meno male che gli italiani non li hanno seguiti: che cosa sarebbe uscito fuori di buono da una ennesima rivoluzione comunista fondata sul sangue innocente?

Sono stato sempre contrario alla violenza, oggi come allora. Con la maturità di oggi posso dire che preferisco dare retta a San Paolo e invitare i giovani a seguire le leggi. Chi rispetta e segue le leggi non sbaglia mai.

Ma soprattutto raccomando di non affidarsi mai alla violenza. Essa è foriera di altra violenza e non porta mai a nulla di buono.

Venerdì 1 dicembre 1972 muore a Roma, in una stanza all’undicesimo piano del policlinico Agostino Gemelli, l’ex presidente della Repubblica Antonio Segni. Accanto a lui la moglie Laura, i quattro figli Celestino, Giuseppe, Paolo e Mario con le nuore, il medico curante professor Breda e il medico personale professor Giunchi. La notizia della morte è comunicata al Senato dal vicepresidente Spataro.

Sempre il 1º dicembre, a Torino,  il pugile Bruno Arcari conserva il titolo mondiale dei Welters junior vincendo ai punti contro lo sfidante Costa Azevedo.

Il 3 dicembre a Roma: viene arrestato il boss mafioso Tommaso Buscetta. Estradato dal Brasile, dovrà scontare 14 anni di carcere. Diventerà la gola profonda di Cosa Nostra e inaugurerà la stagione del pentitismo di mafia.

Il 14 dicembre a Bonn viene eletto cancelliere il socialdemocratico  Willy Brandt. Sarà il fautore della c.d. Ostpolitik, la politica di apertura verso l’Est che, indebolendo l’unione sovietica, porterà alla riunificazione della Germania nel 1989.

Il 15 dicembre viene  approvata la legge n. 773 (legge Valpreda) con la quale viene concessa la libertà provvisoria prima della sentenza anche agli imputati per reati gravi che siano in attesa di giudizio da lungo tempo. Grazie a questa legge, l’anarchico Pietro Valpreda verrà scarcerato dopo tre anni di ingiusta detenzione.

Entra  in vigore in via definitiva la legge 772 che permette l’obiezione di coscienza al servizio militare.

Il 19 dicembre l’Apollo 17 ammara nell’oceano riportando a casa Eugene Cernan, Ronald Evans e Harrison Schmitt. È la conclusione della prima (finora) esplorazione umana della Luna.

Il 21 dicembre: Germania Ovest e Germania Est si riconoscono vicendevolmente.

25. continua…

 

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Quella estate fu diversa dalle altre. Occorreva studiare finalmente la materia in cui ero stato rimandato a settembre. Sarebbe stato ancor più stupido persistere nell’atteggiamento immaturo e irresponsabile che mi aveva portato agli esami di  riparazione.

Mi ritrasferii a Cagliari , da solo,sin dai primi di agosto: un mese sarebbe stato sufficiente per prepararmi in maniera decente in  una materia facile e interessante come la geografia.

Mancavano pochi giorni all’esame di settembre quando ricevetti, inattesa, una telefonata. Era di Matilde, una compagna di classe e di sventura, anche lei rimandata in geografia che mi chiedeva se potevamo ripassare insieme per prepararci meglio alla prova suppletiva di settembre.

Naturalmente risposi di sì e ci accordammo per ripassare a casa mia.

Tilde, come era confidenzialmente chiamata la mia compagna, era una ragazza dai capelli lunghi e lisci di color castano,  così come gli occhi grandi, belli  e mansueti. Aveva i fianchi larghi e un seno prosperoso.

Secondo i crismi estetici tuttora in voga  era considerata dai più una ragazza  soltanto simpatica (e simpatica lo era per davvero, anche se i ragazzi usano tale termine, se riferito a una donna, quando non possono usare il termine “bona”);  ai  più poteva sembrare piacente, ma niente di più, dato che non aveva i requisiti di magrezza, ai limiti dell’anoressia, che purtroppo vanno ancora per la maggiore tra gli ideali femminili imposti dai mass media e stupidamente recepiti, sia dalle insicure e rampanti adolescenti, sia dai giovani maschi, eterni arrapati,  sempre in cerca di morbide curve ove scaricare i propri impulsi sessuali, senza però rinunciare alle gratificazioni narcisistiche che conseguono alla conquista dei modelli di bellezza più desiderati.

Io, nè più, nè meno degli altri miei coetanei, ero prigioniero di certi stereotipi femminili, anche se con l’età ho capito quanto fossero saggi gli adagi del mio vecchio, che diceva sempre che sarebbe stato meglio prediligere  la carne intorno all’osso e le magre, quelle che al posto delle gambe avevano due manici di scopa, non erano  affatto attraenti, anzi, a guardarle bene  facevano proprio pena.

Comunque, quando Tilde mi volle mostrare certe abrasioni  che aveva sulle cosce carnose, risultato di non ricordo quale accidentale, recente  caduta,  di cui mi narrava tra un brano e dell’altro del nostro svogliato ripasso,  mi venne spontaneo accarezzargliele dolcemente, come se volessi lenire quei bruciori che sicuramente le avevano, a suo tempo, procurato.

Con il risultato che finimmo distesi nel divano e,  almeno per quel giorno,  la geografia passò in secondo piano.

Era la mia prima volta e dopo l’amore mi venne il terrore di non essermi tirato indietro in tempo. Anche se per lei non era sicuramente la prima volta, pur tuttavia neppure Tilde doveva essere una grande esperta, perchè anche lei cominciò a preoccuparsi. Oppure la sua fu la risposta più logica e adeguata al mio comportamento inadeguato.

Ho ripensato spesso a quel giorno. A quanto, a volte, siamo stupidi noi uomini. O, quantomeno, a quanto sia stato stupido io. Invece di godere, senza se e ma,  di quella dea mediterranea che il destino aveva messo sulla mia strada; anziché abbandonarmi al trasporto sentimentale che certamente merita ogni donna che ti conceda il suo amore; al posto di fare come fanno tutti e come mi aveva,  ben a lungo,  suggerito a suo tempo il mio compianto fratello primogenito, fui preso dalla paura, anzi dal terrore, che lei potesse restare incinta ed io incastrato per sempre.

Fu una paura irrazionale e folle quella che si impossessò di me. Con la maturità di oggi mi chiedo chissà quali altre fobie essa nascondesse; fu una reazione immatura, esagerata e scomposta; ma fu più forte di me.

Se magari Tilde fosse stata quel modello di bellezza, eterea e filiforme, convenzionale e appariscente, stereotipa e banale, forse, dico forse, avrei trovato il coraggio per affrontare quel rischio paventato che lei restasse incinta e io, in qualche modo, invischiato in una storia nella quale, evidentemente, non credevo abbastanza.

A volte, ripensandoci a decenni di distanza, mi chiedo se non avesse ragione la chiesa dei tempi andati,  quando  consigliava prudenza e gradualità in certi rapporti.

Comunque a settembre, quando Tilde mi sussurrò, passandomi a fianco, un poco di fretta, che le mestruazioni le erano arrivate la sera prima, per me fu una grande liberazione.

In geografia andammo bene entrambi. Io, che avevo soltanto una materia, passai alla classe quinta con un bel sette; Tilde, nonostante la sua sufficienza in geografia, soccombette per colpa del fiasco che fece in Ragioneria e in Matematica.

Dopo gli esiti ci perdemmo di vista. Seppi più tardi che si era scritta in una scuola di recupero anni. Non l’ho mai rivista da allora.

In quegli ultimi scampoli di vacanza me ne tornai al paese.

In quel settembre 1972 Bobby Fisher diventava campione del mondo nel gioco degli scacchi, rendendo il gioco assai popolare anche da noi (ma io ne appresi i rudimenti solo cinque anni tardi, grazie a un amico colombiano); a Monaco dei Palestinesi irruppero  alle Olimpiandoi con un commando che uccise e sequestrò alcuni atleti israeliani. La resa dei conti finirà in un bagno di sangue. Io, da sempre contrario alla violenza, di fronte a questi fatti, ho sempre avuto un atteggiamento di rifiuto e di condanna. Anche se non mi disdegno di indagare le ragioni (che mai comunque li giustificano) che spesso stanno dietro questi fatti di sangue.

