Archivio della categoria “cultura”

L’anno successivo, nel 1965, frequentavo la quinta elementare: finalmente l’agognato fiocco rosso, che segnava la fine delle Scuole Elementari.

Non so perchè fummo riportati alla scuola del vecchio Convento dei Cappuccini. La quarta Elementare l’avevo frequentata con la maestra Soro nel nuovo edificio di via Vitale Matta, ma per la quinta ci riportarono nelle vecchie scuole dove avevo già frequentato la prima e la terza elementare.

Forse il boom economico aveva fatto crescere oltre il numero degli scolari. In effetti ricordo che in quegli anni le famiglie erano composte da un minimo di quattro figli con punte che arrivavano sino a 18 figli.

I figli unici erano delle specie di extraterrestri, privilegiati perché potevano godere di tutte le attenzione dei genitori, ma nello stesso fragili, quasi frangibili, da proteggere come una razza esile, in via d’estinzione, mentre noi (io ero il sesto di undici figli), quelli delle famiglie numerose potevano andare allo sbaraglio, nelle strade, scalzi e nei fiumi, dove si imparava a nuotare per non affogare sotto la pressione dei compagni più grandi.

Mi ricordo che certe mattine marinavamo la scuola proprio per andare a nuotare, in una specie di torrente (sa cascadedda o su su sifoi, qualcosa del genere) non distante dal Convento dei Cappuccino che ospitava la nostra quinta.

I nostri genitori non erano certo d’accordo.

Un giorno il padre di Gigi, un proprietario terriero che possedeva terreni coltivabili anche in   quella zona, ci colse in flagranza di reato.

Intimò al figlio di prendere i suoi vestiti e, nudo come la mamma lo aveva fatto (allora non si indossava il costume da bagno, quantomeno non al fiume) lo ricondusse al Paese a suon di cinghiate, lui dietro e il povero Gigi dietro, attento non solo a scansare i violenti colpi del genitore, ma anche non ferirsi i piedi nel sentiero che dal fiume riportava al Paese.

Così ritornammo a concentrarci di nuovo sul nostro sussidiario onde prepararci al meglio per il nostro esame finale.

Di quell’anno mi rimangono impressi certi quaderni finalmente colorati che sul retro riportavano le gesta degli eroi del Risorgimento italiano: Enrico Totti che lanciava la stampella contro gli Austriaci; Pietro Micca che saltava in aria con gli odiati nemici; Ciro Menotti che incitava  i suoi aguzzini, i quali gli avevano promesso di salvargli  salvarsi la pelle divenendo una spia austriaca, a procedere verso il patibolo con la celebre frase “Tirem innanz”!

Il nostro nuovo precettore era  il maestro Lai. Di lui ho un ricordo vago ma positivo.

Mi ricordo che in classe eravamo in tanti; molti erano i ripetenti; ricordo certi giangalloni grandi e grossi; con noi erano solidali ed il bullismo, almeno a scuola,  era inesistente. Forse quei ragazzoni avevano bisogno di noi per i suggerimenti e ci rispettavano.

I ragazzi più grandi, maliziosamente, avevano inventato che siccome  aveva perennemente le mani in tasca, soprattutto quando passava in mezzo ai banchi,  il maestro doveva avere le tasche bucate, così da potersi strusciare con le mani nelle parti intime. E anzi, per rincarare la dose, a volte lanciavano accusa a voce alta contro l’imbranato di turno, dicendo. ” Signor maestro, Tizio si sta toccando!”

Ma secondo me erano tutte fantasie della nostra pruriginosa adolescenza!

4. continua…

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Nell’anno 1962, al mio paese, c’era stata l’alluvione. Il fiume Mannu (o forse un suo affluente) aveva esondato. La mia casa, che allora era fatta di mattoni crudi (su ladiri, o ladri, nell’idioma locale, in pratica dei mattoni crudi impastati con paglia, la cui manifattura è stata soppiantata dai mattoni cotti e dai blocchetti) venne giù, insieme a tutte le case del mio vicinato, costruite nel quartiere c.d. della Stazione, costruita a valle del fiume.

Ricordo ancora la notte che le acque del fiume invasero la parte bassa del paese: una fila interminabile di ombre, più che di persone, di ogni età, una dietro l’altra, si recavano in processione verso la parte alta del paese; la notte avremmo trovato rifugio nell’asilo comunale di via Renzo Cocco (magistrato e  illustre compaesano); io ero con mia madre, che aveva in braccio mio fratello Alessio e che forse era già incinta di Gioachino (con Pina sarebbero stati gli ultimi tre figli di una catena di undici anelli, nati nell’arco temporale di 22 anni); gli sfollati invocavano San Biagio (il santo patrono del paese), ma anche Santa Barbara e  San Giacomo (protettori, in coppia, delle genti sotto la tempesta) qualcun altro  sant’Isidoro; mia madre era devota della Madonna ed alle sue cure si affidava con fiducia e devozione anche in quell’occasione, come tante altre nella vita (comprese le ultime tre maternità, severamente sconsigliate dai medici ma da lei volute con assoluta convinzione).

Per alleviare le famiglie colpite dal disastro ambientale i bambini di seconda elementare furono avviati in una sorta di colonia invernale organizzata a Giorgino dalle ACLI. Fu lì che conobbi il maestro Aventino Serra.

Il maestro Serra ci voleva bene. Era un vecchio maestro, di quelli di una volta.

Quando ci dava i temi da svolgere (roba semplice, da bambini di seconda elementare) soleva premiare il migliore con una caramella di menta o d’anice. Erano delle caramelle strette e lunghe, avvolte in una carta verde e plasticata. Le ho riviste da poco, ma ovviamente non hanno lo stesso sapore di un tempo.

Il maestro Serra ci insegnava anche la bella grafia. Una volta mi portò in giro per le altre classi a mostrare come io vergassi la lettera “f”. Più che una “f”, la mia lettera minuscola della parola “fieno” pareva una vespa dal ventre gonfio; il maestro Aventino era così sorpreso dalla mostruosità di questa mia lettera che forse, portandomi in giro per le altre classi, voleva scoraggiare gli altri scolari dal commettere lo stesso abnorme errore. Forse. Non saprei dire neanche oggi. In qualche modo mi fece sentire  protagonista: nel bene o nel male non saprei davvero.

A Giorgino tornai ancora in vacanza due anni dopo.

Fu lì, a Giorgino, in quella seconda occasione estiva, che partecipai alla mia prima gara canora, cantando “Una rotonda sul mare” di Fred Buongusto.

Arrivai soltanto secondo. Mi scalzò dal podio più alto una tale che cantava “La pappa col pomodoro”, allora resa assai più celebre da uno sceneggiato televisivo in bianco e nero.

La passione per il canto mi è rimasta nel tempo.

Per la terza elementare noi sfollati ritornammo al paese.

Oltre al  fiocco giallo , in quell’anno ricordo un maestro siciliano assai severo.

Il maestro Camerini (che in realtà era un professore abilitato all’insegnamento nelle scuole medie) non amava che i ragazzi parlassero in dialetto sardo (oggi giustamente considerata alla stregua di una lingua). Con una bacchetta di legno, che fungeva anche da righello, picchiava sulle mani coloro che trasgredivano. Forse aveva paura che la parlata sarda fungesse da strumento di incomprensibili prese in giro a suo danno (dato che già molti lo canzonavano per la sua pronuncia, non propriamente toscana, per  cui  la risposta alla buffa domanda su  quanto ammontasse  l’addizione di “quaccio più quaccio”, seguiva un’altrettanto e buffa canzonatoria risposta di “occio!”

Era comunque un ottimo insegnante (pronuncia palermitana a parte). Infatti, tra le innumerevoli iniziative da ascriversi a suo merito, egli  contribuì ad avviare  la biblioteca comunale. Fu lì che presi i miei primi libri in prestito: Il piccolo Lord; Il principe e il povero; L’uomo invisibile; e tanti altri ancora che ora non ricordo.

3. continua…

Tag:, , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Il primo ricordo che mi ritorna alla mente delle scuole superiori è un cancello bloccato dagli studenti delle classi più avanzate che distribuivano volantini in ciclostile. Io li leggevo con curiosità. Mi piacevano quelle cose che c’erano scritte e che parlavano dei grandi sitemi con roboanti paroloni; conobbi così le grandi correnti di pensiero nazionale ed internazionale: il capitalismo sfruttatore degli Agnelli; il colonialismo degli USA invasori; il libretto rosso di Mao; la riscossa di Ho-Chi-Min; le speranze rosse, bruciate con Ian Palach nella primavera di Praga.

I miei idoli giravano in Eskimo con il giornale di Lotta Continua sotto il braccio (qualcuno aveva Potere Operaio).

Per soggezione o non so per quale altra ragione decisi che per me era giusto aderire allo sciopero.

