Capitolo Secondo

Quando l’hidalgo Pedro Domingo Mendoza Martinez si accommiatò dal suo ospite, il vice-legato Pasini-Frassoni, si sentiva di buonumore.

Il buon cibo e i vini dispensati generosamente alla mensa del prelato erano stati il giusto complemento al suo stato d’animo, ma non ne costituivano le ragioni più profonde.

Se ne era reso conto durante i dialoghi conviviali intrattenuti con il vice-legato e gli altri ospiti convitati (la solita ristretta cerchia di sempre, comunque già troppo numerosa per il suo carattere schivo e riservato), ma più che sufficiente per stimolarlo a fare il punto della situazione delle sue indagini.

Senza sbilanciarsi più di tanto, come era suo solito, l’emissario dell’Inquisizione Spagnola, rassicurò i due interlocutori italiani che presto il De Regis avrebbe confessato le sue colpe e gli sarebbe stato consegnato per subire la giusta punizione.

E lui se ne sarebbe potuto finalmente andare via da Ferrara.

Adesso, mentre la  carrozza lo riconduceva a quella che un tempo era stata l’osteria del Buon Samaritano, dove egli aveva eletto la sua base operativa sin dal suo primo arrivo in città, la sua mente riandava agli ultimi avvenimenti.

E,  complici il grato silenzio del suo accompagnatore  (il buon Gesuita, con le mani giunte raccolte nel suo grembo,  recitava con un movimento impercettibile delle labbra le orazioni ignaziane della sera),  e il buio profondo di una notte senza luna, animata soltanto dal frinito delle cicale,  appena percettibile, in lontananza,  sul rumore della carrozza che filava nel sentiero lungo  la campagna di Bellaria, prese a vagare oltre, finalmente libera dagli assilli e dagli impegni quotidiani.

L’hidalgo si ripeté di essere davvero soddisfatto dei risultati della sua indagine. Dopo gli incombenti di rito e gli inevitabili commiati,  si sarebbe recato a Roma, per relazionare al suo ambasciatore e poi finalmente avrebbe potuto fare rientro in Spagna.

Era stanco dell’Italia e degli  italiani: troppo divisi e così intrisi di pazzia che neppure i loro sprazzi di genialità riuscivano a farglieli  accettare.

Molto meglio la solida compattezza della sua patria! Stando lì, anche la geografia gli dava un senso di protezione, con solo l’oceano dietro le sue spalle e tutto il resto del mondo davanti. E come sarebbe stato più  bello e vivibile il mondo se la Spagna avesse potuto estendere il suo potere diretto su tutta la penisola, almeno sino a comprendere tutti quegli inutili e ridicoli ducati, dalla Sicilia spagnola sino alle Alpi e anche oltre! Compresa naturalmente la dannata, ribelle Repubblica di Venezia! Così sì che Sua maestà il Re avrebbe potuto ridimensionare la Francia di Luigi XIII e quell’intrigante del cardinale Richelieu!

Una volta sottomessa la Francia il mondo sarebbe stato interamente  spagnolo e tutto veramente cattolico! Non appartenevano gli altri territori europei ai cugini del re Felipe? E non erano forse anch’essi cattolici?

Sarebbe stato così molto più facile, estirpare la mala pianta dell’eresia. Allora sì che si sarebbe potuto gridare,  ad alta voce e senza tema di smentita, ”Dio è Spagnolo!”

20. continua…

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Parte Seconda

Fine Capitolo Primo

E la scelta si mostrò azzeccata. Per quanto infatti fosse stato tempestivo  il suo intervento, dopo l’arresto di De Regis,  il povero Carminate era  uscito alquanto malconcio, non solo nello spirito, ma anche fisicamente, dalle mani del carnefice Tenoch.

Per estorcergli  la confessione, l’orrido discendente degli Aztechi, dopo averlo legato al tavolo della tortura (proprio dove lo aveva trovato Giuditta il giorno della liberazione), aveva cominciato con il somministrargli forti dosi di acqua, da sei litri alla volta; poi aveva proseguito procurandogli delle bruciature su tutto il corpo con dei carboni ardenti; indi aveva iniziato a strappargli le unghie dei piedi e brandelli di carne.

Fortuna che dopo ogni seduta di tortura Don Agostino Barozzi aveva imposto come protocollo una seduta di riflessione spirituale, nella quale in realtà egli tentava di convincere il prigioniero della inutilità di resistere alle torture fisiche, quando un’ampia e conclusiva confessione avrebbe invece portato alla loro cessazione immediata ed al perdono confessionale (quello giuridico sarebbe arrivato soltanto in seguito).

Se così non fosse stato, il povero De Regis sarebbe stato fatto a pezzi dal sanguinario torturatore e forse avrebbe anche potuto morire. Nelle confessioni con il gesuita, invece, egli ebbe modo di acquisire una forza spirituale che gli rendeva, se non meno atroci, almeno più sopportabili le sofferenze fisiche.

E intanto vuotava il sacco dei suoi veri peccati.  Le sue sregolatezze  sessuali;  gli inevitabili inganni propri della sua professione di orafo; i suoi dubbi sull’esistenza di Dio e sulla buona fede di certi uomini di fede (ma questi dubbi, lo consolò il Gesuita, li condivideva con lui). E dopo ogni confessione si sentiva, ogni volta,  un poco più sereno.

Certo,  se non fosse intervenuta la liberazione,  il prossimo passo sarebbe stata la confessione sperata dall’hidalgo: la sua adesione a qualche dottrina eretica, protestante o calvinista in odio all’ortodossia cattolica e all’autorità indiscutibile del papa romano, incoraggiata  con la lettura di libri proibiti, messi all’indice dalle infallibili autorità ecclesiastiche, amplificata ed aggravata dalla pubblicazione di scritti oltraggiosi che mettevano in dubbio i dogmi irrinunciabili della fede cattolica.

Presagendo che l’hidalgo avrebbe immaginato la loro destinazione (che era Venezia) e per dare modo al De Regis di riprendere un aspetto decente e presentabile, Giuditta scelse di non percorrere la via Romea (quella più celere per giungere alla capitale della Repubblica Serenissima) e per depistare i probabili inseguitori fece finta di dirigersi verso Padova, fermandosi però in una isolata locanda nei pressi di Pontelungo. Da lì, poi, una volta rimessosi il prigioniero liberato, si sarebbero recati a Venezia dove Giuditta, oltre all’ambiente ostile agli Spagnoli, poteva contare sull’eventuale aiuto di certi cugini, di cui lo sfortunato padre gli aveva spesso parlato e di cui essa serbava nomi e indirizzi in certe carte di famiglia, frutto di una serie di contatti che negli anni erano intercorsi tra le diverse famiglie.

 

19. continua…

 

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Vorrei poter sentire

quelle canzoni d’amore

che non si sentono mai

perchè chiuse nei cassetti

perché chiuse dentro ai cuori

Vorrei palpitare

per quelle carezze

mai date e mai avute

per quei sospiri

che scuotono l’anima

come onde continue del mare

Vorrei poter coprir la terra

come fa il cielo

ad asciugare  il pianto

d’ogni angustia e d’ogni sofferenza

Vorrei poter sentire

e sento

che Dio da qualche parte

ascolta e partecipa

a questo gran tormento

che noi chiamiamo vita.