La Hit Parade mandava “La canzone del sole” e “I Giardini di Marzo” che insieme a “E penso a te” e a  ”L’Aquila”  (interpretate  però dal grande Bruno Lauzi),  altri quattro capolavori della premiata ditta Battisti-Mogol; io mi identificavo maggiormente nella canzone  ”Il viaggio di un poeta” (sognavo già d’allora di lasciare la mia casa per conoscere il mondo al di là del mare che circonda la mia bellissima isola, affascinato com’ero dai viaggi e dal mito di Ulisse). Mi piaceva anche la canzone “Io vagabondo”, la prima portata al successo dai Dik-Dik, la seconda dai Nomadi. Ricordo anche con piacere e nostalgia “Per chi” dei Gens (credo che sia la cover di un brano inglese che ora non ricordo). Ma soprattutto mi facevano sognare “Impressioni di settembre” della Premiata Forneria Marconi e “Sguardo verso il cielo” del gruppo musicale Le Orme. Questi due ultimi brani, come tanti altri di quel periodo (che non ho citato per distrazione o dimenticanza), mi piacciono ancora e ogni tanto, mentre scrivo e lavoro, li ascolto  in sottofondo. Mi aiutano quando ho voglia di   ricordare e di  ripercorrere le tappe della mia maturazione, per cercare di capire chi ero ieri e chi sono oggi (anche se in realtà credo che siamo sempre gli stessi e ci evolviamo in continuazione, cercando di restituire  al mondo quello che di buono il mondo e la natura ci hanno dato).

D’altronde non ha scritto qualcuno che un albero buono dà frutti buoni, mentre un altro albero cattivo, può dare soltanto frutti cattivi?

Ottobre arrivò presto. Il mio ultimo anno delle scuole superiori stava per iniziare.

24. continua…

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Rientrammo a scuola  venerdì, 7 gennaio 1972, dopo le vacanze di Natale.

I compagni ci accolsero freddamente. Non so se si sentissero in colpa per averci lasciato soli a continuare lo sciopero (altre classi superiori avevano proseguito compatte la protesta),  oppure se ci tenessero il muso perché non condividevano la nostra protesta.

I professori, per fortuna, non ci fecero pesare le nostre assenze.

Io mi diedi subito da fare per recuperare il tempo perduto e il programma già svolto.

Il lunedì successivo arrivò in classe una nuova compagna. Si chiamava Gianna (il cognome non lo ricordo).

Questo arrivo sembrò scuotere il torpore di quella classe mezzo addormentata.

Era una ragazza bruna, di media statura, con delle gambe ben tornite che le sue  gonne cortissime (secondo la moda di allora, che non tutte le ragazze avevano però  il coraggio di estremizzare in quella eccessiva misura) mettevano in bella mostra. Ricordo anche i suoi occhi verdi: avevano una luce particolare. Nel complesso la sua figura esercitava, soprattutto sui maschi, una particolare attrazione, di una natura che a quell’età, nei maschi, diventa irresistibile.

Quel suo magnetismo femminile (che non era un fascino solo  carnale)  la rese invisa alle compagne che, con qualche eccezione, la isolarono,  senza che  Gianna sembrasse preoccuparsene più di tanto.

Presto si formò attorno a lei un certo giro con dei movimenti strani. Mi accorsi un giorno, che al suono della terza campana (che segnava l’inizio della ricreazione) quel nostro consueto arrembaggio fuori dalla porta e verso il cortile, per l’agognato quarto d’ora di aria e libertà, aveva subito delle varianti; notai così che alcuni dei miei compagni stazionavano sulla porta mentre il resto della classe sciamava di fuori ed altri ragazzi grandi, di altre classi superiori e di altri corsi (le cui aule si affacciavano su differenti corridoi di piani superiori o inferiori), si videro in giro per il corridoio.

Io all’epoca fumavo regolarmente delle sigarette e la mia sola meta, in quel quarto d’ora, era assolutamente quella di fumare (non era facile uscire come oggi a fumare, prima della ricreazione; eppoi io odiavo andare nei bagni, foss’anche soltanto per fumare ).

Ma non potei fare a meno di notare che quei movimenti coincidevano con la permanenza della compagna nuova arrivata all’interno della classe. Sola donna, con tutti quei maschi.

Ci sono delle vicende nella vita che non richiedono parole, né inviti. Uno va in una certa direzione, col suo istinto; è come una ricerca esistenziale, finalizzata a soddisfare un bisogno primordiale, forse retaggio dei  nostri atavici trascorsi, che riposa nella sfera primigenia dei nostri istinti e ci spinge ad agire per impulso, senza ragionarci sopra, magari perseguendo un disegno comunque razionale e costruttivo, seppure ad un livello inconscio.

Nessuno mi chiese mai se io volessi partecipare a quella sorta di rito ancestrale che sapeva di fecondazione orgiastica o forse di condivisione matriarcale e tribale. Credo che nessuno abbia chiesto niente a nessuno. La cosa nacque spontaneamente, come certi rapporti di scambio fondati sul reciproco interesse che però, in quel caso, era solo piacere, senza risvolto economico e senza interesse.

Non che a me Gianna non piacesse. Tutt’altro. Ma io l’avrei desiderata in un’altra dimensione, non certo in quella, forse intensa nel piacere, ma sicuramente superficiale, scevra da ogni coinvolgimento emotivo e da qualsiasi sentimento.

In fondo, anche se propugnavo la rivoluzione, nel mio intimo ero rimasto un borghese, attaccato agli schemi sociali ed affettivi di stampo tradizionale.

Pur tuttavia, quando più tardi si fece una raccolta di soldi per consentire a Gianna di abortire in condizioni decenti e di sicurezza (tutti conoscevamo, grazie anche all’”Avvelenata” composta e cantata dal grande poeta  Francesco Guccini, cosa significasse abortire clandestinamente, affidandosi alle cure di una “mammana”) io volli partecipare alla colletta, per coerenza con le mie idee di allora.

Ero favorevole all’aborto, più per una scelta ideologica contro il sistema che avevo deciso di voler combattere e che detestavo sin dalla radice.

Oggi non sono poi così tanto convinto sulla giustezza dell’aborto. Mi fa impressione quell’atto di violenza contro un essere indifeso che, lo dice la scienza biologica, è già vita, se non addirittura già persona.

Certo sono cosciente che l’aborto legale ha evitato tante nefandezze, quali sicuramente erano quegli aborti praticati in sale operatorie improvvisate, con i ferri da calza arroventati,  che spesso procuravano la morte anche alle mancate mamme (oltre che alle innocenti creature che portavano in grembo).

Eppoi, nel mio idealismo giovanile, mi ero illuso che la legalizzazione dell’aborto potesse funzionare come un supporto psicologico in favore delle donne, cosa che invece, l’applicazione della legge, nel prosieguo, ha clamorosamente smentito.

Si trattava e si tratta di scegliere tra due mali, rassegnati più coscienti, del fatto  che nessun male si possa estirpare all’origine e che il servizio dell’aborto, se non venisse offerto dal Servizio Sanitario Nazionale, verrebbe praticato,  in quel modo orribile e barbaro,  dalle operatrici clandestine; scavando inoltre un ennesimo solco tra classi  ricche  e classi  povere: dove i ricchi possono scegliere di andare ad abortire all’estero mentre i poveri finirebbero sotto i ferri delle “mammane”.

Ma resta l’amarezza di tante morti innocenti. E la convinzione di pagare le tasse per coprire i costi di un servizio che forse andrebbe regolato diversamente, se non proprio limitato e regolamentato al minimo danno possibile.

Un discorso difficile e  tremendo, un dibattito ancora aperto che forse non avrà soluzione e non avrà mai fine, infinito ed eterno come la lotta tra il bene ed il male.

Tutto questo mentre Kurth Waldheim veniva eletto segretario generale dell’ONU, un altra voce inascoltata nel deserto delle decine, centinaia di guerre più o meno grandi, che faranno dire al Papa di Roma, 35 anni più tardi, come sia ancora in corso la terza guerra mondiale; e mentre si forma il primo di una serie di governi targati Andreotti che ci condurranno quasi al terzo millennio.