Più che capire intuivo, forse con un istinto primordiale,  che il mondo era più complesso di come me lo avevano descritto al Catechismo; o di quello che avevo studiato nei miei recenti trascorsi scolastici.

Intuivo che vi erano degli oppressi e degli oppressori; dei ricchi privilegiati e dei poveri condannati a subire dalla nascita modesta; dei poteri, più o meno occulti, che sfruttavano e godevano le ricchezze del mondo, approfittando dell’ignoranza delle masse indistinte, degli oppiati della religione, di quelli che non capivano i meccanismi complessi del potere; e vi era gente che non si rassegnava e voleva lottare per un mondo migliore.

Ed io volevo appartenere a quelli che avrebbero lottato per un mondo migliore.

Ero davvero  affascinato dai grandi oratori (quelli delle classi superiori) che arringavano noi matricole delle prime classi e tutti gli altri studenti, alla ribellione e allo sciopero.

Nel mio intimo pensavo che un giorno avrei anche io desiderato essere un leader di quel genere ed avere il coraggio di parlare in pubblico, ad alta voce e di organizzare i cortei per la città contro il sistema, contro i corrotti demociristiani, contro la guerra nel Vietnam, contro il perbenismo, contro i fascisti, contro le classi sociali, contro il capitalismo che sfruttava gli operai e bruciava il futuro dei giovani.

Insomma, contro tutto e contro tutti. Io facevo miei quegli slogans urlati al megafono e stampati nei volantini.

Tanto per cominciare e per vincere la mia timidezza (nonché  per consentire ai miei genitori di risparmiare sull’acquisto dei libri) mi cimentai nella compravendita dei libri usati.

Avevo ancora tanto da fare e da studiare per diventare come loro. E se volevo un domani essere ascoltato dagli, anche io dovevo progredire negli studi.

Così mi misi a studiare.

A fine anno il preside mi regalò un dizionartio di Oxford come premio per essere stato promosso a giugno.

Nonostante le mie idee rivoluzionarie ero ancora un bravo ragazzo.

2. continua…

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Alzi la mano chi non ricorda con gioia un suo ultimo giorno di scuola!!! Magari soltanto uno particolare, alle elementari, alle scuole medie oppure alle scuole superiori, che si chiudevano con il famigerato, temuto esame di maturità (oggi si chiama esame di stato, ma sempre quello è).

Come studente io ne ricordo diversi. Tutti sono ammantati da un velo di malinconia. In fondo a scuola ci stavo bene. I maestri (ma un anno ho avuto anche una maestra, in quarta elementare, si chiamava maestra Soro) mi volevano bene; in seconda media  ho cambiato tre  scuole; il mio anno si concluse in una scuola siciliana; il mio compagno di banco, un ragazzone di nome Armando figlio di emigrati  rientrati dall’Argentina, si sorprese nel vedere nei tabelloni, non tanto il suo nome tra i bocciati, quanto piuttosto il mio tra i promossi.

Ci avevano sistemato all’ultimo banco: io dalla Sardegna, lui dall’Argentina; in qualche modo eravamo entrambi di ritorno: io, figlio di un siciliano nostalgico, lui figlio di siciliani forse stanchi di parlare castigliano in quelle sterminate pampas americane.

A quel tempo recuperi e svantaggi non erano presi in considerazione. Chi seguiva bene, chi non seguiva veniva bocciato. Ma io ero troppo orgoglioso per farmi bocciare. Avevo le mie mosse segrete, i miei guizzi, le mie intuizioni, il mio spirito di sopravvivenza che mi guidava,  a scuola,  come fuori; per loro ero “u sardignolu” anche se portavo un cognome siciliano; e il mio accento ed il mio orgoglio erano palesemente sardi, pur se il mio DNA era avvolto anche in spire normanne, o forse arabe, o chissà, persino spagnole o napoletane. Non credo faccia molta differenza sul piano biologico.

Mi rendo conto di aver divagato, sulle ali della memoria; forse sto invecchiando.

Quest’anno sto per restituire il mio trentesimo registro del professore (più o meno; il conto preciso degli anni di insegnamento preferisco farlo in prossimità della pensione; traguardo che la riforma Fornero, sembra avere spostato irrimediabilmente in avanti; staremo a vedere).

Certamente rilevo una fondamentale differenza tra l’ultimo giorno di scuola da studente e quello da insegnante.

Nel primo caso, come dicevo, prevaleva la malinconia, lo smarrimento, la prospettiva dei giorni estivi, lunghi e solitari (ma perché da adolescenti non si capisce il grande valore del tempo? Naturalmente sto parlando solo per me); l’ultimo giorno di scuola da insegnante, insieme ad un senso di liberazione della fatica dell’orario di cattedra, fatto di spiegazioni ed interrogazioni che si susseguono in un turbine di eventi, ha anche il sapore degli scrutini e degli esami di maturità. E l’estate, adesso, dura troppo poco.

1. continua…

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Quando il latino era la prima lingua al mondo, tutti gli scrittori dovevano cimentarsi nelle composizioni letterarie in quella lingua per sentirisi, in qualche misura, parte del consorzio letterario internazionale.

La stessa cosa succede oggi con la lingua inglese.

Piaccia o non piaccia, la conoscenza della lingua di Albione costituisce un veicolo di comunicazione internazionale. E come i nostri antenati dovettero rassegnarsi a veder nascere le mille varianti dei latino-parlanti, nel loro immenso impero, così gli Inglesi, fino al tramonto del loro attuale potere culturale, devono accettare i diversi modi idiomatici di esprimersi degli Americani, degli Indiani, dei Giamaicani e di tutti gli altri stranieri che, in differente misura, entrano in contatto con la loro lingua.

Nella linguascritta  il discorso si fa più sottile e più esigente. La lingua scritta infatti mal sopporta le alterazioni e gli imbastardimenti che invece devono essere, giocoforza, accettati nella lingua parlata. Può tollerarsi magari, in qualche misura, un uso idiomatico di certe frasi, ma occorre stare più accorti, perché la critica letteraria dei puristi può risultare alquanto impietosa, con chiunque si discosti dai modelli classici.

Infatti le regole grammaticali nello scritto sono più stringenti e inoltre la matrice linguistica dei grandi scrittori del passato (i cc.dd. classici) si impone a chiunque voglia cimentarsi nella scrittura della lingua madre. Non di meno io penso che ciascun popolo, anche nella scrittura, saprà distinguersi, nel senso che la propria lingua di appartenenza non potrà fare a meno di influenzare lo scrittore nella elaborazione del suo pensiero e del suo estro letterario nella lingua inglese.

Con questa premessa (che mi auguro dei lettori più preparati di me nella materia possano rilanciare ed approfondire) comunico che  mi sono recentemente cimentato nella scrittura di una commedia in lingua inglese, iscrivendola a partecipare  ad un concorso internazionale che si chiama “stroytelleruk2017″ (il relativo sito è raggiungibile attraverso il link sottostante).

Anche se dirigo un blog in lingua inglese da parecchio tempo e pur se scrivo  in lingua inglese da molti  anni ed ho pubblicato, in quella lingua,  diversi libri, forse questa è la prima volta che partecipo ad un vero concorso internazionale con un’opera composta direttamente in lingua inglese e con ambizioni di carattere letterario (spero non venga considerata troppo audace la mia messa in scena di un nuovo incontro, a 700 anni di distanza,  tra l’inarrivabile Virgilio ed il sommo poeta Dante).

Spero comunque che i miei sette lettori vorranno valutare  i miei sforzi letterari in lingua inglese esprimendo liberamente il loro giudizio attraverso il servizio recensioni di Amazon.

https://www.amazon.co.uk/Travelling-space-time-Virgil-drama-prologue-ebook/dp/B071FB9SGV/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1495895377&sr=1-1&keywords=travelling+in+the+spacetime+with+Virgil

Tag:, , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Capitolo Ottavo

La casa di tolleranza della Sconcia era ospitata nel Borgo di San Giorgio, in un Palazzotto di 3 piani fuori terra.

Al piano terra, di fronte all’ingresso, c’era una postazione che fungeva da biglietteria, ove si  concordava la prestazione, il cui prezzo variava secondo il tempo che si intendeva trascorrere con la ragazza prescelta (anche se in realtà il tempo era in funzione delle prestazioni richieste e non viceversa).

Il prezzo includeva, obbligatoriamente, un tocco di sapone veneziano (che in realtà era prodotto a Rovigo, ma i blocchi da 50 libbre portavano la scritta “Sapone di Venezia”; oggi si direbbe un marchio registrato, o qualcosa del genere) e una pezza di lino grezzo. Il primo veniva ceduto in proprietà, o a perdere, come si diceva, mentre il secondo andava lasciato per terra dopo la fruizione del servizio.