Cagliari, 31 luglio 2015

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Parte Seconda

Capitolo Primo

Nonostante gli eventi successivi alla cattura di Marino De Regis, si fossero susseguiti in modo repentino e rocambolesco, come certo ricorderà l’attento lettore, Giuditta Maier aveva elaborato un piano particolareggiato per sfuggire indenne alla probabile reazione furiosa dell’hidalgo persecutore.

Il salvacondotto del legato pontificio, che gli era stato procurato da uno dei più assidui frequentatori  dell’alcova dorata della Sconcia,  la metteva al sicuro, insieme ai suoi due accompagnatori, dai controlli formali in cui fossero incorsi da parte delle milizie venete; ma chi l’avrebbe protetta dalla caccia che le avrebbe scatenato contro l’inquisitore  spagnolo?

Certo, in terra veneta, come le aveva a lungo spiegato lo stesso Don Agostino,  la potenza spagnola faceva meno paura; e neanche lo Stato Pontificio poteva vantarsi di avere un valido ascendente sulla Serenissima. Non di meno, aveva riflettuto l’astuta donna, anche il Veneto e Venezia pullulavano di spie spagnole e pontificie; e non mancavano neppure dei Veneti prezzolati e simpatizzanti del papa, soprattutto tra i religiosi del clero secolare.

Come suo solito Giuditta aveva pianificato il suo progetto procedendo per gradi e calibrando nel giusto tempo le singole mosse.

Per prima cosa, dopo aver liberato il prigioniero,  doveva giocarsi al meglio la carta del terzo accompagnatore da includere nel salvacondotto.

Chi sarebbe stato meglio scegliere? Un fidato parente? Meglio di no; già aveva incomodato uno dei suoi fratelli, ottenendo il prezioso passaggio nel suo barcone mercantile; forse un valoroso uomo d’arme che la proteggesse durante il periglioso viaggio? Troppo pericoloso; costui avrebbe potuto facilmente prendere il sopravvento e derubarli per poi scappare in cerca di un altro padrone; o magari uno dei suoi amanti della Sconcia? Neppure questa scelta le parve appropriata; a parte che i suoi amanti si limitavano, per lo più,  a pochi anziani e debosciati; ma poi aveva in animo di cambiare vita da molto tempo; e adesso le si presentava l’occasione giusta; tanto più per  il sentimento nuovo che provava per Marino  De Regis, da cui non disperava di essere ricambiata, nonostante  i suoi trascorsi di scarsa moralità.

Il busillis glielo sciolse, forse senza saperlo, lo stesso Don Agostino Barozzi, parlandogli di un ebreo cristianizzato, un tale di nome Iseppo  Moriesca, esercente la professione di medico, che era stato denunciato al suo tribunale da alcuni conoscenti, per aver mangiato carne in periodo di quaresima e, ancor peggio, per aver asserito che dall’inferno sarebbe stato possibile, con le giuste preghiere, tirar fuori i propri cari defunti, cosa che contrastava assai con la dottrina  della madre Chiesa e i suoi insegnamenti . Ma lui, Don Agostino, era convinto trattarsi di accuse false. E comunque considerava che ci fossero cose assai più gravi che dovevano interessare il suo ufficio.

Fu un insperato colpo di fortuna. Un giovane, mezzo ebreo come lei, seppure, a quanto pare, non praticante in alcun modo, in grado di provvedere a dare la prima assistenza al povero Marino De Regis, che sicuramente, dopo il trattamento subito, avrebbe avuto bisogno di cure importanti ed appropriate e per di più giovani abbastanza da costituire una protezione anche agli occhi dei semplici malintenzionati. Così  Giuditta, tramite l’alto prelato, ottenne che il giovane medico l’accompagnasse nella fuga, ottenendo il duplice risultato di sottrarlo agli strali dell’inquisizione e di legarlo a lei come fido collaboratore.

 

18 – continua…

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La morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta 42 anni fa a Ostia, per mani forse ancora ignote, mi riporta alla mente un aneddoto personale e un po’ curioso.

Il 2 novembre del 1975, di sera,  mi trovavo a Serramanna, nel negozio che il mio papà allora dirigeva.

Ci trovavamo nel retro, dove c’era il laboratorio di artigiano dove papà riparava, con quella sua tecnica insuperabile, i complessi meccanismi degli orologi, al tempo ancora tutti meccanici.

Al mattino,  prima che mi recassi a Cagliari  per delle incombenze forse legate all’università, con un tono indignato e preoccupato,  mi aveva comunicato che un regista e scrittore era stato barbaramente ucciso nella notte.

Papà era sensibile alle notizie di cronaca nera. Come gioielliere era esposto e vulnerabile alle rapine e ai furti. Era ovvio che non amasse i delinquenti.

Ma chi di noi li ama? Chi di noi non vorrebbe che non esistessero i ladri e i rapinatori? Chi di noi non vorrebbe che non esistesse il male?

Quella sera,seduto alla sua destra, lo  osservavo in silenzio mentre era concentrato sul  suo lavoro di riparatore (lo amava tanto che per lui, alzarsi a servire al banco di vendita, era una perdita di tempo, una cosa che, in fondo, detestava; forse per quello, quando poteva,  mi portava con lui; io un po’ me la cavano alla vendita e, in caso di difficoltà, potevo pur sempre contare su di lui).

A un certo punto, togliendosi la lente di ingrandimento  e poggiando il minuscolo cacciavite con cui aveva appena terminato un intervento delicato, sempre tenendo sospeso nelle dita della mano sinistra il meccanismo di un  orologino da polso, mi disse: – ” Sai , Tore, quello scrittore che hanno ucciso stanotte. Pare che fosse un omosessuale.”

Avrei voluto chiedergli che differenza facesse e per quale motivo, lo avevo intuito dal suo tono di voce, meno indignato che al mattino, considerasse meno grave l’uccisione di un omosessuale, rispetto a quella di un eterosessuale. Ma all’epoca non avevo più voglia di litigare con lui. Troppe idee ci avevano diviso e ci dividevano, come solo può accadedre tra un padre e un figlio. Ma in fondo, a mio padre, io gli volevo bene. Serbo ancora caramente la sua memoria di uomo onesto e intelligente; di padre generoso e protettivo; di lavoratore indefesso e di cittadino modello.

Ma questo non sminuisce la mia ammirazione per Pasolini. Le sue scelte affettive, che oggi vengono accettate da tutti (o quasi), in questa mia ammirazione non c’entrano.

Di Pasolini ammiravo ed ammiro l’intelligenza, il pensiero, l’indipendenza, l’animo artistico che mi fece amare il suo film dedicato al Vangelo secondo Matteo io che allora riconoscevo solo il Gesù Uomo (mentre oggi Lo riconosco anche come Figlio di Dio).

Non è un caso che sia finito ucciso in quel modo orribile. E io sono convinto che dietro la sua morte si celi uno dei tanti misteri che hanno avvelenato l’Italia di quei decenni lontani.

Ho riascoltato da poco in TV,  la splendida intervista che Enzo Biagi gli fece poco prima che venisse ucciso in quel modo straziante che tutti ricordiamo.