A maggio si celebrano le prime elezioni anticipate della storia repubblicana e, sempre a maggio, a conclusione di una terribile e cieca campagna di stampa, viene colpito a morte, da una pistola di ignoti assassini, il commissario Calabresi.

Per lo Stato fu un altro duro colpo; per alcuni fu un atto di vendetta e di giustizia insieme, in quanto il commissario assassinato veniva indicato come il responsabile della morte dell’anarchico Pinelli, quel giorno di dicembre del 1969,   quando da un quarto piano l’anarchico, accusato a torto di essere l’autore della strage di piazza Fontana, cadde dal quarto piano della Questura di Milano, macchiando di altro sangue innocente questa inerme Italia.

E oggi, come sento nelle TV e come leggo sui social e sui giornali, l’Italia non ha perso ancora il vizio di celebrare processi fuori dalle aule di giustizia; ci son sempre dei giornalisti pronti ad assolvere o a condannare presunti assassini e imputati più o meno eccellenti, sulla base di non so quali convinzioni e men che meno sulla base di solide prove.

Io ero riuscito a recuperare in quasi tutte le materie. E sarei stato promosso a giugno anche in quell’anno se con la mia stupida immaturità non avessi mollato, di mia spontanea volontà, la più semplice e affascinante delle materie: la Geografia.

Così fui rimandato in Geografia con un voto indegno di me e della mia passione per i viaggi e per l’avventura.

Nella vita facciamo tante cose stupide e senza senso.

Questa di farmi rimandare in  Geografia fu una delle tante scicocchezze da me commesse nella mia vita.

Quell’ estate, per la seconda  e ultima volta nella mia carriera scolastica, non fui promosso a giugno e dovetti organizzarmi di conseguenza.

23. continua…

 

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Anche in terza la selezione, agli scrutini di giugno, come già era accaduto per la prima e per la seconda classe, fu severa, radicale e feroce.

D’altronde eravamo la prima grande ondata del terzo stato a tentare  di acquisire un livello di istruzione superiore, dopo secoli (se non addirittura millenni) di oblio,  di rassegnazione e di analfabetismo diffuso, durante i quali si erano succedute, senza soluzione di continuità,  società dominate da élites economiche e culturali che detenevano il potere a discapito di masse illetterate, che aprivano e chiudevano gli occhi sul mondo senza neppure chiedersi il perché della loro presenza sulla terra; senza avere gli strumenti culturali per capire le dinamiche economiche  e politiche che assegnano dei ruoli sociali ben precisi ad ogni essere umano, privilegiando i pochi  e penalizzando i molti; e come in un circuito di flussi osmotici, le risorse economiche e  i poteri che vengono attribuiti ai primi, vanno inevitabilmente tolti ai secondi.

Solo più tardi ho capito però che anche la rivoluzione del 1968 (così come,  prima,  quella del 1798, quella del 1848 e tutte le altre rivolte, i sommovimenti, le  rivoluzioni e i moti che l’ hanno preceduta) sarebbe stata fagocitata dal potere, questa forza misteriosa e immanente  che come un enorme serpente è capace di inglobare e digerire ogni cosa, cambiando  pelle e rinnovandosi ogni volta, ed ogni volta apparendo diversa ma restando in realtà sempre la stessa, sempiterna espressione dell’ingordigia e della protervia dell’uomo che vuole dominare sull’uomo, del forte che governa sul debole, del ricco che sfrutta il povero, della persona colta che raggira lo sprovveduto, del letterato e del clericale che fanno credere al volgo ignorante ciò che gli conviene.

Categorie  antinomiche ed opposti che rappresentano in realtà la stessa lotta di sempre per prevalere nel possesso dei beni, degli agi e delle ricchezze, con egoismo e furbizia, senza altruismo e rispetto per i diritti altrui.

E solo più tardi ho capito che agli occhi di Dio un povero bracciante che onestamente si guadagna da vivere, vale molto di più di un ricco proprietario terriero.

Ma in quello scorcio finale del 1971 i miei pensieri andavano in tutt’altra direzione.

C’era la mia  rabbia  personale, di giovane adolescente che si affacciava al mondo e come una tavola di surf, si lanciava su quelle creste di onde gigantesche, più con l’incoscienza che col coraggio di chi non conosce la differenza tra  navigare sul filo della marea montante, oppure venire sommerso dai marosi e che comunque, nella sua inconsapevolezza del mondo, presume ed è convinto di non avere niente da perdere.

C’era la società in subbuglio, gli equilibri del potere che sembravano in procinto di implodere da un momento all’altro, con quelle bombe misteriose,  ma non per questo meno devastanti e dolorose (anzi, la segretezza sulla mano assassina che le aveva fatte esplodere, com’era successo, ad esempio, solo due anni prima a Piazza Fontana, le rendeva più deflagranti e minacciose, proprio come volevano gli ignoti autori e, soprattutto i loro occulti mandanti).

C’erano i cortei, gli scioperi, gli slogans, le illusioni di un pronto e sicuro riscatto, la fallace sensazione che si potesse finalmente incidere nella realtà, cambiare il mondo in meglio,  dando spazio ed attuazione alle mirabili eco di uguaglianza, di fraternità e di libertà che erano rimaste sospese nell’aria o forse erano cadute con le teste ghigliottinate delle rivoluzioni perdute.

Così, anche nella   quarta D, di quell’anno scolastico 71-72, mi ritrovai con altri e diversi compagni; e anche se  qualcuno della vecchia terza era rimasto con me, la classe risultava comunque un’altra e diversa dalla precedente. Per fortuna,  almeno i professori erano rimasti gli stessi.

A ottobre si cominciò con la solita manfrina. Io ero ormai per lo sciopero, con o senza l’appoggio della classe. Sentivo dentro di me che qualcuno avrebbe dovuto raccogliere il testimone di quelli che l’anno successivo non ci sarebbero stati più e così mi preparavo, psicologicamente e culturalmente, a prendere il loro posto.

Nel locale commerciale che mio padre aveva comprato, dove a volte mi cimentavo in semplici lavoretti  di orologeria,  a richiesta di  qualche occasionale cliente (che a volte si dimenticava perfino di tornare a pagare il dovuto, dopo aver promesso vanamente di passare in seguito per il saldo), ci recammo più di una volta a confezionare gli striscioni per la manifestazione del giorno successivo. Cominciai ad affiancare gli organizzatori per la redazione dei volantini e per la stampa dei ciclostile.

Il servizio di ciclostile era messo a disposizione dal collettivo studentesco universitario, che aveva la base in Piazza d’Armi, oppure dalla sede di Lotta Continua, allora situata in via Mannu. Esisteva anche un Collettivo del Movimento Studentesco che raccoglieva i rappresentanti degli istituti superiori cittadini,  il quale si interfacciava con quello più organizzato ed autorevole degli studenti universitari (i più attivi, tra questi ultimi, erano quelli del Magistero, sito, come ho già detto, in Piazza d’Armi).

La mia classe, dopo un’adesione compatta, durata per due settimane, cessò di scioperare e rientrò quasi per intero nei ranghi. Solo io ed altri tre compagni prolungammo lo sciopero fino alle vacanze di Natale.

Il Preside diede ad intendere che se noi scioperanti fossimo rientrati in classe, ponendo fine alla protesta, non avremmo dovuto neppure giustificare con il certificato medico (come, in teoria, sarebbe stato obbligatorio fare).

Con l’elezione del democristiano  Giovanni Leone a sesto presidente della Repubblica (dopo il provvisorio De Nicola, durato solo i primi sei mesi del 1948, Einaudi, Gronchi, Segni e Saragat) si chiuse quell’anno 1971.

Ma tutti gli scioperi, le proteste e le rivendicazioni studentesche, almeno per quel che mi riguardava, erano già state inghiottite dalle vacanze di Natale.

Dopo l’Epifania saremmo  rientrati tutti a scuola e il mondo avrebbe ripreso a camminare nei suoi binari normali. O quasi.