La casa prendeva il nome da questo servizio, e persino dopo la Devoluzione, il membro del Consiglio dei Savi addetto all’Igiene Pubblica e delle Acque, aveva preteso che l’insegna riportasse la scritta “Ai Bagni della Sconcia”, e come tale veniva tollerata dal nuovo potere pontificio che comunque ne enfatizzava la visione negativa delle operatrici (chiamate evangelicamente “maddalene”) in chiave di esaltazione della funzione redentrice della Chiesa.

A onor del vero occorre però riconoscere che i prelati che vi si recavano (e presto ne conosceremo uno assai importante) non si limitavano a predicare sermoni di evangelico riscatto.

Al primo piano, che era chiamato dei Baiocchi, c’erano dodici camere, suddivise in tre classi: la terza classe, da 20 quattrini (ovvero quattro baiocchi), si affittava per un quarto d’ora; la seconda, da trenta quattrini (o sei baiocchi) valeva mezz’ora; la prima classe, da mezzo scudo (ovvero 50 baiocchi) valeva un’ora intera.

Ma era al secondo piano che si svolgeva l’attività più importante e lucrosa.

Al secondo piano, detto degli Scudi, sia gli avventori, sia le operatrici erano alquanto selezionati.

Non vi era un vero e proprio tariffario e non si accedeva neppure dall’interno (la scala interna che conduceva al secondo piano infatti,  non  era accessibile dal primo piano ed era anzi celata da una porta chiusa che ne impediva la vista e l’accesso).

Per accedere al secondo piano occorreva possedere la chiave di una porta esterna alla quale si perveniva per una scala esterna posta sul retro dell’edificio, in prossimità delle stalle di rimessa, ove gli ospiti privilegiati potevano alloggiare i loro cocchi e i loro cavalli. E la chiave la consegnava personalmente la matrona, la stessa che di norma stava all’ingresso del Piano Terra a rilasciare le ricevute per l’accesso al primo piano, previo pagamento di svariati scudi d’oro o anche d’argento (ma la tenutaria accettava ben volentieri anche i ducati, veneziani, milanesi o toscani, purché d’oro e di argento).

La Matrona (la stessa che abbiamo incontrato ai magazzini di Pontelagoscuro il giorno in cui conobbe Giuditta, restandone così impressionata da proporle di lavorare, più con lei che per lei, come vedremo più avanti) era la vera anima organizzatrice della casa.

Il suo nome vero era Maturina (come si erano chiamate  la mamma e la nonna) ed era venuta da Firenze a Ferrara,  dopo aver esercitato la professione più antica del mondo nella capitale medicea (e ancor prima a Bologna),  con un bel gruzzoletto di sonanti scudi d’oro (verso i quali mostrava evidentemente un’innata propensione) che aveva saputo investire nell’attività della Sconcia che abbiamo appena descritto.

I ferraresi, col tempo, vedendola ingrassare, un po’ per alterazione della pronuncia del loro idioma (che tendeva a mangiarsi le sillabe atoniche), un po’ per evidenziare l’aumento volumetrico della sua figura, presero a chiamarla la Matrona (e non mancava chi aveva poi simpaticamente francesizzato il nome, ribattezzandola in Madame la Maitresse).

Fu in quel secondo piano della Sconcia che Giuditta portò a compimento, affinandole con l’assiduità della pratica, quelle sensazioni che appena quindicenne, sin dalla prima volta in cui suo zio le aveva frugato tra le vesti con le mani bramose e tremanti, aveva avvertito come una forma istintiva di dominio della femmina sul maschio.

Quelle sensazioni, inizialmente emotive e confuse, si erano andate cogli anni chiarendosi e rafforzandosi, sino a diventare una ferrea sicurezza sulle sue capacità di ammansire e incanalare quelle tensioni, quei tumulti, quelle tempeste dell’anima che certe donne sanno suscitare sugli uomini e che comunemente si chiamano passioni.

E fu lì che Giuditta conobbe Pietro Marino De Regis ed  imparò ad amarlo, riconoscendo la sua sensibile fragilità, ammirando la sua intelligenza e sviluppando per lui un’ammirazione protettiva di cui avvertì tutta la prorompente carica affettiva quando un altro dei suoi clienti, quel don Agostino  Barozzi, presidente del locale tribunale dell’Inquisizione che abbiamo già incontrato nella casa del vice legato pontificio Pasini Frassoni, le confidò in quell’alcova segreta posta al secondo piano, che l’inviato segreto del re di Spagna (come lui chiamava l’hidalgo don Pedro Mendoza) aveva in mente di arrestare l’eretico De Regis, quel terzo lunedì del mese, in casa sua, in vicolo Vrespino, dove si sarebbe riunita tutta la compagnia farneticante di artisti e scrittori, a leggere i libri di poeti e scienziati indemoniati, gozzovigliando e fornicando, a sentir lui,  come in un bordello.

Avvisato per tempo il Carminate, con l’aiuto di alcuni amici fidati, mandò alla stampa, direttamente al suo editore di Venezia, il suo Manuale del Perfetto Orologiaio, trasferendo contemporaneamente in un luogo sicuro e segreto, oltre agli appunti e ai libri proibiti, tutto quanto di compromettente potesse esserci in casa sua per quella feroce, indiscreta e fanatica inquisizione.

Nei giorni che mancavano a quel fatidico terzo lunedì del mese, il Carminate non si accontentò di fare sparire quanto di pericoloso per lui avrebbero potuto rinvenire quegli inquirenti maliziosi e spavaldi, ma volle persino organizzare una bella beffa ai loro danni.

Si procurò libri e spartiti dal tipografo Raspo Baldini e scritturò dei giovani musicisti, allievi del Frescobaldi (che aveva ereditato il ruolo di musicista guida della corte Estense dal suo maestro Luzzasco Luzzaschi), così che quando l’hidalgo e i suoi sgherri irruppero nella sua casa, si trovarono nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Aminta, col Carminate ed i suoi ospiti a decantare i versi e ad interpretare i personaggi della commedia del Tasso.

Marino De Regis ed i suoi amici risero per settimane nel ricordarsi a vicenda la faccia stralunata e inviperita dell’inviato spagnolo, quando li aveva sorpresi a recitare, al suono dei chitarroni, dei flauti e delle viole e, soprattutto, quando i suoi sgherri gli avevano sottoposto il risultato della cernita dei libri rinvenuti nella casa: quattro copie dell’Aminta, due dell’Orlando Furioso, una Mandragola, Una Commedia, vari libri di sonetti del Petrarca, altri testi meno conosciuti, ma comunque niente di proibito, né di compromettente; e per completare l’inganno, una copia delle Costituzioni Egidiane e tre copie della Bibbia, rigorosamente in lingua latina (che invero il De Regis amava leggere devotamente ogni mattina).

8. continua….

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Il 4 dicembre gli Italiani saranno chiamati a votare sulla riforma costituzionale Boschi. Dovremo esprimere un assenso oppure un diniego alla riforma della Carta Costituzionale. Mi chiedo oggi per quale ragione i nostri politici abbiano inteso spaccare l’Italia in due. Ma non c’erano già abbastanza divisioni? Guardate cos’è successo in Gran Bretagna: il Paese è finito in un vero e proprio turbine di razzismo, di rivalità, di confusione, di odio.

I nostri politici hanno commesso l’ennesima leggerezza a nostro danno. Eppure sarebbe stato abbastanza facile mettere d’accordo tutti gli Italiani;  bastavano tre articoli:

1. Vuoi tu dimezzare il numero di tutti i parlamentari, in modo che alla Camera siano soltanto 315 ed al Senato soltanto 156?

2. Vuoi tu dimezzare i compensi dei parlamentari?

3. Vuoi tu che i parlamentari abbiano diritto ad un rimborso, non più a forfait, ma a piè di lista (cioè giustificando ogni singola spesa da rimborsare)?

State pur certi che avrebbero vinto i sì.

Invece i nostri strapagati politici hanno preferito metterci gli uni contro gli altri, con una riforma difficile nei contenuti, incerta nei risultati pratici, forse addirittura dannosa.

E noi, come diceva Totò, paghiamo!!! Oltretutto si noti che soltanto il primo quesito andrebbe obbligatoriamente modificato con legge costituzionale mentre gli altri due si potrebbero introdurre con legge ordinaria. Ma io per brevità ho ipotizzato una unica legge.

Io non so se andrò a votare: sono stanco di essere preso in giro da politici incapaci e confusionari.

Ma se andassi a votare state pur certo che voterei per il no!

Non voglio entrare nel merito dei contenuti.

Ma io appartengo alla vecchia scuola; quella abituata a diffidare dei governi in carica (di qualunque colore esso sia); quella scuola che non ama il potere; perchè sa bene che chi il potere non si preoccupa del benessere dei cittadini ma del proprio tornaconto personale.

Non voglio andare troppo indietro citando quel povero Gesù Cristo che duemila anni fa venne messo in Croce dai potenti di allora soltanto perché voleva riscattare i poveri e gli emerginati e sapeva svergognare gli uomini potenti menttendo in luce i loro difetti, le loro presunzioni, la loro arroganza e la loro malafede.