Pasolini, incalzato da Biagi (altra grande, italica  intelligenza, ma senza dubbio più convenzionale e meno eclettica di Pasolini) rivelava, in quel suo modo profondo, quasi burbero e scontroso, i condizionamenti che dilaniavano la sua anima di intellettuale che anelava alla libertà, di artista, ricercatore di verità assolute in un mondo di farisei e di impostori.

Pasolini era del 1922. Come mio padre. E oggi sento che mi mancano entrambi.

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Piero Sansoneti sul Dubbio di oggi commenta in un interessante articolo la situazione in Catalogna.

E’ sorpreso e indignato, il bravo giornalista, per il silenzio degli Stati Europei sugli arresti eseguiti in Catalogna.

La sua indignazione è, a parer mio, pienamente condivisibile. Appena ieri, infatti, scrivevo su questo blog, come sia impossible incatenare le idee.

E quando per incatenare queste idee, come ha fatto la magistratura spagnola, si incarcerano degli eletti del popolo, allora il fatto divnta ancor più grave.

Sulla sorpresa espressa da Sansoneti sarei meno d’accordo.

A me, in realtà, il silenzio dei politici europei non sorprende affatto.

Questo silenzio è il frutto velenoso che ha una duplice origine.

La prima è un puro calcolo di convenienza. I governi europei, tutti, chi più e chi meno, sanno bene che lo stesso pericolo incombe in casa loro.

I Francesi già tremano pensando alla Corsica ed alle sue istanze da sempre indipendentiste.

Gli Italiani pensano al Sud-Tiloro, ai Sardi, alle stesse istanze leghiste, apparentemente superate dal salvinismo di oggi.

I Britannici tacciono per paura degli Scozzesi, dei Gallesi e degli Irlandesi e così via.

La secondo origine è il risultato di una sudditanza nei confronti della magistratura che ormai ha assunto delle dimensioni preoccupanti.

I politici, e il discorso vale ancor più per l’Italia, sono ormai sudditi della magistratura. Dal 1992, da quando cioè un’intera classe politica fu spazzata via dalla valanga giudiziaria che va sotto il nome di “Mani pulite”, i politici italiani vivono sotto la spada di Damocle della magistratura. E non è certo una colpa da ricondurre al corpo giudiziario. La colpa è della casta politica che non ha voluto e non ha saputo rinnovarsi, rifiutandosi di espellere dal proprio corpo gli organismi impuri, il tumore  mafioso che lo pervade, sguazzando nell’affarismo ingordo ed illegale che produce proventi per loro, evidentemente, irrinunciabili. Non sono stati neppure capaci di rinunciare  ad inaccettabili privilegi che li hanno resi invisi alla stessa base elettorale.

E’ chiaro che in questa situazione diventi succube di chi è chiamato istituzionalmente a fare rispettare la legalità (che i politici non intendono affatto rispettare).

Un’intera classe politica europea, burocratizzata e sclerotizzata nei privilegi e nell’arroccamento su posizioni di potere di carattere centralistico, ha preferito così chiudere gli occhi e tacere sui fatti di Catalogna, senza spendere una sola parola in difesa degli eletti del popolo arrestati ignominiosamente dai giudici madrileni.

Ho già detto ieri, e lo ripeto oggi, che io non sto parteggiando coi Catalani in maniera a critica. Riconosco e vedo bene anzi gli errori che i Catalani hanno commesso, nell’insistere in una dichiarazione di indipendenza che si basa su un risultato elettorale parziale e precario (ma qui i Catalani potrebbero difendersi agevolmente, dicendo che sono stati i poliziotti inviati da madrid ad annaquare i risultati elettorali, con il loro intervento inopportuno e violento).

Ma incatenare le idee, arrestando dei rappresentanti del popolo, anche se questi fossero in errore, questo no! Questo va fermamente condannato e contestato.

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A proposito di Catalogna, vorrei chiarire che non amo e non ho mai amato le azioni politiche che si pongano contro la legge.

Mi rendo conto, non di meno,  di come sia stato anche il potere centrale di Madrid ad innescare questa spirale di violenza che finirà per soffocare più il potere centrale, dando più respiro, nel medio e nel lungo termine, al potere decentrato di Barrcellona ed alle sue istanze di indipendenza.

Come Sardo provo simpatia per i Catalani ma ho già scritto che in ambito europeo queste lotte per l’indipendenza sono, a parer mio, antistoriche e deleterie.

Naturalmente mi pare  antistorico anche l’atteggiamento di Madrid: non si possono incatenare le idee, le istanze di libertà e di indipendenza di un popolo che crede, a torto o a ragione, di essere nel diritto di staccarsi da Madrid.

A tal proposito vorrei sottolineare come i dati del referendum per l’indipendenza, svoltosi a Barcellona poche settimane orsono (mi pare di ricordare la data del 21 settembre), non siano pienamente soddisfacenti (affluenza inferiroe al 50% degli aventi diritto).

Ci sono anche gli altri Catalani, quellli che vogliono stare con Madrid. Mi pare giusto sentire anche loro.

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A proposito di Catalogna e di Spagna vorrei ricordare la differenza, nota a tutti coloro che abbiano studiato diritto pubblico, tra il concetto di Stato e e quello di Nazione.

Lo Stato, cerco di definire con parole mie, è un’entità giuridica che presenta i tre elementi essenziali (sovranità, territorio e popolo) laddove la Nazione è un’entità culturale connotata almeno  dai  caratteri della identità linguistica, storica ed etnografica contraddistinta (e non necessariamente contrapposta) a quelle delle altre nazioni che formano lo Stato di appartenenza.

In Europa vi sono molti Stati multinazionali: Il Belgio (Valloni e Fiamminghi), la Spagna, per l’appunto, la stessa nostra Italia (chi potrebbe mai negare ai Sardi il riconoscimento di Nazione?).

Non di meno, non è detto che ogni Nazione debba trasformarsi necessariamente in uno Stato.

All’interno dell’Unione Europea mi piacerebbe che si affermasse l’idea che ogni Nazione ha diritto di continuare ad esistere, attraverso il riconoscimento giuridico dell’identita culturale distinta.

Occorrerebbe in buona sostanza avviare un processo culturale e giuridico che, abolendo i confini interni degli Stati, lasci libere le Nazioni di formarsi e di esprimere le proprie istanze culturali, economiche e giuridiche, eventualmente associandosi ad altre Nazioni per formare delle entità giuridiche sub-statali, capaci di sostituire, almeno in parte, gli attuali Stati centralisti.

Qui non c’è il tempo e non siamo neppure neolla sede adatta per scendere nei dettagli di un progetto lungo e complesso.

Certo non aiutano gli atteggiamenti antistorici e superati di Madrid che rivendica una supremazia giuridica centralista, per principio, sulle realtà nazionalitarie.

Se si fosse avviato da tempo un progetto di rifondazione dell’Unione Europea su base nazionalitaria e identitaria, sarebbe superata anche la posizione di Puidgemont e dei Catalani indipendentisti.

Che senso avrebbe infatti, all’interno dei confini europei,  rivendicare la creazione di un nuovo Stato, se il concetto stesso di Stato venisse superato e soppiantato dal concetto di Nazione nel senso che ho appena cercato di descrivere nella mia premessa?