22. continua…

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Nell’estate del ’71 mio fratello Pietro Marino, che in aperto dissenso con la strategia di espansione aziendale che nostro padre aveva perseguito per anni, se n’era  andato via di casa per tentare, in solitario, la sua fortuna commerciale, aveva  trasferito il suo esercizio dalla periferica via Cagliari alla centralissima via Roma della cittadina di Samassi, un centro abitato confinante con la zona di influenza dell’azienda paterna, dove mio padre era comunque conosciuto, sin da quando, subito dopo la guerra, aveva iniziato come ambulante la sua attività di artigiano orologiaio e successivamente di rivenditore al minuto di orologi, sveglie, articoli da regalo, oreficeria  e gioielleria.

La sua ribellione, che in realtà aveva serpeggiato sotto traccia sin da quando mio padre lo aveva ritirato dalla scuola pubblica per avviarlo alla sua scuola di orologiaio (come ho già avuto modo di narrare all’attento lettore), era esplosa apertamente, per una magica e strana coincidenza, proprio  nel 1968. In quell’anno infatti il mio fratello maggiore aveva compiuto i 21 anni (che all’epoca segnavano per legge il compimento della maggiore età con la possibilità, condizioni economiche permettendo, di affrancarsi dal giogo genitoriale).

A parte quella coincidenza, mio fratello Marino al movimento rivoluzionario ’68 non sembrava attribuire  troppa importanza, se non per criticarlo e addirittura esecrarlo per i suoi eccessi .

La sua ribellione non era infatti contro una società  che, spinta da quelle forze misteriose che l’uomo ha imparato ad etichettare come rivoluzioni e progresso, la sottopongono a continui e perenni trasformazioni, ma bensì contro l’autoritatismo paternalistico di nostro padre.

Che poi, se vogliamo, a ben vedere, era un modo pragmatico e  personale di fare il ‘ 68. Che altro non fu quel movimento, se non una ribellione contro l’autoritarismo ed il potere costituito a favore di una maggiore libertà e di una più autentica democrazia?

Pur tuttavia mio fratello a parole e nei fatti aborriva la protesta giovanile; denigrava i capelloni, propugnava sonore legnate per gli studenti e i lavoratori scansafatiche e per i sindacalisti che li appoggiavano nei continui e rumorosi scioperi; rifuggiva dalle mode che tentavano e di fatto omologavano tutto e tutti, quasi imponendo comportamenti consumistici di massa; odiava la sinistra extraparlamentare  e i comunisti ortodossi allo stesso modo; detestava le femministe, per non parlare delle droghe  e di ogni altra forma di evasione che andasse fuori dai binari tradizionali.

E non di meno, gli slogans della sua lotta contro l’autorità paterna,  erano stati  ”Viviamo in un regime di libertà!” “Il sabato e la domenica li voglio liberi!” “Il ventennio è finito da un pezzo!” e così via protestando.

Qualche mese dopo il compimento della sua maggiore età (Marino era nato nel mese di dicembre del 1947) mio padre, forse anche per riconquistare la sua fiducia, aveva comprato, come ho già avuto modo di dire,  uno spazioso e luminoso locale commerciale a 5 minuti dalla stazione ferroviaria di Cagliari.

Di comune accordo mio fratello aveva impiantato all’interno delll’esteso locale un piccolo laboratorio artigianale completo del necessario per riparare gli orologi.

Vi era un moderno banchetto da lavoro in legno, con una serie  di cassetti laterali di diverso spessore, un ripiano centrale, con rientranza a mezzaluna,  illuminato da una  lampada alogena e  con un reparto a scomparsa, sottostante,  che conteneva l’attrezzeria mobile di uso comune: l’apricassa, un paio di  cacciaviti, le pinze a becchi tondi, la lente d’ingrandimento, l’estrattore per vetri, lo stantuffo, la spazzola; le pinzette finissime, gli oleatori, le boccette degli acidi, del grasso e dell’olio stavano sul ripiano rigido oppure protetti nei cassetti, comenque sempre chiusi dalle apposite protezioni. E naturalmente vi era tutto il necessario per le sostituzioni e i ricambi di routine per gli orologi meccanici di allora: corone,  alberi e molle di carica; vetri infrangibili; assortimento di assi per bilancieri di orologi non incabloc (ancora molto diffusi, quando cadevano per terra oppure prendevano un colpo abbastanza forte, si spezzava l’asse del bilanciere e occorreva per l’appunto sostituirlo); un vasto assortimento di cinturini, sfere delle ore, dei minuti e dei secondi e una infinità di ansette, viti, ingranaggi, rocchetti, perni e molette a volte quasi invisibili a occhio nudo.

Ma fosse per colpa dell’idiosincrasia che da subito mio fratello aveva mostrato verso  quel locale (che per lui era diventato l’emblema della programmazione centralizzata e antidemocratica di mio padre) o fosse  a causa della posizione non proprio centrale del locale (mio fratello da subito aveva contestato, insieme all’idea espansionistica di mio padre, anche la scelta del locale, che lui avrebbe voluto vicino al centro commerciale che allora, più di oggi, era costituito dall’asse viario e pedonale via Mannu-via Garibaldi oppure vicino al mercato di via San Benedetto, ancora oggi  il vero cuore pulsante della Cagliari commerciale) o magari fu mio fratello che, incosciamente voleva dimostrare l’inopportunità e l’errore di quell’acquisto, fatto sta che il laboratorio non progredì e, dopo alcuni mesi mio fratello si era trasferito, armi e bagagli, a Samassi.

Come dicevo, nell’estate del ’71 aveva abbandonato il vecchio locale di via Cagliari, dove per tutta l’estate del ’70 io gli avevo fatto compagnia (ero più un supporto psicologico che un aiuto al banco di vendita, dato che l’afflusso della clientela non era rilevante e al banco delle riparazioni, in presenza di mio fratello,  avrei potuto soltanto guardare per cercare di imparare qualcosa), e si era trasferito in via Roma.

Il cambio di negozio non giovò soltanto agli affari (che subirono un notevole incremento) ma anche e soprattutto all’umore e alla salute di mio fratello che parvero rifiorire da quelle lande di depressione e malessere in cui sembravano essere scivolate dopo la sua grande ed eclatante rivolta contro i disegni egemomici di mio padre.

I clienti entravano ed uscivano in continuazione, soprattutto la sera. Mio fratello vendeva con discrete capacità ed io lo affiancavo per vedere che qualche mariuola dalle mani svelte, approfittando magari di un suo momento di distrazione, facesse sparire qualche oggetto d’oro.

-”Stai attento soprattutto se vedi qualche avvenente ragazza che mette in mostra le tette!” – soleva ripetere mio fratello per darmi la carica.

Quando vi era più di un cliente anche io ero autorizzato a servire al banco, sia per la vendita di oggettistica minuta,  sia per sosituire un cinturino o altre facili operazioni.

Il perido più calmo era a fine mattinata. Il negozio chiudeva alle 13,00 ma alle 11,30 in giro non si vedeva molta gente. Anche a Samassi, come in tutti i paesi a vocazione agricola della zona, il pranzo è rigorosamente previsto alle 12,00.

Mio fratello ne approfittava per fare le riaparazione. Io lo guardavo affacinato, come avevo fatto qualche anno prima al seguito di mio padre. Era preciso e delicato esattamente come il suo maestro. Solo che al contrario di lui, mio fratello amava chiacchierare durante il lavro di riparazione al banco (a parte in quei rari momenti topici in cui il lavoro richiedeva un’applicazione particolare e massimo silenzio).

Se  era di malumore mi parlava della sua infanzia disgraziata, di quanto avrebbe voluto studiare invece di essere stato brutalmente messo a bottega; degli errori di   mio padre  che non era stato capace di costituire una vera società familiare a causa del suo carattere dispotico e poco comunicativo; dei suoi amici, tutti sfortunati e pieni di problemi; e di donne.