Mi basta qui citare il povero Aldo Moro: lui ha tentato di unire i rossi e i bianchi per il bene degli Italiani.

Tutti sappiamo che fina ha fatto.

Ed il suo sangue, come da lui predetto, sta ricadendo sull’Italia intera.

Tag:, , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

«Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»

Con questa motivazione l’Accademia svedese ha attribuito il premio Nobel per la letteratura 2016 al cantautore Bob Dylan.

Sono un estimatore del cantautore nordamericano da molto tempo.

Mi sono cimentato sin dai primi anni settanta nella traduzione dei suoi brani più orecchiabili. Ho considerato i suoi  testi  altamente poetici, onirici e visionari come si conviene ad un grande poeta.

Non parlo solo di Blowing in the wind, di The times are changing e di Mr Tambourine man. Parlo di gran parte della sua produzione.

Devo però confessare che da giovane non lo consideravo un grande  musicista ma un menestrello (nel migliore e più alto dei significati possibili).

Oggi forse il mio giudizio sulla sua cifra stilistica di musicista andrebbe rivisto.

Non di meno preferisco continuare a considerare come un grande poeta.

Sono decenni che desidero di vedere nelle nostre antologie scolastiche i brani di Bob Dylan, di Fabrizio De Andrè, di Francesco De Gregory, di Leo Ferrè e di tanti altri; lo dico senza togliere niente ai Leopardi, ai Carducci, ai Pascoli e ai D’Annunzio (Leopardi in particolare è il mio poeta preferito).

Dico solo che le antologie su cui studiano i nostri ragazzi andrebbero svecchiate consentendo l’ingresso di questi nuovi poeti.

Forse con il Nobel alla letteratura di Bob Dylan qualcosa sta cambiando.

Finalmente.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

La storia studiata a scuola, come tutti gli studenti hanno potuto personalmente constatare nel corso dei loro studi, è una materia alquanto ostica, per non dire addirittura antipatica.

Certo non è facile destreggiarsi tra dinastie dirette e rami cadetti, titoli onorifici e abdicazioni, guerre e trattati di pace, annessioni e concessioni, congiure e ribellioni; regni e giudicati, imperi e papati; senza contare le difficoltà connesse al linguaggio diplomatico, alle leggi e ai decreti, alle ordinanze, ai pregoni e a quant’altro servisse nei tempi andati per mandare avanti gli affari, dentro e fuori i confini  dello Stato.

I libri di storia sono in realtà un super concentrato di avvenimenti e di personaggi che gli storici cercano, giocoforza, di ridurre a sintesi. Cimento per niente facile, o forse impossibile, che mi fa pensare al tentativo di fare assumere ad un bambino, nell’arco temporale di un anno, tutte le proteine, le vitamine e i carboidrati, necessari alla crescita di tutta la sua vita.

Personalmente ho provato sempre un’attrazione speciale per la storia, anche se per capirla bene, ho provveduto sempre ad approfondire ed ampliare i singoli argomenti.

Ho scritto diverse commedie a fondo storico e volendo restare fedele agli avvenimenti storici entro  i quali situavo le vicissitudini dei miei personaggi, ho dovuto sviluppare una mia personale tecnica di indagine storica, onde venire a capo con una certa esattezza degli esatti contorni storici di riferimento.

Non si tratta di niente di eccezionale; e non si tratta neppure  di tecniche o formule più o meno magiche; in realtà si tratta di studiare; nel mio caso aggiungo che sono abituato a prendere degli appunti durante lo studio; e questi appunti poi mi guidano nella ricostruzione delle vicende storiche di riferimento.

E’ un lavoro che ho fatto anche recentemente in occasione della scrittura di uno degli ultimi drammi storici che ho composto e che sto proponendo agli studenti che mi sono stati assegnati per lo svolgimento di una materia alternativa allo studio della Religione Cattolica (in linguaggio burocratico: studenti non avvalentisi della R.C.).

L’opera che ho proposto a questi studenti è in lingua sarda (o se preferite in uno dei dialetti della lingua sarda) e s’intitola “Abettendi a Garibaldi” (Aspettando Garibaldi).

Fra realtà e finzione l’opera narra di un gruppo di studenti universitari cagliaritani che, durante i festeggiamenti del Carnevale  del 1849,  decidono di mettere in scena un copione (la prima rappresentazione è tradizionalmente prevista per il giorno dell’Assunta, cioè per il 15 Agosto) dal titolo “S’Annu doxi” ambientato durante i moti cagliaritani del 1812, che portarono alla congiura di Palabanda, una rivolta dei popolani Sardi, capeggiati da alcuni borghesi illuminati, repressa nel sangue dai Piemontesi.

La scelta del copione non è casuale, perchè gli studenti del 1849 stanno pensando ad una nuova ribellione contro la monarchia Sabauda.

Il dramma viaggia quindi su due binari storici : quello del 1812, dove primeggiano i moti di Palabanda (all’epoca era vicerè piemontese in Sardegna  Carlo Felice, futuro re di Sardegna dopo la morte del fratello)  e quella degli studenti rivoltosi del 1849, periodo in cui  è già re il famigerato Carlo Alberto.

Contemporaneamente, nello stesso anno 1849 abbiamo la morte di Anita Garibaldi e il primo sbarco dell’eroe in camicia rossa in Sardegna ( a Cagliari i Piemostesi non gli consentirono lo sbarco, ma Giuseppe Garibaldi approdò ugualmente in terra sarda, sbarcando a La Maddalena ed occupando  la prima metà di quell’isola di Caprera che più tardi sarà tutta sua).

In entrambi i contesti storici primeggiano però realmente le persone del popolo Sardo, quelle vere, quelle che patiscono la fame e gli stenti, quelle che sentono le emozioni e le istanze di libertà e di riscatto, quelle che nei libri di storia vengono sempre troppo frettolosamente liquidate in due righe, a favore dei grandi personaggi.

E per noi Sardi e per la Sardegna questo è ancor di più tristemente vero, dato che è noto a tutti come  noi Sardi, insieme alla terra e  alla lingua, siamo stati privati della cultura e della conoscenza diretta della storia  dell’isola dei nostri avi (  anche se la scuola di oggi sembra voler porre rimedio al silenzio millenario che sembra avvolgerci tutti quanti).

Io comunque proporrei un modo diverso di studiare la storia.

Partirei dallo studio delle vicende più vicne e più prossime alla realtà che circonda i bambini; solo dopo estenderei lo studio alle vicende degli altri luoghi e degli altri popoli.

Tanto per esemplificare, nel caso della storia della Sardegna, partire con lo studio dei nuraghi, delle tombe dei giganti, delle città puniche e dei monumenti che ci sono in Sardegna.

Solo dopo porrei ai ragazzi il tema: ma mentre i nostri avi costruivano i nuraghi che abbiamo visitato e che conosciamo, gli altri popoli cosa facevano?

La storia deve essere etnocentrica; per capire gli altri bisogna prima capire se stessi.

Ai miei tempi, nelle scuole sarde, non si studiava un solo rigo sui Sardi, sui nuraghi, sugli Shardana, sui Giudicati, su Eleonora d’Arborea, sulle città regie sarde e così via.

Non lo trovo giusto. Insieme alla lingua, hanno tentato di cancellare la nostra memoria.

Ma adesso è giunto il momento di svegliarci dal sonno millenario.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Scriveva James Clark in un articolo di Welfare Magazine nel lontano 1927 che ” la questione delle punizioni corporali è indubbiamente complessa e conviene considerarla da molti punti di vista”.

L’articolo dell’articolista americano forniva lo spunto a uno dei redattori della Rivista Minerva (edita da UTET) che nel n. 21 del 1° novembre 1927, a pag. 811 affronta l’argomento in un articolo, ancora oggi attuale, dal titolo “Le punizioni corporali e l’educazione dei fanciulli”.

La vexata quaestio è talmente risalente nel tempo che anche la Bibbia, nel libro della Sapienza (e non solo) tratta l’argomento, suggerendo al genitore di usare la verga nell’educazione dei  figli, se non vuole piangere da vecchio.

Questi metodi di correzione così drastici, come è noto a quelli che hanno superato da molto gli “anta”, come lo scrivente, sono stati utilizzati sino agli anni cinquanta e non solo in famiglia o nelle famigerate case di correzione, ma anche nelle scuole dove, sin dalle Elementari, i maestri non disdegnavano di colpire  con la temuta e inseparabile bacchetta, le diverse parti del corpo degli scolari più riottosi e, talvolta, anche di quelli meno dotati, nella falsa convinzione che i colpi potessero sopperire alla carenza di una adeguata nutrizione o, peggio ancora, alla mancanza di un metodo di insegnamento più elastico e misurato.