Personalmente, come Sardo, sono stato in passato indipendentista. Oggi considero superata e inutile la lotta per l’indipendenza.

So di esistere come appartenente alla nazione Sardo e questa identità continuo a difenderla con tutte le mie forze.

Ma chiedo ai politici Sardi, a quelli Italiani e a quelli Europei uno sforzo di aggiornamento, di  fantasia e meno attaccamento al potere.

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I Catalani ci stanno provando e continueranno a provarci ad ottenere l’indipendenza da Madrid. Non so se ci riusciranno.  Oggi, 10 ottobre, alle 18,00, forse, ne sapremo di più.

Una cosa la vicenda catalana ha mostrato: la globalizzazione ed i poteri finanziari (più o meno occulti) dettano legge anche in politica.

Più dei poliziotti madrileni, saranno i poteri finanziari che impediranno alla Catalogna di staccarsi dalla Spagna.

Per quanto riguarda la Sardegna io penso che i potentati finanziari neppure si accorgerebbero della nostra ipotetica istanza di indipendenza da Roma.

Da giovane i sogni di indipendentismo mi infiammavano l’animo. I vecchi, al mio paese, pur condividendo i miei ideali, mi invitavano a riflettere: ” Chi pagherà le nostre pensioni, all’indomani della proclamazione della Repubblica Indipendente di Sardegna?”, mi chiedevano nel nostro antico idioma, con in bocca un mezzo sigaro o un ramoscello di menta.

Oggi, con occhi di disincanto, vedo maschere di improvvisati attori affannarsi sul palcoscenico dell’indipendenza sarda.

Mi chiedo se la loro agitazione sia il frutto di un reale sentimento e se davvero abbiano coscienza di ciò di cui parlano (alcuni perfino straparlano).

Mi sembrano dei pessimi attori che recitano un copione cha la Storia ancora non ha scritto.

Forse ho perso fiducia nella politica; o forse la politica mi ha rubato i sogni di gioventù. Prima di parlare di indipendenza vorrei che i nostri politici sardi parlassero di cultura, di storia, di lingua e dialetti sardi.

Magari potremmo tutti renderci conto che la vera libertà è quella che si trova nella cultura e nella conoscenza; e che un’istanza politica, se non affonda le sue radici nelle profondità dell’identità culturale sarda, diventa una pantomima, una recitazione sterile e vuota di contenuti.

Allora, invece di stare a sentire i manifesti dei neosardisti (qualcuno li definirebbe neoitalioti), preferisco cullare quel che resta dei miei sogni nei paesaggi, nelle forme e nei suoni che costituiscono il patrimonio autentico ed inestinguibile della nostra civiltà.

Quello non ce lo potrà rubare mai nessuno. Nè i prefetti romani, nè quelli di Madrid e neanche quelli di Bruxelles. Sperando che non saremo noi Sardi a diluirlo e a disperderlo nella vacuità di questa pseudocultura globale, che a forza di scimmiottare superficialmente modelli culturali angloitalioti , ci fa dimenticare (come aveva paventato il piccolo grande Sardus Pater di Barumini) di quello che siamo stati e di quello che abbiamo fatto nel passato.

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Tenoch Tixtlancruz era il nome cristianizzato dell’impronunciabile appellativo patronimico di un discendente diretto di un guerriero Azteco,  sbarcato  con Colombo a Cadice,  al termine del suo secondo viaggio nelle Indie (o quelle che lui credeva tali ma che poi si rivelarono essere le Americhe).

Attraverso vari incroci con la stirpe iberica, ne era venuto fuori un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli. Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati (la non confessione non era contemplata nel dizionario del truce torturatore).  Seppure orami convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia  incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Nella sua mente, il racconto della Creazione del libro della Genesi con cui era iniziata la sua educazione cattolica, sostituiva in maniera impeccabile e perfetta, le avite credenze sulla potenza del sole e delle stelle. Si convinse da subito che quel Dio Onnipotente e Sempiterno era lo stesso Sole che avevano adorato i suoi avi o, quantomeno, un parente assai prossimo, se non proprio il padre, il Creatore, per l’appunto.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo,  un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

Completava il terzetto ispanico, come già detto, Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio (anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio). Anzi, forse la sua presenza nel trio si giustificava proprio per la sua diversità che, in qualche misura, fungeva da calmiere della passionale intemperanza dei suoi compagni di viaggio.

In effetti lui era con loro per consolare e per confessare i prigionieri; e per convincerli che sarebbe stato inutile resistere e che era meglio pentirsi e riconciliarsi con Dio.

Davanti  ad una confessione piena e incondizionata le torture non avevano più senso di esistere e dovevano cessare immediatamente. E lui, con la sua autorevolezza, otteneva che cessassero.

Di fronte al pentimento e al ravvedimento il prigioniero non era più un reietto da punire, una carne da macellare, una potenza demoniaca da dissolvere nei tormenti dell’espiazione, al contrario, il torturato si tramutava, per grazia evangelica, in un figliol prodigo, tornato alla casa del padre a capo chino, desideroso solo di essere riaccolto e perdonato.

E se l’atto di riconciliazione, sancito dall’assoluzione che Padre Ramirez non disdegnava di elargire con ampi gesti della mano e con la formula solenne in latino e che il Servo di Gesù comunicava raggiante ai due torturatori, non esonerava il povero disgraziato dalla punizione umana, il perdono divino, pur tuttavia, lo riabilitava nella sua dignità umana, riscattandolo da quei recessi di ignominia e degrado in cui era precipitato con il peccato, restituendolo al consorzio cristiano, ridandogli lo status di figlio di Dio e come tale,  inviolabile nella sua sacralità filiale.

Ed ogni volta che questo accadeva (praticamente sempre, o quasi sempre) il buon gesuita sentiva che le sue sofferenze, il suo disagio, la ripugnanza stessa che quelle torture  e quei torturatori procuravano alla sua anima sensibile e pia, trovava un’equa compensazione nel riscatto di quell’anima recuperata alla salvezza eterna.

E poco importava, a quel punto, se gli infelici malcapitati fossero stati, all’origine, innocenti o colpevoli.

 

7. continua…

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Capitolo Terzo

Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che aveva spinto  i suoi antenati alla conquista di nuove terre, oltreoceano.

Odiava tanto i mestizos  ed i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro  amava il suo sovrano ed i principii della fede cattolica. Ed era disposto a dare la sua vita pur di difendere la purezza della religione contro chiunque ne avesse messo in discussione l’assoluta preminenza.

Per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi, promettendo di seguire ciecamente gli insegnamenti di Madre Chiesa.

Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

In questa duplice veste di agente inquisitore gli era stato comandato dai suoi diretti superiori, nell’agosto del 1623, di partire per Ferrara, ma con un preciso itinerario che prevedeva l’espletamento di tre delicate missioni, una a Cagliari, capitale del regno di Sardegna, doveva avrebbe dovuto incontrare il vicerè Juan Vives de Canyamàs, barone di Benifayrò, con cui doveva discutere il punto di vista del re Felipe IV (o forse, meglio, del conte Olivares) sull’ennesima rivolta degli stamenti Sardi che si rifiutavano pervicacemente di versare i tributi a Madrid; l’altra tappa era prevista invece a Napoli, affinché riferisse al suo diretto superiore (il capo supremo dell’inquisizione spagnola Geronimo Huesca) sulla situazione creatasi in quel regno in seguito a una delle tante ribellioni che si susseguivano ormai sin dal secolo precedente e che in quello scorcio iniziale del XVII secolo parevano già essere aumentate di intensità e frequenza.