In  fatto di donne, mio fratello era un grande esperto;  si prodigava infatti in  un vero profluvio di pillole di saggezza sulla materia: a cominciare dal carattere delle donne e sulla loro psicologia instabile e umorale; e sulle loro apparenti virtù di castità e ritrosia; sulla inutilità di stabilire con loro relazioni stabili e sulla convenienza a farsi delle avventure, senza scrupoli e senza rispetto. Aveva in generale poca stima del sesso femminile; alcune categorie sociali erano lui etichettate come poco di buono, da evitare come la peste: erano le parrucchiere e le infermiere, a suo dire, tutte ragazze di facili costumi, da non considerare per eventuale relazione stabile, tutt’al più, se fossero state “bone”, da inforcare e via. Mi raccomandava di non lasciar correre le numerose occasioni che, fortunato com’ero, lui non si sarebbe certo fatto sfuggire, nel mondo corrotto e lebertino della scuola, dove le donne cercavano una cosa sola; e bisognava dargliela! Lui sì che avrebbe provveduto alla grande! E guai se io mi fossi tirato indietro.

Io avrei preferito dei consigli più pratici, magari su come corteggiare una donna, come conquistarla, su quale fosse stato l’approccio più corretto per entrare in quel mondo femminile così ricco, per me, di attrativa, di fascino e di mistero; ma mio fratello era un fiume in pieno e non sembrava attribuire alla psicologia un ruolo rilevante; le donne, secondo lui, erano delle bambole da conquistare, da tromabre e da mollare.

Oggi capisco che quelle sue contuumelie erano il risultato di tutte le delusioni che lui aveva avuto nei suoi rapporti con il c.d. gentil sesso.

Perchè queste delusioni gli fossero occorse non so spiegare nel dettagli, perché lui non si confidava con nessuno su le sue vicende private.

Posso però supporre che il mio caro e sfortunato fratello sia in qualche modo rimasto vittima della sindrome del bravo ragazzo di cui le donne sembrano essere vittime (qualcuno la chiama la sindorome della crocerossina; non so però se i due paradigmi affettivi coincidano davvero).

E’ noto  comunque che  le donne siano attratte più dalle simpatiche canaglie che dai bravi ragazzi. Mio fratello era un sicuramente un bravo ragazzo, affidabile, con un’ottima posizione economica eppure con le donne non ebbe mai fortuna.

Guardandomi in giro ho visto spesso delle ragazze molto carine e pulite, accompagnarsi con dei ceffi dall’aspetto poco racccomandabile. Mio padre,  a tal proposito,  ripeteva spesso che se fosse nato donna,  sarebbe morto vergine, perché mai si sarebbe fatto toccare da certi elementi maschili, neppure con una canna di venti metri!

Io allora vedevo le donne come delle dee, da adorare e venerare; sicuramente da rispettare e da amare, ma mai da considerare come una merce di consumo, da pagare per delle prestazioni sessuali;  e neppure dei corpi di cui godere,  per poi scappare, in cerca di altro piacere, come sembravano suggerire le teorie di mio fratello ma anche di tanti altri uomini di mentalità maschilista.

Eppure questa attrativa che i cattivi esercitavano sule donne; questa loro attitudine a legarsi sentimentalmente con dei caratteri arroganti, con degli spavaldi, quando anche non perfino delinquenti e malvagi per me rimane un mistero irrisolto e, forse, irrisovibile.

Può darsi che sia soltanto un problema di sicurezza interiore. Ho avuto modo, in periodi diversi della mia vita, di appurare che le donne sono attrate da un carattere stabile, fermo e sicuro; magari per contrasto con il loro carattere, in fondo volubile e, se non altro,  fisicamente più fragile. E a volte, ai loro occhi, un bravo ragazzo è soltanto un carattere insicuro e fragile (e si sa che i simili si respingono);mentre gli opposti si attraggono; ed ecco spiegata la loro attrazione per i supermachos motorizzati, che vivono ai margini della legge e che non hanno altre sicurezze nella vita che il loro ego smisurato e la loro boria.

Eppure i femminicidi che si susseguono oggi a ritmo impressionante, mostrano al contrario una grande fragilità psicologica nei maschi ed allo stesso tempo sembrano dar ragione però a una certa attitudine all’autodistruzione ed ai guai che le donne hanno sempre mostrato di avere, sin nella scelta dei loro uomini.

Così passò anche quell’estate del 1971, tra grandi discorsi, inestricabili misteri e canzonette facili che mio fratello metteva alla radio in sosttofondo, quando non ascoltava chiamate Roma 3131 o altriprogrammi radiofonici pseudoculturali.

Tra le canzoni che più ho amato, in quell’anno, oltre a quelle già menzionate nei capitoli precedenti, mi piace ricordare “Ed io tra di voi” e “L’istrione” di Charles Aznavour; “Donna felicità” dei Nuovi Angeli; “Pensieri e parole” del grande Lucio Battisti (e di Mogol Giulio Rapetti).

Quando tornammo a Cagliari, preludio all’inizio dell’anno scolastico, imparai da un amico quattro accordi alla chitarra ( Do,  La minore, Re minore e Sol).

Io non vedevo l’ora di tornare a scuola. Lì, più che in casa mia, trovavo la mia dimensione ideale.

Eppoi adesso mi aspetttava la quarta. Stavo diventando grande, anche se non me ne accorgevo.

21. continua…

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A gennaio, dopo le vacanze di Natale, si rientrava a scuola e si riprendeva a frequentare regolarmente.

Succedeva sempre e quell’anno 1971 non fece eccezione. Anche se occorre sottolineare che nella scuola c’era fermento anche tra i docenti, che rivendicavano degli aumenti stipendiali che  dei governi fragili (ricordo, oltre ai monocolore democristiani, i più frequenti quadripartiti con il PSI di Nenni e di Martino (che poi diverrà solo di Bettino Craxi), il PRI  ( di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini) e il PLI di Valerio Zanone, che divennero più tardi governi di pentapartito, con l’aggiunta del Partito socialdemocratico, sino ai primi anni novanta, quando le inchieste giudiziarie di Tangentopoli spazzeranno via tutta quella classe politica .

Sia detto per chiarezza, anche se per inciso, che dal ciclone di tangentopoli sembrò salvarsi soltanto il PCI; qualcuno pensò che il motivo stesse nel fatto che i giudici della procura di Milano e di quelle che la imitarono nell’inquisire i politici corrotti, fossero degli uomini di sinistra; ma il motivo è un altro: i comunisti, a livello nazionale, non riuscirono mai ad entrare ufficialmente nel governo e diedero solo degli appoggi esterni nei momenti topici della vita del Paese; il povero Aldo Moro pagò con la vita il tentativo di far sedere i comunisti ai posti di comando, nei palazzi del potere nazionale; povero Aldo Moro, chissà se voleva farli entrare per dimostrare che anche i comunisti erano corruttibili come e più degli altri politici (Enrico Berlinguer a parte), come poi dimostreranno nelle sedi del  potere regionale e, più tardi, seppure sotto altre sigle e con altri nomi, anche alla guida dei governi nazionali (ma qui parliamo già dell’oggi; e la strada da percorrere è ancora lunga).

In quei primi mesi del  1971 , attraverso i giornali, la radio e la televisione (sempre e solo quella di Stato,  in bianco e nero e adesso,  con l’aggiunta del secondo canale ) apprendiamo dell’esistenza  dei Tupamaros uruguaiani e degli Halcones messicani; Tito si reca in Vaticano da Paolo VI (primo leader comunista a visitare un papa cattolico); a proposito di comunisti, quelli cinesi di Maotzetung  e Ciuenlai aprono al dialogo con gli USA con il pretesto del Ping-Pong (disciplina in cui i Cinesi sono bravissimi).

Si parla moltissimo, ma più sui giornali che in televisione,  anche di un colpo di stato organizzato dalla destra, su imitazione di quello avvenuto  in Grecia nello stesso anno, per portare i militari al governo. Il colpo di stato fallì miseramente ma non si seppe mai il perchè.

Sembra che l’anima del fallito golpe sia stato il principe Junio Valerio Borghese, un pluridecorato eroe, militare e militarista. Viene trovata anche la lista dei 500, una lista con 500 nomi di politici, imprenditori, militari e semplici cittadini (tra cui figurano nomi che vediamo ancora quotidianamente, o quasi, anche adesso in TV: Berlusconi, Cicchito e Costanzo son quelli che mi vengono i mente adesso; ma basta fare una ricerca su Internet per trovare la lista completa); sembra che questa lista sia legata a un certo Licio Gelli, grande maestro della massoneria, anticomunista, poeta ( che abbia ragione Francesco De Gregori? I poeti sono un imbroglio! O era Roberto Vecchioni? Ora non ricordo davvero…) e grande organizzatore.