Poi venne il grande pedagogista americano Spock che decretò il definitivo De profundis alle punizioni corporali, dando il via a un permissivismo che, al di là delle immancabili folate di nostalgia (non solo dell’epoca in cui i treni pare che arrivassero sempre in orario), sembra effettivamente poco congeniale ad una seria educazione.

Ne sanno qualcosa i poveri docenti della scuola italiana di ogni ordine e grado che quotidianamente combattono contro delle abitudini che i loro scolari e studenti hanno acquisito nell’indifferenza e nella latitanza di famiglie sempre  più  allargate e sempre meno attente, con genitori indaffarati (quando non anche separati) che sopperiscono al loro assenteismo elargendo un permissivismo a buon mercato, impreziosito da donativi generosi capaci di scaricare le loro colpevoli coscienza da ogni responsabilità.

E i risultati sono un bullismo sempre crescente, un uso smodato della tecnologia e la convinzione che il mondo possa, anzi debba, piegarsi ai loro capricci.

Naturalmente ci sono anche docenti che riescono a mantenere l’ordine in classe sequestrando i telefonini e imponendo il silenzio ai più irrequieti con continue ammonizioni (verbali e scritte) ma talvolta, di fronte al rifiuto di consegnare “l’appendice tecnologica”, necessaria a tenere i contatti con mamme ansiose e iperprotettive, non è raro che le famiglie si schierino contro l’insegnante troppo severo e “demodé”.

Così a New York il sindaco ha cominciato a concedere l’utilizzo dei telefonini in classe, vietandone il sequestro con motivazioni educative e didattiche incomprensibili per noi europei.

Chi scrive preferisce comunque l’esercizio della autorevolezza invece dell’autoritarismo dei tempi che furono, anche se è sempre più difficile conquistare e affascinare dei sedicenni sempre più avvolti da onde elettromagnetiche che riempiono l’etere (e i cervelli delle persone) di immagini così suggestive da ingannare persino la percezioni di tanti adulti, non nativi digitali, che seppure cresciuti nell’era del cartaceo e della parola, hanno preferito nutrire la loro sete di verità con immagini molto più facili da assimilare, senza alcuno sforzo e senza più esercizio critico.

Non è un caso che nei films, (non so se l’abbiate notato) anche le lezioni del grande archeologo Indiana Jones vengono interrotte dopo alcuni minuti dalla campanella che salva gli alunni dalla noia e il professore dal dovere inventare altre affascinanti attrattive.

Certo il tema delle punizioni corporali rimane ancora aperto.

Mio nonno diceva che quando ci vuole, ci vuole.

E l’adagio era riferito sia ad un sonoro ceffone alle impertinenti signorinelle, sia a un bel calcio nel sedere per  qualche pervicace perdigiorno.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

“Dal Mediterraneo a Firenze” è il titolo di un bel volume  di cui è autore Marco Luppi per i tipi di EunoEdizioni di Enna. Come recita il sottotitolo, il libro è una biografia storico-politica di Giorgio La Pira dal 1904 al 1952 (il libro si chiude sulla scelta che Giorgio La Pira fu costretto ad operare, nel 1952, tera la carica di parlamentare e quella di Sindaco di Firenze. Da quel momento in poi Giorgio La Pira fu soprattutto il Sindaco di poveri, il primo cittadino della Perla del mondo, come lui definì il capoluogo toscano in un celebre telegramma; ma le vicende di La Pira sindaco saranno trattate dal chiaro autore in un successivo volume).

Il presente volume inizia illuminando le origini e i primi passi della vita del grande uomo democristiano, nato nella bella Sicilia ( a Pozzallo, in provincia di Messina) e poi trasferitosi sul continente al seguito del suo primo maestro di diritto, Ugo Betti (come è noto Giorgio la Pira fu docente universitario di Istituzioni di diritto romano prima come supplente all’università di Siena e poi, come ordinario, nella stessa Siena e in altre importanti facoltà italiane).

Il libro è interessante e godibile; scritto in un italiano piano e scorrevole.

A me, sincero  appassionato cultore di studi giuridici (all’università mi piacquero in particolare gli esami romanistici e lo studio del diritto costituzionale che condussi con gradevole fatica sui libri di Costantino Mortati), del bel  libro di Marco Luppi,  ha interessato  soprattutto la parte relativa al ruolo che Giorgio La Pira svolse nell’ambito dell’Assemblea Costituente, in quei diciotto mesi in cui si gettarono le basi della nuova società italiana repubblicana.

Leggere il Capitolo III (pagg. 249-334), dedicato appunto all’impegno di La Pira alla Costituente,  è stato per me come un tuffo nel passato, quando giovane studente universitario cagliaritano, seguivo con vigile  curiosità le lezioni del prof. Umberto Allegretti, perfezionando poi la mia conoscenza del diritto costituzionale, come già detto,  sui volumi di  Costantino Mortati.

Anzi, grazie al libro di Marco Luppi, mi sono sentito come un architetto che ritrovi con piacere  le sue costruzioni preferite, non solo rivisitandone le facciate, i profili, gli abbellimenti interni ed esterni, ma studiando i progetti originari che guidarono i costruttori nell’innalzamento degli edifici.

Giorgio La Pira fu infatti tra i 75 membri della Costituente prescelti per la redazione della Carta Costituzionale e delle tre sottocommissioni in cui si divisero i redattori padri costituenti, egli fece parte dei 25  componenti  della prima sottocommissione (quella che si occupò in particolare della redazione degli articoli riguardanti le libertà fondamentali, in campo sociale, dei cittadini).

E’ stato perfino emozionante immaginare  Giorgio la Pira mentre,  a tu per tu con il comunista Palmiro Togliatti, con il socialista Basso, con il monarchico Lucifero, affiancato da Aldo Moro e da Giuseppe Dossetti, si batteva per far emergere, sulle ceneri devastanti del pensiero fascista, l’uomo, sia come individuo, sia come componente delle mille realtà sociali viventi nello Stato (famiglie, circoli, associazioni, fabbriche, aziende, attività commerciali, comitati, fondazioni, società, chiesa, comuni, provincie, regioni e così via).

A lui siamo debitori della lettera e dello spirito che permeano la formulazione dell’articolo 2 della nostra ancora valida Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Emerge dal libro anche la grande umanità di questo nostro padre costituente. Belle le pagine in cui lo si dipinge trepidante nell’attesa dell’indomani, quando le sue idee si sarebbero scontrate con la visione opposta dei comunisti di Palmiro Togliatti. Ammirevole l’elasticità mentale di entrambi i protagonisti capaci perfino di trovare un terreno comune tra il dettato evengelico e la filosofia marxista, nel superiore e preminente interesse dell’uomo, coi suoi bisogni, le sue aspirazioni, il suo diritto al lavoro e alla giusta mercede, per il raggiungimento di una indefettibile dignità umana e sociale, a discapito di pretese supremazie statali, invadenti e totalizzanti. Mirabile sintesi di intelligenza e sensibilità umane che sanno superare perfino gli steccati ideologici.

Quanto diversi mi appaiono oggi i politici romani e cagliaritani, tutti affannati a inseguire incarichi, prebende ed onori (quando non anche bustarelle e soldi sottobanco, collidendo con i poteri occulti che stanno soffocando la gente per bene nell’indifferenza e nella rassegnazione).

A lui siamo debitori, così come lo siamo anche nei confronti di altri padri costituenti di estrazione diversa da quella cattolica di Giorgio La Pira, ma ugualmente e onestamente impegnati nel gettare le basi di un’Italia diversa e futura che, bene o male, ci ha portato ad occupare i primi 10 posti tra le potenze mondiali.

Ed oggi, con le sfide che ci attendono, in questo mondo maledettamente complicato,  globalizzato e dominato da finanzieri e potenti senza scrupoli, cosa ci rimane se non la nostra Costituzione?

Chissà cosa direbbero quei padri costituenti delle modifiche apportate all’impianto costituzionale nel 2001?  E di quelle che saremo presto chiamati a votare, nel prossimo referendum costituzionale di novembre-dicembre, approvate dal Parlamento in doppia lettura ad aprile?

Sono davvero  fatte, queste modifiche, per meglio affrontare le sfide che ci attendono, come dicono i sostenitori del “Sì”? O snaturano quella armonica distribuzione dei poteri che ci ha permesso di costruire la nostra società democratica, come dicono i sostenitori del “No”?

Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, mentre attendiamo che il nostro Marco Luppi pubblichi, come promesso, il secondo volume della biografia del grande Giorgio La Pira.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

La Costante Resistenziale Sarda“, illustrava il prof. Giovanni Lilliu in un’intervista alla Nuova Sardegna di qualche anno fa , “non è una filosofia di conservazione ma un modo attivo di tutelare un’identità in movimento, di partecipare alla dinamica storica sapendo chi siamo, sapendo che non veniamo dal nulla, che abbiamo titoli e argomenti per presentarci in modo originale e moderno sulla scena del mondo”.