La terza tappa era invece strettamente connessa all’espletamento della sua missione a Ferrara. Essa prevedeva una breve sosta  a Roma, dove doveva incontrare, all’ambasciata di Spagna, un potente cardinale italiano, in odore di soglio pontificio; e non sarebbe stato male, per la pur ancora grande Spagna, avere sul soglio papale un cardinale che si fosse sentito in debito con la corona spagnola.

Pedro Domingo  Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Tixtlancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  giunse a Ferrara a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

6. continua…

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Il vice legato capì, ancor prima di apprenderne il contenuto,  che si trattava di questioni riservatissime (le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano  solitamente  per iscritto).

Dal contenuto delle istruzioni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia).

Il cardinale lo informava che doveva giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici e che contava su di lui per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari ad espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, dovesse figurare il suo nome.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Virginio Romolo Barberini al soglio pontifico con il nome di Urbano VIII,  dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

 

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Capitolo Secondo

Qualche tempo prima delle vicende narrate nel precedente capitolo, le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, avevano informato il vice legato di Ferrara Francesco Pasini Frassoni che  Pietro Marino De Regis, noto il Carminate (con l’aiuto di altri membri dell’Accademia degli Increduli) stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse  da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium, messo all’Indice sin dal 1616”.

Il vice legato Pasini Frassoni, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da  papa Gregorio XV come  successore di Pietro Aldobrandini, pensò bene di mettersi   subito in contatto con  il cardinale suo diretto superiore, quantomeno per una duplice ragione. In primis perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia  gli arrivasse da altri; in secundis egli voleva sapere da  Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi. Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da  porporato.

E nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni (tutti  i ferraresi, a memoria d’uomo,  non ricordavano di aver visto  il Po ghiacciato), quando il vice legato scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori e lo inviò a Roma dal cardinale Garzia Mellini per informarlo di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

Così, a fine maggio, il giovane chierico partì per la delicata ambasciata.

A metà giugno il suo segretario tornò con la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 A maggior ragione occorreva che il cardinale papabile agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni  che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, erano state impartite  al giovane chierico,  inviato a Roma come messo fidatissimo, totalmente in forma verbale.   E meno male che egli godeva di  una memoria prodigiosa (affinatasi nello studi  classici e della grammatica della  lingua greca in particolare) perché le istruzioni che gli erano state dettate a voce dal cardinale medesimo, erano assai minuziose ed andavano riferite al vice legato tali e quali.

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Insieme ai letterati, ai pittori, ai musicisti e agli scienziati,  in quegli anni,  erano molto attivi nella Nuova Accademia degli Increduli  di Ferrara molti di quei fabbri-orologiai che avevano una spiccata propensione non solo nella costruzione dei pendoli e degli orologi meccanici, ma anche e soprattutto nello studio delle scienze, le cui leggi fondamentali,  come allora già si intuiva, presiedono al funzionamento degli apparecchi misuratori del tempo, come la matematica, la chimica,  la fisica e l’astronomia.

Ed anche tra questi Pietro Marino De Regis godeva di una simpatia incondizionata. In realtà prima che poeta, Pietro Marino era un fabbro orologiaio per discendenza morale. Il suo maestro era stato Filippo de’ Carminati, un orologiaio napoletano di chiarissima fama che, trasferitosi a Ferrara,  si era innamorato di sua madre, avendola conosciuta nell’istituto di Sant’Angela Merici dove i suoi familiari,  per mettere a tacere lo scandalo di quella maternità disgiunta dal matrimonio, l’avevano fatta rinchiudere; e, sfidando le convenzioni del tempo, l’aveva voluta sposare, portandola via da lì, nella casa che aveva acquistato dal grande orafo noto col nome del Galletto, e fungendo in pratica da padre e da maestro per Pietro Marino.

E Pietro Marino, anche quando era stato riconosciuto dal suo padre naturale, gli era rimasto attaccato e orgogliosamente continuava a farsi chiamare  “Il Carminate”, in onore e in memoria di quel suo patrigno eccezionale da cui aveva ereditato l’arte sublime di costruire congegni meccanici capaci di misurare il tempo.

E non era cambiato neanche quando la madre, grazie alla rendita ricevuta (che lei doveva gestire per disposizione testamentaria sua vita  natural durante) lo aveva iscritto alla migliore scuola di Ferrara; lì suo figlio Pietro Marino aveva rafforzato le sue conoscenze pratiche con altrettante solide basi teoriche, estese anche allo studio delle lingue classiche.

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E quegli accademici, rimasti orfani dei grandi mecenati estensi, seppure sfrattati da villa Marfisa, avevano continuato  ad unirsi in segreto,  aggregando giovani talenti, per niente impauriti dai nuovi sovrani tonacati.

 E dopo la nomina di Barberini al soglio pontificio, erroneamente accreditato di un’apertura che mai emergerà nel  suo papato ( durante il quale si arrivò persino a  processare le nuove idee di Galileo Galilei), decisero di rifondare per l’appunto la Nuova Accademia degli Increduli, provvedendo a cambiarle il nome, per non dare troppo nell’occhio e non finire prontamente nel mirino dell’altra, non meno terribile e ancor più vecchia, Congregazione Pontificia dell’Inquisizione Universale (che più tardi avrebbe assunto il temibile nome di Sant’Uffizio). Ed avevano preso ad unirsi in segreto, inizialmente nella casa di vicolo Vrespino  che il Carminate aveva ereditato dal suo patrigno, oltre che tenersi in contatto epistolare, tra di loro e con le menti italiane  ed europee più fervide di quel secolo nuovo,  così ricco di innovazioni e di idee.

La Nuova Accademia era inoltre, grazie al Carminate (che aveva contatti epistolari con Federico Cesi a Roma e con  Giovan Battista della Porta a Napoli ), una succursale dell’Accademia dei Lincei. E proprio grazie a questa affiliazione la Nuova Accademia era uscita fuori da quei superficiali canoni meramente letterari e goliardici che avevano connotato l’esperienza accademica rinascimentale per tuffarsi, anima e corpo, nel nuovo ordine filosofico, morale e scientifico  che andava delineandosi nei primi lustri del ‘600, ormai maturo per abbandonare la ristretta visione aristotelica del mondo che aveva caratterizzato gli ambienti letterari sino ad allora. Nei suoi programmi, infatti, la Nuova Accademia prevedeva lo studio dell’Astronomia, della Meccanica, della Matematica, delle Scienze chimiche e botaniche, della Fisica,  della Filosofia  e della Morale, in sintonia coi  grandi visionari della nuova comunità scientifica, quali Tommaso Campanella, Francis Bacon e Galileo Galilei, le cui idee si andavano diffondendo sulla scia del sentiero spianato, forse suo malgrado,  dal grande scienziato polacco Niccolò Copernico (che non a caso, a Ferrara era stato di casa in gioventù).