Si sente inoltre parlare per la prima volta di Gladio, un’organizzazione, anch’essa segreta, coma la P2  di Lico Gelli, che sottotraccia deve monitare la politica italiana, pronta ad intervenire nel caso i comunisti, con le buone (attraverso normali elezioni) o con le cattive ( Lotta Continua, Potere Operaio, I gruppuscoli marxisti-leninisti, la stessa Unità ed altri movimenti comunisti più o meno ufficiali, più o meno clandestini, perfino gruppi terroristici in via di azione e formazione, come le Brigate Rosse e i GAP, che si faranno sentire molto di più in futuro, in effetti continuano ad inneggiare alla rivoluzione proletaria) assumano il potere.

Insomma, si vive in un gran bailamme di notizie non confermate, di sospetti, di intrighi e di misteri.

Io, coi miei poveri diciasette anni, neppure compiuti, avrei mai potuto dipanare quelle matasse aggrovigliate di complotti, di intrecci politici, di associazioni segrete, di poteri occulti, quando in realtà non avevo neppure presernti e chiari i poteri palesi e istituzionali (peraltro fragili e perfino poco autorevoli e sacrsamente indilendenti in un mondo che sembrava dominato alla grande dal gigante USA)?

Infatti non li capivo.Protestavo, come tanti giovani di allora, contro la corruzione, lo strapotere democristiano, l’imperialismo americano, l’arroganza dei ricchi, le scarse opportunità offerte ai figli dei proletari, lo sfruttamento degli operai, la scarsa libertà, il perbenismo interessato (come cantava il grande Francesco Guccini), il consumismo, l’alienazione di una civiltà destinata all’autodistruzione, la paura dell’atomica e della guerra nucleare; si protestava, a volte scimiottando le mode e i grandi intellettuali di allora, per  la voglia e il desiderio di un mondo diverso, con più uguaglianza, con una più equa distribuzione della ricchezza, con più lavoro e più benessere per tutti. Protestavo perchè intuivo, più che capire, che era il momento di far sentire la nostra voce, la voce dei deboli, di coloro che erano stati zitti per lunghi anni, forse per decenni o addirittura per secoli!

Ma il 1968 ( e gli anni di riverbero e prosecuzione di quella magica, incredibile rivoluzione culturale) non sarà stato il prosieguo dei moti del 1848?

Ci sarà un filo comune che lega le ribellioni di ogni tempo contro il potere costituito, contro ogni forma di oppressione, contro chi si arroga il diritto di tenere per sé tutta la ricchezza che si produce, prima nelle terre e nelle miniere, poi nelle industrie e nelle fabbriche?

Forse la vita è soltanto un susseguirsi di sopraffazioni cui fanno seguito delle illusioni, dei sogni, delle ribellioni, delle piccole, provvisorie conquiste; eppoi, inevitabile, subentra nuovamente la repressione che si riprende, con gli interessi e la vendetta, quello che ha dovuto cedere obtorto collo!!!

Mi sembra di averlo letto, forse nei libri di storia; o in qualche romanzo; o forse nei giornali. O magari l’ho inventato io! Però mi sembra che sia proprio così!

Ed a pensarci bene, certi misteri e certi intrecci italiani non li ho capiti neppure oggi che negli -anta ci sono da molti decenni!

A giugno arrivò un’altra promozione diretta.

Promosso alla quarta classe, diceva la pagella!

Potrà sembrare buffo ma leggendo quella pagella io mi chiesi se sarei stato all’altezza di quella promozione! Sarei stato capace di organizzare gli scioperi, di condurre dei dibattiti, di affrontare il preside e i professori con il piglio che esercitavano quei fratelli maggiori che andavano diplomandosi (seppure con fatica, visto che i professori, stanchi di chiedere, senza esito, gli aumenti stipendiali, proprio quell’anno bloccarono gli scrutini degli studenti  licenziandi  di ogni ordine e grado!)?

Dicono che per maturare, ciascuno di noi debba percorrere i suoi sentieri; e dicono anche che questi sentieri siano sempre costellati di errori, ingenuità e fraintedimenti, frutto della nostra inesperienza, della nostra spalvalderia, del nostro carattere, più o meno forte, più o meno profondo, più o meno riflessivo; frutto della nostra cifra intellettiva, ma anche di ciò che abbiamo vissuto, del latte cha abbiamo succhiato, dell’aria che abbiamo respirato, della cultura di cui siamo stati imbevuti sin dai nostri primi passi sulla terra. Frutti del mistero chiamato uomo.

Io amavo ascoltare “Un fiume amaro”, nella traduzione dal greco proposto dalla voce di Iva Zanicchi. E mi crogiolavo così, in quella età incerta che chiamano adolescenza, dove non si è ancora uomini e non si è più ragazzi. E si vorrebbe essere un altra persona, da un’altra parte della terra, in un luogo ideale, nel mondo  dei sogni che non  si avverano mai, ma senza dei quali non possiamo vivere.

Amavo ascoltare anche  ”My sweet Lord!” di George  Harrison, e mi chiedevo chi fosse mai quel Dio cantato dal più mistico dei Beatles (ormai sulla via dello scioglimento, se non addirittura in Tribunale per la divisione del loro immenso patrimonio); sicuramente era un Dio, pensavo io nella mia ignoranza, diverso da quello di papi del nepotismo rinascimentale, grandi predicatori e voluttuosi razzolatori;  un Dio diverso da quello che risiedeva nel Vaticano dei mille misteri e dei ricchi cardinali; delle chiese e delle prediche così distanti da noi poveri giovani, in cerca di libertà e piacere a basso e pronto consumo.

Forse era un Dio permissivo e generoso, che riusciva a parlare e ad ispirare i musicisti del movimento rock; un Dio giovane e moderno, non un vecchio barbone semiaddormentato nei cieli che non riusciva a vedere le storture e le ingiustizie del mondo; che non riusciva a fermare le sempiterne guerre dell’uomo, le sue avidità, la sua prepotenza, la sua violenza.

Beata presunzione della prima età! Come se i peccati dell’uomo non fossero un frutto dell’uomo stesso,  ma fossero da addebitare ad un’entità esterna e responsabile delle nefandezze umane!

Ma in fondo  la canzone che ascoltavo con maggiore coinvolgimento emotivo, in assoluto, era “Samba pa ti” di Carlos Santana (un altro mistico che cercava Dio). Con le sue note faceva vibrare il mio stesso corpo al contatto con altri corpi, nei balli che riuscivo a strappare nelle balere di provincia, dove la domenica cercavo di dimenticare i miei  enigmi esistenziali.

20. continua…

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Il terzo anno,  nella Ragioneria, così come,  credo, in tutti gli istituti superiore, è un anno cruciale.

Intanto di solito si cambia di corso (io infatti fui trasferito dal corso F al corso D). In secondo luogo si studiano delle materie del tutto nuove.

Così fu anche per me in quell’ottobre del 1970.

I miei nuovi professori erano assai diversi tra loro. Intanto c’erano quelli delle materie così dette di indirizzo: Ragioneria e Tecnica (che trattava tre specializzazioni diverse nel corso del triennio: commerciale, mercantile e bancaria); oggi, nella moderna ragioneria le due materie sono state unificate sotto il nome di Economia Aziendale, ma all’epoca, come dicevo, vi erano due materie e due insegnanti. Il professore di Ragioneria era un uomo tutto d’un pezzo. Si chiamava Murru. Quando entrava in classe non ci levavamo tutti in piedi, in segno di salute e di rispetto (ma lo facevamo per tutti i docenti indistintamente). Col braccio destro levato in aria e la mano tesa ci ordinava di sedere senza pronunciare parola. Ma i  suoi occhi chiari e freddi  scrutavano attenti tutta la classe; quello sguardo era equolente più di qualunque parola, così come quel saluto solenne e ormai  fuori moda: se non parlo io che sono il capo, sembrava dire il bellicoso professore di ragioneria, perché dovreste farlo voi, che siete dei poveri studenti, ancora senza arte né parte ( e chissà se mai ce l’avrete con quei capellacci e con quelle minigonne)?