Grande prof. Lilliu, un altro Sardo illustre di cui sento molto la mancanza, un vero Sardus Pater, l’uomo che ha ridato la luce a “Su Nuraxi” di Barumini.

E ancora,  nella stessa intervista rilasciata al giornalista  Giuseppe Marci della Nuova Sardegna, l’ormai distante 9 maggio 1987, il prof. Lilliu dichiarava: ” La filosofia che deve animare i Sardi e la Sardegna,  subalterna e negletta, per la quale occorre trovare una logica di sviluppo, va trovata nella coscienza del valore delle genti sarde, l’alto prezzo dei prodotti che qui sono stati realizzati. Pensiamo ai nuraghi: averli edificati ha un grande significato. Esprimono una base di tecnica e di lavoro che ci mette alla pari con altre regioni mediterranee ed europee. Non siamo inferiori, abbiamo avuto una nostra originalità, dobbiamo affermarla e difenderla!”  

Parole semplici e immense, dense  di significato. Senza retorica Giovanni Lilliu ci dice chi siamo. Lasciamo stare le beghe politiche, le discussioni infinite sulla lingua sarda e i suoi numerosi dialetti. Guardiamo i nuraghi: ecco chi siamo stati e chi siamo ancora!!!

Non cesserò mai di resistere e non mi farò mai omologare, tanto meno nella indistinta insipienza italiota o anglicizzante dei nostri sciagurati tempi.

Grazie prof. Lilliu per ciò che hai fatto e per ciò che sei stato.

Con la tua umiltà e con la tua geniale grandezza hai lasciato un’orma profonda e indelebile nei nostri animi feriti.

Io non ti dimenticherò e continuerò costantemente a resistere finché Dio mi darà la forza per farlo.

Tag:, , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Qualcuno può immaginarselo come un aitante barbuto col tridente nella mano destra, come la inonografia ufficiale ce lo rappresenta dappertutto. Ma il nuovo dio Nettuno è un sommergibile pilotato da Patrick Lahey, co-fondatore della compagnia Triton Submarines di Vero Beach, Florida, U.S.A..

Jim Clash lo ha intervistato per Forbes.com a 1000 piedi di profondità, negli abissi dell’Oceano Atlantico.

Qui pubblico un breve stralcio dell’intervista.

Il resto si può leggere attraverso il link sottostante.

 

Jim ClashC: Here we are in the dark, 1,000 feet under the Atlantic. Describe the view. trad. Siamo qui al buio, oltre 300 metri sotto il livello dell’oceano atlantico. Descrivi il paesaggio.

Patrick Lahey : E’ quasi un paesaggio lunare, ma qui la vita non è esclusa. Anzi ci vivono diverse forme  di vita animale. Ci sono coralli ramificati, gorgonie, pesci. Noi pensiamo ai profondi fondali marini come a dei siti alieni per il semplice fatto che conosciamo assai poco di loro. Ma fanno parte  del nostro pianeta e presentano tante cose da vedere e da scoprire. A questa profondità di 1000 piedi, abbastanza superficiale, se comparata agli abissi più remoti dell’oceano che si possono raggiungere, noi possiamo vedere delle cose di cui  gli scienziati, che conoscono molte più cose di me, non hanno tuttavia contezza.

It’s almost like a lunar landscape, except it’s not devoid of life. It has a lot of unusual animals. There are branching corals, gorgonians, fish. We think of this as an alien landscape because we know so little about it. But it’s our own planet and has interesting things for us to see and discover. Just on this dive so far – relatively shallow compared to some parts of the ocean which are so deep and vast – we’ve already seen things that scientists, who know a lot more about this than me, don’t recognize.

 

 http://www.forbes.com/sites/jimclash/2016/08/05/guinness-world-record-intrepid-interview-conducted-1000-feet-deep-in-nekton-sub-near-bermuda/#266a78b73b0c

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Adesso ricordo

dove ho visto il tuo viso

incorniciato dai riccioli neri

sulla tua fronte ampia.

Forse giocavi a palla in riva al fiume

mentre i panni lavati

asciugavano al sole.

Indossavi una veste bianca

stretta ai fianchi da una cintura

con fibula nera.

Ti ballavano i seni

mentre guarrula lanciavi la palla

alle altre fanciulle

e splendevano i tuoi denti

piccoli e bianchi

sulle labbra vermiglie.

Io vigilavo, discreto,

sulla vostra incolumità.

E mi accorgo

ora

che ti serbavo in cuore

da oltre duemila  anni.

Tag:, , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Confesso che sino a giovedì 16 giugno seguivo il dibattito sulla Brexit in maniera compassata, quasi indifferente.

“Sono affari interni” pensavo tra me e me.

Insomma, attendevo il 23 giugno senza prendere posizione, accettando l’esito del referendum per quello che sarebbe stato.

Anche ripensando ai pochi articoli apparsi sull’argomento in questo blog,  mi rendo conto che in fondo ho sempre pensato che gli Inglesi (un po’ meno gli Scozzesi e i nord-irlandesi) fossero dentro l’Unione Europea senza convinzione, con la testa sulle grandi questioni atlantiche e i piedi nel Mediterraneo, ma soltanto per controllarci da vicino, godendo soltanto dei vantaggi economici del grande mercato unico europeo.

Ma dopo la barbara uccisione della parlamentare laburista Helen Joanne “Jo” Cox ho cambiato idea.

Adesso sento che ormai l’Inghilterra (ma il discorso va esteso a tutta la   Gran Bretagna) è parte indissolubile dell’Unione Europea.

Adesso aspetto con ansia l’esito del referendum del 23 giugno prossimo.

Adesso so che se  la morte di Jo Cox farà pendere la bilancia sul “no” alla Brexit (e quindi sulla permanenza del Regno Unito nell’UE),  la valorosa e passionale parlamentare laburista non sarà morta invano.

Anche per lei continuerò ad essere un convinto europeista.

Ma d’ora in poi considererò la Gran Bretagna parte integrante e vera della nostra Unione Europea.

Stiamo uniti, fratelli europei. Riconosciamoci nelle nostre comuni radici cristiane. Senza odio e senza razzismo, ma con una nostra identità ben precisa e delineata.

Sarà più facile confrontarci con chi viene da fuori e professa un altro credo religioso se noi riscopriamo la nostra spiritualità. Io non ho paura dei Musulmani, dei Buddhisti, degli Hindù o dei Giudei, anche se come Cristiano (e Cattolico nella fattispecie) resto saldo nelle mie convinzioni, attaccato alle mie radici.

Stiamo uniti, per fronteggiare i rigurgiti neo-nazisti, che portano all’odio, all’intolleranza, alla violenza.

Stiamo uniti per fronteggiare ogni tipo di fanatismo e non permettiamo che l’inestinguibile sete di spiritualità che affligge l’uomo sin dai primordi della civiltà, sia riempita con oscuri misteri, con vacue ciarlatanerie e magie vaganti, o con false e superficiali  convinzioni di natura esoterica.

Al di là di ogni convinzione religiosa (io non so e non voglio sapere niente sulla religiosità della parlamentare uccisa; la fede resta comunque una cosa personale) Jo Cox è stato un esempio di serietà e impegno nella politica e nel sociale. Un esempio da seguire da parte di tutti gli europei.

Il tempo ci dirà se Jo Cox ha contribuito con il suo sangue innocente a costruire una Europa più unita  e solidale. E se nel grande libro della nostra Europa avrà il riconoscimento che merita di avere.

Una cosa però è certa: Jo Cox occuperà per sempre un posto importante nel mio cuore.

Grazie Jo, per ciò che sei stata e per l’esempio che hai saputo dare, mentre eri in vita, con il tuo impegno in favore dei più deboli e degli emarginati.

La folle mano che voleva sopprimere le tue idee non ha fatto altro che mettere le  ali a quelle stesse idee, che ora volano, libere, nelle menti più sensibili e mature della tua Gran Bretagna e della nostra Europa.

Ennesima dimostrazione di quanto sia inutile e stolta ogni forma di violenza.

Tag:, , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Si parla molto, mentre i due schieramenti affilano le armi aspettando la fatidica data del referendum di ottobre, della riforma costituzionale Boschi, approvata in via definitiva dal parlamento il 12 aprile 2016, dopo un iter lungo a faticoso. Come dispone l’art. 138 della nostra Costituzione, però, tale fatica potrebbe rivelarsi simile a quella mitologica di Sìsifo, qualora ad ottobre vincesse lo schieramento dei contrari alla riforma.

I pro e i contro.

Gli argomenti più  favorevoli alla riforma mettono in evidenza soprattutto due vantaggi: i risparmi e la maggiore  velocità decisionale del nuovo organigramma di potere (concentrato sul binomio  Camera – Governo).

Lo schieramento  contrario risponde contestando l’effettivo risparmio ed evidenziando che l’accorciamento dei tempi decisionali andrebbe a discapito della democrazia.