Adesso, anche se non più giovanissimo, Pietro Marino non aveva smesso di sognare; pur conscio dei rischi che correva, aveva iniziato a scrivere “Il Manuale del perfetto orologiaio”, un racconto con il quale, sotto forma di autobiografia, intendeva diffondere le idee con cui  il grande scienziato Copernico, nel suo libro “De revolutionibus orbium coelestium “, aveva rivoluzionato la visione del mondo. Il libro di Copernico era stato prontamente censurato dalle gerarchie pontificie e messo all’Indice; ma i membri della neonata Accademia ne possedevano diverse copie e ne discettavano assai spesso nelle loro riunioni segrete.

-“ Le ho gabbate una volta, quelle sottane” – si vantava Pietro Marino con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – “ e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!”

La sua idea di fondo era quella di descrivere il nuovo sistema eliocentrico usando come metafora il funzionamento dell’orologio meccanico, la forza propulsiva dei pesi di trazione ed il movimento circolare e concentrico delle ruote del traino meccanico.

Dagli amici poeti e dai colleghi della potente corporazione degli orologiai Pietro Marino era stato sempre tenuto in grande considerazione. Dai versatori ancor di più dopo che un legato testamentario del Notaio Marino (a lungo referendario e protonotaro alla corte  del duca d’Este) lo aveva riconosciuto, in articulo mortis, come suo figlio naturale, dotandolo di una rendita annuale di 20.000 scudi d’oro all’anno, grazie al legato di una estesa cascina viticola  in Greve di Chianti; nonostante la conferma di quella illustre discendenza, vera o presunta ma comunque già adombrata nel doppio nome attribuitogli dalla madre, Margherita De Regis(una sartina la cui famiglia aveva, da sempre,  servito le nobili donne del casato d’Este), Pietro Marino, grazie al suo carattere generoso e nel contempo ribelle e anticonformista, era riuscito nell’impresa di unire sotto le insegne della Nuova Accademia degli Increduli i  migliori poeti delle due correnti letterarie che allora si fronteggiavano lungo l’italico  stivale. Nel 1623 avevano infatti aderito all’Accademia, tra gli altri, Antonio Muscettola, Giacomo Lubrano, Girolamo Preti, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Angelico Aprosio, Federico Meninni, Girolamo Aleandro, Scipione Errico, insieme a Tomaso Stigliari, Gabriello Chiabrera (più tardi seguito da Fulvio Testi), Erasmo da Valvasone e Federico Della Valle; tutti questi eccelsi letterati, sotto le stesse insegne dell’Accademia degli Increduli  riuscivano a superare le differenze e le rivalità, rinforzati da altri autori, più o meno conosciuti, che non si riconoscevano in nessuna delle due correnti opposte, come Tassoni, Bracciolini, Croce, Tesauro, Peregrini, Gòngora e tanti altri ancora. E seppure l’epoca d’oro dei grandi madrigalisti Luzzaschi, Gesualdo, Striggio e Fontanelli a Ferrara era ormai tramontata, non mancavano nella Nuova Accademia degli Increduli  grandi musicisti e pittori di talento.

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Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”,  era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori  e artigiani,  che avevano contribuito nel dicembre dell’anno del Signore 1623 a rifondare  la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara. Si trattava infatti di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino,  per avere osato tradurre la Bibbia in volgare. Egli  era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

Lo stesso  Pietro Marino, all’epoca già affermato fabbro-orologiaio, nonché promettente e giovane poeta,  era scampato però alla condanna personale,  in virtù di uno stratagemma di natura legale: gli avvocati degli imputati erano riusciti infatti a dimostrare che la Bibbia in volgare era stata composta dal 5 al 14 ottobre 1582, un periodo temporale che il papa  Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto. In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici (avvocati direttamente nominati dal duca d’Este, che con quella mossa aveva inteso difendere, ad un tempo,  un componente del suo casato, affiliato all’Accademia ed il suo stesso Ducato, da sempre nelle mire espansionistiche dello Stato Pontificio), in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”.

E non si sa se furono i brocardi di giustinianea memoria, profusamente decantati dai quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato (già allievo prediletto di Bertazzoli nei corsi dell’università ferrarese in utroque jure) ovvero l’influenza del loro potente patrono, ovvero ancora il timore  del cardinale Aldobrandini di guastare i già difficili  rapporti con la Francia (Alfonso II d’Este era nipote del re francese  Enrico per parte di madre ed era di casa presso la sua corte), fatto sta che il Tribunale della Congregazione dovette assolvere tutti gli autori imputati. Certo è che le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale  e per conoscenza,  nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici.

La Congregazione sfogò però tutta la sua rabbia potente contro l’Accademia, ordinandone lo scioglimento e contro  l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione vietata in mille esemplari andati a ruba, e che comunque aveva pensato bene di   rimanere contumace nel processo. E il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sullo scioglimento dell’Accademia chiuse  tutti e due gli occhi perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale.

Ne era passata di acqua sotto i ponti da quel tempo! Estintasi la  linea diretta della casata degli  Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni,  era morto senza eredi legittimi diretti)  lo Stato Pontificio era riuscito finalmente ad inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

 

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Un altro professore che ricordo con affetto e ammirazione è Giacomo Gavazzi.

Era titolare della cattedra di Teoria generale del diritto.

Le  sue spiegazioni volavano in alto, come il fumo delle Marlboro che fumava ininterrottamente durante la lezione. Le sue parole avevano anzi  la stessa densità e la levità del fumo delle sue sigarette: parlava infatti  espirando il fumo ispirato come prima.

Il prof. Gavazzi aveva tradotto (non saprei dire adesso se dal danese o dall’inglese) il libro di testo di Alf Ross, “Diritto e Giustizia” che avevamo in adozione.

Debbo confessare che anche questo lo avevo divorato con interesse e curiosità. In quegli anni sentivo dentro di me una grande forza che mi spingeva ad apprendere.

Allora, come d’altronde ancora oggi, immaginavo l’Università (e lo studio in generale) come una grande scala, i cui gradini, nel salire, ti consentono di vedere il mondo dall’alto. E più sali e più riesci  a vedere ed a capire del mondo che ci circonda.

E le lezioni di Teoria generale del diritto mi chiarivano le idee sul significato più profondo del diritto, sulla sua funzione, sul senso che le norme giuridiche acquistano in rapporto alle vicende umane ed in relazione alle altre norme che giuridiche non sono; alla stessa stregua in cui le istituzioni e la storia del diritto romano mi mostravano il cammino millenario che l’uomo aveva percorso per giungere ad essere ciò che oggi siamo in termini di organizzazione e di disciplina delle relazioni umane, sia quelle tra uomini e sia quelle tra gli uomini e le altre entità giuridiche, pubbliche o private che esse siano; così come il diritto costituzionale mi avrebbe mostrato, più in là negli esami, l’organizzazione politica   in cui dal centro si dipana la fitta rete dellle strutture e degli enti politici, partendo dalla base elettorale e dalle cellule sociali di base che quella rete alimentano con la linfa democratica, tanto  più fluida e pulita, quanto più genuina ed onesta risulti essere quella base organica (e viceversa).

Più tardi avrei imparato che le categorie giuridiche sono una conseguenza dell’assestamento di quelle economiche e che sono queste ultime, in realtà, quelle che dettano le regole. Ma al tempo ero troppo ingenuo per capirlo.