Si lavorava in silenzio e sodo. Io mi ero rassegnato, dopo due anni di latitanza, ad occupare  il primo banco (sempre per via della storia che i piccoletti dovevano stare avanti).

Da lui, oltre al saluto caratteristico ricordo altre due cose: la prima è che ripeteva spesso che  i sindacati, soprattutto quelli di fede socialista,  sono la rovina dell’italia  (narrava, a metà tra il serio ed il faceto, che i sindacalisti erano dappertutto e che se uno di noi, un domani, rientrando a casa, avesse scovato nell’armadio o sotto il letto un uomo, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiedergli i documenti: si sarebbe trattato di un sindacalista di fede socialista; la seconda era la tecnica che aveva per ricordare gli articoli del cdodice civile (questa tecnica mi tornò poi utile anche all’università per memorizzare i  quattro codici); un giorno che ci spiegava il contratto di società, citando l’art. 2247 c.c., disse che ricordava quel numero facilmente, essendo nato nel 1922 ed essendosi poi sposato nel 1947; e faceva queste asoociazioni per tutti o quasi gli articoli del codice civile; così, concludeva, li aveva potuti memorizzare tutti.

Della sua materia non ricordo un beato picchio. Non mi piaceva (forse perché non mi piaceva lui; o magari, viceversa, non mi piaceva lui, perché mi era antipatica la sua materia).

Era un uomo freddo e distante; sicuramente preparato (si intuiva che nella sua materia non era uno sprovveduto), non vi era però alcuna emozione nel trasmettere la sua scienza.

Quando anni dopo, sono divenuto un insegnante, ho messo l’emozione e la passione al pari con la preparazione e la conoscenza; ma io ho sempre amato le materie che ho insegnato; ho amato ed amo insegnare, anche se adesso lascerei volentieri il posto ad uno più giovane (ma pare che la riforma Fornero-Monti mi abbia bloccato in cattedra sino a 67 anni!).

E’ vero anche che i tempi sono cambiati. Oggi i giovani non accetterebbero quella severità e  quella distanza glaciale che ci separava dai nostri professori!

Io pendevo dalle labbra dei miei professori perché volevo imparare da tutti e di tutto! Ed ero come una spugna, desideroso di apprendere!

Oggi i giovani hanno a portata di click, tramite il PC o di Tablet, o meglio ancora di I-phone e cellulare, tutto lo scibile possibile e immaginabile in qualsiasi campo della scienza e di ogni altro campo della vita!

Altro che giornaletti e fumetti! Altro che sognare “Le Ore!” Adesso bastano tre lettere sulla barra di Google e tutto il bello e il brutto della vita ti si spalanca davanti agli occhi!

Peccato che questi giovani, troppo spesso, facciano un uso distorto e superficiale di questa portentosa invenzione chiamata Internet; di questa rete infinita di autostrade e sentieri, di valli e praterie, percorsi aerei, marini e terrestri che si chama WEB!

Io ammiro davvero l’ingegno umano! Ma chi può dire cosa sia meglio nel cammino dell’uomo? Non è che a forza di andare avanti finiremmo col cadere in un burrone senza fondo? Cosa c’è dietro dell’angolo di questo infinito progresso, di questa ricerca senza fine, di questo spasmodico ritmo che travolge il passato ed è incentrato sul futuro, senza se e senza ma?

E ripeto ancora: meno male che gli altri uomini non sono come me! Altrimenti altro che World Wide Web! Noi saremmo ancora nelle caverne, arrostendo il frutto della caccia e nelle interminabili sere d’estate, siederemmo ancora attorno al fuoco, ad ascoltare dai poeti erranti, le vicende antiche delle nostre genti, tramandate oralmente di padre in figlio, da maestro a discente, da poeta ad allievo!

Del  professore  di Tecnica non ricordo bene il cognome. Ricordo che la moglie era un’insegnante e che il fratello era medico sociale del Cagliari Calcio (che di lì a poco avrebbe vinto lo scudetto del massimo campionato di calcio, grazie alle reti eccezionali del grande Gigi Riva e a dispetto dei soldi investiti invece dai grandi clubs delle città più ricche e famose d’Italia: Milano, Torino e Roma).

Aveva  una barca, ormeggiata in inverno a Marina Piccola (dove ormeggiano le barche da diporto dei cagliaritani facoltosi e non solo), e in estate ormeggiata in giro per il Mediterraneo. Faceva il commercialista e l’assicuratore (più il secondo che il primo, ad onor del vero). L’assicuratore marinaio aveva mangiato la foglia e doveva essersi detto nelle sue riflessioni, tra una polizza assicurativa e una manovra di trinchetto: a questi giovani qui non gli va di fare un beato cacchio; vogliono la rivoluzione, il sei politico, la promozione garantita; fanno gli scioperi, vogliono le assemblee e la pari dignità studenti-professori! Ebbene, accontentiamoli! In un discorso alquanto serio ci aveva quindi detto: se volete lavorare, io son qua! Usatemi come si usa uno strumento e farò ciò che volete!

Detto e fatto! A noi ragazzi non ci andava di far niente (io men che meno nella sua materia)! Alle ragazze sentir parlare di strumento doveva aver fatto venire in mente delle altre fantasie, dato che il professore si presentava più alla mano rispetto a quello di ragioneria. E comunque si associarono a noi maschi per non far niente.

Ricordo anche degli altri professori. Naturalmente quello di diritto e di economia, materie che amavo e che amo ancora, come ho già avuto modo di dire! Anche se non erano le mie preferite! Le materie che mi appassionavano maggiormente erano invece l’Italiano e la Storia. Le ho sempre apprezzate! Sicuramente anche per merito delle professoresse e dei professori che hanno avuto la pazienza di decifrare la mia quasi impossibile grafia, nei lunghi temi in cui sfogavo la mia verve di imberbe scrittore! E la storia? come si può non amare la storia? Come ci si può annoiare a leggere quei libri dove vengono narrate le gesta dei nostri avi? Dove ci sono scritti i segreti e le spiegazioni di ciò che fummo e le anticipazioni di ciò che saremo?

La mia professoressa del triennio si chiamava Chessa Annamaria; anche la sorella era insegnante di lettere, ma nel corso C.

Nonostante ci desse del lei (ma tutti i docenti davano del lei agli studenti nella nostra scuola) e nonostante la sua cattedra fosse distante e sopraelevata su di  una imponente pedana, io la sentivo vicina; emanava una grande umanità ed una notevole empatia la legava a noi studenti. Ha cercato di insegnarmi ad esercitare uno spirito critico ed una intelligenza libera da pregiudizi; si preoccupava, oltre che dell’insegnamento, anche della formazioni di noi giovani, trasmettendoci  il senso del dovere anche con il suo esempio. Io credo che un vero e buon insegnante  debba prima di tutto dare il buon esempio: un cittadino si forma con l’esempio di giustiiza, di lavoro, di rettitudine, di onestà, di puntualità, di disponibilità nel servizio e di studio e preparazione continui ed ininterrotti. Il buon esempio vale più di mille parole! E lei, in questo, fu esemplare per davvero!

Mi sono ispirato anche a lei nei primi anni del mio insegnamento (anche se gli studenti mi pregavano di dargli del tu ed io, dopo poco tempo, ho preso a chiamarli perfino con il nome di battesimo!).

Non si alvorò comunque molto in quei primi mesi dell’anno scolastico 1970-1971. Lo sciopero era sempre nell’aria e noi rivendicavamo il diritto di riunirci e di discutere dei problemi del mondo e non soltanto di scuola e di argomenti legati al programma.