Naturalmente ci sono altri profili che non andrebbero trascurati. Ad esempio è importante notare che la riforma sopprime il tavolo paritetico Stato-Regioni. Anche questo costituisce un argomento a due facce: per i detrattori della riforma, un ulteriore colpo basso alla democrazia; per i sostenitori una  ulteriore semplificazione dei processi decisionali.

Ma chi ha ragione?

Come al solito, in politica, non è facile trovare chi abbia ragione.

Se ascoltassimo un dibattito con animo semplice ci troveremmo a dover dare ragione ad entrambi gli schieramenti, rischiando di fare la fine dell’asino di Buridano.

Un mio vecchio amico mi disse una volta che quando si parla di riforme, in politica, per formarsi un’idea corretta del problema, occorre chiedersi quali interessi economici si celino dietro le scelte politiche (dietro ogni scelta politica, infatti, chiosava il mio amico, c’è sempre un interesse economico).

Ma allora qual’è l’interesse economico che dà impulso alla riforma costituzionale Boschi? E tale interesse economico va a vantaggio dei cittadini oppure no?

Provo a rispondere alla prima domanda (e poi anche alla seconda).

Il neo presidente della Confindustria, massima espressione del ceto imprenditoriale italiano, ha già dichiarato che voterà “sì”. Quindi la riforma costituzionale corrisponde ad un interesse economico della grande industria italiana.

Se seguissi fino in fondo l’insegnamento di quel mio vecchio amico, adesso dovrei dire che se la riforma piace alla Confindustria non piace a me. Ma quel mio amico divideva il mondo in due classi contrapposte; quindi per lui il ragionamento era più semplice (forse ai suoi tempi era giusto così, ma oggi, che il mondo è più complesso di ieri, direi che tale risposta sarebbe semplicistica).

Sicuramente la riforma piace anche ai cc.dd. poteri forti (qualcuno li chiama occulti); io li chiamo con il loro vero nome: i poteri finanziari;  si tratta di una oligarchia di potenti che muovono miliardi di dollari e di euro su e giù per i percorsi ottici che avvolgono il pianeta; questi poteri  per loro stessa natura, amano la velocità, il verticismo e il danaro, e mal sopportano i vecchi  riti della democrazia, i dibattiti complessi e gli idealismi degli  utopisti fuori moda e senza tempo (ex sessantottini non pentiti; intellettuali senza maschera e senza padrone; keynesiani della prima ora e neo- antiliberisti; sardisti azionisti;  no-globals,  new wavers di varia estrazione e, ultimamente, i neo-evangelici di Santa Marta, con papa Francesco in testa).

Questi poteri finanziari, insieme alle multinazionali, con cui vivono una simbiosi parassitaria, hanno fagocitato, globalizzandoli in un abbraccio mortale, i vecchi modelli statali e in certe aree geografiche sono un tutt’uno con apparati politici di natura teocratica o con oligarchie politiche che non hanno mai visto la luce della democrazia.

L’unico argine possibile a questo straripante potere finanziario è la fragile e residua frontiera del libero pensiero euro-americano (o ciò che ne rimane) al tramonto dei movimenti di emancipazione intellettuale post-capitalistici, nel tenue crepuscolo delle logore  democrazie che, bene o male, ne hanno garantito la sopravvivenza.

Ed ora cerchiamo di dare una risposta almeno alla seconda domanda. Ma l’ interesse di questi potentati economico-finanziari,  che tanto sembrano amare la riforma costituzionale Boschi,  coincide o contrasta con l’interesse  dei cittadini oppure no?

In maniera poco riguardosa mi viene da dire che ai cittadini, in realtà, di questa riforma non gliene frega un beato piffero. O meglio, li riguarda e  interessa loro nella misura in cui essa riuscirà a garantire quel minimo di benessere sociale ai vecchi ed a creare un ragionevole numero di posti di lavoro per i giovani. Tutto il resto è noia, o quasi.

Piaccia o no, lo stato sociale  (non solo in Italia, per quel che esso vale), è finanziato da quei famigerati e non più tanto occulti poteri finanziari di cui si è scritto dianzi. E con quei poteri toccherà fare i conti agli stati, ed ai suoi cittadini, che ormai dai loro soldi totalmente dipendono.

Certamente con loro  potremmo trattare ed ottenere risultati più vantaggiosi,  se negli scranni del potere romano (per non parlare di quelli di Bruxelles e di Cagliari), non sedessero degli scalda poltrone,   maliziosi e incapaci, organizzati in partiti e movimenti autoreferenziali che, arroccati nelle cittadelle del potere, hanno perso ogni contatto con la realtà.

Se è vero che nel lungo periodo saremo tutti morti, spero che il breve duri quel tanto da consentirmi di vedere chi vincerà le sfide che ci attendono; ad iniziare da quella di ottobre, sul referendum costituzionale Boschi (anche se quelle successive sono assai più importanti: il futuro dell’Unione Europea, ad esempio, che passa anch’esso attraverso un referendum, cioè quello Brexit del 23 giugno; oppure quella dei flussi migratori: braccia che arrivano, cervelli che fuggono; o magari quella di dotare il mondo di un forte governo mondiale capace di arginare il potere della finanza globalizzata, ed il pericolo rappresentato da nuovi ducetti, senza stivali ma con trucco e parrucco, che si affacciano minacciosamente alla ribalta politica di quello che rimane delle nostre logore democrazie popolari).

Insomma, chi vivrà, vedrà!

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Uno dei cartoni animati che mi è rimasto impresso, tra quelli che guardavo con le mie figlie quando erano piccole (da ragazzo esistevano i giornaletti; ma in casa mia quelli di Topolino non circolavano tra i miei fratelli più grandi; e neppure tra quelli più piccoli), è quello di  Topolino apprendista stregone.

Stava all’interno del film di Walt Disney “Fantasia“; una pellicola eccezionale anche per le musiche. E’ incredibile come il grande Walt (che da giovane non apprezzavo per una serie di pregiudizi di cui scriverò in un’altra occasione) abbia realizzato sempre dei cartoni animati, ricalcando dei personaggi che si rispecchiano totalmente nella vita di ogni giorno. Basti pensare all’ingenuo Pippo (il mio preferito), allo sfortunato Paperino, all’avido Paperone, al fortunato Gastone, alla dolce nonna Papera e a tanti altri.

Il mondo che ci circonda è pieno anche di apprendisti stregoni.

Uno di loro  secondo me è il primo ministro britannico Cameron. Ha mosso mari e monti con la storia dell’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna ed ora scopre che i meccanismi che ha attivato gli sono sfuggiti di mano. Ed al referendum del 23 giugno sta chiedendo ai suoi concittadini di votare per la loro permanenza nell’Unione Europea. Chissà come andrà finire…

 Una delle prime cose che ho imparato da mio padre, quando in estate, controvoglia, mi toccava di seguirlo nella sua bottega di artigiano orologiaio specializzato,  era di non provare mai a smontare il movimento di un orologio se prima non lo si era studiato alla perfezione. E raccomandava sempre i suoi praticanti di diffidare degli orologi cronografi e dei pendoli, i più difficili in assoluto.

Peccato che non tutti abbiano imparato quella lezione.

Poi io, con la sua benedizione, mi sono dedicato a tutt’altro.

La prima cosa che mi insegnò l’avvocato presso il cui studio legale  iniziai la mia pratica forense (ahimè molti decenni or sono), fu che gli avvocati sono degli artigiani. Ho fatto tesoro dei suoi insegnamenti.  Ed ho trasferito nella professione forense certi principii che ho appreso nella scuola di mio padre (come, ad esempio, quello di non assumere mai un incarico che non si è in grado di svolgere appieno). Certi principii sono davvero universali.

Tag:, , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Oggi si celebra il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dei profughi dell’ Istria (L. 30 marzo  2004 n. 92).

Tra il settembre del 1943 e il 15 giugno 1945, le milizie jugoslave del maresciallo Tito, esaltate dal sogno della grande federazione jugoslava che andava delineandosi nello scacchiere internzionale, incattivite dagli eccessi fascisti e accecate dall’ideologia comunista, massacrarono migliaia di vittime innocenti, colpevoli soltanto di essere italiane, in un territorio destinato a divenire il “nuovo paradiso socialista in terra ” (Palmiro Togliatti dixit) dove non c’era posto per donne incinte e bambini italiani, preti, finanzieri, cattolici e italofoni vari, che non mostrassero di volersi prostrare ad adorare il nuovo feticcio con la stella rossa, stampata nell’incavo di una  falce a croce col martello.

Il  15 giugno 1945  l’incubo finì solo per Trieste, Gorizia e Pola; quest’ultima visse un biennio di speranza, sino al 10 febbraio 1947, quando insieme a tutta l’Istria (escluse, come già detto Trieste, Gorizia e qualche altra porzione di territorio giuliano) passò definitivamente nelle mani della Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito.