Adesso che i miei sogni di affrancazione e di riscatto, coltivati negli anni degli scioperi e delle battaglie scolastiche,  mi avevano abbandonato, mi aggrappavo allo studio e alle lezioni di quei grandi uomini per dare e per trovare un senso nella mia vita, cercando di dipanare quella matassa che mi si era aggrovigliata nell’animo sin dalla prima adoloscenza.

Oltre a quelle lezioni mirabili, lenivano le mie angustie esistenziali le canzoni che ascoltavo alla radio oppure da certi miei amici, sempre all’avanguardia con i dischi e con gli impianti stereo. Talvolta, come nel caso degli Inti Ilimani,  mi infiammavo nel pensare alle ingiustizie del mondo e alla possibilità che il popolo unito potesse porvi veramente fine.

Ma ormai io mi sentivo sempre di più un sasso di fiume, un ciottolo abbandonato alla corrente che accetta con fatalismo di essere condotto dove la corrente fluisce, senza più forze e senza più voglia di  ribellarsi.

Così, nonostante avessi due fratelli maggiori che avevano già svolto il servizio militare, nonostante il mio favismo, nonostante avessi avuto il diritto di chiedere il rinvio per ragioni di studio (dato che negli esami ero del tutto regolare), arrivò a casa la chiamata alle armi ed io non feci niente per chiedere il rinvio (ed ancor meno fece mio padre, il quale era convinto che il servizio militare fosse una panacea che faceva guarire tutti i mali esistenziali e che fosse una insostituibile ed impareggiabile scuiola di vita).

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Nel primo anno di giurisprudenza non vi è dubbio che la materia più importante sia diritto privato.

Essa è propedeutica per la comprensione e lo studio delle materie degli anni successivi. Contiene inoltre numerosi paradigmi e strutture che gli studiosi delle altre materie utilizzano di frequente alla base dei loro ragionamenti, facendovi riferimento assai spesso nel corso delle loro spiegazioni.

Non di meno io mi appassionai molto di più al diritto romano.

Non voglio dire che il prof. Palermo (allora titolare della cattedra di diritto privato in quell’anno accademico 1973-1974) non fosse un bravo oratore. Tutt’altro. Le sue spiegazioni erano chiare ed intelligibili, oltre che infarcite di riferimenti alle istituzioni di Gaio ed ai responsa di Ulpiano e Modestino.

Anzi, forse fu proprio per questo che mi innamorai delle istituzioni di diritto romano.

Basti pensare che quasi tutti gli istituti del diritto privato che spesso troviamo nel codice civile, quali il possesso, l’usufrutto, la stessa obbligazione e perfino l’illecito affondano le loro radici nel diritto romano.

Perciò, istintivamente, al di fuori di ogni senso pratico e per il solo amore della conoscenza, presi a seguire con maggior passione le lezioni del prof. Carlo Augusto Cannata.

Se il prof. Palermo poteva dirsi un fine dicitore e un valente oratore, il prof. Cannata era in aggiunta un attore.

Nell’esporre le antiche formule del diritto romano egli mimava i gesti e pronunciava le parole che i pretori del foro romano dovettero allora pronunciare in risposta alle istanze e alle difese dei valenti patrocinatori romani.

Ed io, mentre lo ascoltavo, lo immaginavo avvolto in un drappo di seta forense, che con una festuca in mano ordinava perentorio “Mittite ambo hominem!”, accincendosi a sciorinare quelle sacre formule ereditate dagli annali dei Pontefici e  dalle Dodici Tavole, su cui si resse prima la Res Publica e poi il grande Impero Romano, dal sommo  Cesare Augusto sino al trepido Augustolo.

E che altro sono la “Demonstratio”  e la “Intentio” di imperiale, giuridica  memoria, se non la parte motiva e le conclusioni su cui ancora plasmiamo i nostri atti giudiziari, noi avvocati del terzo millennio?

Dentro di me sentivo di dover andare alla radice dei problemi; studiare il passato per capire meglio il presente; o forse volevo soltanto perdermi nei risvolti della storia, rifugiarmi nell’antichità per sfuggire un futuro che mi spaventava ed un presente che non capivo.

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Dopo il diploma, conseguito nella maniera rocambolesca che ho già narrato, mia madre convinse mio padre che avrei dovuto frequentare l’Università.

Non so che peso avesse avuto una simile richiesta nel loro equilibrio di coppia, ma mio padre, accantonata per il momento l’idea di farmi diventare il contabile dell’azienda di famiglia,  acconsentì di buon grado.

D’altronde mio padre non si era mai interessato ai miei studi, delegando tutta la questione (colloqui con i docenti inclusi) a mia madre. Debbo aggiungere, per onestà e completezza che il mio buon vecchio non mi fece mai pesare la mia condizione di primo e unico studente in una famiglia numerosa di lavoratori, come invece, ad un dato momento, fecero esplicitamente alcuni suoi coadiuvanti, pressati da mia madre che rivendicava le risorse finanziarie necessarie per farmi studiare.

 I miei genitori sono stati entrambi un fulgido esempio di generosità e abnegazione (mio padre, a detta di mia madre, anche troppo).

Basti pensare che quando si ritirò dagli affari regalò ai miei fratelli allora coadiuvanti (i due maggiori, pur tuttavia con motivazioni assai differenti e con elargizioni e concessioni quanto mai sbilanciate, se n’erano già andati di casa e si erano creati un’impresa autonoma e indipendente)  entrambe le gioiellerie di cui era unico titolare (con tutta la merce, gli utensili , le vetrine e gli arredi, con annessi, connessi e stigliature e  compreso l’avviamento) senza chiedere niente in cambio, neppure una lira.

La mia scelta cadde sulla facoltà di giurisprudenza. Si trattava comunque di una prima scelta: la professione forense era una delle mie priorità, dopo avere scartato il giornalismo, che pure mi attraeva non poco (ma allora occorreva andare a Perugia e io non ebbi neppure il pensiero, non dico il coraggio,  di chiedere ai miei genitori di essere mantenuto fuori sede, tanto più che l’appartamento che mio padre aveva comprato in città nel 1969, era a un tiro di schioppo da viale Frà Ignazio, la sede storica della facoltà di legge).

Anche lo psicologo e l’interprete mi affascinavano come professioni ma all’epoca,  a Cagliari,  non esistevano delle facoltà specifiche per le relative lauree e, in tal caso, avrei dovuto chiedere ai miei di mandarmi a Venezia,  a Napoli oppure a Roma.

Insomma, per farla breve, la mia domanda, indirizzata al Magnifico Rettore dell’Università di Cagliari, indicava la facoltà di giurisprudenza come richiesta di iscrizione.

A quel tempo la domanda di iscrizione andava presentata rigorosamente entro il 5 novembre di ogni anno e le lezioni iniziavano subito dopo quella data.

Così a Novembre mi ritrovai sui banchi di legno della facoltà di giiurisprudenza di viale Frà Ignazio.

Gli esami del primo anno erano: Diritto Privato, Istituzioni di Diritto Romano, Storia del Diritto Romano, Filosofia del Diritto ed Economia Politica,  più un esame complementare.