Cominciai in quell’anno a scioperare anche io. Nella mia scuola vi era un gruppo di organizzatori entusiasti e capaci; erano tutti ragazzi di quarta e di quinta; qualcuno era impegnato anche politicamente; molti erano semplicemente del movimento studentesco, quello non politicizzato, che si occupava soltanto dei temi della scuola, rivendicando diritti allora quasi impronunciabili: assemblee di classe, assemblee di istituto, rappresentanza nelle istituzioni, dirtto a conoscere i voti, diritto di interagire e discutere alla pari con i docenti; diritto di contestare e di ribellarci; diritti, solo diritti e sempre diritti. Gli adulti furono molto pazienti con noi. Alcuni, anche fra i politici, erano perfino impauriti. Tirava una brutta aria e certi studenti sembrava non avere alcuna voglia di scherzare. Altri erano semplicemente dei dritti: gente che aveva studiato prima e più di noi e che sapeva che se ci avessero affrontato di petto, rischiavano il tracollo; presi così, invece, di fianco, forse ci saremmo stancati prima noi! La ribellione sembrava comunque epocale! Secondo me era il prosieguo della rivoluzione dei Figli dei Fiori! Insomma avevamo scoperto che il mondo poteva essere nostro e volevamo prendercelo, tutto e subito! Chi erano quei matusa grigi e senza fantasia per impedire a noi giovani di essere noi stessi? Come potevano impedirci di vivere le nostre esperienze? E perché soltanto i ricchi potevano andare a scuola? La cultura non era forse di tutti? E il potere non doveva essere del popolo, come insegna la parola democrazia?

A questi cori confusi ed indistinti, ma forti e mirati, si aggiungevano quelli delle femministe: sesso libero; no al maschilismo; il sesso ce lo vogliamo gestire da noi; abbasso i padri  e i mariti padroni! A morte il paternalismo! Lavoro per tutti! Pillola, aborto e divorzio garantiti! Vogliamo la parità coi maschi! E così via gridando, manifestando e protestando!

Arrivammo così a dicembre. La resa dei conti dopo le schermaglie dell’ ennesimo autunno caldo. Il Parlamento italiano approva la legge che introduce il divorzio anche in Italia! E’ una vera e propria rivoluzione nel Paese più cattolico del mondo! Si fronteggiavano due Italie: una vecchia, rivolta al passato, appoggiata dalla Chiesa e dalla classe politica democristiana e liberale; l’altra, proiettata verso il futuro, rivolta in avanti, appoggiata dai comunisti, dai socialisti e dai radicali di Marco Pannella.

Vengono raccolte più di un milione di firme per indire il referendum abrogativo della legge 890/1970 (quella sul divorzio).

Ma il referendum su quella legge si terrà soltanto il 12 maggio di tre anni dopo, nel 1974, come racconterò ai miei sette lettori, se avranno la pazienza di seguirmi ancora.

19. continua…

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L’estate  del 1970 fu dolce, nonostante tutto. Nonostante le gite al fiume fossero ormai un ricordo lontano, archiviato per sempre nella memoria di un’infanzia incosciente, passata definitivamente ai miti da rivivere nei tramonti della vita, insieme ai sogni, alle illusioni, ai fumetti in bianco e nero, alle eroine desiderate ed amate, alle scorribande nelle campagne assolate, alle razzie nei frutteti e nei pollai, alle avide, truci ricerche dei nidi di passeri per conquistarne le uova appena covate o prendere in mano quegli esserini pigolanti e tremanti e sentirsi così padroni della natura, del volo, signori della vita e della morte.

La Hit Parade era dominata dalla “Lontananza” di Domenico Modugno e da Massimo Ranieri con “Se bruciasse la città” (mio padre avrebbe messo volentieri fuoco ad entrambi; al primo perché aveva rinnegato la sua origine, voleva fare il mezzo-capellone e si spacciava per siciliano, lui che siciliano non era; al secondo perché, a suo dire, con quella canzone sembrava volesse invitare i giovani, dorgati e capelloni, a mettere a ferro e fuoco le  città; la premiata ditta Mogol-Battisti pubblicò due altri capolavori: “Emozioni” eseguita dallo stesso Lucio Battisti e “Insieme” eseguito dalla divina e sensuale “Mina”, emblema dell’avvenenza femminile e della femminilità disinvolta, invisa alle mamme (che forse, in fondo ne invidiavano la figura attraente e sensuale) e a tutti i maschi benpensanti (che sicuramente ne desideravano il corpo dalle curve dirompenti e  subivano il fascino del suo sguardo ammaliante e suadente; e non erano certo da soli in questo delirio di ubriacante sensualità); veniva considerata una donna trasgressiva, una poco di buono, per di più  ragazza madre; anche se alla fine la sinistra riuscì a rompere le barriere della censura clericale che la escludevano dalla TV nazionale in bianco e nero, ed infine la bella Mazzini potè dimostrare che oltre ad essere bella, era anche brava (in quello stesso anno la Tigre di Cremona ha inciso anche, sempre di Mogol -Battisti “Io e te da soli”) .

Alla sinistra non piaceva Lucio Battisti. Dicevano che fosse un reazionario, un qualunquista, poco incli9ne alla rivoluzione e troppo mieloso nel musica i versi cuore-amore dell’altrettanto reazionario Giulio Rapetti. Tutte cazzate di una  sinistra prigioniera di un’ideologia non meno fondamentalista e bigotta di quella clericale, pur se legata a una chiesa laica e marxista. Basti ricordare, a tal proposito, il  pruriginoso ostracismo di cui fu vittima Nilde Jotti, che aveva avuto il solo torto di innamorarsi di un uomo già sposato (il Palmiro nazionale).

Ma la premiata ditta, come risposta, in quello stesso 1970, scrissero altri quattro  capolavori immortali della canzonetta popolare: “La spada nel cuore” (cantata dalla divina Patty pravo e dal mitico Lottle Tony a Sanremo);  ”Fiori rosa, fiori di pesco” ,  ” E penso a te” e “Il tempo di morire” interpretate dalla voce accattivante dello stesso magico Lucio (“E penso a te”  si fa ricordare anche  per una magistrale interpretazione di Bruno Lauzi, altro bersaglio della sinistra che anni prima aveva scritto e cantato un profetico brano sull’invasione dei Cinesi, di fatto verificatasi alcuni decenni dopo).

Alla sinistra piaceva molto Fabrizio De Andrè, intellettuale scomodo e geniale che forse non ha mai contraccambiato l’amore dei comunisti (lui che era anarchico e detestava il potere in quanto tale, da chiunque venisse esercitato). In quell’anno il grande Faber pubblicò il “Pescatore” grande affresco anticonformista e anarchico, poi ripreso dalla PFM e da tanti altri artisti (tra cui, più di recente, anche la Fiorella Mannoia).

Io ascoltavo con trasporto ed emozione “Viola” di Celentano ( vecchio e intramontabile mito della mia prima gioventù) e”Albergo a ore” di Gino Paoli (altro mio idolo di gioventù, con la sua vena poetica di stampo esistenzialista, autore, traduttore  e grande interprete anche di successi internazionali come, ad esempio, “Col tempo” uno dei più grandi capolavori della canzone popolare  mai scritti, soprattutto per il testo poetico. Mi piaceva anche Fred Bongusto (che in quell’anno incise “Il nostro amor segreto”), di cui interpretai con successo, la mia prima canzone in pubblico (la mitica “Una rotonda sul mare”, come mi pare di aver già dato conto all’attento lettore).

A mio padre non piacevano nè Celentano, nè Gino Paoli; il primo perché, a suo dire, era un buffone, sgraziato e senza voce; il secondo perché aveva tentato di suicidarsi e aveva fallito anche in quel frangente (infatti viveva con una pallottola nel cuore; confesso di non avere mai verificato questa circostanza; forse non mi interessava e non mi interessa tuttavia).

Celentano però si era riscattato si suoi occhi  cantando “Chi non lavora, non fa l’amore” (che forse vinse addirittura Sanremo; o, quantomeno, conquistò il podio). A mio padre, tra gli interpreti della musica leggera,  piaceva soltanto Claudio Villa in quanto era l’unico che potesse vantare una voce all’altezza dei suoi miti: Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Mario Del Monaco e Giuseppe Di Stefano. Tutto il resto era zavorra, zazzeruti senza voce, capelloni pidocchiosi che senza il microfono non avrebbero saputo interpretare neppure una filastrocca.

Debbo dire che ho rivalutato soltanto più tardi Claudio Villa. I grandi tenori amati da mio padre continuo ad amarli anche oggi e le loro voci sono patrimonio irrinunciabile del Belcanto italiano.

18. continua…

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