Ma tutto questo nei libri di storia non l’ho mai letto. Incominciai a intravvedere la verità negli anni settanta del secolo scorso, quando svolgevo il servizio militare di leva a Trieste.

In seguito,  le ripetute stragi, le follie utopistiche dei post-sessantottini, gli studi universitari, la silente ipocrisia dell’apparato politico italiano acquietarono, senza estinguerla però del tutto, quella sete di verità che prorompe tanto più fragorosa, quanto più a lungo è trattenuta e repressa.

Poi venne promulgata  infatti  la legge 30 marzo  2004 n. 92 con cui viene istituito il giorno del ricordo delle vittime delle foibe. Il giorno prescelto, non a caso, è il 10 febbraio.

Ora le vittime delle foibe aspettano il riposo eterno che i parenti vorrebbero innalzare, in loro memoria,  nella volta celeste, nella speranza che lassù, un giorno, si possano ricongiungere ai cari scomparsi nel silenzio della furia ideologica, colpevoli solo di avere rifiutato il paradiso socialista in terra. O forse soltanto ignari degli sporchi giochi che la politica gioca sulle teste innocenti.

Il velo ha cominciato a squarciarsi ma tanto c’è ancora da fare per restituire ai morti la dignità ed ai vivi la verità.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Questo pomeriggio, al Teatro Massimo di Cagliari,  ho assistito allo spettacolo teatrale “Sette bambine ebree” di Caryl Churchill, per la regia di Rosalba Ziccheddu con cinque valide attrici sul palcoscenico ( Eleonora Giua, Maria Grazia Sughi Marta Proietti Orzella, Noemi Medas Agnese Fois) e un altrettanto valido musicista (Alessandro Atzori).

La proposta drammaturgica  si inquadra nel ricordo della giornata della memoria e viene proposta alle scuole proprio nelle date del 26 e del 27 gennaio, giornate che per legge sono deputate al ricordo della Shoah. Pur tuttavia la proposta culturale di Sardegna Teatro quest’anno appare più articolata e complessa e meno scontata degli altri anni.

La rappresentazione è stata infatti preceduta dalla proiezione di tre cortometraggi proposti dall’Associazione Culturale Skepto e dall’Associazione Amicizia Sardegna Palestina. Il cortometraggio di quest’ultima associazione, Nakba, getta una luce nuova e diversa sulle vicende dello Stato d’Israele, nato nel maggio del 1948, sulle ceneri del grande massacro che i nazisti perpetrarono in odio agli Ebrei nel decennio precedente.

Qui non si tratta di disconoscere o sminuire l’orrore di quel tragico eccidio. E nemmeno di cercarne un contrappeso nelle sofferenze che i Palestinesi hanno dovuto subire dal 1948 ad oggi, a causa dello strapotere israeliano nei territori assegnati ai Sionisti da una politica internazionale,  a dir poco, miope e poco accorta.

Piuttosto la rappresentazione, così come si evidenzia anche dalle dichiarazioni esplicite della sua autrice, intende fare emergere,   il terribile, doloroso conflitto, interno ed esterno,  degli Ebrei senza terra, che si insediano in Palestina contro la volontà e comunque a discapito dei discendenti dei Cananei che in quelle terre abitano da millenni.

Il conflitto interno allo stesso popolo israeliano emerge sin dalle prime battute della rappresentazione: “Dille”, “Non dirle”; “Dille che è un gioco” , “Dille che è una cosa seria”.

Il conflitto esterno con i Palestinesi è perfino più marcato. Lo stesso titolo dell’opera vuole rappresentare le sette fasi dell’insediamento israeliano in Palestina: L’Olocausto,  l’immigrazione ebrea in Palestina, La creazione dello Stato d’Israele,  la lotta per l’espulsione degli Arabi  Palestinesi dai territori, le guerre arabo-palestinesi, la disputa per l’utilizzo dell’acqua e  le  rivolte palestinesi chiamate Intifada.

Qualcuno, anche nella patria dell’autrice (nata a Londra nel 1938 e quindi britannica, cittadina del Paese considerato il massimo responsabile dell’attuale disastrosa situazione israelo-palestinese) ha accusato il dramma della Churchill di antisemitismo, ma non tutti la pensano così, persino tra gli stessi intellettuali ebrei.

Non sono d’accordo sull’antisemitismo del lavoro.

Il testo della Churchill è pregevole perchè suscita delle domande, pone delle questioni, fa emergere dei dubbi.

La diplomazia internazionale (e in primis quella britannica) che  ha combinato il disastro, dovrebbe attivarsi per porvi rimedio.

Io non so come. Non è il mio mestiere e non faccio politica, ma sento nella mia coscienza che, come diceva quel mio vecchio professore, che due torti non fanno una ragione.

Che molti Palestinesi abbiano ricevuto dei torti a causa della vicenda israeliana non vi è alcun dubbio. E non serve a niente far finta di niente.

 

Video importato

YouTube Video

Tag:, , , , , , , , , , , ,

Comments Nessun commento »

Uno dei temi più accesi di questi disgraziati tempi che stiamo vivendo, è quello contro oppure a favore dell’accoglienza degli immigrati asiatici e africani che come un’orda inarrestabile si stanno riversando sulle coste del nostro mondo occidentale.

Non intendo schierarmi, come un soldatino al servizio di leva, a destra o a sinistra, a seconda del partito di appartenenza. In realtà non appartengo (né ho fatto mai parte ) ad alcun partito o schieramento; inoltre non mi piacciono le posizioni per partito preso. Per questo invito i miei cinque lettori a leggere questo articolo senza lenti o paraocchi che ne deformino il significato o la comprensione. Il tema non è facile, ma affrontandolo con spirito manicheo, si rischia di perdere di vista la realtà.

E la realtà di base è questa: non si possono erigere barriere per respingere un’orda inarrestabile, ma è altrettanto sbagliato subire l’arrivo di queste schiere di disperati, in mezzo ai quali si celano sicuramente degli elementi pericolosi.

E allora che fare?

Io non sono un politico e mi aspetto delle risposte dai governanti italiani ed europei.

Finora hanno mostrato grande inettitudine, pressapochismo e  indecisione. Non saprei dire se gli scarsi risultati ottenuti nella gestione del fenomeno epocale che si sta svolgendo sotto i nostri impotenti, sia frutto di un’azione politica inefficiente,  condotta dai nostri governanti in buona o in mala fede. Non so dire, cioè, se i nostri governanti abbiano agito in questo modo vago e inconcludente,   con dei secondi fini o semplicemente perché sono degli inetti. Il risultato però non cambia ed è sotto gli occhi di tutti.

Ormai mi sottraggo ai grandi  (si fa per dire) dibattiti dei talk show televisivi e dei giornali. Attingo le mie informazioni per lo più dall’WEB,  dalla radio (quando sono in auto) e da qualche buon libro (ce ne sono sempre in meno in giro).

Mi ha colpito recentemente quanto ho letto a pag. 4 del numero 1 del gennaio 2016 del Mensile di cultura religiosa e popolare “Frate Indovino” che mi arriva a casa ma che apro per leggerne dei brani a mia madre quasi novantenne (è meglio comunque di tanta blasonata carta stampata, ma come ho già detto, non leggo più carta stampa ma solo informazioni on line).

Ebbene, a pag. 4 del Mensile, Federica Mormando si occupa, con diversi articoli, del problema immigrazione, mettendo in evidenza la subalternità di uno Stato incapace persino di identificare le persone che arrivano a casa nostra in cerca di aiuto. Eppure di fronte ad un fenomeno così eccezionale e straordinario non  bisogna essere dei geni per capire che anche le norme del diritto internazionale possono e debbono subire delle modifiche unilaterali che si adattino all’emergenza. Nessun aiuto, in danaro, in viveri o in assistenza, pertanto, a chi si rifiuti di farsi identificare.

Lo Stato ha l’obbligo di proteggere i cittadini e le persone pacifiche: nessuno può aggirarsi per le nostre strade in completo anonimato.

La giornalista ha messo bene in evidenza un’altra cosa: noi stiamo disconoscendo i nostri valori, le nostre radici, svendendole per quattro voti, per il consenso elettorale o chissà per quali altri fini.

La considerazione mi è sembrata ancor più azzeccata dopo aver sentito alla radio l’intervista di un sociologo francese, autore di un recente libro intitolato “Parole armate”, da cui si evince chiaramente che i giovani terroristi del sedicente stato islamico, rimpolpa le sue schiere di aspiranti assassini con giovani stanchi dei vuoti riti opulenti e ipocriti del mondo occidentale, ormai votato all’ateismo, al materialismo più becero, al deicidio assoluto.

E questo mi ha fatto venire in mente che da tempo noi europei, anche nella cd. Costuzione Europea, abbiamo rinnegato le nostre radici cristiane.

E il vuoto spirituale del mondo occidentale qualcuno sta cercando di riempirlo con la sua spiritualità.

 

Tag:, , ,

Comments Nessun commento »