Economia Politica la accantonai, pensando di sostituirla prima della laurea (in realtà, strada facendo, mi venne in mente che,  oltre a fare l’avvocato,  mi sarebbe piaciuto anche fare l’insegnante, per cui buttai dentro il piano di studi, oltre all’Economia Politica (comunque già prevista),  tutta una serie di esami che spaziavano dal diritto tributario (la cattedra, al tempo, era tenuta dal grande studioso Antonio Basciu) alla Scienza delle Finanze e al Diritto finanziario (allora retaggio dell’illustre prof. Umberto Allegretti).

Come esame complementare per il primo anno scelsi Teoria Generale del Diritto i cui corsi erano tenuti dal prof. Giacomo Gavazzi.

Decisi che il tempo degli scioperi era da considerarsi per me definitivamente archiviato e mi ripromisi che avrei pensato soltanto a studiare (mantenni la promessa riguardo agli scioperi, anche se le interruzioni del mio percorso universitario furono più di una, come avrò modo di narrare al paziente lettore).

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a.s. 1972-73 (terza parte)

Con il mio allontanamento da scuola e la mia sospensione,  gli scioperi e le proteste ebbero termine.

Le emozioni e i sentimenti che provai in quei quindici giorni passati a casa, lontano dalla scuola, furono assai intensi e contraddittori.

Passavo dal pentimento alla rabbia; dal vittimismo al desiderio di rivalsa; dalla rassegnazione ad un senso di sollievo perché, tutto sommato, poteva anche andarmi peggio; quindi subentrava un sentimento di disagio e di inadeguatezza, dovuto  all’ incapacità di ricapitolare razionalmente quanto mi era successo e, a momenti, perfino un sentimento di frustrazione per non poter tornare indietro, a riavvolgere gli ultimi avvenimenti occorsi e ad imprimergli un finale meno umiliante e amaro.

E in fondo all’animo riflettevo sulla condizione umana. Pensavo che siamo come i bagagli degli aeroporti. Qualcuno, un giorno, ci confeziona e ci imbarca; così iniziamo un viaggio lungo e contorto.  Se superiamo ostacoli e tragitti, finalmente  vediamo la luce, attraverso l’uscita del  nastro trasportatore che ci immette nella sala di recupero dei bagagli dove, se tutto va bene, qualcuno è ansioso di prendersi cura di noi. In casi estremi , ma non è raro, possiamo anche perderci per dimenticanza o menefreghismo degli stessi soggetti che ci hanno concepiti. E se vediamo la luce della sala d’attesa, uscendo da quel buffo carosello che si chiama nastro trasportatore, inizia la nostra vita. E siamo come pantaloni, cappelli, cravatte, camicie, giacche, mosse dal vento, spinti talvolta così lontano,  da non ritrovare neppure la strada per ricongiungerci a chi sembrava così affezionato da non poter vivere senza di noi.

O forse,  se siamo fortunati,  siamo come la pioggia, che scende da cielo sulla terra, la feconda, e poi evapora e ritorna in cielo.

Io mi sentivo come una pietra di fiume, rovente ed immobile nel greto secco, in estate; rotolando a valle sotto lo scorrere dell’acqua nei periodi di piena, capace di aggregarmi, lungo il percorso, con chiunque mi fosse capitato vicino: alghe, pesci, altri ciottoli tondeggianti, oggetti organici ed inorganici coinvolti con me in quel viaggio senza altra meta che una indefinita valle dove attendere un’altra stagione di pioggia o di sole per poter ricominciare tutto da capo.

Passavo le giornate ascoltando le canzoni che allora andavano per la maggiore: Alice di  Francesco De Gregori; E mi manchi tanto degli  Alunni Del Sole; Erba di casa mia di  Massimo Ranieri; Vento nel vento , Il mio canto libero e  Io vorrei non vorrei ma se vuoi di Lucio Battisti;  Viva l’Inghilterra di  Claudio Baglioni; Vado via di Drupi;  Canzone intelligente di  Cochi e Renato;
Crocodile rock e Daniel di  Elton John;   Walk on the wild side di  Lou Reed; You’re so vain di  Carly Simon e tante altre di cui cercavo gli accordi sulla chitarra, testardamente, per ore ed ore.

Quando rientrai a scuola feci appena in tempo a prendere visione del programma svolto e delle cose da studiare che fu subito Pasqua.

Riuscii a recuperare e ad ottenere la sufficienza in  tutte le materie. Così venni ammesso a sostenere l’esame di maturità.

Sfortuna volle però che venisse designato come Commissario Interno il docente  di Inglese, un certo prof. Zucca (che io avevo soprannominato Joe Vernaccia) e che apparteneva all’ala dei duri del consiglio di Classe (cioè di coloro che mi avrebbero ben volentieri fatto fuori per sempre). Oltretutto, ma questo lo scoprii dopo, qualche carogna di compagno di classe gli aveva riferito del soprannome che gli avevo rifilato.

A quel tempo i commissari esterni si affidavano completamente al commissario interno per conoscere la personalità del maturando, anche se i voti e un giudizio sommario stabiliti dal consiglio collegialmente potevano comunque fornire una indicazione, seppure sommaria e non decisiva. L’esame consisteva in due scritti (italiano e materia di indirizzo) e in un colloquio comprendente quattro materie designate in precedenza in parte dal Ministero e in parte dal Consiglio di Classe. Di queste quattro una veniva scelta dal candidato e l’altra, a sorpresa, dalla commissione d’esame (in realtà era invalso l’uso di consentire la scelta, tramite il commissario interno, anche della seconda materia).

Insomma l’esame non era un granché difficile.

Io scelsi il tema che invitava il candidato ad esporre con parole sue il significato che egli attribuiva all’art. 11 della Costituzione.

Era un tema sulla pace. Io ero per la pace, lo sono sempre stato e sempre lo sarò.

Nel tema parlavo dei miei idoli di allora: Marthin Luther King, il Mahatma Gandhi, Gesù Cristo (che allora riconoscevo e ammiravo come Uomo, vittima dell’incomprensione e della protervia degli uomini di potere; mentre oggi lo riconosco anche per quel che Egli effettivamente è: il Figlio di Dio sceso in terra per la nostra salvezza).

Ma il commissario interno mi aveva presentato come un sovversivo, rivoluzionario e di sinistra (e forse, chissà,  anche un potenziale terrorista).

Sostenne  che io avevo cercato di ingraziarmi la commissione presentandomi come un agnello innocente mentre in realtà ero un lupo.

Per farla breve il mio esame fu un disastro. Ma per fortuna riuscii a superarlo. Un altro anno in quella scuola nopn lo avrei davvero voluto fare.

E neanche loro, probabilmente, mi ci avrebbero voluto.

Ironia della sorte, la mia tesi di laurea, all’Università, avrebbe avuto ad oggetto, molti anni dopo, la risoluzione pacifica delle controversie internazionali in ambito ONU.

Mio relatore fu il vecchio  Preside, l’esimio prof. Giovanni  Pau, grande internazionalista, che riuscì a farmi dare il massimo punteggio che poteva essere  assegnato per la tesi, in proporzione alla media dei voti riportati (il che mi portò ad una votazione che veniva definita, al tempo, come corrispondente ai “pieni voti legali”).

Ma questo fa già parte di un’altra storia.

27. continua…

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